«Chiamatemi Mindar. E ora preghiamo»

La religione e i robot: gli esperimenti in Giappone, India e Germania. Intervista al teologo Brunetto Salvarani

di Daniele Barbieri (*)

Mindar è un robot. Da qualche tempo conduce le preghiere a Kodai-ji, antico tempio e scuola di buddismo zen. Costa un milione di dollari: lo ha costruito il team di Hiroshi Ishiguro, docente di Robotica all’Università di Osaka.

Volutamente non ha fattezze umane, a parte viso e collo. Mindar incarna la divinità buddista della pietà: Kannon Bodhisattva. Non è un prete ma una “statua” in grado di comunicare a voce gli insegnamenti religiosi.

Nel dare la notizia Riforma.it (quotidiano delle Chiese evangeliche in Italia) riporta il pensiero di Tensho Goto, amministratore del tempio: «Mindar non morirà, continuerà a evolversi. Con l’intelligenza artificiale speriamo acquisisca saggezza, per aiutare il pubblico a far fronte ai suoi problemi più terribili. Sta cambiando il buddismo».

Non si mostra troppo stupito dalla notizia Brunetto Salvarani che è docente di Teologia della missione e del dialogo, a lungo conduttore di «Uomini e Profeti» su Radiotre Rai e autore di molti libri.

«La notizia arriva dal Giappone cioè da un Paese dove è forte la commistione fra riti ancestrali, quasi immutabili e le tecnologie più moderne. Dunque non sono sorpreso. E neppure scandalizzato. Perchè io credo che il grande tema oggi per tutte le religioni è cercare linguaggi nuovi; dunque bisogna fare i conti anche con la robotica».

Niente scandalo allora ma questioni aperte sì?

«Intorno a questa notizia vedo un aspetto positivo e un interrogativo. Per introdurre la considerazione positiva devo fare una breve premessa. Un grande problema delle religioni è oggi la rinuncia al pensare: mutuo questa tesi dal libro “La santa ignoranza” di Olivier Roy. Il successo e la crisi del religioso trovano qui una spiegazione: “vince” chi evita la scomoda arte di riflettere. Per capirsi un certo pentacostalismo (statunitense e non solo) per alcuni cristiani o il salafismo dalle parti dell’Islam. In questo quadro che il buddismo (dovremmo dire uno dei molti buddismi) faccia i conti con le tecnologie mi pare un bene: mettersi in gioco è giusto, poi si discuterà ma intanto ecco una via religiosa che non si rifugia nella “santa” ignoranza».

Qual è invece l’interrogativo?

«Per Mindar si parla anche di celebrare riti. Presiedere a funzioni religiosi per noi cristiani non è un fatto tecnico, insomma non si può affidare solo a chi conosce meccanismi e rituali ma a persone che abbiano una relazione con la comunità. Nel buddismo è diverso: c’è la meditazione individuale, anche se fatta in gruppo. Il punto interrogativo lo metto qui: affidandola a un robot, la relazione con gli altri non rischia di essere messa in crisi? Se qualcosa di simile dovesse essere trasferito dentro una comunità cattolica, quella che ovviamente conosco meglio, cosa accadrebbe? Dove va a finire la liturgia che nasce da un legame fra la parola di Dio e la comunità? Qualcuno potrebbe obiettare, a ragione, che in una grande e affollata Chiesa questo legame con la comunità si allenta. Però a me sembra che come cattolici stiamo andando verso una dimensione piccola dove si valorizza proprio quella dimensione interpersonale, così in crisi ovunque. Insomma risolvere un problema reale non deve andare a scapito del lavoro per creare una comunità, costruire un cammino (anche litigando a volte). Adempiere a un precetto non è l’unico impegno».

Mindar non è il primo robot nella storia delle comunità religiose. Nel 2017 un robot prese parte in India all’Aarti, importante rituale indù. Nello stesso anno, la Chiesa protestante tedesca presentò, per i 500 anni della Riforma, il robot BlessU-2, il quale impartì benedizioni. In Cina c’è un androide (cioè con fattezze umane) di nome Xian’er che recita mantra religiosi. E le forze armate statunitensi sperimentano «cappellani elettronici» per i soldati in zone di guerra.

I conservatori inorridiscono ma fra i credenti c’è chi ricorda che la Chiesa muta nei tempi. E se i robot sono già pompieri, soldati, spazzini o abilissimi chirurghi perchè non dovrebbero anche cantare la gloria di Dio?

(*) questo mio articolo è uscito – come suol dirsi: parola più, parola meno – il 23 settembre sul quotidiano «L’unione sarda».

QUI IN “BOTTEGA” ogni martedì (anzi Marte-dì, se passate la battuta) almeno due post parlano di fantascienza e dintorni. Spesso si è ragionato – talvolta sragionato – sui legami tra la science fiction e il complesso intreccio fra religioni, spiritualità, cosmogonie. Ovviamente spingendosi ben oltre il tema qui sollevato; come nel racconto di Robert Silverberg «Buone notizie dal Vaticano» dove in piazza San Pietro si attende la “fumata bianca” per il nuovo papa … ed eccolo finalmente impartire la benedizione dall’alto dei cieli: è un robot. E ci sono ottime motivazioni – secondo Silverberg – perchè lo sia. Se questo filone di fantascienza religiosa vi incuriosisce cominciate a dare un’occhiata a questi post Gesù e altri alieni, I robot e la religione, Scusi, ha visto Dio? Sì…, Papi da fantascienza, Gli angeli, una voce della… ma anche a Dio è in rete o è la rete?

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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