Cesena: alle origini del disastro Crc

     I veri colpevoli del crac della Cassa di risparmio di Cesena: Germano Lucchi e Bruno Piraccini. Etica smarrita e imbarazzanti conflitti di interesse

di Davide Fabbri (*)

banche-Spagnul

Vado a individuare a chi vanno ascritte le maggiori responsabilità per la fine della banca del territorio. Per fare ciò bisogna partire da un dato di fatto. La Cassa di Risparmio di Cesena per oltre 150 anni è stato un istituto di credito molto solido che ha contribuito in modo efficace al sostegno dell’economia locale favorendo una adeguata crescita economica. Oltre a ciò ha realizzato primarie iniziative sociali a partire dalla realizzazione del nuovo ospedale avvenuta a metà degli anni ’50. A fronte di ciò, negli ultimi 15-20 anni la sua gestione ha subìto un progressivo e profondo cambiamento che ha cambiato il volto e la mission della banca con una perdita dei valori etici e morali senza precedenti. E’ necessario quindi individuare le cause e i protagonisti di questo cambiamento in peggio.
Senza indugiare più di tanto chiariamo subito che la maggior parte delle responsabilità va assegnata a Germano Lucchi, ex presidente della banca, immobiliarista, ex uomo d’affari del gruppo Francesco e Arnaldo Amadori col 10% delle azioni della holding, e a Bruno Piraccini, amministratore delegato di Orogel, tuttora presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Cesena, che deteneva fino all’altro ieri una quota di oltre il 48% del pacchetto azionario della banca; Bruno Piraccini è stato in questi ultimi anni il vero dominus incontrastato della banca.
Per spiegare le sue gravi responsabilità occorre partire dal 2008. Sino ad allora figure dominanti nella banca erano state l’imprenditore della Trevi Davide Trevisani e il già citato commercialista Germano Lucchi, uomo di riferimento nel Gruppo Amadori e dalla fine degli anni ‘90 immobiliarista a tutto campo. Per inciso artefice della notevole esposizione creditoria della banca nel settore immobiliare, con cifre da capogiro. Decine di milioni di euro di affidi della banca a sè stesso e a società a lui collegate, nel settore immobiliare e nel settore dell’energia.
Verso il 2008 il rapporto fra i due – va aggiunto il Direttore Generale Adriano Gentili, il cui figlio Gabriele ha appena costituito uno Studio Associato con Germano Lucchi – si incrina in quanto Davide Trevisani, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Cesena, inizia a parlare di incorporazione dell’istituto in Banca Intesa San Paolo, replicando l’operazione, per la verità molto redditizia, compiuta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Forlì.
Tale progetto trova forti resistenze sia da parte di Germano Lucchi, preoccupato per gli affidamenti che la Cassa gli ha erogato per molte decine di milioni di euro in plateale conflitto di interessi, sia dal Direttore Adriano Gentili, il cui figliolo Gabriele è ampiamente sostenuto dalla banca negli investimenti che sta realizzando insieme a Germano Lucchi nel campo delle energie rinnovabili di stampo industriale assistite dalla Stato. Un business pazzesco.
La Fondazione pertanto si divide in due fazioni: chi sostiene Davide Trevisani nell’ipotesi di vendita e chi si schiera per l’autonomia. Del secondo gruppo diviene un acceso sostenitore l’imprenditore Bruno Piraccini, amministratore delegato del Gruppo Orogel, che diventa un paladino dei valori della territorialità e dell’autonomia della Cassa di Risparmio di Cesena.
Nello scontro tra le due fazioni prevale quella degli “autonomisti” e ciò provoca l’uscita di Davide Trevisani, sconfitto, e l’assunzione della presidenza della Fondazione da parte di Bruno Piraccini.
Da questo momento per la banca inizia il disastro. Non perché il modello di banca del territorio non possa reggersi – abbiamo qui vicino l’esempio di Cassa Risparmio Ravenna che sta perfettamente sulle sue gambe – ma perché Bruno Piraccini non fa nulla di ciò che deve fare il maggiore azionista per valorizzare la sua partecipazione.
Cassa di Risparmio dal 2012 in poi aveva bisogno dei seguenti interventi:
In primis attuare una sostanziale “discontinuità” con il passato realizzando un ricambio dei vertici a partire dal Presidente, dai Vice Presidenti e dal Direttore Generale.
– Attuare la formulazione di un piano industriale che tenesse conto delle opportunità che avrebbero fornito le nuove tecnologie tra le quali, fondamentale, il digitale;
– Promuovere un rafforzamento patrimoniale mediante l’accantonamento degli utili e il ricorso al mercato per un aumento di capitale;
– Ridurre gli affidamenti a rischio di illegalità concessi ad amministratori, dirigenti e loro familiari;
– Eliminare le “opacità” e gli aspetti clientelari della gestione, tipico fenomeno delle banche locali.
Bruno Piraccini non fa nulla di tutto ciò e mantenendo un atteggiamento colpevolmente immobilista e conservatore crea le premesse per il disastro del 2015.
Il ricambio dei vertici, ripetutamente sollecitato da Banca d’Italia, è solo di facciata e a Germano Lucchi subentra nel 2014 Tomaso Grassi, da sempre membro del CdA che non ha altro merito al di fuori di aver atteso pazientemente per oltre vent’anni che venisse il suo turno.
Nel CdA restano di fatto gli stessi di prima, quasi nessuno dotato delle capacità e competenze che il momento richiede.
