Chi non vede i fascisti…

 

…se la prende con gli antifascisti

articoli di Michele Giorgio, Barbara Schiavulli, Chip Gibbons, Civico20News, Paolo Mossetti, Roberto Festa, Marina Catucci, Valerio Renzi, Action Antifasciste Paris-Banlieue (AFAPB)

 

                                      

 

QUI un sito Antifa italiano

 

La Turchia attacca gli “Antifa” che appoggiano le Ypg curde – Michele Giorgio

La Turchia non cessa gli attacchi, non solo militari, contro il popolo curdo e tutti coloro che sostengono le sue aspirazioni. Ankara ieri ha chiesto alla Casa Bianca di colpire duramente gruppi e attivisti “Antifa” anche in Siria, in linea con l’intenzione di Donald Trump di dichiararli “terroristi” come  ritorsione per l’appoggio che manifestano alle proteste di massa in corso negli Usa causate dall’omicidio dell’afroamericano George Floyd, soffocato da un agente di polizia. Trump, dicono i turchi, deve ora proclamare “terroristi” anche i combattenti delle Ypg, le unità di protezione popolare curdo-siriane – obiettivo delle offensive militari di Ankara nel Rojava, nel nord della Siria – perché sono appoggiati dagli “Antifa”.

Il termine “Antifa” (antifascista) si riferisce genericamente a una serie di organizzazioni e attivisti antifascisti che usano espressioni simili quando affrontano l’estrema destra e la repressione delle forze di sicurezza. Non esiste fisicamente un’organizzazione denominata “Antifa” ma simboli e slogan associati a questo nome vengono usati anche da gruppi e volontari stranieri che appoggiano le Ypg.

“Gli Stati Uniti devono mostrare la stessa sensibilità in Siria quando le Ypg e i (volontari) ‘Antifa’ puntano le armi sui soldati turchi o quando ci attaccano dopo essersi uniti al Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan illegale in Turchia, ndr)”, ha sbraitato in un’intervista su 24 TV il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu che ha esortato Washington ad inserire le Ypg e tutte le organizzazioni politiche e combattenti curde nell’elenco dei gruppi terroristici.

Le Ypg hanno ricevuto sostegno dagli Stati Uniti, come parte del Syrian Democratic Forces (Sdf), nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria. Ma lo scorso autunno l’Amministrazione Trump, come molti avevano previsto, ha tradito i curdi avallando la sanguinosa offensiva militare turca nel Rojava finalizzata a distruggere l’Amministrazione Autonoma curda fondata sul Confederalismo democratico.

Le intenzioni manifestate da Trump contro gli “Antifa” sono vaghe ma hanno ugualmente fornito alle autorità e ai commentatori turchi – gli ultranazionalisti e quelli vicini al presidente Erdogan – il pretesto per cercare di ottenere il sostegno dei conservatori americani. La tv TRT ha pubblicato una serie di articoli che collegano le Ypg a coloro che si dichiarano “Antifa”. Parecchi giornalisti turchi filo governativi hanno pubblicato sui social foto di bandiere “Antifa” nel Rojava. Alcuni di essi hanno ricordato che un battaglione internazionale, formato in prevalenza da europei e statunitensi, ha partecipato alla guerra contro l’Isis all’interno delle formazioni combattenti curde.

Esponenti dell’estrema destra statunitense hanno prontamente espresso appoggio alle richieste turche.

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Lo spettro degli antifa – Chip Gibbons

Quando Trump minaccia di inserire i movimenti antifascisti nell’elenco delle organizzazioni terroriste mente: la Casa bianca non ha questo potere. Ma le sue parole sono pericolose perché sono un segnale per le forze dell’ordine

Per quasi vent’anni, il governo degli Stati uniti ha ingaggiato quella che chiama «guerra al terrorismo». Negli ultimi giorni, il paese è travolto da un’ondata di terrore. Ma a causarla non sono al-Qaeda, Isis o qualsiasi altro nemico straniero: il terrore proviene dalle forze dell’ordine nazionali.

Dopo che la polizia ha assassinato George Floyd in pieno giorno il 25 maggio – l’ultimo di una lunga lista di omicidi di polizia di persone di colore, da Philando Castile ed Eric Garner a Tamir Rice e Breona Taylor – la polizia e la Guardia nazionale si sono scatenate, utilizzando modi brutali che non fanno che confermare le ragioni dei manifestanti su quanto siano fuori controllo le forze di polizia. A Minneapolis, la Guardia nazionale ha sparato proiettili di gomma contro cittadini che stavano nella veranda di casa, mentre il Dipartimento di pubblica sicurezza ha intimato via tweet di prepararsi alla «guerra urbana». Sono spuntati filmati terrificanti degli ufficiali del dipartimento di polizia di New York che dirigono i loro veicoli in mezzo ai manifestanti. A Louisville, nel Kentucky, David McAtee, proprietario di un ristorante con barbecue – che spesso forniva pasti gratuiti alle forze dell’ordine – è stato ucciso a colpi di arma da fuoco dalla polizia e dalla Guardia nazionale, che ha lasciato il suo corpo per strada per dodici ore. Altrove in tutta la nazione, la polizia ha attaccato manifestanti, giornalisti e astanti con una serie di armi, tra cui manganelli, gas lacrimogeni, proiettili di gomma e granate esplosive.

Donald Trump e il suo procuratore generale William Barr hanno deciso di ignorare questa vera e propria ondata di violenza poliziesca, la radice della rabbia che spazza la nazione, insistendo ancora di più sulle teorie del complotto che giustificano le loro richieste di aumentare la repressione: la più assurda e anche la più pericolosa riguarda il loro attacco violento agli «antifa».

Il complotto degli antifa

Secondo la narrazione di Trump e Barr, gli eventi che si sono svolti nelle città di tutto il paese non sono ribellioni o rivolte radicate nella legittima rabbia popolare. Non rappresentano, come diceva Martin Luther King, «la lingua degli inascoltati». Sono violenze attentamente pianificate da una congregazione affiatata, parte di un sinistro piano generale.

Sabato scorso, rivolgendosi alla nazione, Barr ha annunciato che «agitatori e radicali esterni stanno sfruttando la situazione». Secondo Barr, «in molti posti sembra che la violenza sia pianificata, organizzata e guidata da gruppi estremisti anarchici e di sinistra, gruppi radicali della sinistra estrema che usano tattiche di tipo antifa». Barr ha quindi ricordato che per la legge federale attraversare i confini statali con l’intento di incitare alla rivolta rappresenta un reato e che il Dipartimento di giustizia è pronto a perseguire crimini del genere.

Trump, ha ribadito questi concetti su Twitter. Ha erroneamente affermato che «l’80% dei rioter di Minneapolis la scorsa notte provenivano da un altro stato», riferendosi a una dichiarazione sugli stati d’origine degli arrestati inizialmente fatta dal sindaco di St. Paul, quasi immediatamente smentita. Trump stava anche attingendo all’immagine degli «agitatori esterni» che è stata sempre impiegata per delegittimare il movimento per i diritti civili e ogni altro movimento di massa nella storia statunitense. Ha fatto riferimento a proteste gestite professionalmente e ha dato la colpa della violenza «agli anarchici della sinistra radicale», agli «antifa guidati da anarchici» e agli «antifa e alla sinistra radicale». Alla fine, il 31 maggio, Trump ha twittato minacciosamente:

Gli Stati uniti d’America classificheranno gli antifa come organizzazione terroristica.

Qui bisognerebbe precisare alcuni fatti. Donald Trump poteva twittare che stava per separare in due il Mar Rosso, che vuole abolire la forza di gravità o resuscitare i morti dalle tombe, e gran parte dei media statunitensi avrebbe dedicato del tempo a discutere sul significato per gli Stati uniti, come se questi annunci costituissero una possibilità seria. Ma non lo sono.

Lo stesso vale per queste parole. Mentre il Segretario di stato può classificare i gruppi come «organizzazioni terroristiche straniere», la parola chiave qui è «straniere». Quando l’amministrazione Obama ha dovuto fare i conti con la richiesta da parte dei reazionari di dichiarare Black Lives Matter un’organizzazione terroristica, ha risposto dicendo: «La Casa Bianca non ha alcun ruolo nella designazione delle organizzazioni terroristiche domestiche. La Casa Bianca non ha avuto alcun ruolo nella designazione delle organizzazioni terroristiche nazionali. Il governo degli Stati uniti non compila alcun elenco di organizzazioni terroristiche nazionali».

