«Ciao Pelle, avevamo ragione noi»

     un testo di Daniele Barbieri per ricordare Massimo Avvisati cioè Pelle, militante di Lotta Continua, morto nel 1976

Questa è una lettura preparata per l’incontro, vedi locandina qui sotto, a Roma del 29 ottobre. Per capire la battuta iniziale tenete presente che all’inizio ci sono due orologi, io entro in scena con un martello e li rompo. Le vignette di Gasparazzo che trovate nel testo furono disegnate da Roberto Zamarin per il settimanale – poi quotidiano – dell’organizzazione Lotta Continua (db)

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1871… Non è il numero degli orologi che ho spaccato… 1871 è l’anno della Comune di Parigi. Quando i ribelli hanno in mano la città distruggono tutti gli orologi. Lo racconta Marx e spiega: facendo così i comunardi, i proletari in rivolta stanno dicendo che il tempo dei padroni – o dei preti – è finito. Quegli orologi imponevano i ritmi di lavoro e di vita, persino per pregare o per stare chiusi in casa, cioè imponevano l’ordine che i proletari di Parigi non vogliono più accettare.

Orologi rotti e orologi da aggiustare. Il tempo è di chi lo controlla. Ricordo che una volta raccontai una storia di fantascienza a Pelle… cioè si chiamava Massimo Avvisati ma per tutte e tutti è sempre stato Pelle, non è difficile capire il perché di un soprannome vero? Gli raccontai una storia di fantascienza che racconterò anche a voi, forse stasera o forse un’altra volta…

Torniamo indietro. Per dare la parola a Pelle, per raccontarlo attraverso ciò che lui stesso scrisse di sé su Lotta Continua, devo riportare indietro l’orologio di 41 anni.

E’ il 1975: ci sono le elezioni, sembra che il vento delle lotte possa travolgere la Dc, cioè il partito dei padroni, persino nelle urne. Ci credono in molti. Chi con terrore e chi con speranza. Ricordo uno stronzo incontrato per caso dirmi che lui sta per scappare in Svizzera perché se no il Pci gli requisisce la barca. Immagino intendesse il motoscafo perché non aveva l’aria di un pescatore… Il Pci? Che requisisce una barca? Ma dove cazzo vive la gente che crede a queste idiozie?

Alla vittoria delle sinistre ci credono anche fascisti e uomini dei servizi segreti che continuano a insanguinare l’Italia con attentati e omicidi. Sperano così di far scattare un golpe dei militari. Nel cuore della bestia, cioè a Washington, non si mettono d’accordo se dare via libera – come in Grecia, pochi anni prima – al golpe.

   Alla vittoria elettorale delle sinistre ci crede anche Lotta Continua che, con qualche discussione interna, alla fine decide di partecipare. Si chiede a Pelle, a Massimo di candidarsi a Roma. Pelle accetta ed ecco come nel 1975 spiega la sua storia, chi è. Sono tutte parole sue, io le ho solamente riassunte un poco.

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Mi pare ieri che ho iniziato a fare politica, mi fa un po’ ridere sta parola. Non avevo ancora 11 anni quando ho iniziato a diffondere L’unità, al lotto 9 del Tiburtino terzo… abitavo lì, due stanze umide e senza riscaldamento. Tiburtino terzo, costruito da Mussolini…. temporaneamente aveva detto… il più alto tasso di malattie reumatiche e cardiache di Roma.

 

Non è difficile spiegare come si diventa militanti – racconta Pelle.

Il primo sciopero lo organizzai a scuola per il riscaldamento.

Mia madre era stata protagonista, con altre donne, delle proteste per la messa in sicurezza della scuola che è poi questa in via del Frantoio, insomma dall’altra parte della strada.

Mia madre – racconta Pelle – l’ho persa a 9 anni. Mio padre ha fatto mille sacrifici per farci studiare… Erano tutti e due comunisti.

