Cem-mondialità fa 50 anni

di Pietro Tavernari   

La globalizzazione delle merci e non dei diritti. La libera circolazione delle armi, non delle persone. Ma soprattutto una continua fanfara: a parole si esaltano la democrazia e i diritti umani ma tacendo che tutte le decisioni importanti vengono prese dai soliti pochi noti e da qualche ignoto (come “Dsk”, uno degli uomini più potenti del pianeta, oggi sotto i riflettori per una orrenda storia di stupro condita d’arroganza).

Questo tipo di globalizzazione a molte/i non piace. . Non per questo la si vorrebbe sostituire con vecchi nazionalismi o peggio localismi, con chiusure mentali e ritorno al passato. La società-mondo è una realtà; avere uno sguardo globale (o glocale, come si dice) è indispensabile. Ci serve dunque – anzi, è urgente – una «mondialità» di prospettive, di idee, di relazioni.

Tanto circola (anche a sproposito) la parola globalizzazione quanto è poco usata «mondialità». Qui ne parliamo sotto l’aspetto pedagogico-educativo per ricordare gli oltre 40 anni della rivista «Cem Mondialità» e il suo 50esimo convegno (vedi il box qui sotto).

La sigla Cem sta per «Centro educazione alla mondialità» che è ospitato e sostenuto dallo Csam, il centro di animazione dei missionari saveriani (sede a Brescia). I protagonisti si presentano come «un animale bizzarro… Si tratta infatti di un insieme di cose – rivista mensile, corsi di formazione, un convegno nazionale annuale, collane di testi e molto altro – per diffondere il più possibile la cultura del dialogo, della pace, della solidarietà, dei diritti umani e dell’ambiente. Lo facciamo con il metodo dell’interculturalità e operando soprattutto nel campo dell’ educazione, della formazione, delle istituzioni scolastiche».

Va subito chiarito che lo sguardo del Cem sulla scuola italiana – dove pure si impegna – è tutt’altro che tenero. Se pur nascono (o resistono) esperienze davvero interessanti e innovative, in generale prevalgono pigrizie, chiusure o peggio. Sul sito del Cem il ministro (o la ministra, se preferite) Gelmini è quasi sempre nominata come «Nosferatu». Una metafora per dire di una scuola stravecchia – dei mortiviventi appunto – e noiosa ma anche povera di risorse, autoritaria (senza autorevolezza), nozionistica, demotivata. «A scuola sta prevalendo una visione reazionaria delle cose» scriveva (ottobre 2008) Brunetto Salvarani, direttore del Cem. Dunque quanto di più inadatto per affrontare un futuro complesso e per ragionare – finalmente – in termini di mondialità, cioè di un destino condiviso per gli esseri umani nelle loro differenze ma nell’eguaglianza dei diritti.

Prevedete qualche corto circuito?

Apriamo – quasi a caso – un numero (maggio 2007) della rivista. Scrivendo di educatori nella scuola di secondo grado, Antonella Fucecchi ricorda «le 8 funzioni emotive fondamentali» delle relazioni educative (riprendendole da un libro di Meltzer e Harris del 1983). A esempio: «Generare amore invece di creare odio (…) infondere speranza invece che seminare disperazione (…) contenere il disagio emotivo invece di trasmettere ansia (…) pensare invece di creare confusione (…) il buon docente non facilita i compiti nè nasconde e si nasconde i problemi quando esistono ma infonde la sicurezza che vi siano soluzioni da cercare che richiedono impegno e passione, unici antidoti contro disfattismi nocivi o illusioni consolatorie». Se avete avuto qualche recente esperienza scolastica e la mettete a confronto con questa idea delle relazioni educative…. probabilmente state decidendo se piangere o ridere: salvo qualche eccezione, il nostro sistema educativo sembra costruito per funzionare al contrario, cioè trasmettere ansia, seminare disperazione e così via.

Il piccolo movimento del Cem si muove invece (non da solo ma certo senza avere troppi parenti stretti) in tutt’altra direzione: «la Fase 2 dell’intercultura in Italia riguarda la riforma dei saperi, dei canoni disciplinari, delle pratiche educative, dei metodi didattici, dei linguaggi, e così via: siamo convinti che occorra puntare a una visione pedagogico-politica (e non scuolacentrica) dell’intercultura». E’ probabile che Nosferatu-Gelmini fatichi persino a capire di cosa si stia parlando. Pur senza scioglierle ufficialmente, tutte le strutture ministeriali che si occupavano di intercultura sono state messde dalla Gelmini nella condizione di non far nulla. Qualche beato ingenuo dirà:«beh, da qualche parte bisogna pur rispamiare». Ammesso che quello sia il luogo(e il modo) giusto per far tagli, da lì non si è economizzaro neanche un eurino: gli esperti lavoravano volentieri gratis.