Quelli della destra che avevano l’acquolina in bocca al pensiero di arresti sommari di massa nei confronti di persone di sinistra rimarranno delusi, perché il governo non può vietare un’organizzazione politica interna. Anche nell’epoca della paura rossa durante la Guerra fredda, la Corte suprema ha chiarito che il governo non poteva criminalizzare l’adesione a un’organizzazione con scopi sia leciti che illegali, a meno che un individuo non si unisca a tale organizzazione con l’intento specifico di promuovere quelle rivendicazioni illegali. Quanto alle organizzazioni terroristiche straniere, la Corte suprema ha formulato una fattispecie estremamente ampia di sostegno materiale che essenzialmente consente al governo di criminalizzare i discorsi politici. Tuttavia, la Corte ha dichiarato che la legge statunitense non «proibisce la difesa indipendente [di] o l’adesione a tale organizzazione».

Inoltre, è importante stabilire cosa è e cosa non è l’antifaAntifa è l’abbreviazione di antifascista. Non si riferisce a nessuna singola organizzazione, ma a un’ampia ideologia (di opposizione al fascismo). Naturalmente, non si può dichiarare una vasta ideologia o affinità politica un’«organizzazione terroristica»: «antifa» non può essere bandito più di quanto si possa fare con il «femminismo» o il «neoliberismo». Quando Donald Trump o i commentatori di destra parlano di antifa, non si riferiscono a una filosofia politica esistente. Stanno costruendo una teoria della cospirazione di estrema destra. Nella mente di alcuni, l’antifa non è solo un’organizzazione politica, è la mano nascosta dietro un’intera trafila di presunti atti negativi.

In questo senso, antifa occupa lo stesso spazio nell’immaginario della destra che occuparono i comunisti a metà del secolo scorso. Mentre alcuni di destra associano antifa agli anarchici, altri spesso li etichettano come comunisti o marxisti, evidenziando la continuità con la paura rossa del passato. La destra non distingue molto tra le diverse tendenze della sinistra, considerandole tutte come un nemico in uniforme. Oltre giocare sulla paura rossa, la fissazione della destra per gli antifa è l’estensione di un’altra teoria della cospirazione: il mito dei manifestanti pagati e dei rivoltosi professionisti. Queste affermazioni sono state spesso ripetute come una cantilena durante le proteste di Occupy Wall Street e Black Lives Matter, ma ora sono drammaticamente aumentate con il presidente, i principali funzionari eletti e le parti meno marginali dei media di destra, che fanno da cassa di risonanza a questo argomento che spesso si sovrappone alle teorie del complotto antisemite che riguardano il ruolo di George Soros.

Le proteste in tutta la nazione sono sfoghi di indignazione per i continui omicidi di neri disarmati da parte della polizia. Affrontando le proteste con la violenza, la polizia sta scegliendo di intensificarle. Tutto ciò non funziona per le narrazioni che Trump vorrebbe rifilarci, dunque sceglie di solleticare l’identità della destra agitando un oscuro cattivo di sinistra.

Un messaggio alle forze dell’ordine

Tuttavia, anche in assenza di poteri effettivi per dichiarare antifa un gruppo terroristico interno, le dichiarazioni di Trump sono agghiaccianti. Potrebbe non esserci un elenco formale di organizzazioni terroristiche interne, ma l’Fbi ha indagato più volte su attivisti e organizzazioni non violenti utilizzando i poteri antiterrorismo. E in questo momento, le linee guida dell’Fbi consentono di aprire le indagini utilizzando tecniche estremamente invasive senza alcun dato concreto che suggerisca che il soggetto è impegnato in attività criminali o che minacciano la sicurezza nazionale.

Sappiamo che l’Fbi sta già lavorando in questo senso. Nel novembre 2017, il direttore dell’Fbi Christopher Wray, ha dichiarato al Congresso che antifa non è un’organizzazione, ma che comunque erano in corso alcune «indagini su estremisti anarchici» sul terrorismo interno, attraverso il controllo di persone «animate dall’ideologia antifa» (nel settembre 2017, ho presentato una richiesta sulla base del Freedom information act all’Fbi in cerca di tutti i dossier relativi agli antifa. Devo ancora ricevere i file richiesti).

Inoltre, la polizia locale riceverà il messaggio che antifa è sinonimo di terrorismo interno, influenzando il modo in cui trattano con gli antirazzisti, le organizzazioni contro gli abusi delle forze dell’ordine o qualsiasi manifestazione di sinistra che ritengono correlata agli antifa. Al di là delle questioni di legalità, etichettare antifa come un’organizzazione terroristica nel discorso pubblico spiana la strada a molte altre proposte repressive. In risposta al tweet di Trump, abbiamo visto non solo i commentatori di destra, ma i membri del Congresso discutere di atti estremi come schierare i militari contro gli antifa o detenere membri degli antifa nel campo di prigionia militare statunitense nella baia di Guantánamo, a Cuba.

Trump ha invocato gli antifa in un discorso agghiacciante e fascistoide in cui si è impegnato a usare i militari  contro le proteste, etichettando antifa come uno dei «principali istigatori di questa violenza». La polizia locale è nota anche per essere intrisa di teorie della cospirazione di destra. Il presidente del sindacato di polizia di Minneapolis Bob Kroll, che attualmente sostiene che gli assassini di Floyd siano stati licenziati senza un giusto processo, in passato ha fatto pressioni per la legislazione anti-protesta. Quando In These Times gliene ha chiesto conto ha detto: «George Soros… È un grande finanziatore di cose del genere».

Le paranoie anticomuniste non sono mai innocue. Durante il periodo successivo alla Prima guerra mondiale, il Bureau of Investigation creò una «Divisione radicale» (in seguito denominata Divisione di intelligence generale). Sotto la guida di J. Edgar Hoover, vennero compilati dossier sui radicali che vennero usati per arrestare diecimila persone durante i Palmer Raid. Come capo dell’Fbi, Hoover ha proseguito l’opera creando la Lista di sicurezza, un elenco di sovversivi da arrestare in massa senza processo in caso di emergenza. Al suo apice, questo elenco conteneva 26.174 nomi. Oltre agli elenchi dell’Fbi, durante la Guerra fredda, il procuratore generale creò un elenco di «organizzazioni sovversive». Molte delle azioni repressive che si stanno fantasticando in questo momento in relazione all’antifa erano realmente praticate nello stato di sicurezza della Guerra fredda.

Trump potrebbe non essere in grado di bandire ufficialmente gli antifa, ma con la sua retorica esplosiva, sta dando il via libera a un’ulteriore stretta repressiva. Le forze dell’ordine e i legislatori leggeranno questo come un incoraggiamento ai loro attacchi al dissenso. E il fatto che il presidente etichetti una particolare ideologia come «terrorismo» avrà effetti spaventosi, qualunque sia la complessità della giurisprudenza del Primo emendamento. Molte persone che ascoltano questi discorsi si chiederanno se impegnarsi nell’attivismo significherà essere sottoposti a rappresaglie statali.

Ironia della sorte, molte teorie della cospirazione che la destra diffonde a proposito degli antifa hanno accumulato armi mentre questi ultimi lanciavano l’allarme sui campi di sterminio della Fema [L’ente federale per la gestione delle emergenze, Ndt], sulla legge marziale e sulle erosioni delle libertà costituzionali. Ma come abbiamo visto durante le precedenti proteste di Black Lives Matter e stiamo rivedendo ora, molti di questi individui si schierano dalla parte della polizia militarizzata che sta schiacciando le proteste. Usando la logica contorta dei cospirazionisti, ora sono la polizia e i militari a prevenire la tirannia e le loro vittime sono in realtà gli istigatori della legge marziale.

È qui l’errore. Le forze dell’ordine hanno la colpa degli eventi che si stanno verificando in tutta la nazione. La continua violenza della polizia, in particolare la violenza razzista della polizia, ha prodotto la rabbia di massa. Quando le persone si uniscono alle manifestazioni contro questa violenza, la polizia prova a provocarle e ad aumentare le tensioni attaccando le proteste.

Trump e altri all’estrema destra, ovviamente, lo ignorano. Si aggrappano a una vecchia teoria della cospirazione di destra, che trova forze esterne e aliene come la vera causa di tutto il malcontento sociale. Trump sta tentando di usare lo spettro antifa per reprimere il dissenso. Sta bluffando, in larga misura, e non possiamo lasciarci intimorire. Ma il clima politico pericoloso che sta cercando di alimentare non può essere ignorato.