A Tiburtino terzo c’era la Fgci più forte… la Fgci, se non lo sapete erano i giovani del Pci. Noi eravamo in lotta sempre. Alla fabbrica Sciolari facemmo sciopero persino per il diritto di portare i capelli lunghi, il padrone non voleva i capelloni.

Racconta Pelle che la Fgci lo vuole mandare alle famose Frattocchie, la scuola quadri del Pci. Lui allora si legge tutto “Stato e rivoluzione” di Lenin – “ero piccolo, non capii proprio tutto” scrive – mentre a mio fratello toccò studiarsi “la concezione materialistica della storia”.

Così alle Frattocchie feci questo corso, scrive Pelle: venne Napolitano, mi pare. Ma si litigò. Noi volevamo fare la rivoluzione… Così ci sbatterono fuori dalla Fgci.

Non ci spaventammo per quello. Ci organizzammo con i Tiburtaros che era la traduzione romanesca dei Tupamaros, un gruppo rivoluzionario in Uruguay. Noi del Tiburtino eravamo dappertutto: occupazioni di case, scioperi, servizio d’ordine, controinformazione, quasi un piccolo partito.

Non accadeva solo a noi, esperienze simili c’erano anche negli altri quartieri proletari di Roma. Era un vento nuovo, forte.

Il tempo passa…. Entro alla Selenia con il collocamento perché sono figlio di un invalido, mio fratello finisce all’Eni, Mollettone è operaio alla Fatme, Stiracchio va alla Pirelli di Tivoli, Giampiero fa l’autista all’Atsac, Carmelo è operaio della Roma Supermarket. Si rompevano gli steccati perché prima in quei posti si entrava con la raccomandazione.

Questa presentazione di Pelle per le elezioni finisce in un modo molto strano e secondo me molto bello.

Perché noi dei quartieri proletari – scrive – di Roma antica, dei monumenti conosciamo solo il Colosseo? Io quando giravo avevo la sensazione che questa città, grande e bella, non potesse essere nostra cioè di chi abitava in casette brutte di due piani… Ora siamo ovunque, ci siamo ripresi Roma in ogni senso: abbiamo assediato la Prefettura e i Parioli e se il cardinal Poletti non si fa i cazzi suoi andremo anche da lui, in Vaticano.

Finiva proprio con queste parole Pelle. E non sembri una sbruffonata dire “andremo in Vaticano” perché neanche la Chiesa era intoccabile per noi. Sapevamo bene da che parte stava: a parte pochissimi preti che erano al nostro fianco e che spesso vennero cacciati o denunciati, tutte-tutte-tutte le gerarchie erano dalla parte dei padroni, come sempre. Lo sapevamo: per quello nell’anno santo straordinario del 1975 sul Tevere alcuni di noi fecero una scritta enorme, più o meno all’altezza di Ponte Garibaldi: “Pigliasse un colpo ai pellegrini e al papa”. Anzi era in romanesco: “Pijasse ‘n corpo”. La scrissero così … anzi la scrivemmo perché magari c’ero anche io quella volta, o c’era Paolo De Medio che fece anche un disegno, o Daniela, o Gianfranco, o Mirella, o Danilo, o Maria, o Riccardo, o chissà chi … i nomi si confondono a volte nella mia memoria ed è giusto così: eravamo tante e tanti, orgogliosi di essere rivoluzionari. Se conoscete Mercedes Sosa forse ricordate quella canzone che fa “Ho così tanti fratelli e sorelle che non li posso contare”.

Ah, provarono a cancellarla quella scritta. La rifacemmo più grande. Rimase lì per anni. Altri tempi, bei tempi.

Fan’culo il papa, pure questo di adesso che fa finta di essere buono. Se fosse sincero darebbe alla gente senza casa tutti i palazzi e le ville che ha, cioè che nei secoli si sono rubati i preti e gli amici loro. Quasi mezza Roma è in mano loro, bastardi.

