«Ci dicono che questa è la nuova normalità»

 Potrebbe sembrare fantascienza «Homeland» di Cory Doctorow, invece (ahinoi ma in parte per nostra fortuna) è un luccicante, geniale e “utile” romanzo sul confine fra adesso, ieri e… tra due ore circa

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Ecco cosa dice Trudy Doo durante un «microfono umano» (e se non sapete cos’è un microfono umano… Cory Doctorow lo spiega benissimo):

«Ho partecipato a milioni di queste manifestazioni. E diciamo sempre le stesse cose. E a volte non vediamo via d’uscita. Ma continuiamo a scendere in piazza. Perché le ragioni che ci spingono a farlo non sono cambiate. Perché la corruzione, la brutalità e la disoccupazione sono ancora qui». E subito dopo: «Ci dicono che abbiamo speso oltre le nostre possibilità. Ci dicono che siamo stati avidi […] Ci dicono che è un mondo globale e non possiamo essere pagati più di quanto lo sono in India o in Cina. Ci dicono che questa è la nuova normalità. Niente lavoro. Niente scuole. Niente biblioteche. Niente case. Niente pensione. Niente assistenza sanitaria. Ma in qualche modo c’è sempre denaro sufficiente per le guerre. In qualche modo c’è denaro sufficiente per banche e azioni. In qualche modo è economicamente opportuno dare ai criminali di guerra il potere […] Perciò siamo qui. Siamo qui per dire che il nostro Paese non è più in vendita».

Una città che dice «NON VA», che dice «BASTA». Contro i potenti. Ve lo immaginate?

Ho citato da «Homeland» di Cory Doctorow, edito da Multiplayer (384 pagine per 14,90 euri, traduzione di Daniela Di Falco). E avrei potuto citare anche il padre del protagonista quando – alle pagine 144 e 145 pagine – spiega cosa non va negli Usa, come l’America si sta trasformando in Amerika, con la K del “moderno” Ku Klux Klan.

DOCTOROW-due

Ieri in “bottega” a proposito di questo libro ho scritto (cfr «Ops, mi è scappato un Marte-dì») fra l’altro: «Doctorow? Quello degli ottimi Ragtime e Daniel? No, questo è Cory e quell’altro si chiama (anzi si chiamava: è morto a luglio) Edgar Lawrence. E poi ‘sto Cory è canadese non yankee. Vedo nel risvolto di copertina che Cory è stato definito “il nuovo William Gibson”. Dunque siamo dalle parti della fantascienza o del cyberpunk? Chissà, lo prendo. Per i pugni chiusi in copertina. E perché Cory Doctorow mi è diventato subito simpatico non appena ho visto (nella nota biografica) che lui e sua moglie Alice hanno chiamato la figlia Poesy Emmeline Fibonacci Nautilus, 4 nomi uno più bello dell’altro. Beh un po’ di fantascienza c’è e si cita pure “nonno” Clarke. C’è anche scienza e si cita zio Sagan. E c’è tanta tecnologia. E attivismo politico. E tristi (purtroppo) verità… Dunque il Marte-dì non è il giorno giusto. Comunque vi anticipo che è un romanzo bellissimo».

Bellissimo, confermo.

Confermo che non è fantascienza. Purtroppo perché ci porta nell’orribile mondo reale dove l’1 per cento sta costruendo il suo potere assoluto contro il 99 per cento dell’umanità. Ma anche “per fortuna” perché in questo libro – soprattutto nelle pagine finali e quando il romanzo finisce – ci sono molte (moooooolte) indicazioni utili su come fermare la merda che avanza. E anche la scelta finale di Marcus Yallow – il protagonista di «Homeland» – non può definirsi brutta o bella; è semplicemente logica. Realistica, perlomeno se cercate/cerchiamo di dare sostanza a quel che da tempo si può leggere su una certa t-shirt: «Non ci avrete mai come volete voi». (Se non è chiaro chi è «voi»… temo che abbiate sbagliato blog).

Sulla trama vi dirò pochissimo. Anzi nulla. Non ho letto «Little Brother» (tradotto nel 2009 anche in Italia) cioè il romanzo precedente – stesso protagonista – di Cory Doctorow e… ora lo cercherò. In ogni caso non c’è bisogno di conoscerlo per leggere (e amare) questo «Homeland».

L’inizio del romanzo è entusiasmante (nonché divertente anzi d-i-v-e-r-t-e-n-t-i-s-s-i-m-o) per pazzia. Sembra confermare che si tratta di fantascienza… invece no.

Poi ci sono altro momenti splendidi e altri meno. Mai però una pagina bruttina o inutile.

Sono un “vecchietto” (67 anni) che ama molto la scienza ma poco la sua cuginetta tecnologia: dunque non sono la persona più indicata per ragionare con Doctorow e con Jacob Appelbaum di Wikileaks e con Aaron Swartz (di Demand Progress e co-fondatore di Reddit.Com) – i quali scrivono in coda al libro – e in caso contraddirli sulle potenzialità di Internet, sul software libero, sul Coica per censurare i siti Web, su «una marmaglia di ragazzini che ferma una delle forze più potenti di Washington solo scrivendo sui propri laptop» (io a malapena so cos’è un laptop), su Gnu-Linux, su Creative Commons, su The Pirate Party, su Rootstrikers eccetera. Su tutto ciò chiederò a miei giovani amici antisistema e intelligentemente tecnofili – per esempio un paio di Andrea, Barbara R., un Davide, Francesco Dec., un paio di Marco, Roberto e Valentina se siete in ascolto fate un fiiiischio – di ragguagliarmi e magari di intervenire qui in “bottega”. E siccome poco so di movimenti come Occupy negli Usa o delle tecniche per reprimerli ma anche di altre “americanate” chiedo (a chi ne sa) di spiegarmi – e magari di raccontare in bottega – informazioni intorno a «grassroats» e «astroturf», tanto per dire due, che ho intravisto nel romanzo. E poi vi prego-vi prego: giuratemi che esiste il «Burning Man», voglio andarci,

Intanto, giovani e vecch* che passate di qui datemi retta: leggete al più presto «Homeland», è un bel romanzo ma anche «un inno all’attivismo, al coraggio, al desiderio di rendere il mondo un posto migliore».