(La traduzione è di Giuliano Santoro)

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CHE COSA È ANTIFA? – BARBARA SCHIAVULLI

La morte di George Floyd ha scatenato proteste in più di 140 città americane. Quel ginocchio sul collo di uomo che supplica di lasciarlo respirare non verrà dimenticato tanto presto. 8 minuti di agonia che hanno fatto scendere il mondo in piazza, sfidando il coronavirus, la polizia e la violenza. Il razzismo è tornato argomento di dibattito e il fatto che gli Stati Uniti, il paese a cui tutti sentono un po’ di appartenere che si tratti di musica, cinema, o sport, fa sì che il contraccolpo sia ancora più forte.
C’è un problema negli Stati Uniti. C’è razzismo, divisione, differenze sociali. Ma ci sono anche risposte e sono state forti, e in un mondo, ormai sempre più social, si vede all’istante quello che sta accadendo in ogni momento.

La maggior parte delle proteste sono state pacifiche, alcune però sono diventate violente e si sono visti episodi di saccheggi. A New York per esempio, i saccheggiatori hanno colpito l’icononico negozio di Macy, rompendo le vetrine e rubando la merce. Altri hanno saccheggiato il negozio della Nike, caricandosi camicie e scarpe. In altre città da Raleigh, nel Nord Caroline, a San Francisco in California, una minoranza di persone ha bruciato automobili, attaccato agenti polizia. Senza particolari prove, le autorità hanno accusato Antifa di essere tra i principali istigatori della violenza.
Il 31 maggio il presidente Trump ha twittato che intendeva designare questa organizzazione come terroristica.

Allo stesso modo il procuratore generale William Barr ha osservato che la “violenza istigata e perpetrata da Antifa e gruppi simili è da considerare terrorismo interno e da trattare di conseguenza”.

Che cosa è Antifa?

Antifa è la contrazione della parola “antifascista”. Fa riferimento a una rete decentralizzata di militanti di estrema sinistra che si oppongono a quello che ritengono fascista, razzista o estremismo di estrema destra. Mentre molti considerano Atifa un sottoinsieme di anarchici, di fatto gli affiliati mescolano anarchia e comunismo. Uno dei simboli più comuni è la bandiera rossa della rivoluzione del 1917 e la bandiera degli anarchici del XIX secolo. I gruppi antifa interrompono spesso e volentieri manifestazioni e raduni di estrema destra. Spesso si vestono di nero, occhiali da sole, passamontagna, sciarpe, usano ordigni esplosivi improvvisati e non disdegnano il vandalismo. I membri organizzano le loro attività tramite i social media, reti crittografate e servizi di messaggistica come Signal.

Nel giugno 2016 fecero irruzione durante una manifestazione neonazista a Sacramento in California, 5 persone finirono pugnalate. A febbraio, marzo e aprile 2017 attaccarono manifestanti di destra all’università di Berkely usando mattoni, spranghe, martelli. Nel 2019 William Van Spronsen, che si dichiarava di Antifa, tentò di bombardare una struttura di detenzione. Come altri gruppi radicali negli Stati Uniti, ha una struttura decentralizzata: resistenza senza leader.

Che ruolo hanno avuto nelle proteste di questo periodo?

Secondo analisti e le autorità pare che Antifa abbia avuto un ruolo minore nelle violenza di questi giorni. La maggior parte dei saccheggi proveniva da opportunisti locali senza affiliazioni e senza obiettivi politici, la maggior parte erano criminali comuni.

Tuttavia, ci sono prove, rivelano le autorità, di attività organizzate da estremisti di sinistra e di destra, anche da individui che viaggiavano da altri stati. John Miller, vice commissario per l’intelligence e l’antiterrorismo al Dipartimento di Polizia di New York, ha avvertito che una rete marginale di estremisti avrebbe portato violenza a New York City. Sono stati inoltre segnalati numerosi casi di suprematisti bianchi che si infiltravano in proteste pacifiche in città come Boston, Denver, Tampa e Dallas.

Per aggiungere confusione, perché ormai così funziona, si è verificata una significativa disinformazione e una proliferazione di account falsi sulle piattaforme dei social media. Per esempio, Twitter ha chiuso diversi account che secondo Twitter erano gestiti da un gruppo suprematista bianco chiamato Identity Evropa, che si presentava come Antifa. Con un account falso, quello di @Antifa_US, i membri di Identity Evropa hanno incitato alla violenza nelle aree suburbane bianche in nome di Black Lives Matters. “Stasera è la notte, compagni”, si legge in un tweet con un’emoji con il pugno marrone alzato. “Stasera diciamo ‘F — The City’ e ci spostiamo nelle aree residenziali… e prendiamo ciò che è nostro…”. Il tweet falso è stato diffuso dal figlio del presidente che ha quasi 3 milioni di follower, puntando il dito contro Antifa. Malafede o è stato ingannato anche lui?

Come ha spiegato Twitter, “Questo account ha violato la nostra politica, in particolare la creazione di account falsi. Abbiamo preso provvedimenti dopo che l’account ha inviato un Tweet che incita alla violenza e ha infranto le regole di Twitter “. In pratica, gli estremisti hanno inondato i social media con disinformazione, teorie di cospirazione e incitamenti alla violenza – sommergendo Twitter, YouTube, Facebook e altre piattaforme.

I suprematisti bianchi sono una minaccia più seria negli Stati Uniti

La minaccia di Antifa e di altre reti di estrema sinistra è relativamente bassa negli Stati Uniti. L’estrema sinistra comprende un mix sparso di attori. Gli anarchici, per esempio, sono fondamentalmente contrari al governo e al capitalismo, e hanno organizzato attacchi contro obiettivi del governo, del capitalismo o della globalizzazione.  Gruppi per l’ambiente e i diritti degli animali, come il Fronte di liberazione della terra e il Fronte di liberazione degli animali, hanno condotto attacchi su piccola scala contro le imprese che percepiscono come sfruttatori dell’ambiente. I seguaci di Antifa hanno commesso un numero limitato di attacchi.
Come praticamente tutti i gruppi estremisti interni negli Stati Uniti, comprese organizzazioni suprematiste bianche come la Base e la Divisione Atomwaffen, il governo degli Stati Uniti non ha designato l’Antifa come organizzazione terroristica. Non conviene, lunga sarebbe la fila e grandi sono gli interessi soprattutto per quanto riguarda i suprematisti (lobby delle armi, solo per fare un esempio).

Eppure durante queste proteste il presidente Trump ha sollevato la possibilità di designare Antifa come organizzazione terroristica. Questo pone delle domande, intanto sarebbe una sfida al Primo Emendamento e quali dovrebbero essere i criteri usati per designare l’estrema destra, l’estrema sinistra e altri gruppi estremisti negli Stati Uniti? Senza contare che Antifa non è di per sé un “gruppo”, ma piuttosto una rete decentralizzata di individui. Di conseguenza, è improbabile che la designazione di Antifa come organizzazione terroristica abbia un impatto di qualsiasi tipo.

Sulla base dei dati raccolti dal CSIS (Centro di gli studi strategici internazionali) su 893 incidenti terroristici negli Stati Uniti tra gennaio 1994 e maggio 2020, gli attacchi compiuti da autori di sinistra come Antifa costituiscono una piccola percentuale degli attacchi terroristici globali. La maggior parte sono stati attacchi di destra con il 57 percento, in particolare quelli dei supremastiti bianchi, estremisti antigovernativi e celibi (o incels). Gli estremisti di sinistra, invece, hanno orchestrato il 25 percento degli incidenti durante questo periodo, seguito dal 15 percento degli estremisti religiosi, dal 3 percento da etnozionalisti e un 0,7 percento di persone con altri moventi.

Nell’analizzare le vittime di attacchi terroristici, il terrorismo religioso ha ucciso il maggior numero di persone – 3.086 persone – principalmente per gli attacchi dell’11 settembre 2001, che hanno provocato 2.977 morti.
Gli attacchi terroristici di destra hanno causato 335 morti, gli attacchi di sinistra 22 morti e i terroristi etno-nazionalisti 5 morti.

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Cosa intende Trump quando parla di “Antifa”? – Paolo Mossetti

Nelle ultime ore ha sollevato un notevole dibattito l’annuncio di Donald Trump, arrivato prima via Twitter – tanto per cambiare – e poi in diretta alla Casa Bianca, che ha etichettato il movimento Antifa come “terrorista” e promette di trattarlo come tale d’ora in poi. Non è un mistero che per il presidente il movimento della sinistra radicale è la mente e la mano del caos delle proteste di questi giorni, quelle che hanno incendiato le decine di auto e assediato la Casa Bianca durante le proteste per la morte di George Floyd a Minneapolis. La Lega e diversi gruppi conservatori, d’altronde, anche in Europa hanno apprezzato la scelta di Trump, mentre in tanti si pongono domande sul significato della sigla, che non di rado viene travisata. I militanti vestiti di nero che nel nome dell’antifascismo spesso intimidiscono e spaccano vetrine durante le manifestazioni di questi giorni – o che di recente hanno assediato le sfilate dell’ultra-destra in varietà città americane – sono qualcosa di diverso dal concetto di antifascismo che si è radicato in Italia. Sappiamo che tante incarnazioni aggressive dei movimenti dal basso si sono intestate anche alle nostre latitudini quella sigla, ma da noi è molto più facile associarla a un’immagine più ampia e certo più pacifica, fatta di anziani col fazzoletto rosso al collo che sfilano il 25 aprile o di una borghesia moderata che compra giornali moderati.

