Che strano Natale in bottega (2) – Ieri e oggi

di Daniela Pia. Con una nota della “bottega” sul nostro ingorgo natalizio e altre stranezze

In quel tempo il Natale sapeva di brodo di gallina vecchia ripiena con pomodoro secco asciugato al sole di luglio e zafferano raccolto a ottobre inoltrato, prezzemolo, lardo e pane vecchio, fegatini sminuzzati e uova di giornata.

Un aroma che mia figlia Laura ha ritrovato poi nella sua coperta, un giallo predominante con strisciate di verde e arancione, culla di infanzia e adolescenza.

In quel tempo ero bimba, se mai lo sono stata, e compravo letterine di Natale al “Sali e tabacchi” per metterle sotto il piatto di mio padre. Brillantini argentati adornavano la “sacra famiglia” in una carta ingiallita che sapeva di antico. Scrivevo promesse bagnate di bontà, obbedienza e aiuto.

La  sera del ventiquattro mia madre ci faceva il bagno in una bacinella di alluminio, scaldava l’acqua sui fornelli e usava uno shampoo in bustine blu, una piccola dose divisa per quattro.

La notte della vigilia mi addormentavo, piena di attese, cullata dalle parole dei grandi, conversazioni indistinte, echi e profumo di camino dove bruciava la legna d’ulivo sino al mattino seguente.

Poi era Natale. Non mancava mai un libro ma a casa di nonno, distante cinque metri, c’era una borsettina, una bambola e farina di castagne. Avevo due famiglie che mi amavano: quella targata 1915/18 e la mia targata 1960. Sono stata fortunata, ho avuto due madri, una mi ha partorito: Beatrice; l’altra mi ha scelto: Idola.

La mattina di Natale, come tutte le altre, da nonno era introdotta dal Gazzettino Sardo: un cinguettio di uccellini faceva da sigla e Berengero poggiava l’orecchio destro sulla parete della radio mentre mi teneva sulle sue ginocchia e ascoltava cosa succedeva in quel mondo che era la nostra isola.

Cosa ne sia stato di quella linea del tempo che era il “Prima” lo possono dire soltanto le parole che oggi ricamano fotogrammi, recuperati a una memoria che non sapevo di avere e che si apre come quei cassetti cigolanti del comò di mia nonna.

Ci penso in questo tempo che annuncia un Natale in maschera, dove il lamento per ciò che mancherebbe si fa ferita su ciò che invece abbiamo e di cui dovremmo essere grati. Che passi il Natale 2020 assieme a questo tempo. Un giorno lo racconteremo, se sapremo essere capaci di guardarlo con il rispetto che non si deve al denaro ma agli esseri umani.

INGORGHI NATALIZI E ALTRE STRANEZZE: NOTA DELLA BOTTEGA

C’è modo e modo di raccontare il Natale. Guardate le semplici e drammatiche vignette qui sopra del grande Scalarini (così si firmava: il nome completo era Giuseppe Scalarini) non a caso odiatissimo – e perseguitato – da clericofascisti, padroni e guerrafondai.

Qui in “bottega” di strani Natali abbiamo più volte discusso e scritto. Alcuni esempi: Armi, armi, armi… è questo il Natale “di pace”? (di Alex Zanotelli), Nemmeno a Natale (di Giancarla Codrignani), Natale clandestino (di Mohamed Malih), Buon Natale, padrone (di Mauro Antonio Miglieruolo), Certe private gioie del Natale – di Mark Adin, Giagheddu, racconto di Natale e mirto (di Celestino Tabasso) e ancora testi di Gianluca Cicinelli, Fabrizio Melodia, Clelia Pierangela Pieri e altre/i… C’è pure Natale: amore e odio ovvero una discussione fra Donata Frigerio (credente) e db (pagano, forse animista): alla fine della “litigata” i due si volevano bene; non perchè era Natale ma perchè si volevano bene anche prima.