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Anni ’70. Ogni giorno in piazza, davvero. Era dura con la repressione di Stato, con i fascisti… Ma era esaltante perché spesso si vinceva. Se in Italia ci sono state le riforme è perché facevamo un tale casino permanente, quotidiano, che qualcosa lor signori dovevano darcelo. E altro ce lo prendemmo da soli. Ci fu la riforma sanitaria, lo Statuto dei lavoratori, aumenti salariali, a Roma la fine delle borgate… Se si fece il nuovo diritto di famiglia non fu per gentile concessione di qualche partito ma per le lotte delle donne e per la rabbia delle femministe. Ce n’est qu’un debut, è solo l’inizio. Perfino nelle caserme si lottava. Qualche mese prima che Pelle morisse ho fatto in tempo a raccontargli cosa avevo combinato mentre facevo il soldato: mi ricordo che rideva come un pazzo.

Sì, ridevamo molto noi di Lotta Continua. Eravamo duri ma tante volte ingenui e casinari. Ormai manco da Roma da molti anni però credo che fra i Tiburtaros si racconta ancora quello che accadde all’inizio di un’occupazione di case, particolarmente importante. Se non ricordo male eravamo alla Magliana, ben lontani dalla Tiburtina. E’ mattina prestissimo, il momento giusto …. entriamo – tozzitozzi, maritozzi, come si scherzava – e prendiamo a brutto, bruttissimo muso il guardiano notturno. “Ora tu ci dai tutte le chiavi. Hai capito?” gli dice qualcuno con rabbia antica. E lui: “ma quali chiavi ahoooo, manco ce so le porte, nun l’hanno finite ancora”. Un attimo di dubbio, una risata auto-ironica e poi si occupa lo stesso. Il piano non era perfetto ma alla fine l’occupazione riuscì.

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Anni ’70 ma l’orologio viaggia un poco in avanti, siamo nell’ottobre 1976, quando Massimo muore.

Il giorno dei funerali di Pelle sul quotidiano “Lotta Continua” viene ripubblicato un articolo che Massimo aveva scritto circa un anno prima, cioè dopo l’assassinio di Pier Paolo Pasolini. E’ un articolo molto bello, lo voglio riassumere. E poi, sempre in quella pagina, c’era un articolo, anzi no era un abbraccio a Pelle con una strana firma e anche di quello poi leggerò qualcosa.

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Come è cambiato Tiburtino terzo” si intitolava l’articolo di Pelle su Pasolini: è un elogio del coraggio che ha spinto Pasolini a venire fra di noi.

Scrive così Massimo: “In quegli anni non era facile che a un intellettuale, anche se non era ricco, balenasse l’idea che era tra il proletariato delle borgate e dei quartieri di Roma che dovesse cercare la propria identità e la propria ragione di essere”.

Quegli anni erano gli anni ’50, lo dico per chi non lo sa. Ma anche anni ’60, che Pelle ricorda così.

Il solo fatto di essere nato a Tiburtino terzo – o a Pietralata, a San Basilio – era un segno che ti portavi per tutta la vita”. Chi ti avrebbe sposato? … scherza Pelle; ma era così mica uno scherzo. Se dovevi spiegare a qualcuna o a qualcuno di quell’altra Roma di dove eri “Si diceva che abitavamo sulla Tiburtina, tanto si sa che parte da san Lorenzo e arriva a Pescara”.

   Pasolini – scrive Pelle – non ha avuto paura di Tiburtino Terzo: ci è venuto, ne ha scritto, ha dato voce a chi viveva lì.

Chi altro lo ha fatto? Da scrittore o da regista chi ha avuto il corsggio di farlo?”.

Ma da allora le cose sono cambiate. Pelle nel 1975 scrive che “oggi, cioè negli anni ’70, il proletariato romano si sente forte”. Finalmente.

Dunque non accettiamo più che i bambini muoiano prima degli altri o che diventino rachitici per umidità o denutrizione, che poi vengano umiliati e sfruttati”. Questo è il cambiamento che forse Pasolini non aveva capito.