Più che nel suo senso generico di gruppo che si oppone al fascimo, l’Antifa statunitense va inteso come un movimento destrutturato che usa tattiche simili a quelle che in Europa vengono associate ai cosiddetti black bloc. Una galassia di dimensioni medio-piccole, senza gerarchie e senza organizzazione formale che negli Stati Uniti – in particolare in quelli nord-orientali – si è diffusa come forma di opposizione ai crescenti movimenti di estrema destra degli ultimi cinque-dieci anni.

Un movimento che sì ha una innegabile propensione a creare con una certa frequenza problemi ai manifestanti pacifici, ma che non ha nessun rapporto col Partito democratico e nemmeno con la sua costola socialista – i Democratic Socialist di Alexandra Ocasio-Cortez e Bernie Sanders, per capirci – e che va inquadrato più all’interno dell’universo punk o anarchico, che all’antifascismo pensoso di stampo marxista o liberale di casa nostra.

Nella narrativa dominante nel Partito repubblicano, nella galassia dell’alt-right – ossia della nuova destra maschilista e anti-politicamente corretta – gli attacchi compiuti dagli Antifa durante le manifestazioni della destra radicale sarebbero l’evidenza di una sinistra fuori controllo, e che però trova giustificazione tra gli intellettuali e gli studenti universitari. Gli Antifa – è la posizione più diffusa tra i pensatori trumpiani – sono nient’altro che teppistelli di strada che fanno di ogni  gruppo sgradito un fascio, e rappresentano un serio problema per la sicurezza pubblica.

Il caso Andy Ngo

Un episodio importante della guerra culturale in corso è l’aggressione, avvenuta quasi esattamente un anno fa, del giornalista Andy Ngo da parte degli Antifa di Portland. Ngo è figlio d’immigrati ed è apertamente gay, e ha trovato la sua fama su Quillette, uno dei siti più celebri dell’Intellectual Dark Web – vaga definizione che include scrittori e filosofi che combattono con strumenti spesso molto raffinati le politiche identitarie, il mondo dei liberal e il conformismo delle sinistre. Ngo è un reporter di tipo gonzo, che va in giro con la sua telecamera per i quartieri ad alta densità islamica di Londra e mostra cartelli che proibiscono il consumo di alcol, si presenta agli eventi filotrumpiani e intervista i personaggi più coloriti, spiegando che dietro ai “mostri” descritti dagli studenti metropolitani si nasconderebbero solo persone comuni che contestano il multiculturalismo, mentre gli Antifa sarebbero dei veri e propri squadristi.

Ngo ha trovato la sua fama presso Fox News e altre emittenti del conservatorismo mainstream nel luglio del 2019, dopo essere stato assalito a Portland da alcuni Antifa che volevano boicottare un rally di alcuni suprematisti bianchi. Lo hanno riconosciuto e colpito con calci e un milkshake in faccia, mandandolo all’ospedale. Tutta la stampa rispettabile ha espresso solidarietà per lui e condannato l’attacco; tuttavia, poche settimane dopo, sono emersi dei filmati girati di nascosto da un attivista liberal che mostravano il reporter simpatizzare con alcuni militanti dei Patriot Prayer, un gruppo di estrema destra ribattezzato il fight club dell’alt-right. Mentre questi pianificavano attacchi violenti alle minoranze e provocazioni varie, Ngo prendeva appunti, ma non avrebbe mai denunciato l’accaduto. A scandalo avvenuto Quillette lo ha licenziato senza dare troppe spiegazioni.

Se questo è il clima nel quale si confrontavano le idee e le piattaforme culturali nel mondo pre-Covid, oggi l’attualità ingantisce lo scontro. Non è da escludere che le manifestazioni di questi giorni possano essere state infiltrate da alcuni attivisti Antifa più interessati a saldare i conti con polizia e gruppi suprematisti che a portare avanti un discorso costruttivo: al momento sappiamo poco. Si possono vedere sui social diversi video di manifestanti neri che chiedono ad alcuni caucasici incappucciati di smetterla con il vandalismo.

Allo stesso modo, mentre Trump ha gioco facile a incolpare i movimenti di sinistra per i disordini, la pervasività del suprematismo bianco in alcuni corpi di polizia e in diversi gruppi provocatori è un fenomeno reale (e diverse foto di poliziotti in assetto antisommossa immortalati con le simboliche tre dita sono lì a dimostrarlo).

Andy Ngo è tornato, nel frattempo, a scrivere per una testata di parte ma più prestigiosa, il britannico Spectator, spiegando che la morte di George Lloyd è solo un pretesto per un un’insurrezione pianificata da tempo dall’estrema sinistra. Il frame narrativo della Casa Bianca si appoggia a questa lettura, ossia che l’estremismo esista da una parte sola, quella degli Antifa, nati per mettere a soqquadro l’America.

Sarà vero che sono teppisti?

Eppure, il movimento degli Antifa non è definibile con l’esattezza che vorrebbero i suoi nemici. Al punto che nella confusione una lunga lista di celebrità difficilmente inquadrabili come black bloc (ad esempio Liam Gallagher o George Takei) si sono proclamati antifascisti, giocando proprio sull’ambiguità del termine. Questo rende davvero improbabile, secondo il New York Times ad esempio, un loro inquadramento nella definizione di “organizzazione terroristica”, per ragioni evidenti: in primis è difficile stabilire che siano un’organizzazione, dato che sono organizzati in cellule indipendenti le une dalle altre, che spesso non hanno nemmeno un leader. E poi, banalmente, non sono un’organizzazione straniera (una precondizione necessaria a ciò che ha in mente Trump, ovvero metterli fuorilegge in quel senso). Persino l’Anti-Defamation League, solitamente non tenera con i movimenti della sinistra radicale, trova inappropriato il parallelo tra Antifa e gruppi come gli Hezbollah.

Probabilmente la sparata di Trump farà a gara con le altre, come il tentativo di punire i social per decreto legge dopo che Twitter gli ha bollato due messaggi: una boutade elettorale. Che però, nella sua vaghezza, rischia di ampliare a più non posso la definizione di avversario per il suo stesso popolo, che a questo punto potrebbe sentirsi autorizzato ad armarsi e fare da solo.

Il ruolo degli Antifa nei riots di questi giorni è difficile da negare, ma ancor più da misurare. La loro strategia ha tratti nichilisti e non è addomesticabile da nessun partito. Ma il soffiare da parte di Trump sulla guerra civile strisciante nel suo Paese, per coprire l’inabilità a governare rischia di fare molti più danni.

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George Floyd – Paramilitari, suprematisti bianchi pro-Trump e anarchici: la galassia di gruppi che infiltra la protesta negli Stati Uniti – Roberto Festa 

Nonostante i coprifuoco, migliaia di persone in decine di città americane sono tornate in queste ore a protestare contro la morte di George Floyd. Washington D.C., New York, St. Louis, Buffalo, Philadelphia, Minneapolis, Omaha, Chicago, Seattle, Austin, Oakland, Los Angeles. La protesta cresce ovunque, e nulla – la minaccia dell’arresto, l’uso di gas lacrimogeni, le parole del fratello di Floyd che invita alla calma – sembra poter bloccare la rabbia dei dimostranti. Anche Donald Trump ha scelto la strada dello scontro duro. Il presidente ha definito “atti di terrorismo domestico” le manifestazioni e minacciato di inviare l’esercito.

La definizione di “terrorismo”, per bollare le proteste, ha sorpreso e indignato. Una cosa va infatti detta chiaramente. La stragrande maggioranza di chi partecipa alle manifestazioni di questi giorni non ha nulla a che fare col terrorismo o con l’appello alla violenza. Si tratta di persone variamente affiliate a gruppi studenteschi, alla Naacp (la “National Association for Advancement of Colored People”), ai sindacati, a “Black Lives Matter”, a gruppi antirazzisti come “Showing Up for Racial Justice” e “Building Power”. In molti casi non c’è neppure bisogno dell’affiliazione a un gruppo. Le persone scendono per le strade, a protestare, spinti dall’indignazione per il brutale assassinio di George Floyd.