Strano vero?

Consiglio chi vuole approfondire questi discorsi di abbonarsi: il mensile di educazione interculturale costa 30 euri l’anno. Ma soprattutto suggerisco di frequentare i corsi, gli incontri o il convegno (il prrogramma è nel box) per capire il ben diverso approccio del Cem all’insegnare e all’imparare… insieme, senza rinunciare al dubbio e alle differenze. Difficile definire, per chi non ha frequentato corsi e convegni, il modo di lavorare-studiare del Centro educazione alla Mondialitàe: non solo è partecipativo (una rarità nel Paese del «ghe pensi mi») ma è sostanzialmente giocoso anche quando affronta le questioni più serie.

Il sostegno dei missionari saveriani non significa che  il Cem sia una struttura religiosa. Si definisce invece «un movimento aperto a tutte e tutti, profondamente laico, costituito da persone di diverse fedi e di varie convinzioni politiche».

Nel 2007 «Profeti di mondialità» (Emi editrice) di Antonio Nanni ha raccontato la quarantennale storia del Cem e provato a individuare alcuni riferimenti, dentro e fuori quello sputo nell’universo che di solito chiamiamo Italia. Perchè è meno nuova di quel che sembri l’idea di una società-mondo, di valori (e beni) comuni all’intera razza umana. Il gioco dei nomi si può allargare dal passato più o meno recente (Albert Schweitzer, Etty Hillesum, Dietrich Bonhoeffer, Gandhi, don Milani, Aldo Capitini, Danilo Dolci, Paulo Freire ma anche la pedagogia giocosa e internazionalista di Gianni Rodari) fino all’oggi: Raimon Panikkar, Augusto Boal, Ivan Illich, Serge Latouche, Edgar Morin, don Ciotti per finire magari con Vandana Shiva e Wangari Maathai che alla cultura dominante italiana maschiocentrica suonano doppiamente “aliene” in quanto donne e del cosiddetto terzo mondo (espressione che ormai è usata del tutto a sproposito visto che, dal 1989, si è “perso” il secondo), Non sfuggirà in questo troppo breve elenco che accanto a pensatori-pensatrici ci sono molte persone abituate anche (o soprattutto) a “sporcarsi le mani”.

Se vi sembra intetressante l’idea che nel processo educativo più che imparare a memoria e obbedire all’autorità-Nosferatu… si giochi, discuta e sperimenti, sporcandosi le mani (e non solo in senso metaforico) qualunque età abbiate fateci un pensiero: 5 giorni ad agosto con il Cem potrebbero persino ridarvi fiducia che la notte stia finire, come canta-spera Roberto Vecchioni..

BOX (di Pietro Tavernari e Giorgio Quartana)

Per il suo convegno annuale il Cem prova – come Giano – a guardare sia indietro (i 50 anni della sua storia) che avanti, cercando vie d’uscita da un presente fosco e immobile.

L’appuntamento è a Trevi dal 20 al 25 agosto ma se andate sul sito, www.cem.coop, trovate «20-35 agosto»; un refuso o la conferma che quest’anno ci si può aspettare di tutto?

Il doppio titolo suona: «Sentinella, quanto resta della notte? Oltre ogni crisi, per un nuovo patto generazionale».
Tre relatori: Stefano Allievi, sociologo e forse il massimo esperto italiano di Islam; Mimmo Lucano, detto
«il curdo», sindaco di una città (Riace) che di immigrati mne vorrebbe… di più; Miloud (Oukili) è il clown diventato famoso per aver dato speranza a bambine/i che vivevano nelle fogne di Bucarest. C’è poi una performance musivcale di Cisco, già dei Modena City Ramblers.

Ma la specificità e la forza dei convegni Cem sono i laboratori (giocosi), gli incontri informali, le narrazioni di buone pratiche e la convivenza di generazioni.

Così Brunetto Salvarani presenta il convegno dei 50 (il testo completo è sul sito). «Su un muro della periferia di Milano è comparsa alcuni mesi fa una scritta paradigmatica e inquietante: “Non c’è più il futuro di una volta”. Potrebbe trattarsi di una semplice constatazione, fin troppo lapalissiana, potrebbe essere lo sfogo di un adulto nostalgico, sessantottino, amareggiato nel costatare che il mondo di libertà per il quale si era battuto si è rovesciato oggi nel suo opposto. Potrebbe essere una semplice boutade. Noi crediamo che sia il grido di un giovane, più rassegnato che rabbioso (…) È giunto il momento di costruire un nuovo patto tra le generazioni. Ce lo ha ricordato anche il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo messaggio di fine anno, richiamando l’impegno del mondo adulto a non macchiarsi “di una vera e propria colpa storica e morale”: quella di schiacciare i suoi figli sotto il peso degli errori e dei debiti accumulati nel passato. Se non saremo capaci di dare ai nostri figli possibilità di occupazione e di vita dignitosa, nuove opportunità di affermazione sociale, “la partita del futuro è persa non solo per loro, ma per tutti: ed è in scacco la democrazia”. Proviamo quindi, ancora una volta, a essere antenne che captano parole di speranza, cartografi che disegnano mondi possibili, viandanti di un futuro desiderabile, custodi di ponti. Proviamo a coniugare l’autorevolezza e la credibilità degli adulti che ancora credono in un futuro migliore con la forza dirompente di quei giovani che non si rassegnano all’inevitabile. Proviamo a essere umili costruttori di futuro. Per evitare che siano la politica e il mercato di oggi a imbrigliarci nella tracotanza che esclude e abbruttisce e nella coazione al consumo che rende infelici».