Quest’anno è capitato – il perchè non è del tutto chiaro – un “ingorgo” ovvero 4 fra le persone che collaborano alla bottega (in ordine alfabetico e curiosamente “d’arrivo” sono Mauro Antonio Miglieruolo, Daniela Pia, Gianluca Ricciato e Riana Rocchetta) abbiano proposto qualcosa di attinente al Natale. Così si spiega questo “speciale” in 4 tappe.

Se volete ancora allargare il discorso ecco qui sotto altri due materiali pensosi e pensabili.

Il primo è una poesia “romanesca” del grande Trilussa (pseudonimo anagrammatico di Carlo Alberto Camillo Mariano Salustri): Natale di Guerra.
Ammalapena che s’è fatto giorno
la prima luce è entrata ne la stalla
e er Bambinello s’è guardato attorno.
– Che freddo, mamma mia! Chi m’aripara?
Che freddo, mamma mia! Chi m’ariscalla?
– Fijo, la legna è diventata rara
e costa troppo cara pé compralla…
– E l’asinello mio dov’è finito?
– Trasporta la mitraja
sur campo de battaja: è requisito.
– Er bove? – Puro quello
fu mannato ar macello.
– Ma li Re maggi arriveno? – E’ impossibile
perchè nun c’è la stella che li guida;
la stella nun vò uscì: poco se fida
pè paura de quarche dirigibbile… –
Er Bambinello ha chiesto: – Indove stanno
tutti li campagnoli che l’altr’anno
portaveno la robba ne la grotta?
Nun c’è neppure un sacco de polenta,
nemmeno una frocella de ricotta…
– Fijo, li campagnoli stanno in guerra
tutti ar campo e combatteno. La mano
che seminava er grano
e che serviva pè vangà la terra
adesso viè addoprata unicamente
per ammazzà la gente…
Guarda, laggiù, li lampi
de li bombardamenti!
Li senti, Dio ce scampi,
li quattrocentoventi
che spaccheno li campi? –
Ner dì così la Madre der Signore
s’è stretta er fijo ar core
e s’è asciugata l’occhi co’ le fasce.
Una lagrima amara per chi nasce,
una lagrima dòrce per chi more.

Il secondo breve testo si riferisce al giorno di Natale del 1924 quando i rappresentanti dei maggiori produttori mondiali di lampadine decisero, incontrandosi a Ginevra, che la vita di una lampadina non poteva superare le mille ore di luce, introducendo nei loro prodotti un difetto che prima non esisteva. Praticamente le lampadine erano eterne: poco conveniente per l’economia del profitto… Lo ricorda Serge Latouche in un bel libro (Bollati Boringhieri 2014) che, tanto per non usare eufemismi, si intitola «L’economia è una menzogna». Latouche rammenta che nella caserma dei pompieri di Livermore, in California, fa ancora luce a tutt’oggi una lampadina del 1912, fabbricata prima delle modifiche peggiorative nel 1924; e commenta che Livermore potrebbe diventare un simbolo internazionale per l’opposizione alla obsolescenza programmata dei beni di consumo tecnologici e dunque per la società della “decrescita felice”. [db]

PS: E se volete pure una colonna sonora anti-zucchero… ecco qua I GUFI (del 1966)  https://www.google.com/search?client=firefox-b-d&ei=dfzhX_HKCo2-sAeh6aNw&q=I+gufi+evviva+il+natale&oq=I+gufi+evviva+il+natale&gs_lcp=CgZwc3ktYWIQAzIFCC4QkwI6BwguEEMQkwI6BAgAEEM6DggAELEDEIMBEMcBEKMCOgoIABCxAxCDARBDOgsIABCxAxDHARCjAjoFCC4QsQM6BQgAELEDOggIABCxAxCDAToCCAA6BAguEEM6CwgAELEDEMcBEK8BOgIILjoICAAQxwEQrwE6BggAEBYQHlCUUFiSe2CIhgFoAHAAeACAAbMBiAG4EpIBBDE3LjaYAQCgAQGqAQdnd3Mtd2l6wAEB&sclient=psy-ab&ved=0ahUKEwix2cuz4OHtAhUNH-wKHaH0CA4Q4dUDCAs&uact=5

 

La Bottega del Barbieri

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