Come raccontato da centinaia di testimonianze, e riassunto molto bene dalla rivista libertaria “Reason”, i dimostranti esercitano un loro diritto costituzionale ma sono stati spesso presi tra i due fuochi di “una massa di agenti militarizzati e piccoli gruppi di facinorosi che mirano a distruggere”. Le violenze contro i manifestanti sono state ampiamente testimoniate: uso sproporzionato dei gas lacrimogeni, cariche della polizia, proiettili di gomma, suv lanciati contro la folla, spray al peperoncino, proiettili di vernice sparati contro i residenti di Minneapolis, per il solo fatto di osservare le manifestazioni dai porticati di casa. Più difficile è individuare i gruppi che usano le proteste per seminare paura e violenza. Questi coprono un arco che dalla destra radicale si allarga alla sinistra estrema, ai gruppi neonazisti, agli anarchici. Si infiltrano tra i dimostranti pacifici ma anche tra le forze di polizia.

Vediamo alcuni di questi gruppi e sigle, tenendo sempre presente il carattere non omogeneo, eterodiretto, delle proteste di questi giorni.

Suprematisti bianchi
– Il primo giugno l’Adl (Anti-Defamation League) ha pubblicato un rapporto, in cui spiega che varie sigle di suprematisti bianchi “stanno cercando di trarre vantaggio da una crisi nazionale per rilanciare un’agenda violenta”. Nel rapporto si parla di neo-nazisti che hanno urlato “Heil Hitler” ai manifestanti di Denver. Militanti di un’altra sigla nazista, il “Nationalist Social Club”, sono stati sorpresi ad attaccare i loro adesivi durante un’altra manifestazione del week-end a Boston. Un episodio molto significativo è avvenuto a Minneapolis, dove George Floyd è stato ammazzato. L’80 per cento delle persone arrestate nella notte tra venerdì e sabato, quando la protesta ha cominciato a farsi davvero violenta, “non sono residenti di Minneapolis e sono venute da fuori per distruggere tutto ciò che abbiamo costruito”, ha detto il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey. Frey ha aggiunto che tra gli arrestati ci sono “molti collegati ai gruppi di suprematisti bianchi”. Secondo l’Adl, questi gruppi soffiano sul fuoco, soprattutto nella loro attività online, sperando di scatenare la “guerra razziale”. Ma ci sono anche altre formazioni di destra: per esempio gli “Oath Keepers”, milizie para-militari che incitano la polizia a usare le armi contro i manifestanti, “terroristi comprati e pagati dalle organizzazioni socialiste d’America”. Interessante anche l’accenno che il governatore del Minnesota Tim Walz ha fatto ai “cartelli messicani della droga”. Anch’essi sarebbero impegnati come agenti provocatori, in connessione con l’estrema destra, per far esplodere le tensioni.

I Boogaloo Bois – Si tratta di una sigla relativamente nuova che incarna vecchie istanze anti-governative. Attivi soprattutto online, i “Boogaloo Boys” sono entusiasti sostenitori di Trump, difensori del sacro diritto a portare un arma, fautori di un secondo “boogaloo”, una seconda guerra civile che liberi i cittadini americani dal peso oppressivo del governo federale. Li si è visti spesso mescolati a chi, nelle scorse settimane, protestava contro l’obbligo di “stay at home” per il coronavirus. Lo scoppio delle rivolte razziali gli offre una nuova possibilità. Molte pagine Facebook legate ai “Boogaloo Bois” esprimono solidarietà nei confronti dei dimostranti afro-americani. Alcuni dei “Bois” si sono fatti fotografare accanto ai leader neri della rivolta. Il movente anti-governativo è però evidente in una serie di dettagli. La pagina Facebook del “Boogaloo Ranch” riporta un meme con l’edificio della Federal Reserve Bank di Minneapolis, additata ai manifestanti come “fonte di oppressione primaria negli Stati Uniti… e lì ci sono I soldi!”. In altri post si elencano i luoghi dove avvengono le proteste. L’intento manipolatorio dei “Boogaloo Bois” è stato sottolineato da molti. “Attenzione. Sono di destra. È una cosa neo-fascista – ha spiegato Daryle Lamont Jenkins, che dirige l’organizzazione anti-razzista “One People’s Project” -. Stanno cercando di usare quello che è successo a Minneapolis per farsi pubblicità. Non fateglielo fare. Non sono nostri amici”.

Gli anarchici
– Anche in questo caso, si tratta di una miriade di sigle e singoli che hanno come loro principio fondante l’opposizione al governo centrale, ma che poi si collocano in un ampio spettro politico e ideologico, che dalla sinistra radicale e antifascista arriva alla destra individualista. Durante le proteste di questi giorni si sono viste sigle come quella di “The Base”, un gruppo anarchico con sede a Brooklyn, che chiede un ribaltamento violento e rivoluzionario del governo degli Stati Uniti. Non precisamente focalizzati sulle questioni razziali, molti gruppi anarchici, soprattutto quelli più recenti, trovano oggi nella rivolta anti-razzista un forte impulso all’azione. Molti giovani militanti anarchici appaiono legati a “RAM” (“Revolutionary Abolitionist Movement”) e all’“Anti-Racist Action”, un network di gruppi anti-fascisti e anti-razzisti che allarga la sua azione alla lotta contro l’islamofobia, il sessismo, l’omofobia, l’antisemitismo. Ma esiste anche una variante di destra dell’anarchismo, i cui membri partecipano alle manifestazioni di questi giorni in California. Tra questi, i “Bay Area National Anarchists”, anarchici e suprematisti che “immaginano una futura guerra razziale che porti alla creazione di enclaves neo-tribali esclusivamente bianche” (parole del “Southern Poverty Law Center”).

Gli Antifa
– Donald Trump li vuole mettere fuori legge, designandoli come “organizzazione terrorista domestica”. A suo giudizio, sono loro a commettere le violenze e spingere alla rivolta di questi giorni. È impossibile che il presidente possa davvero farlo. Anzitutto perché il Primo Emendamento protegge il diritto all’hateful speech, all’incitamento all’odio. Non si può bloccare “la riunione di cittadini Usa, anche quando questi incitino all’odio. Solo l’uso della violenza può essere colpito”, ha detto a una Commissione della Camera Mary McCord, ex direttrice della “National Security Division” del Dipartimento alla Giustizia. Trump non può quindi mettere fuori legge nessun militante anti-fascista, anche quando questi si appelli alla violenza contro la polizia. C’è però una seconda ragione che rende le parole del presidente prive di valore politico e legale. Antifa non è un partito. Non è un’organizzazione. Non è un movimento. È un arcipelago molto fluido, cangiante, instabile di piccoli gruppi, formazioni, singoli, privi di una gerarchia, di capi, di un programma definito. Il punto di partenza, per tutti, è l’antifascismo, poi ognuno modula il principio come vuole. Come racconta un libro recente di Mark Bray, Antifa. The Anti-Fascist Handbook, la coalizione si afferma soprattutto dopo il 2016 e sale all’attenzione dell’opinione pubblica con i fatti di Charlottesville del 2017. La strategia comune di questi gruppi è soprattutto una: resistere fisicamente ai militanti fascisti. Impedire loro di riunirsi, anche usando gli strumenti della violenza. Non lasciare quindi allo Stato il diritto di silenziare il fascismo, ma riportarlo nelle mani del popolo. Gli “antifa”, termine appunto molto generico che in realtà non definisce nulla, sono comparsi in molte delle manifestazioni anti-razziste per George Floyd. Le loro istanze si sono mescolate a quelle degli altri dimostranti, in un movimento di protesta che, come abbiamo visto, contiene molte cose, intenti, progetti, visioni.
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Chi sono gli Antifa, il movimento che Trump vuole dichiarare organizzazione terrorista – Valerio Renzi

“Gli Stati Uniti d’America designeranno ANTIFA come un’organizzazione terroristica”, così ha twittato ieri il presidente Donald Trump, alla prese con un paese in rivolta dopo la morte ripresa in diretta durante un fermo di polizia di un cittadino afroamericano a Minneapolis. Ieri le sommosse sono arrivate anche nel cuore della capitale: le immagini riprese dall’alto mostrano le luci della Casa Bianca spente, mentre il fumo e le fiamme si riflettono sul Washington Memorial e assediano il centro del potere politico federale.

Ma cosa intende Trump quando parla di Antifa? Con questo termine, che evidentemente sta per antifascista, non ci si può riferire a una sola sigla politica organizzata e riconoscibile, ma a un arcipelago di gruppi e collettivi per lo più informali, nella maggior parte dei casi privi di un organigramma formalizzato e anche di un coordinamento stabile tra di loro. La minaccia di The Donald potrebbe estendersi nei fatti a qualsiasi sigla della sinistra radicale che sta partecipando alle manifestazioni di rivolta. Il tentativo del presidente, sostenuto da molti dei media conservatori, è di indicare questi gruppi come i responsabili delle violenze e degli attacchi alla polizia.