Alla direzione generale viene confermato Adriano Gentili che garantisce la stabilità degli affidamenti ai citati personaggi.
Nella presidenza del collegio sindacale a Vincenzo Minzoni di Lugo – che si era assicurato una permanenza ultra ventennale nell’organo di controllo grazie a un atteggiamento di assoluto silenzio e la totale fedeltà ad Athos Billi (già presidente della Fondazione Cassa Risparmio di Lugo e presidente Banca di Romagna poi assorbita da Cassa Risparmio Cesena) – succede Giuseppe Spada, avanti negli anni, malfermo in salute e, oltre tutto, anche lui per vent’anni distratto sindaco della CRC, quando venivano erogati miliardi alle società immobiliari del presidente immobiliarista Germano Lucchi, al Gruppo Isoldi, alla Sapro etc.
Anche sul fronte del rafforzamento patrimoniale non vengono prese le decisioni opportune in quanto Bruno Piraccini, con una scelta miope e inadeguata, volta a mantenere un ruolo egemone nel controllo della banca, approva un aumento di capitale per soli 35 milioni di euro, in un momento in cui la banca gode ancora della piena fiducia dei risparmiatori e il mercato esprime richieste di sottoscrizione per il triplo dell’importo offerto.
Altra cosa grave è la questione morale. Bruno Piraccini, maggiore azionista, anziché promuovere l’adozione di un codice etico più rigoroso, di cui la banca aveva estremo bisogno, risulta tollerante con le situazioni di conflitto d’interesse di cui si erano resi protagonisti importanti esponenti della banca, anzi le accentua in quanto:
– Tramite il figlio Fabio partecipa a iniziative immobiliari insieme al figlio di Gentili, cioè Gabriele, e di Germano Lucchi, Gianluca.
– Il genero Mauro Pieri (avvocato, marito della figlia Claudia) diventa legale della banca e gestore del servizio recupero crediti, al posto dell’avvocata Chiara Andreucci, e vede così aumentare in modo esponenziale il fatturato del suo piccolo studio.
– Sempre Mauro Pieri, avvocato con nessuna competenza in materia contabile, assume la carica di sindaco revisore di Unibanca Immobiliare. Questa società detiene il rilevante patrimonio immobiliare di CRC e quindi la vigilanza sulla gestione dovrebbe essere meglio garantita. Completa il quadro la presidenza dell’organo di controllo assegnata al solito Giuseppe Spada.
– Promuove il conferimento di incarichi di consulenza (per esempio ad Andrea Giannelli) rivelatisi onerosissimi, a personaggi che gravitano nell’ambito di Comunione e Liberazione e della Compagnia delle Opere a cui Bruno Piraccini, nato socialista, si è avvicinato per ottenere sostegno alla sua candidatura alla Presidenza.
– Mentre la Fondazione della Cassa di Risparmio di Forlì si mette in luce per iniziative culturali che danno lustro al territorio, la gestione della Fondazione di Cesena mostra un’impostazione di tipo clientelare in cui il potere del presidente ha modo di ampliarsi a dismisura. Peccato che oltre al potere di Bruno Piraccini si amplifichino anche i debiti della Fondazione.
In sostanza con Bruno Piraccini si assiste a una interpretazione deviata dei valori del localismo e del territorio. La CRC risulta essere sempre più non la banca del territorio ma la banca di alcuni personaggi del territorio. Non è una differenza di poco conto.
Oltre a ciò per sopperire alle impellenti necessità finanziarie delle tre Fondazioni di origine bancaria (Cesena, Lugo e Faenza) e delle loro scellerate emanazioni – vedi la vicenda della Lugo Immobiliare spa di cui parlerò prossimamente – la banca, su sollecitazione delle tre Fondazioni, viene prosciugata delle preziose risorse necessarie ad attuare il rafforzamento patrimoniale imposto dalla profonda crisi economica che si sta profilando.
Ciò mette la Cassa di Risparmio di Cesena in una posizione in cui la criticità, per certi versi sovrastimata, provoca l’intervento dell’organo di vigilanza e la cura da cavallo che ne consegue.
Per converso la “mala gestio” di Bruno Piraccini determina la distruzione dell’ingente patrimonio della Fondazione Cassa di Risparmio di Cesena che rappresentava una risorsa di rilevante importanza per il territorio. Sotto la sua presidenza la Fondazione non realizza quella diversificazione del patrimonio sollecitato anche da organi di governo, si impegna in progetti molto onerosi contraendo debiti non sostenibili (esempio vicenda Sacro Cuore a Cesena in mano a Comunione e Liberazione), fa poco o nulla in altri settori, quali la cultura, in quanto non strategici nella gestione del consenso.
Al riguardo viene naturale il confronto col ruolo svolto a Forlì dalla relativa Fondazione che ha saputo incrementare a dismisura il valore della sua partecipazione nella banca la quale, in partenza, era inferiore rispetto a Cesena.
Concludo questa inchiesta affermando che bisogna diffidare delle capacità imprenditoriali di chi, come Bruno Piraccini, ha sempre gestito soldi non suoi dirigendo aziende (come Orogel – Soc. Cooperativa) in cui l’amministratore delegato non ha mai investito e non rischia neppure un euro nell’azienda.

(*) Davide Fabbri è presidente del «Comitato difesa risparmiatori della Cassa di risparmio di Cesena»; delle vicende bancarie della Crc e del loro intreccio con i poteri di Cesena (“nuovo” Pd in testa) qui in “bottega” Fabbri ha parlato più volte. Il titolo e il disegno – di Giuliano Spagnul – sono della redazione di codesta bottega. (db)

 

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