Pasolini ha vissuto la violenza delle periferie romane – scrive Pelle – perché qui la borghesia la riversa sui proletari. Ma c’è anche la violenza di cui i proletari sono gonfi, per come vivono. E che spesso riversano su se stessi o che esplode a caso. Ma la violenza è come una clessidra – scrive Pelle – e la clessidra si può girare: ora quella violenza sta scivolando contro la borghesia.

Ti facevano vivere nella merda e poi cercavano pure di farti credere che era colpa tua se puzzavi un po’ …. però se capivi l’imbroglio…. quella merda gliela ritiravi addosso. Molti iniziarono a farlo in quegli anni. La violenza? Ci difendevano da una violenza ben più grande. Nessun pentimento per averlo fatto.

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Dicevo che c’era un altro articolo con una strana firma… Strano nome: non Enrico, neppure Henry all’inglese ma Erri con due erre. L’articolo aveva un titolo molto bello: “quando Pelle diceva io tutti capivamo che diceva noi”.

In quell’articolo Erri ricorda di quando Pelle entra in Lotta Continua, con molti altri dei Tiburtaros, nel 71 cioè con il convegno di Lc che si chiamava “Prendiamoci la città”. Pelle e gli altri c’erano sempre nelle lotte per la casa e in tutte le altre, dunque riprendiamoci Roma, la clessidra può girare.

Ma …

c’era un’altra lotta che Pelle stava conducendo da quando era nato: la lotta contro un male assurdo che gli deformava le ossa, le arterie, il cuore. Una malattia dei poveri. Perché dove vivono i ricchi ci si ammala di meno e comunque ci si cura. Se invece sei un proletario i medici li vedi di rado e i soldi per curarti non li hai. Così Pelle si era salvato per un soffio nel ’75, con un’operazione quasi impossibile… Poi nel poco tempo che gli restava – scrive Erri – Pelle aveva preso la vita a morsi. Poca vita, troppo breve.

Non c’era bisogno di scriverlo perché lo sapevamo tutti: morire così è un omicidio, come in fabbrica o in cantiere. Si muore di lavoro o di povertà perché ai padroni non interessa la vita dei proletari.

Quell’Erri che ho nominato prima è ovviamente Erri De Luca. Dopo aver fatto mille mestieri, da qualche anno Erri è scrittore. Può piacere o no ma di certo il coraggio non gli manca. Si espone con le lotte di oggi, è al fianco dei No Tav e per questo è stato pure processato. Erri non rinnega il suo passato di ribelle… come altri hanno fatto. Di quegli anni Erri ha scritto che non erano anni di piombo, come scrivono i giornalisti più banali, ma anni di rame cioè “fili che conducevano la corrente elettrica delle lotte sociali, dalle Alpi a Lampedusa”. Fu uno sciame sismico di lotte che ovunque imponevano il loro ordine – cioè che rompevano gli orologi del padrone, dico io.

In un racconto Erri ricorda che non si lasciava un compagno nelle mani della polizia, si correva a salvarlo o si tentava. E io lo ricordo bene Pelle correre a salvare un compagno. Non aveva paura, non avevamo paura. E… “chi ha esitato questa volta lotterà con noi domani” così si cantava.

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Quella generazione ribelle fu un’onda lunga, un maremoto anzi. Venimmo sconfitti e non è il caso stasera di ragionare sul perché andò così. Ma io credo, anzi sono certo, che le grandi onde prima o poi tornano. Sono fra quelli che aspettano il prossimo tsunami. Magari non sarò così arzillo da cavalcarlo su una tavola, come nel windsurf, ma un po’ di orologi li voglio ancora spaccare e una mano la darò. Pochi anni fa sono stato pure processato, per manifestazione non autorizzata, come negli anni ’70. Lo dico con orgoglio, come se raccontassi il primo bacio. Ma mica sono qui stasera per parlare dei miei baci o dei miei acciacchi, giusto?