Tra i diretti interessati il collettivo New York City Antifa ha risposto così alla minaccia presidenziale: “Per la cronaca, antifa è l’abbreviazione di azione antifascista o antifascista. Crediamo e combattiamo per un mondo libero da fascismo, razzismo, sessismo, omo / transfobia, antisemitismo, islamofobia e fanatismo. Le proteste sono senza leader. All power to the people!”. Poi gli attivisti aggiungono: “Ti rendi conto che quando dice “ANTIFA” intende tutti per le strade? Che intende chiunque abbia mai protestato o si oppone al suo regime? Questo non ha nulla a che fare con il fatto che ti piaccia l’antifa o anche di cosa si tratti. Non sei al sicuro solo perché pensi di non essere ‘antifa. Inoltre: queste proteste non riguardano “ANTIFA”. Riguardano George Floyd e la lotta contro la supremazia bianca e gli omicidi / brutalità della polizia. Questa assurdità mirata è un mezzo per “screditare” le proteste (con l’antifascismo?), Così come dividere e depotenziare le proteste per le strade”.

L’iscrizione dei gruppi antifascisti all’interno delle sigle del terrorismo interno è particolarmente pericolosa, non solo perché potrebbe essere applicata in maniera estremamente arbitraria, ma perché inquina la vera natura delle sommosse in atto che coinvolgono centinaia di migliaia di persone che si stanno mobilitando spontaneamente e che ormai si stanno rivolgendo non solo contro la violenza poliziesca e il razzismo, ma anche contro le disuguaglianze sociali. Il procuratore generale William P. Barr ha rilasciato una dichiarazione durissima confermando l’orientamento della Casa Bianca: “Con le rivolte che si stanno verificando in molte delle nostre città in tutto il paese, le voci di proteste pacifiche e legittime sono state dirottate da violenti elementi radicali. Gruppi di radicali esterni e agitatori stanno sfruttando la situazione per perseguire la propria agenda separata, violenta ed estremista. (…)  La violenza istigata e condotta da Antifa e altri gruppi simili in relazione alla rivolta è terrorismo interno e sarà trattato di conseguenza”.

I gruppi antifascisti sono cresciuti negli Usa di pari passo con la campagna elettorale prima e con la presidenza Trump poi, con l’obiettivo di contrastare le sigle dell’universo razzista e di estrema destra che, nella sempre più esacerbata competizione politica americana, si trovano ormai a braccetto sempre più spesso con una parte consistente dell’establishment repubblicano godendo anche di ampia copertura da parte di media come Fox News. Non di rado le tesi complottiste ed estremiste dell’alt-right, un complesso universo che tiene insieme le milizie con i troll di 4chan passando per gli speaker di Fox e altri canali tv e radiofonici, sono state rilanciate nei discorsi e nei tweet dello stesso Donald Trump. Una convergenza quella di Trump con l’estrema destra ben raccontata in un libro da poco tradotto in Italia da “Alt-America. L’ascesa della destra radicale nell’era di Trump”, del giornalista David Neiwert, che ha portato il presidente degli Stati Uniti ad avere grosse difficoltà a prendere le distanze in maniera chiara ad esempio dai membri delle milizie che hanno manifestato armati di grossi fucili d’assalto contro il lockdown.

Una saldatura quella tra la destra mainstream e l’estrema destra più radicale, che ha portato alla reazione dei gruppi della sinistra che non solo hanno intensificato le loro mobilitazioni, ma ha anche prodotto un allargamento della base della mobilitazione saldandosi spesso con le mobilitazioni in favore dei diritti dei migranti e di Black Lives Matter, così come per la campagna a favore di Bernie Sanders alle primarie democratiche. Cosa si aspettano da Trump i gruppi dell’estrema destra lo spiega meglio di chiunque altro David Duke, già leader del Ku Klux Klan: “We are going to fulfill the promises of Donald Trump. That’s what we believed in. That’s why we voted for Donald Trump, because he said he’s going to take our country back”. Tornare indietro a prima che il movimento per i diritti civili imponesse la desegrazione, a prima che venisse riconosciuto il diritto delle donne ad abortire e al divorzio, a quando a comandare saldamente sulla società era solo l’uomo bianco di origine anglosassone. Il vero americano. Duke ha rilasciato questa intervista nei giorni degli scontri tra suprematisti e neonazisti e gruppi antirazzisti a Charlotteville nel 2017, manifestazioni terminate con l’omicidio di un’attivista da parte di un suprematista che si è lanciato a folle velocità con la sua auto contro la folla. In quell’occasione Trump non riuscì ad andare oltre a una generica condanna della violenza, ignorando come l’assassino fosse un suo sostenitore.

È un dato di fatto – come riportato nei report che monitorano le attività dell’estrema destra razzista e i crimini dell’odio del Southern Poverty Law Center – che il numero di violenze, aggressioni, attentati a opera di questi gruppi siano in costante aumento negli ultimi anni, prima come reazione alla nomina del primo presidente nero Barack Obama, poi grazie alla galvanizzazione provocata dalla vittoria dell’attuale presidente. Ma a condannare le azioni dei suoi sostenitori razzisti e i fascisti Trump non ci pensa proprio.

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Chi sono gli AntiFa americani che Trump vuole mettere al bando – Civico20News

Conosciuta come AntiFa, una contrazione della parola “antifascista”, la libera affiliazione di attivisti radicali si è fatta conoscere in America in occasione degli scontri contro i suprematisti bianchi al raduno “Unite the Right” a Charlottesville, in Virginia, nel 2017. Ora Trump vuole inserirli nell’elenco delle organizzazioni terroristiche.

Quanti sono i membri dell’AntiFa?

È impossibile sapere quante persone si considerino membri del movimento. È senza leader ed è organizzato in cellule locali autonome. Nato in opposizione ai movimenti di estrema destra, scrive il New York Times, fa campagna contro azioni che considerano autoritarie, omofobe, razziste o xenofobe. Sebbene l’antifa non sia affiliata con altri movimenti a sinistra – ed è talvolta vista fastidio da altre organizzazioni – i loro membri a volte lavorano con reti di attivisti locali come il movimento Occupy o Black Lives Matter.

Quali sono i loro obiettivi?

I sostenitori generalmente cercano di impedire a quelli che vedono come gruppi fascisti, razzisti ed di estrema destra di avere una piattaforma per promuovere le loro opinioni, sostenendo che dimostrazioni pubbliche di tali idee abbiano come obiettivo le minoranze razziali, le donne e i membri della comunità LGBTQ.

“L’argomento è che l’antifascismo militante è intrinsecamente autodifesa a causa della violenza storicamente documentata che i fascisti pongono, in particolare contro le persone emarginate” dice Mark Bray, docente di storia al Dartmouth College e autore di “Antifa: il manuale dell’antifascista”.

Molte organizzazioni antifa partecipano anche a forme più pacifiche di protesta, ma credono che l’uso della violenza sia giustificato perché, sostengono, dare ai gruppi razzisti o fascisti la possibilità di organizzarsi liberamente “si tradurrà inevitabilmente in violenza contro le comunità emarginate”, dice Bray, la cui difesa del movimento antifascista è stata oggetto di aperte polemiche a Dartmouth.

Quando è iniziato il movimento?

Anche se il dizionario Merriam-Webster dice che la parola “antifa” è stata usata per la prima volta nel 1946 ed è stata presa in prestito da una frase tedesca che indicava un’opposizione al nazismo, lo sviluppo negli Usa è iniziato dopo l’elezione del presidente Trump nel 2016, per contrastare la minaccia che credevano fosse rappresentata dalla cosiddetta alt-destra, la destra alternativa.

Uno dei primi gruppi negli Stati Uniti ad usare il nome fu ‘Rose City Antifa’, fondata nel 2007 a Portland. Ha un ampio seguito sui social media, dove condivide articoli di notizie e talvolta cerca di rivelare le identità e le informazioni personali di figure della destra americana.

Cosa distingue l’antifa dagli altri gruppi di protesta?

Secondo Bray i gruppi AntiFa usano spesso tattiche simili ai gruppi anarchici, come vestirsi di nero e indossare maschere. I gruppi hanno anche ideologie sovrapposte, poiché entrambi criticano il capitalismo e cercano di smantellare le strutture dell’autorità, comprese le forze di polizia.

Come ha reagito la politica?

