«Chantez compagnons, dans la nuit la liberté nous ecoute»

Squarci della Resistenza contro l’occupazione nazista in francia

di Gianni Sartori

Con un articolo precedente sulle strumentalizzazioni della destra (*) – a proposito di Irlanda e non solo – potrei aver dato l’errata impressione che la terra di Vercingétorix, Saint-Just e Louise Michel abbia contribuito ad alimentare il fascismo in proporzioni analoghe a quanto seppero fare Italia e Germania. In verità la resistenza del popolo francese contro le truppe tedesche di occupazione fu immediata, estesa e ampiamente condivisa, nonostante gli inevitabili casi di collaborazionismo. E la repressione, ovviamente, fu durissima. Sia nella Francia occupata che nella zona detta “libre” governata dai collaborazionisti Pétain e Laval. Inoltre Alsazia e Lorena vennero annesse al Reich, mentre il Nord e Pas-de-Calais erano controllate direttamente dal comando tedesco di Bruxelles e all’interno della zona occupata, lungo le coste e le frontiere, si instaurava una ulteriore zone interdite.

Senza alcuna pretesa di sistematicità, riporterò alcune vicende legate alla repressione nazista subita dalle popolazioni dell’Esagono, con uno sguardo particolare per quanto avvenne nella mia amata Breizh (Bretagna).

Fra i tanti massacri di cui si resero responsabili i nazisti e le milizie collaborazioniste, risalta per efferatezza quello dei “50 otages”, ricordati dall’omonimo monumento sull’Erdre a Nantes. Qui 48 francesi subirono la fucilazione per ordine di Adolf Hitler e del generale Otto von Stuelpnagel, comandante del “gross Paris”, come rappresaglia per l’uccisione del tenente colonnello tedesco Karl Hotz avvenuta il 20 agosto 1941 in place Louis XVI davanti alla Kommandantur.

Pare che il commando responsabile dell’azione del 20 ottobre contro Karl Hotz provenisse da Parigi e fosse composto da Gilbert Brustlein, Marcel Bourdarias e da un ex membro delle Brigate Internazionali, Spartaco Guisco.

In precedenza, il 21 agosto, a Parigi alcuni membri dei Bataillon de la Jeunesse, guidato da Pierre Georges (comandante Fabien), avevano ucciso un esponente della Kriegsmarine, Moser, alla stazione del métro Barbès per vendicare due compagni fucilati il 18 agosto dopo aver partecipato ad una manifestazione del PCF. Una Cour spéciale condannò a morte, su richiesta dei tedeschi, tre persone già detenute (e che quindi non avevano preso parte all’azione).

La lista degli ostaggi venne preparata dall’Alto comando tedesco insieme ai dirigenti francesi collaborazionisti. Il ministro dell’Interno di Pétain, Pierre Pucheu, presentò una lista di 200 nomi di presunti comunisti internati nel campo di concentramento di Chateaubriant a cui il generale von Stuelpnagel aggiunse i nomi di alcuni esponenti della resistenza nantese. A Nantes, la Gestapo e la polizia francese collaborazionista rastrellavano da tempo decine di persone (giovani comunisti e socialisti, sindacalisti cattolici, membri della Jeunesse Ouvrière Catholique, senza partito…) per rinchiuderle nel campo di Chateaubriant. Il gruppo definitivo dei 50 ostaggi sarà composto da 27 comunisti, 18 resistenti detenuti a Nantes (prigione des Rochettes, prigione Lafayette…) e 5 nantesi incarcerati a Parigi. Il 22 ottobre del 1941, rifiutando di essere bendati, gli ostaggi vennero fucilati a gruppi di quattro; la maggior parte nel “champ de tir du Béle” di Nantes, altri nella cava della Sablière (all’uscita da Chateaubriant) e cinque al Mont-Valérien (Parigi) dove la medesima sorte era toccata il 29 agosto all’ufficiale di marina Honoré d’Estienne d’Orves e dove verrà giustiziato, il 15 dicembre, anche il giornalista comunista Gabriel Péri. Per un disguido nel coordinamento tra i servizi segreti, due ostaggi scamparono all’esecuzione.

Una successiva esecuzione di altri 50 ostaggi, già prevista, venne sospesa per ordine di von Stuelpnagel preoccupato per l’indignazione suscitata in tutta la Francia. Negli stessi giorni altri cinquanta ostaggi venivano passati per le armi a Bordeaux come rappresaglia per un attentato.

Sempre al Mont-Valérien, il 17 aprile 1942 vennero fucilati 23 resistenti dei Bataillons de la Jeunesse, giovani comunisti arrestati dalla polizia francese collaborazionista e consegnati ai tedeschi. Una loro compagna, Simone Schloss, in quanto donna venne invece decapitata il 2 luglio. Iniziato il 7 aprile alla Maison de la Chimie, il processo si era concluso con la richiesta di 26 condanne a morte. Uno degli imputati venne giudicato passibile soltanto della prigione in quanto non ancora sedicenne, ma suo padre e suo fratello vennero considerati otages e fucilati. Il verdetto venne salutato con favore dalla stampa collaborazionista che in precedenza aveva ripetutamente insultato gli accusati. Gli stessi giornali su cui scrivevano Drieu la Rochelle, Chardonne, Jouhandeau e Céline. Quanto a Robert Brasillach, divenne direttore di uno dei giornali riapparsi con la loro vecchia testata, ma ora al servizio dei tedeschi. Altri direttori di giornali collaborazionisti furono Marcel Déat, Jacques Doriot, Jean Luchaire, Lucien Rebatet… Tutti complici dell’occupante nazista che intanto applicava anche in Francia la “soluzione finale” per gli ebrei. A Parigi il 16 e il 17 luglio 1942 (la rafle du Vel’ d’Hiv’) alle quattro del mattino, circa 13mila ebrei vennero arrestati dalla polizia francese (e non dalla sola Gestapo come si cercò poi di far credere). Radunati al “vélodrome d’hiver”, vennero inviati in Germania per finire nei campi di sterminio.

Per “mantenere l’ordine interno”, il 31 gennaio 1943 Pierre Laval battezzava la Milice francaise (una derivazione del Service d’ordre légionnaire creato nel 1941) guidata da Joseph Darnand. Nel 1942 erano stati costituiti il Service de police anti-communiste (SPAC), il Service de police des sociétés secrétes (SSS) e la Police aux questions juives (PQJ).

Decisamente collaborazionisti furono anche il Partit populaire francaise (PPF) di Jacques Doriot e il Rassemblement national populaire (RNP) di Marcel Déat che il 5 agosto 1941 crearono una Légion des volontaires francais contre le bolchevisme per inviare combattenti sul fronte dell’Est a fianco dell’esercito tedesco. Alcuni tra i maggiori esponenti del collaborazionismo filonazista (Darnand, Déat, Fernand de Brinon, Bridoux…) costituirono a Sigmaringen una Commission gouvernementale per sorvegliare, per conto dei tedeschi, l’operato di Pétain (addirittura!). E meno male che dei quattro citati soltanto Bridoux riuscì – purtroppo – a evitare il plotone di esecuzione dopo la Liberazione.

Il 15 gennaio 1943 si apriva il “processo dei 42”. Temendo di alimentare ulteriormente lo sdegno con cui l’opinione pubblica aveva reagito alle fucilazioni del 1941, sia il governo servile e collaborazionista di Vichy (guidato dal marèchal Pétain) che gli occupanti tedeschi cercarono di dare una qualche legittimità a questo ennesimo massacro. Alcuni dei 143 arrestati vennero rilasciati, altri deportati, mentre 45, accusati di essere francs-tireurs e membri di un’organizzazione comunista, compariranno davanti al tribunale militare tedesco di Nantes. Il verdetto (37 condanne a morte) viene reso pubblico il 28 gennaio. Alla lettura della sentenza Henri Adam intonò la Marseillaise ripresa con vigore da tutti i condannati. Il giorno dopo (senza attendere il ricorso degli avvocati) al champ de tir du Béle vennero fucilati i primi nove prigionieri poi sepolti a Sautron.