Il tempo corre. Ce la faremo noi a vedere l’onda lunga? Il maremoto… Boh. Intanto proviamo a vivere diversamente dalla merda che ci propongono. Non c’è alcuna crisi da pagare perché esiste un’enorme ricchezza sociale e dobbiamo riprendercela tutta, non invocare le briciole. Nessuno ci regalerà qualcosa, come sempre bisogna organizzarsi e lottare se si vuole davvero qualcosa. Notav, noMuos, no a Salvini, no a Casa Pound, no a chi ci avvelena, no a chi ci ruba tutto anche la vita, no a quella merda di Renzi…

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Il tempo corre, corre. Ma devo chiedervi una cosa. Stasera parliamo di tempo, giusto? Avete sentito la definizione «tempo reale»? Cazzo vuol dire? Io ricordo, come tanti compagni, un po’ di storia: nel passaggio fra ‘800 e ‘900 il movimento operaio chiedeva otto ore di lavoro, otto ore di riposo, otto ore di svago e di studio. Ma sono passati più di 100 anni e stasera voglio chiedere a voi, vecchietti come me o molto più giovani. E’ ancora così? Intendo dire: il mio tempo libero, il nostro tempo liberato dove è finito… visto che molti, molti di noi sono sempre connessi a qualcosa? Nella rete adesso si intrecciano il lavoro e il tempo libero, la perenne reperibilità, l’obbligo di presenza …

Marx, il tedesco con barba. Lui ci mise in guardia: «se il tempo è tutto, l’essere umano non è più nulla». Pensava al capitale che prolunga la giornata al di là del limite naturale. Adesso – vi chiedo – adesso siamo noi a metterci gli orologi nella testa? I primi orologi da spaccare adesso forse sono quelli dentro di noi.

IN SOTTOFONDO PARTE «Lavorare con lentezza», la canzone di Enzo Del Re

Qualcuno se la ricorda bene  “Lavorare con lentezza” di Enzo Del Re che era di Lotta Continua, più o meno: sulle seggiole o su qualunque cosa gli capitasse a tiro, tavoli o coperchi, scandiva il tempo.

Avevo 30 minuti vero? Ne ho ancora qualcuno, giusto? Che poi c’è il concerto e anche quello è importante: la musica ribelle fa sempre bene ai piedi, al corpaccione e alla testa.

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Volete la piccola storia di fantascienza? Eccola allora. Mettiamo avanti gli orologi di molto oppure spostiamoci in qualche universo parallelo.

Il protagonista si chiama Conrad Newman, un ragazzo. Trova uno strano oggetto che serve a misurare il tempo. Il racconto è di James Ballard, si chiama «Cronopoli», insomma la città del tempo.

Il ragazzo, Conrad scopre che quello strano oggetto è fuorilegge e chiede il perché: «come è possibile far danni con un orologio?». La risposta è secca: «Non ti pare evidente? Si può misurare il tempo e sapere con esattezza quanto uno impiega a fare una data cosa (…) e lo si potrebbe costringere a farla più in fretta». Newman non è convinto. Trova una metropoli abbandonata, piena di giganteschi orologi con colori diversi. Lì incontra il vecchio Stacey che gli spiega: «Bisognava trasportare 15 milioni di lavoratori, regolarne l’afflusso (…) nutrire, divertire le persone. Solo sincronizzando tutto, questo organismo poteva reggere. Si fecero tentativi di suddividere le ore secondo diversi turni (…) istituendo permessi colorati, moneta colorata (…) e con l’aiuto di innumerevoli orologi. Le lancette in più indicavano il numero dei minuti che rimanevano a disposizione per la categoria contrassegnata da quel colore»… Il ragazzo, con l’aiuto del vecchio, decide di restaurare quei vecchi orologi ma… vengono scoperti. La vicenda termina con la condanna del ragazzo per aver infranto «le Leggi del Tempo», fissate dopo l’insurrezione che abbatté la “cronopoli”. In cella Newman scopre, ridendo… che lì c’è proprio uno degli orologi vietati.