Il movimento è stato ampiamente criticato dalla sinistra e dalla destra tradizionali. Dopo le proteste a Berkeley, in California, nell’agosto 2017, Nancy Pelosi ha denunciato “le azioni violente di persone che si definiscono antifa” e ha affermato che dovrebbero essere arrestate.

Pubblicazioni e politici conservatori si battono regolarmente contro i sostenitori dell’antifa, che secondo loro stanno cercando di reprimere l’espressione pacifica delle opinioni conservatrici.

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Come la Lega usa il tweet di un account fake per screditare gli ANTIFA (da nextquotidiano)

Oggi l’account della Lega – Salvini premier ha messo “mipiace” al tweet di Donald Trump che annunciava la messa al bando di antifa, designata come organizzazione terroristica. In una serie di tweet nei quali rilancia le parole pronunciate dal giornalista Brian Kilmeade e dall’ex speaker repubblicano della Camera, Newt Gingrich, sull’emittente Fox, il presidente degli Stati Uniti ha affermato che le proteste che stanno incendiando numerose città Usa non sono provocate dalle infiltrazioni dei gruppi dei suprematisti bianchi, ma dall’organizzazione della sinistra radicale Antifa, già protagonista degli scontri a Seatlle per il G7 del 1999 e del movimento “Occupy Wall Street”.

Un editoriale del Washington Post ha risposto che “la campagna di Donald Trump contro il movimento Antifa è un tentativo per distrarre dalla autentica rabbia dei manifestanti”. Trump, ricorda il Post, “non può, per ragioni pratiche e legali”, come invece ha promesso di fare di fare attraverso un tweet, “designare formalmente gli Antifa come un’organizzazione terroristica”. Inoltre, “né lui né il suo ministro della Giustizia (William Barr, ndr) hanno reso pubbliche prove specifiche che indichino che il movimento di estrema sinistra stia orchestrando le feroci proteste scoppiate in decine di città Usa”. “Le proteste, specialmente quelle viste negli Stati Uniti negli ultimi giorni – prosegue il Washington Post – sono vicende complicate, che spesso attirato partecipanti con un’ampia gamma di motivazioni e ideologie politiche, compresi alcuni con cattive intenzioni”. Ma alcuni osservatori, rileva il Post, dicono di vedere nella decisione di Trump di prendere di mira gli Antifa “il tentativo di spostare l’attenzione da ciò che ha dato il via alle proteste: la rabbia per l’uccisione delle persone di colore da parte della polizia”. Ma, volendo fare gli espertoni, i social merda manager della Lega sono voluti scendere in campo per segnalare un tweet di Antifa America: “Stasera è la sera, compagni. Stasera diciamo: ‘Fuck the City’ e ci trasferiamo nelle zone residenziali… i quartieri bianchi… e ci prendiamo quello che è nostro”. C’è però un dettaglio: quell’account è un fake.

L’account, che in effetti è stato davvero sospeso, ha cominciato a twittare proprio oggi

Ed è stato subito individuato come account fake anche da Twitter, che per questo lo ha sospeso dopo le segnalazioni degli utenti. E pensare che proprio oggi una ricerca scientifica sugli account Twitter ha dimostrato che a mettere in giro le teorie del complotto sul Coronavirus come quella del laboratorio di Wuhan sono soprattutto ambienti della destra e i complottisti di QANON. E indovinate un po’ chi le ha fatte girare in Italia?

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Trump dichiara gli antifascisti gruppo terrorista – Marina Catucci

Il nuovo nemico di Trump sono gli antifascisti, o antifa, a cui The Donald imputa la responsabilità degli scontri di questi giorni e che vuole dichiarare «gruppo terroristico»

«Non pensavo di essere tanto importante – dice Rachel attivista 32enne, che ha fatto parte di Occupy Wall Street e si definisce antifa – addirittura terrorista. Io credevo che difendere gli Usa dal nazismo, dal fascismo e dal razzismo fosse basica decenza e ora scopro di far parte di una guerriglie. Wow, nemmeno nelle mie fantasie più sfrenate durante l’occupazione di Zuccotti park ho pensato di essere una guerrigliera».

L’affermazione di Trump è talmente spropositata da suscitare ironie, ma anche preoccupazione. «Come fai a dire che qualcuno è un antifa, e quindi un terrorista? – si domanda Simon, attivista per i diritti degli immigrati – Trump non aspettava altro che l’occasione per legittimare la repressione del dissenso e mettere a tacere tutte le voci discordanti e che si distaccano dalla retorica dei suprematisti bianchi che invece gli è chiara. Chi deciderà chi è un pericoloso antifa, quindi un terrorista? La stessa polizia che ha ucciso George Floyd?».

«In pratica ogni attivista è un antifa, perché chiunque non sia fascista è antifascista – gli fa eco Jack, studente di legge 23enne – Pensavo non ci fosse nemmeno bisogno di specificarlo ma più di tutto non pensavo fosse reato. Io sono un attivista, ma anche come avvocato per i diritti civili posso essere dichiarato antifa. E che succede, rischio la corte marziale?».

Questo tipo di domande sono quelle a cui molti attivisti antifascisti stanno cercando di rispondere, con scarso successo per ora, visto che grossi dettagli dalla Casa bianca non arrivano. «La definizione di antifa è quella di chi difende le basi della convivenza civile e quindi si oppone a razzismi, oppressione, fascismo, xenofobia – spiega Manuel, 27enne – Da quando questo sarebbe illegale? E se un razzista usa la forza contro un antifa che risponde usandone altrettanta, da quando quello che viene definito terrorista è l’antifascista? Voglio dire, abbiamo visto tutti cosa è successo a Charlotte durante la manifestazione del Kkk. Stando a Trump se durante una manifestazione del Kkk, violenta per definizione, una contro manifestazione antifa dovesse affrontare le persone con il cappuccio bianco, il terrorista è l’antifa che difende la Costituzione».

Il dibattito sulla definizione e il riconoscimento di antifa si va formando in un momento in cui gli americani, a causa delle forme estremamente repressive della polizia Usa anche in questi giorni di rivolta, sono molto preoccupati per la loro libertà di espressione.

Le migliaia di arresti e di abusi di questi giorni ne sono un esempio tanto che sempre più studi legali si offrono per difendere gratuitamente le persone arrestate durante le manifestazioni. Tra questi e uno dei primi è stato Joshua Schiffer del gruppo CSfirm, che ha al suo attivo oltre un decennio di esperienza nel rappresentare clienti in tutte le questioni relative a lesioni personali, difesa penale e diritti civili, ed è considerato uno degli studi legali più affidabili nello stato della Georgia.

«Come avvocati abbiamo un certo numero di competenze che vogliamo condividere con la nostra comunità per affrontare i problemi con cui la società contemporanea se la sta vedendo – ci spiega – Questi problemi includono il numero di arresti che hanno coinvolto manifestanti pacifici qui ad Atlanta. Ho sempre pensato che ci sia bisogno di “pensare globale e agire locale” e ciò che posso fare localmente è difendere la libertà di espressione e aiutare qui in questa città chi è stato arrestato ingiustamente».

«Ciò che accaduto ad Atlanta è che questo diritto è stato messo in discussione, ma è importante che il messaggio di chi manifesta sia sentito, così come è importante che il governo agisca in modo responsabile. Negli Stati uniti è comune che i cittadini ricorrano a un avvocato per avere a che fare con l’autorità e il governo. In questo specifico frangente abbiamo deciso di farlo pro bono e di essere al loro fianco».

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2013-2020: Clement Meric vive! – Action Antifasciste Paris-Banlieue (AFAPB)

Venerdì 5 giugno, come ogni anno, l’Action Antifasciste Paris-Banlieue vuole rendere omaggio a Clément Méric, assassinato sette anni fa. Siamo orgogliosi di aver avuto Clément come compagno. Ricordare l’attualità delle sue lotte, nelle strade ed altrove, è per noi un modo per continuare a ricordarlo.

Nel 2012 si era appena trasferito a Parigi per studiare a Scienze Politiche. Lì si è unito a Solidaires étudiants ed è diventato un militante in università. Da militante antifascista nella sua città natale, Brest, si è poi avvicinato alla scena antifascista parigina, dove ha incontrato l’AFA, la nostra organizzazione, di cui fanno parte militanti rivoluzionari, giovani sindacalisti e ultras della curva Auteuil del Paris Saint-Germain, con cui Clément ha stretto rapidamente amicizia. Per quasi un anno ha militato al nostro fianco, a Parigi e nelle periferie della città, per non lasciare le strade all’estrema destra, a fianco dei migranti braccati e cacciati dalle forze dell’ordine, con i collettivi dei quartieri popolari che si organizzano per chiedere verità e giustizia per tutti i giovani ammazzati dalla polizia, e contro ogni forma di oppressione e discriminazione.