Il 13 febbraio 1943 altri 25 dei condannati del 28 gennaio vennero giustiziati, mentre gli ultimi tre (Le Paih, Brisson e Coiffé) cadranno sotto i colpi di un plotone di esecuzione tedesco il 7 maggio.

In agosto è la volta di Marcel Hatet, morto per le torture subite nell’hotel de Charette, place Louis XVI, a Nantes. Nel gennaio 1943 era stato invece decapitato in una prigione tedesca (a Colonia) il religioso Jean-Baptiste Legeay, condannato a morte con 27 bretoni nel luglio dell’anno precedente.

Contemporaneamente a quello dei “42”, un processo analogo si era svolto a Rennes contro 29 comunisti guidati da Edouard Hervé, fratello di Raymond. Entrambi verranno fucilati a circa un mese di distanza l’uno dall’altro.

E, ovviamente, la repressione non colpiva solo in Bretagna, ma in tutto il territorio dell’Esagono.

In piena occupazione tedesca di Parigi, il poeta armeno Missak Manouchian (**) ex operaio alla Citroen, venne incaricato dalla Internazionale comunista di costituire un gruppo clandestino nella capitale. Ne faranno parte giovani polacchi, ungheresi, italiani, cechi, spagnoli, rumeni. Dopo una prima fase dedicata alla distribuzione di volantini contro traditori e collaborazionisti, il gruppo (definito a posteriori un “fronte popolare di immigrati”) iniziò a colpire direttamente le truppe di occupazione. Di questi resistenti (oltre a Manouchian, Simon e Marcel Raynan, Thomas Elek…) 22 verranno fucilati al Monte-Valérien il 21 febbraio 1944. Quindici giorni dopo una donna membro del gruppo sarà decapitata a Stoccarda.

Come hanno ricordato Ramòn Chao e Ignacio Ramonet («Guide de Paris rebelle», Plon 2008) dal febbraio 1999 in rue Groupe-Manouchian 36 (Parigi, 20° arrondissement) è possibile leggere il “Manifesto rosso”scritto da Louis Aragon per celebrare questi martiri della Resistenza. Il nome deriva dal manifesto rosso (stampato in più di 15mila esemplari) affisso sui muri di Parigi il 1 marzo 1944 dalla propaganda nazista dove i partigiani fucilati venivano definiti “armèe du crime”. Sulla vicenda della 35° Brigata Ftp-Moi (Francs-Tireurs et Partisans-Main-d’Oeuvre Immigrée) Marc Levy, figlio di un esponente della brigata, ha scritto «I figli della libertà» (Rizzoli, 2008).

Da Lucie Aubrac a France Bloch-Sérazin (decapitata il 12 febbraio 1943 a meno di 30 anni), da Charles Tillon alle deportate nacht und nebel – notte e nebbia – Charlotte Delbo (arrestata dalla polizia francese collaborazionista nel 1942) e Germaine Tillion… è una lista infinita quella di cittadine/i francesi appartenenti al “peuple de la nuit ” che osarono ribellarsi in nome della loro coscienza contro l’ordine imposto dagli invasori nazisti.

Fra loro Jean Moulin, presidente del Consiglio nazionale della Resistenza e Compagnon de la Libération, torturato e assassinato dai nazisti nel 1943. E Bertie Albrecht già sostenitrice del Fronte popolare: arrestata una prima volta nel 1942, riuscì ad evadere ma venne nuovamente catturata nel maggio 1943 e morì nel carcere di Fresnes dopo essere stata torturata. E ancora lo studente Libertaire Rutigliano, torturato e assassinato sotto gli occhi del padre, nella sede della Gestapo in Place Marèchal Foch, ancora a Nantes nell’aprile 1944.