«Newman rideva ancora due settimane più tardi… quando cominciò ad avvertire l’implacabile, ossessionante ticchettio dell’orologio».

Quel ragazzo Conrad non è il mio eroe e spero che non sia il vostro. Io sto dalla parte di quelle e di quelli che sfasciano gli orologi, non sto con chi li aggiusta. Perché quegli orologi segnano il tempo imposto dai padroni… Ho raccontato questa storia a molti compagni, probabilmente anche a Pelle: fantascienza ma in sintonia con il vecchio Marx e con i giovani operaiacci che negli anni ’70 pretendevano di lavorare meno e dunque volevano – volevamo – riprenderci la città, rompere il tempo dei padroni.

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Un ultimo ricordo allora … e il mio saluto.

Io ho sempre prestato molti libri e quando ho i soldi li regalo, tanti libri di ogni tipo. Una volta Pelle mi chiese: “dove hai imparato a leggere tanto e … di tutto? Forse a casa tua?”. Sì e no, gli risposi. E’ vero che in una famiglia piccoloborghese – come era la mia di origine – un po’ di libri si trovavano in casa, non erano una difficile conquista come per chi viveva nei quartieri proletari. A casa dei miei genitori c’erano libri sì, alcuni belli per aiutare un bambino a crescere ma … perlopiù inutili a farsi una coscienza. “E allora?” mi chiese Pelle. Quelli che mi servivano li ho cercati da solo, gli risposi, come te. E molto mi hanno aiutato vecchi compagni, autodidatti che avevano la quinta elementare eppure ne sapevano due o tre più del diavolo. Fu uno di loro, Remo – che faceva l’edile – a dirmi che dovevo leggere più libri americani. Per tre motivi. Il primo è che bisogna conoscere bene il nemico, il cuore della bestia. Il secondo è che da lì sono venuti libri molto belli e mica vorrai regalarli a loro, nooooooo? Ricordo che una volta mi passò un giallo e mi disse “sembra scritto da Marx” e aveva ragione lui. Il terzo motivo è che comunque negli Stati Uniti, oggi come ieri, ci sono tanti compagni, in lotta.

Così io stasera saluto Pelle citando un compagno del movimento americano, cioè di quell’onda lunga che fra l’altro aiutò i Vietcong a battere gli Usa, con la diserzione e il sabotaggio. Proprio come bisogna fare ogni volta che i padroni ci tirano dentro le loro sporche guerre. Disertare, sabotare, far saltare la loro macchina di morte, rompere il loro tempo… Quel compagno statunitense si chiamava Abbot Hoffman, detto Abbie, anche lui è morto. Vent’anni dopo le grandi lotte gli chiesero se si era pentito e lui disse “non rinnego nulla di ciò che ho fatto”. E rivolgendosi a coloro che, come lui come noi, si ribellarono ha detto così: «Certo eravamo giovani / eravamo arroganti / eravamo ridicoli / eravamo eccessivi / eravamo avventati / eravamo sciocchi / ma avevamo ragione noi».

Avevamo ragione noi a ribellarci.

Abbiamo ragione se continuiamo a farlo.

Ciao Pelle, avevamo ragione noi.

La lotta continua, hasta siempre.

Grazie Pelle, grazie a chi non si arrende e non si vende.

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Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

2 commenti

  • Francesco Masala

    grazie per avermi fatto conoscere un po’ Massimo Pelle

  • Aggiungo qualche memoria: Pelle studio’ presso l’istituto artistico per l’arredo e il decoro della chiesa, ebbene sì così si chiamava, anch’io lo frequentai negli stessi anni, come passai alcuni anni il lotta continua e nonostante allora vivevo a Prati, andavo a Tiburtino III a volantinare e vendere “Mo che il tempo s’avvicina”, piacere di aver letto questa piccola biografia…saluti, Loris

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