Uno sguardo ad alcuni laboratori aiuta a capire cosa c’è di insolito (e giocoso) in questo convegno.

Quello sull’«albero totemico delle cose» a esempio. Gestito da Roberto Morselli e Roberto Papetti, si propone di praticare il dialogo fra le generazioni attraverso giochi e narrazioni costruiti intorno alle cose e a ciò che le investe: relazioni, affetti, concetti, simboli. «Contro il proliferare delle merci, contro i richiami al fare frenetico, contro le sirene del progresso, oltre la dimenticanza degli oggetti, proporremo una cura delle cose per costruire percorsi di sottrazione, itinerari di vita minori, in contatto con il lato oscuro del sentire che ci origina, ma che illumina la vita»

Un altro esempio è «Cerchi?» (verbo o sostantivo, fate voi) gestito da Patrizia Canova e Nadia Savoldelli, ovveeo «Esplor-azioni e gener-azioni creative fra cinema e teatro». La ricerca dunque incontra il … cerchio che è spazio alla pari (non il capo sopra e i sudditi sotto) ma anche ciclicità della Storia e delle storie. «Nel laboratorio, attraverso suggestioni offerte da cinema e teatro, affronteremo creativamente alcune questioni:cosa significa mettersi al centro del cerchio? Cosa vuol dire sentirsi dentro o fuori di esso? Cosa accade quando il cerchio si de-forma per generare nuove forme chiuse, ma anche aperte?».

Terzo titolo è «Piazza Tahir», ovvero «Non è un laboratorio per vecchi», gestito da Roberto Varone e Riccardo Olivieri, che lo presentano così: «A metà agosto, dopo un anno faticosissimo, come ricaricare le batterie? Basta fare una bella rivoluzione. Vi invitiamo pertanto a mettere le tende in Piazza Tahrir, dove i popoli nordafricani stanno cambiando la storia. Sembra impossibile immaginare una Piazza Tahrir a casa propria, mentre ci affanniamo in una scuola tagliata e sfiduciata, in luoghi di lavoro sfilacciati e frustranti al cospetto di istituzioni lontanissime dal nostro controllo. Eppure la risposta l’abbiamo sotto gli occhi… Ricostruiremo Piazza Tahir attraverso una modalità partecipativa, non frontale, esperienziale, mettendo al centro il gruppo, il portato dei singoli partecipanti e le elaborazioni collettive»

Il quarto laboratorio è gestito da Daniele Barbieri (che su questo blog è spesso di casa: eh-eh). Il suo «Un saluto alla stagione che verrà» riprende l’ide che la buona fantascienza ci provochi a cercare strade insolite verso luoghi magari inquietanti ma interessanti. Insomma «proviamo a immaginare cosa potrebbe succedere nei prossimi cinquant’anni. Sfera di cristallo? No, un misto d’immaginazione radicale coniugata con la buona fantascienza e un po’ di futurologia. (…) Il laboratorio si propone di ragionare (e giocare) sui futuri ancora possibili. Con la sola certezza – del tutto fuorilegge nella scuola come nella cultura dominante italiana – che il modo migliore di studiare quasi sempre sia divertirsi il più possibile, sognare e desiderare insieme. Al centro di racconti e giochi saranno soprattutto la pedagogia del futuro, i poteri, i rapporti fra generazioni, l’autismo di massa, le differenti definizioni di umanità, i saperi frantumati nel tempo tecno-vudù (se la tecnologia è incomprensibile allora più che parente della scienza è sorellina della magia, la cuginetta del vudù)».

Fra gli altri – non c’è qui lo spazio per raccontarli tutti – c’è anche «Eutropia», un laboratorio per adolescenti (dalla seconda media ai 17 anni) – col sotto-titolo: «Il futuro ci aspetta. Andiamo a prendercelo» – gestito da tre neanche trentenni Giacomo Caligaris, Agnese Desideri, Francesco Marrella.

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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