Victor Basch, presidente della “Ligue des droits de l’homme”, presidente del “Comité pour le Rassemblement populaire” (da cui nacque il Front Populair) venne assassinato con la moglie il 10 gennaio 1944 da alcuni miliziani collaborazionisti (tra cui Lécussan) della Milice francaise. In quanto ebreo e “franc-macon”, Basch rappresentava una sintesi di quanto i nazisti e i loro servi – come appunto i già citati Drieu la Rochelle e Brasillach – odiavano maggiormente. Vittime della stessa organizzazione collaborazionista fondata da Laval, anche Maurice Sarraut, l’ex ministro Jean Zay e George Mandel.

Fra i criminali di guerra nazisti si distinse un ufficiale della Gestapo, Klaus Barbie (il “macellaio di Lione”) responsabile della morte di centinaia di ebrei e partigiani. Dopo la guerra fuggì in Sudamerica dove collaborò con vari regimi e con la CIA (avrebbe avuto un ruolo non secondario nella cattura di Ernesto Che Guevara) fino a quando nel 1983 non venne estradato in Francia e condannato all’ergastolo.

Rappresaglie ed esecuzioni sommarie – opera sia dei tedeschi che dei collaborazionisti (polizia di Vichy, Milice e Franc gardes) – aumentarono man mano che i nazisti perdevano terreno, soprattutto dopo l’ordine di ripiegamento del 6 giugno 1944. Degli oltre 65mila deportati francesi non-ebrei (in gran parte politici, identificati dal triangle rouge) meno della metà fece ritorno in Francia

Non mancarono poi stragi indiscriminate in stile Marzabotto. Nel giugno del 1944 a Oradour-sur-Glane la divisione SS Das Reich (nel tentativo di riprendere il controllo della Normandia) fece radunare tutti gli abitanti nella piazza. Centinaia di civili (in gran parte donne e bambini, anche una famiglia di emigrati dal padovano) vennero rinchiusi nella chiesa poi data alle fiamme. Chi tentava di scappare veniva mitragliato. Bilancio: 642 morti, la maggior parte carbonizzati. Una curiosità: forse non casualmente i fascisti italiani di Terza Posizione adottarono come simbolo la runa che contraddistingueva la Das Reich.

Mentre nel Vercors (luglio del 1944) era in corso una dura battaglia tra circa 8mila maquisards e più di 30mila tedeschi, coadiuvati dalle milizie collaborazioniste di Darnand, le SS distrussero Vassieux massacrando un’ottantina di abitanti. Qualche giorno dopo i nazisti scoprirono alcuni sopravvissuti nascosti in una grotta e completarono l’opera. Fra le vittime anche un gesuita e due medici che curavano i feriti.

Nel febbraio 1945 i combattenti francesi guidati da De Lattre entreranno nel “campo di rappresaglia” di Struthof (nei Vosgi) completamente vuoto. In quello che sarà definito “l’enfer de l’Alsace” erano stati sterminati migliaia di resistenti.

Tornando a Breizh. Talvolta strumentalmente, sia da destra che da sinistra (per ragioni opposte, ovviamente), si è voluto enfatizzare l’adesione di una piccola parte della popolazione della Bretagna all’ideologia degli occupanti. In realtà furono soltanto i miliziani di alcune piccole formazioni indipendentiste di destra, comunque minoritarie, che presero parte ai rastrellamenti (talvolta anche alle torture) contro altri bretoni. La grande maggioranza della popolazione rimase legata alla Resistenza.

