Cile: repressione giudiziaria contro i movimenti sociali

Dalla Ley Antisaqueos alla Ley de Seguridad del Estado il governo di Piñera cerca di criminalizzare la protesta. A trarne vantaggio i carabineros e il resto delle forze armate, le cui violenze restano in gran parte impunite.

di David Lifodi

Foto: Telesur Tv

In Cile dall’estallido social dello scorso autunno ad oggi i carabineros, insieme all’esercito e a tutte le forze armate, si sono macchiati di molteplici episodi di violenza e repressione rimasti perlopiù impuniti. Il dossier elaborato dall’Instituto Nacional de Derechos Humanos è significativo: l’88.5% dei casi chiama in causa i carabineros, il 6,5%, i militari e il 5% la Policía de Investigaciones.

Gran parte delle azioni repressive dei carabineros si sono verificate a Santiago del Cile e a Puente Alto. Una di quelle più clamorose lo scorso 20 ottobre, quando un manifestante, Alex Nuñez, di 39 anni, è stato brutalmente picchiato da alcuni funzionari della polizia. Di recente, ha fatto scalpore il caso di Jorge Mora, il tifoso ultras ucciso il 28 gennaio a seguito degli scontri con i carabineros al termine della partita di calcio tra Colo Colo e Club Deportivo Palestino, quando un camion dei militari, utilizzato per trasportare i cavalli su cui salgono i poliziotti per prestare il servizio d’ordine in occasione delle partite di calcio, ha investito el Neko, che poi è morto poche ore dopo.

L’entrata in vigore, il 30 gennaio,  della Ley Antisaqueos, approvata da tutti i partiti di destra, in particolare dalla radicale e ancora filopinochettista Udi, ma anche con la sorprendente astensione del Partito Comunista cileno e l’altrettanto sconcertante voto favorevole di alcuni esponenti del Frente Amplio un tempo alla guida del movimento studentesco, costituisce un ulteriore punto a favore per l’impunità della repressione poliziesca.

La legge sancisce che i responsabili dei blocchi stradali, cortes de calle, finiscano in carcere non più con l’accusa di aver creato disordini pubblici, poiché questo “reato” passa ad essere considerato al pari di un delitto. Inoltre, la polizia assume un potere maggiore per arrestare i manifestanti durante i cortei, è stato istituito l’arresto domiciliare notturno che ricorda molto i sequestri della Dina all’epoca della dittatura di Pinochet ed in più vi è una misura molti simile al nostro Daspo, quella che impedisce ad alcune persone di partecipare alle dimostrazioni di piazza. Infine, i carabineros possono anche esercitare la facoltà di arresto senza prove in flagranza di reato, ad esempio per coloro che si trovano nei pressi di una manifestazione senza però farne parte o parteciparvi.

La Ley Antisaqueos, al pari della Ley Antiterrorista, varata nel 1984 dal regime militare e applicata, anche dai governi della Concertación, contro mapuche e movimenti sociali, serve per creare nel paese la sindrome di un nemico interno e per associare necessariamente i cortei di protesta e le forme di manifestazione più radicali ad episodi di vandalismo e violenza gratuita, attività in cui si contraddistinguono invece i carabineros. All’Instituto Nacional de Derechos Humanos sono giunte ben 427 denunce per traumi oculari dall’inizio delle proteste contro il paquetazo di Piñera.

Peraltro, occorre ricordare che il Cile non è nuovo all’applicazione di leggi repressive, basti pensare alla Ley de Seguridad del Estado approvata nel 1958 dal secondo governo del dittatore Carlos Ibañez del Campo (fondatore a sua volta dei carabineros) per rafforzare la Ley de Defensa Permanente de la Democracia (già molto restrittiva e che, tra le altre cose, aveva messo fuorilegge il Partito Comunista) contro le insurrezioni popolari che all’epoca si verificarono a Valparaíso, Concepción e Santiago del Cile . L’applicazione della stessa Ley de Seguridad del Estado, anch’essa resa ancora più repressiva nel 1975 da Pinochet, è stata invocata molte volte dalla politica cilena, ad esempio contro Alejandra Matus, autrice nel 1999 del libro El libro negro de la justicia chilena e, più di recente, nel 2012, contro 22 abitanti della regione di Aysén in occasione di una mobilitazione contro i progetti delle centrali idroelettriche, per l’aumento dei salari minimi, il miglioramento del sistema educativo e di quello del sistema sanitario.

La rivolta iniziata lo scorso ottobre, e le mobilitazioni connesse, sono tuttora considerate pericolose perché potrebbero “attentare contro la sicurezza dello Stato” e la Ley de Seguridad del Estado, ancora in vigore, criminalizza la libertà di espressione e di opinione associandola alla cospirazione contro il governo. Al contrario, non si invoca l’applicazione della legge contro i gruppi di ultradestra che frequentemente attaccano con violenza le manifestazioni di protesta, ad esempio le squadracce paramilitari riunite sotto lo stravagante nome di Capitalismo Revolucionario.

Secondo Amnesty International ritiene le violazioni dei diritti umani e i crimini di diritto internazionale commessi dalla polizia non sono fatti isolati ma rappresentano il modo di agire tipico dei carabineros. Purtroppo, in Cile, lo Stato continua a uccidere.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

2 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *