Città: rivolta contro i nomi infami

di Wu  Ming (*) seguita da una piccola proposta di db, rivolta in particolare a chi abita in zona Imola

Palermo, 20 ottobre 2018. Intervento di guerriglia odonomastica nell’ambito della giornata «Viva Menilicchi!» Il nome che celebrava la conquista coloniale dell’isola di Rodi da parte dell’Italia, ora ricorda i quasi duemila ebrei di Rodi che i repubblichini locali consegnarono ai nazisti dopo l’8 settembre

Cos’è la «guerriglia odonomastica»? Su Giap, negli ultimi anni, abbiamo fatto diversi esempi. Si tratta di azioni e performances il cui scopo è reintitolare dal basso vie e piazze delle nostre città – o aggiungere informazioni ai loro nomi per cambiare senso all’intitolazione.

Una via può essere reintitolata alla luce del sole, durante cortei o altre iniziative pubbliche, oppure col favore delle tenebre, a opera dei «soliti ignoti» o «solite ignote».

I nomi di vie e piazze – tecnicamente, gli «odonimi» – sono simboli, ma spesso sono anche sintomi. Sintomi di malattie che affliggono la memoria pubblica, sindromi causate dalla cattiva coscienza, da rimozioni e ipocrisie, da un mancato fare i conti col passato.

Nelle nostre città e paesi abbondano gli odonimi che celebrano il fascismo e il colonialismo, celebrano crimini politici, coloniali e di guerra. Odonimi razzisti, nomi che omaggiano gli oppressori e glorificano l’oppressione. È su questi che si sono concentrati gli interventi recenti. Su Giap abbiamo raccontato dei progetti Resistenze in Cirenaica (Bologna) e Viva Menilicchi! (Palermo).

Cambiare i nomi che abitiamo è cambiare il modo in cui pensiamo alla città. Attirando improvvisamente l’attenzione sul senso del nome di una via o piazza, la guerriglia odonomastica ci addestra a non dare per scontato il luogo stesso. Non dandolo per scontato, cominciamo a riappropriarcene.

Parliamo coi muri

Quanto conosciamo le nostre città?

Uno dei più celebri passi di Furio Jesi è tratto dal suo scritto postumo Spartakus. Simbologia della rivolta, terminato il 12 dicembre 1969 – poche ore prima della strage di Piazza Fontana – e uscito soltanto nel 2000:

«Si può amare una città, si possono riconoscere le sue case e le sue strade nelle proprie memorie più remote e segrete; ma solo nell’ora della rivolta la città è sentita veramente come l’haut-lieu e al tempo stesso come la propria città: propria poiché dell’io e al tempo stesso degli altri; propria, poiché campo di una battaglia che si è scelta e che la  collettività ha scelto; propria, poiché spazio circoscritto in cui il tempo storico è sospeso e in cui ogni atto vale di per se stesso, nelle sue conseguenze immediate. Ci si appropria di una città fuggendo o avanzando nell’alternarsi delle cariche, molto più che giocando da bambini per le sue strade o passeggiandovi più tardi con una ragazza. Nell’ora della rivolta non si è più soli nella città».

Jesi si riferiva tanto alla rivolta spartachista nella Berlino del 1919, di cui ricorreva il cinquantennale, quanto alle sommosse urbane del 1968 e dintorni, che erano parte della sua esperienza.

La pratica del conflitto insegna a non fuggire in modo prevedibile, e quindi a esplorare lo spazio urbano, a scoprire nuovi luoghi e nuovi tragitti. È quello che Belbo insegna a Casaubon nel capitolo 15 de Il pendolo di Foucault di Umberto Eco:

«Mi trovai a fuggire per via Larga […] Sull’angolo di via Rastrelli, Belbo mi afferrò per un braccio: “Per di qua, giovanotto”, mi disse. Tentai di chiedere perché, via Larga mi pareva più confortevole e abitata, e fui preso da claustrofobia nel dedalo di viuzze tra via Pecorari e l’Arcivescovado. Mi pareva che, dove Belbo mi stava conducendo, mi sarebbe stato più difficile mimetizzarmi nel caso che la polizia ci venisse incontro da qualche parte. Mi fece cenno di stare zitto, girò due o tre angoli, decelerò gradatamente, e ci trovammo a camminare, senza correre, proprio sul retro del Duomo, dove il traffico era normale e non arrivavano echi della battaglia che si stava svolgendo a meno di duecento metri […] “Vede, Casaubon,” mi disse allora Belbo,”non si scappa mai in linea retta […] Quando si partecipa a un raduno di massa, se non si conosce bene la zona il giorno prima si fa una ricognizione dei luoghi, e poi ci si colloca all’angolo da dove si dipartono le strade più piccole”».

Impossibile non pensare a tutto questo vedendo che in Francia, dopo settimane di rivolte, l’intelligenza collettiva ha inventato MediaManif, applicazione per smartphone che si appoggia a OpenStreetMap ed è stata subito chiamata «il Waze degli scontri». Come spiega il sito lundi.am, MediaManif è

«una mappa interattiva del mondo e dunque di ogni città, ogni via, ogni rotatoria sulla quale è possibile segnalare la presenza di gruppi più o meno significativi di gilet gialli, ma anche degli immediati pericoli che ogni cittadino potrà quindi schivare o aggirare. Chi non vorrebbe, in questi tempi agitati, poter attraversare la sua città evitando le nubi di lacrimogeni?».

Comunicazione Guerrilla

 

La cartografia della sommossa e la guerriglia odonomastica hanno in comune l’intento di riscoprire la città a uso del conflitto e dunque della vera vita, oltre la mera sopravvivenza, il tran tran, i tragitti soliti, l’uso passivo dello spazio urbano.

 

Bologna, rione Cirenaica, 27 settembre 2015. Reintitolazione-lampo di via Libia alla partigiana jugoslavo-bolognese Vinka Kitarovic.

Non è casuale che la guerriglia odonomastica porti a scoprire le rivolte urbane del passato. Il progetto Viva Menilicchi! prende il nome dal grido che socialisti e anarchici lanciarono a Palermo il 2 marzo 1896, durante una protesta contro la guerra d’Abissinia che sfociò in cariche di polizia, scontri e arresti.

Ecco, queste note servono a introdurre un importante testo di Mariana E. Califano, pubblicato sul blog di Resistenze in Cirenaica. Si intitola Della guerriglia odonomastica ed è la riflessione più approfondita uscita sinora su questi temi. → Buona lettura.

(*) testo ripreso da Comune-info che rimanda a wumingfoundation.com (il titolo originale era Guerriglia odonomastica: una rivolta contro i nomi che abitiamo, per conoscere le nostre città)

Una piccola proposta di db, rivolta in particolare a chi abita in zona Imola

Circa cinque anni fa («Statue, lapidi, schifezze fasciste e noi», 15 aprile 2013) avevo scritto così: «E’ necessario a mio avviso mappare prima e contestare poi le schifezze fasciste, vecchie e nuove. Per “contestare” intendo una mobilitazione collettiva in tre passaggi, all’insegna della nonviolenza. La prima azione è la denuncia pubblica del perché quei monumenti, quelle lapidi, quei nome sui cartelli stradali sono aperta violazione dei princìpi di una Costituzione democratica. La seconda tappa è il confronto ravvicinato e incalzante con le istituzioni che, nei diversi contesti, hanno la “responsabilità” di decidere su piazze e strade delle città. La terza tappa – laddove i rappresentanti delle istituzioni si mostrino sordi o lascino passare troppo tempo per rispondere – è l’azione diretta nonviolenta: armati solo di scale e scalpelli iniziamo a smantellare queste vergogne; ci denunceranno per… cosa? Se volete riprendere (e far circolare) questa idea firmatela per ora con il mio nome, cioè Daniele Barbieri; ma io spero che diventi presto una proposta collettiva».