E’ storicamente accertato (vedi le ricerche di Kristian Hamon) che i tedeschi finanziarono il Parti national breton – PNB, nato nel 1931, sciolto nel 1939 e rinato alla fine del 1940 – per condizionare l’amministrazione di Vichy con la minaccia di una Bretagna indipendente sotto la tutela di Berlino. Studi recenti hanno ridimensionato il numero degli aderenti al PNB (non più di 1500, di cui due-trecento attivisti). All’interno del partito convivevano simpatizzanti sia del nazismo tedesco che del fascismo italiano e anche qualche ammiratore della Falange spagnola. Mentre il principale ideologo del partito, Olier Mondrel, si dichiarava apertamente nazista, il presidente (fino al 1944) Raymond Delaporte veniva considerato un “conservateur modéré”. I Bagadoù stourm (“gruppi di combattimento”, sulle loro bandiere il triskell) costituivano il movimento giovanile del PNB e fornirono qualche decina di militanti al Bezen Perrot, una formazione militare fondata da Célestin Lainé dopo l’uccisione dell’abate Perrot, a Scrignac nel dicembre 1943. Sorto come “servizio d’ordine”, ben presto il Bezen Perrot si trasformò in milizia collaborazionista, indossando la divisa germanica, combattendo a fianco dei tedeschi e partecipando a rastrellamenti, interrogatori, torture ed esecuzioni di partigiani. Ribadisco che l’occupazione nazista incontrò anche in Bretagna una forte opposizione e in varie occasioni (vedi a Landerneau nel 1943) la popolazione aveva mostrato apertamente la sua disapprovazione per quei militanti di Bagadoù stourm che sfilavano al passo dell’oca e vestiti di nero.

Ordinato sacerdote nel 1903, Jean-Marie Perrot (Yann-Vari Perrot in bretone) aveva vissuto come un abuso il divieto, risalente al 1902, di insegnare il catechismo in bretone. Per salvaguardare la lingua nazionale organizzò a Saint-Vougay (Finistère) un gruppo teatrale (Paotred Sant-Nouga) e in seguito un movimento, Bleun brug (Fiore di brughiera, in riferimento al congresso interceltico di Caernarvon del 1904 che aveva adottato questo fiore come simbolo). Divenuto associazione nel 1912, il Bleun brug rinascerà dopo la guerra, nel 1920. Perrot scrisse anche molti articoli in difesa della lingua bretone, apparsi regolarmente sulla rivista religiosa Feiz ha Breiz (“Fede e Bretagna”). Forse a causa del suo impegno, giudicato eccessivo dalle autorità ecclesiastiche, Perrot verrà assegnato alla parrocchia di Scrignac, notoriamente anticlericale e dove si formerà una consistente presenza di FTP (Francs-Tireurs et Partisans). La vera identità dei suoi uccisori non venne mai definitivamente stabilita. Nel dopoguerra seguaci di De Gaulle e comunisti si rinfacciarono la responsabilità con reciproche accuse ma non si può nemmeno escludere una responsabilità di quei bretoni che poi gli dedicarono la milizia denominata Bezen Perrot. Poco prima di venir assassinato, l’abate Perrot aveva duramente condannato Cèlestin Lainé per il suo neo-paganesimo. Un altro gruppo paramilitare bretone che prese parte attiva agli interrogatori e alle torture dei partigiani fu il meno conosciuto Kommando Landerneau. A queste formazioni collaborazioniste degli anni quaranta, si richiameranno apertamente gli indipendentisti dell’Adsav, organizzazione di estrema destra (ultimamente scomparsa dal panorama politico bretone, almeno apparentemente) a cui si contrapposero altre formazioni indipendentiste di sinistra come Engamm (“Combat”, ora disciolta) e successivamente Breizhistance, sempre presenti anche nella dura lotta contro l’aeroporto a Notre Dame des Landes. In fondo, una Nuova Resistenza.

(*)  Che c’entra Bobby Sands con Casa Pound?

(**) cfr in bottega I 100 anni del genocidio armeno. Missak Manouchian: il comandante armeno che combatté i nazisti, Scor-data: 21 febbraio 1943 e anche Viva Missak Manouchian, viva la lotta partigiana con la canzone della “Banda popolare dell’Emilia Rossa”)

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