UN “AH DIMENTICAVO” PER CHIUDERE: il romanzo è imperdibile anche per chi ha un intenso rapporto d’amore (o di odio) con il pi greco.

“AH DIMENTICAVO” DUE: il romanzo è imperdibile anche per chi ama il caffè e cerca nuovi, migliori modo per farlo. Quando ero caffeinomane (ora non posso più berne) mi sarei subito dedicato a seguire i consigl. Se qualcuna/o sperimenterà… mi faccia sapere.

 “AH DIMENTICAVO” TRE E BASTA DAVVERO: il romanzo è imperdibile anche per chi ama trovare nuove espressioni per definire la stupidità: qui ce ne sono due (a pagina 181) secondo me assai/assai belline: a proposito del poligrafo e dell’omeopatia… E ora che ho gettato l’amo mi fermo per vedere se voi abboccate.

 

 

redaz
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

7 commenti

  • Eccomi qui. Un pesce di nome Clelia.
    Abbocco ma avevo abboccato già ieri, davanti a quella mezza sardina di anticipazione che hai fatto penzolare davanti agli appetiti fantascientifici.
    Di Doctorow ho letto soltanto un racconto e già il fatto di ricordarlo depone a suo favore.
    Mi cimenterò anche in questa lettura lunga.

  • Francesco Masala

    lo leggerò, so già che mi piacerà 🙂

  • Daniele Barbieri

    LO AMMETTO: sono uno sciagurato e soprattutto uno smemorato. Avevo letto Cory Doctorow e ne avevo anche scritto qui in “bottega” (nel lontano 2012): ve lo segnalo, si intitola: “Su «Infoguerra» di Cory Doctorow”.
    Ma c’è dell’altro che mi ronza in testa (spero non sia un minidrone che mi è entrato nell’orecchio sinistro)… Bah, ci risentiremo.

  • Che invito ! Grazie ! Lo voglio leggere.

    Abbiamo bisogno di tutti gli strumenti nonviolenti a disposizione, abbiamo bisogno di imparare a gestire e rigenerare le nostre energie, e per farlo abbiamo bisogno di imparare a collaborare (meglio). Abbracci
    Ago
    (Per ora sto leggendo “Stoner”, poi vorrei rileggere “The Songlines / Le vie dei canti” e “Homeland” mi aspetta subito dopo. Abbracci)

  • Cory Doctorow: questo nome, appena letto, mi ha fatto trillare un campanellino in testa (oppure mi ha sfiorato la guancia se preferite). La mia ricerca assolutamente NON ragionata nella mia caterva di libri assolutamente NON in ordine alfabetico ha dato questo primo risultato: “Quando gli amministratori di sistemi dominavano la terra” – 2006 – da “Controrealtà” – Urania Millemondi estate 2010
    “.. Siamo arrivati ad un punto critico. Possiamo affondare nell’indifferenza, rimpicciolirci nei nostri nascondigli oppure possiamo cercare di costruire qualcosa di migliore. …. Qualcosa è meglio di niente. Dobbiamo prendere questa fetta di mondo nella quale la gente ancora si parla e allargarla. Dobbiamo riuscire a trovare tutti quelli che riusciamo e dobbiamo prenderci cura di loro e loro si prenderanno cura di noi. ..Probabilmente falliremo. Ma preferisco fallire piuttosto che rinunciare.”
    Chi ha occhi e orecchie per intendere intenda (e non terminate con “gli altri in roulotte”, che oltretutto ci marchia come dinosauri).
    La ricerca di altri libri di Cory continua, a briglia sciolta.

  • Iniziato e per il momento concordo sull’inizio strepitoso. Sto gia’ progettando un viaggio alla prossima edizione del Burning Man 😉

  • Ho trovato, nella mia (quasi) infinita raccolta di e-book, un altro romanzo di Doctorow: “X (Little Brother)” del 2009.

    Ho letto poche pagine: il protagonista è un giovane studente alle prese con un sistema scolastico iper-tecnologico e iper-controllato. Dato che lui è più “tecnologicamente abile” del sistema, riesce a fare “fughini” (a Bologna si dice così, tradotto è “marinare la scuola”) per giocare con i suoi amici a Harajuko Fun Madness, un gioco per metà virtuale e per metà reale (a caccia di indizi per risolvere enigmi passando da Internet alla realtà urbana).

    Prima di appassionarsi a questo gioco, era un giocatore di GRV (giochi di ruolo dal vivo) e durante una partita gli è capitato:

    “Furono i minigiochi negli hotel a mettermi nei guai. Ogni volta che in città arrivava una convention di fantascienza, qualche appassionato di GRV convinceva gli organizzatori a lasciarci fare un paio di minigiochi da sei ore per la durata dell’affitto dello spazio. Avere una banda di ragazzini entusiasti che corrono qua e là in costume dava colore all’evento, e noi ci divertivamo un mondo in mezzo a gente ancora più socialmente deviata di noi.”

    Dedicato a tutti i “socialmente deviati” (dalla Fantascienza, o da altre cose pacifiche/intelligenti/divertenti/ecc…).

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