La mia proposta allora non fu raccolta. La ripropongo oggi. Per chi, come me, abita a Imola – «città medaglia d’oro al valor militare per attività partigiana» – è evidente a cosa sto pensando: ci sono almeno due schifezze fasciste ben visibili in pieno centro Io dico che sarebbe ora di toglierle, coprirle o “contestualizzarle” con una bella scritta antifascista. Chi ne vuole parlare?

 

Redazione
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Un commento

  • Raccolgo la proposta. Personalmente ritengo che la migliore azione possibile, nei confronti di monumenti e simboli che ci trasciniamo dietro da più di 70 anni, non sia più quella di rimuoverli o cancellarli. Fanno parte della nostra storia, sta a noi trasformarli da opere celebrative della nostra follia in moniti al passato vergognoso che alcuni si ostinano a rivendicare.
    Io, proprio perchè mi vergogno di cosa hanno fatto molti italiani durante il Ventennio, non voglio più nascondere quel passato, ma lo voglio mostrare ben visibile.
    Approfittando del passare del tempo molta gente preferisce dimenticare i crimini commessi dai propri simili, e molti non li ricordano neanche più. Quando la memoria si affievolisce diventa più facile ignorare il passato e ricommettere poi gli stessi errori. Io vorrei invece che non ci si possa più scordare, vorrei che le verità scomode non siano più rimosse.

    Prendiamo ad esempio la statua di Francesco Azzi, che osserva silenziosa a braccia conserte chi passa dai giardini di San Domenico.
    Quanti dei passanti che ci camminano accanto sanno chi fosse? Credo che pochissimi concittadini ne conoscano la storia.
    Francesco Azzi, come descritto nel memoriale a lui dedicato, era “un eroe dell’impero fascista”.
    Francesco Azzi era “nato, cresciuto, allevato nel clima nuovo creato dal fascismo”, e “crebbe in modo del tutto conforme ai tempi ferrati, dinamici, eroici dell’epoca mussoliniana, conformandovisi senza fatica, come a una legge morale, a una norma di vita”.
    Francesco Azzi “crebbe fascista perchè tale doveva, voleva essere”, ma soprattutto “NON DISCUTEVA, OBBEDIVA!”.
    Francesco Azzi morì nel 1935 ad Axum durante la Guerra d’Etiopia, una guerra coloniale combattuta dal Fascismo per fondare quello che con sprezzo del ridicolo Mussolini definì “Impero Fascista”.
    In tale guerra i fascisti si contraddistinsero per i crimini di guerra, le violenze sessuali e gli sterminii di massa della popolazione locale, l’utilizzo di armi chimiche con i bombardamenti all’iprite.
    Ad Imola dopo la sua morte ad Azzi fu eretta la statua che ancora oggi possiamo osservare, ma che in origine si trovava posizionata in quella che ora è piazza Medaglie d’Oro, ed inoltre gli fu intitolato il campo sportivo, che ora porta il nome di Romeo Galli.

    Quante persone al giorno d’oggi non conoscono, o fingono di non conoscere, i crimini del colonialismo italiano? Quante persone credono nel mito degli “italiani brava gente”?
    Troppe, considerando che anche una sola persona sarebbe già troppo.
    Per questo credo che proporre la rimozione della statua di Francesco Azzi oggi non sarebbe utile, perchè non inciderebbe sulla memoria collettiva.
    La statua che ora c’è, ma che per la maggior parte delle persone non significa nulla, sparirebbe senza che nessuno rifletta sui crimini dei quali ci siamo macchiati durante il Ventennio.
    Dare un nuovo significato alla statua, invece, potrebbe aiutarci a contrastare quella “rimozione del passato” contro la quale combattiamo sempre più duramente ogni anno che passa.
    Passare davanti a quella statua, non più descritta da un semplice nome ai molti anonimo e senza significato, ma con una targa che ci ricordi cosa è stato il colonialismo e quali crimini i fascisti abbiano commesso, non solo contro gli italiani, ma anche contro altre popolazioni, può aiutarci a non dimenticare il passato.
    Visto quello che succede al giorno d’oggi, non sarebbe solo un esercizio di memoria storica, ma anche un buon modo per intervenire sul presente prima che sia di nuovo troppo tardi.

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