La nostra lotta comune lo ha portato a quel giorno del 5 giugno 2013, a sei anni fa, quando Clément ha incrociato alcuni skinheads neonazisti che indossavano magliette con simboli nazisti e slogan razzisti. Erano membri del piccolo gruppo Third Way, guidato da Serge Ayoub, spesso e volentieri immischiato in casi di omicidi razzisti e di attacchi a militanti antifascisti. Quel giorno Clément fu riconosciuto come militante antifascista ed è per questo che fu preso di mira, preso a pugni in faccia con il tirapugni e lasciato a terra privo di sensi. Clément è morto perché si è rifiutato di abbassare gli occhi.

Dopo la sua morte, abbiamo dovuto far fronte a un’ondata di menzogne. Prima di tutto da parte dell’estrema destra, che ha riportato le versioni degli imputati e ha cercato di far passare Clément per l’aggressore nell’agguato. Poi da parte dei media di destra, che hanno cercato di depoliticizzare la morte di Clément relegandola ad una semplice rissa tra bande andata male. Da parte loro, la stampa e i politici di sinistra hanno cercato invece di recuperare l’immagine di Clément, di farne la vittima di un nemico comune e la figura dell’antifascista al servizio della République, in lotta contro un razzismo essenzialmente morale, incarnato soltanto dall’estrema destra e dal Front National. La stampa ha così creato un’immagine borghese che si distanzia dalla realtà sociale del nostro gruppo. Vogliamo insistere sul tentativo di recuperare questo evento, perché questo è stato seguito da una demonizzazione della figura dell’ “antifa”. Lo abbiamo visto nel 2014 quando abbiamo partecipato alle manifestazioni vietate pro Gaza e contro l’imperialismo. Lo è stato ancora quando abbiamo combattuto contro la violenza della polizia a fianco delle famiglie delle vittime e degli abitanti dei quartieri popolari e quando abbiamo combattuto contro il razzismo di Stato, o contro il prolungamento dello stato di emergenza, che in particolare ha portato una nuova ondata islamofobica. Poi nel 2016, durante il movimento contro la Loi travail, quando la nostra organizzazione si è ritrovata di nuovo al centro dell’attenzione mediatica e politica, per la sua presenza nel “cortège de tête” (la testa del corteo, la parte più offensiva ndt), dove abbiamo partecipato dando impulso alle dinamiche di autodifesa di fronte ai ripetuti attacchi della polizia.

Durante la famosa vicenda del Quai de Valmy, in seguito all’incendio di un’auto della polizia, una montatura poliziesca ha portato all’arresto e poi alla condanna di militanti antifascisti. Tra questi c’era Antonin Bernanos, condannato a cinque anni di carcere, sulla base di una testimonianza anonima di un membro dei servizi segreti della polizia di Parigi. Antifa al servizio della sinistra e mobilitati contro il razzismo e le disuguaglianze tre anni prima, eravamo diventati una nuova minaccia per la sicurezza dello Stato, il nuovo nemico interno, presentati, secondo categorie dettate politicamente dall’apparato poliziesco, come dei “casseurs”, dei “black blocks” o degli “estremisti di sinistra”. Da Clément Méric ad Antonin Bernanos, la posta in gioco era infatti la criminalizzazione delle pratiche sovversive di un’organizzazione politica rivoluzionaria, risolutamente impossibile da recuperare, di cui Clément era fieramente uno dei militanti.

Ad oggi, l’assassino di Clément è libero e Antonin è agli arresti domiciliari lontano da Parigi, dopo essere stato incarcerato preventivamente per 6 mesi. Se subisce questo accanimento giudiziario, è perché Antonin è accusato di non aver lasciato le strade in mano ai fascisti che, dopo essere stati cacciati, hanno sporto denuncia. Ma dobbiamo prendere quello che è successo ad Antonin per quello che è: la vendetta dello Stato contro uno dei tanti e delle tante che unit* hanno contribuito attivamente a rendere impossibile la presenza dei fasci all’interno del movimento Gilets jaunes. Lui ed gli/le altr* che, nonostante la repressione, rifiutano di abbassare la testa contestando la legittimità del potere. Antonin è stato mandato in prigione per abbattere il desiderio di protesta sociale e politica. Per stremare, mediante la repressione, chi da novembre sta lottando. Per cercare di sciogliere le alleanze che si stanno formando e rompere così il movimento. Questo è ciò che è attualmente in gioco con le migliaia di condanne che arrivano a dirotto e le decine di mutilazioni. Questa è la posta in gioco quando i militanti antifascisti, che non hanno mai smesso di scendere in strada e di lottare quotidianamente al fianco dei Gilets jaunes, sono presi di mira dallo Stato.

Sette anni dopo la morte di Clément, le bande fasciste sono ancora attive. Il Rassemblement National (ex Front National, ndt) non è ancora al potere, ma una grossa parte del suo programma è stata ripresa dai governi che si sono succeduti negli ultimi anni. Lo Stato non ha mai smesso di perseguitare, mediante leggi scellerate, i proletari originari dell’immigrazione post-coloniale. L’islamofobia è diventata l’ideologia ufficiale. Le principali prerogative dello stato d’eccezione sono state inserite nel diritto comune, conferendo all’apparato poliziesco poteri esorbitanti. I quartieri popolari subiscono oggi una repressione brutale e costante da parte della polizia che provoca ogni anno la morte di circa 15 giovani neri e arabi. La situazione creata dall’emergenza sanitaria ne è stata una tragica dimostrazione. Durante l’ultimo periodo abbiamo visto un allargamento di questa logica repressiva che, attraverso la militarizzazione delle piazze, ha colpito il movimento sindacale e le mobilitazioni sociali, il movimento dei Gilets jaunes e quello contro la Riforma delle pensioni. In altre parole, contro chiunque – chiunque si ribelli contro lo stato di cose presenti, contro la precarietà, contro la distruzione di ogni possibile forma di comunità.

È in questo contesto di fascistizzazione della nostra società che dobbiamo considerare le nuove aggressioni dei gruppi di estrema destra, ovunque in Europa, e in particolare in Francia. Che i loro membri non vengano mai sfiorati dalle autorità non deve sorprendere: in fondo, non sono altro che il volto brutale della svolta autoritaria che si sta verificando negli Stati occidentali, del cambiamento della governance in tempo di crisi. Quando Génération Identitaire (gruppo neofascista, ndt) organizza ronde sul confine italo-francese per dare la caccia ai migranti, funge da diretto intermediario delle forze di polizia. Questa è solo la forma spettacolare di una pratica ormai normalmente assunta dallo Stato. Criminalizzare l’antifascismo, criminalizzare la lotta contro l’estremismo organizzato di estrema destra, significa criminalizzare il diritto all’autodifesa. Significa mantenere il popolo in uno stato di sottomissione disarmata. Ma noi diciamo con forza che il popolo ha il diritto di difendersi contro i suoi nemici.

Nella lotta contro l’estrema destra, le istituzioni sono un’esca. Non solo perché lo Stato repubblicano, che si pone come baluardo contro il fascismo, ne è in realtà il suo principale promotore. Ma perché, come abbiamo visto fin dalle prime settimane del movimento dei Gilets jaunes, l’attivismo neofascista, che arriva fino all’aggressione fisica, non trova limiti se non in ciò che possiamo mettere noi nelle strade – con la forza e con la dissuasione.

Siamo militanti politici e, per noi, le responsabilità non sono legali, ma prima di tutto politiche. Durante il processo agli assassini di Clément nel settembre 2018, che è stato un momento di verità molto importante per la famiglia di Clément, di fronte agli imputati e ai loro avvocati che cercavano di depoliticizzare il caso è stato necessario ricordare che se Clemente è morto, è stato perché era un militante antifascista. In quell’occasione abbiamo messo sotto accusa il sistema che alimenta e rafforza queste frange reazionarie.

A seguito del movimento contro la riforma delle pensioni, in piena pandemia Covid-19, il processo d’appello contro gli assassini è stato rinviato a data da destinarsi. Ancora una volta, ribadiamo che non ci aspettiamo nulla dai tribunali, che mai hanno tradotto e che mai tradurranno la nostra giustizia. Esattamente come lottiamo contro la prigione. Perché questi luoghi hanno un ruolo fondamentale nel sistema che stiamo combattendo.

Clément aveva scelto da che parte stare ed è da quella parte che noi continuiamo la lotta e che accusiamo, nelle strade, i fascisti, il capitale e lo Stato.

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La Bottega del Barbieri

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