Claribel Alegria: una musa, una diosa, poesia pura

El Salvador: Palabras en fiesta

di Maria Teresa Messidoro (*)

In molti modi si può e si deve parlare di El Salvador: ricordando la guerra civile che lo ha insanguinato negli anni 80, raccontando un presente di speranze e di delusioni, stretto tra le maras (le bande giovanili che lo rendono tra i Paesi più volenti al mondo) e l’incredibile vittoria popolare con la legge approvata l’anno scorso con cui si proibiscono su tutto il territorio nazionale le miniere, portatrici di morte e distruzione. Nel mese di marzo ci sarà una importante tornata elettorale, per l’elezione dell’Assemblea Legislativa e dei consigli comunali e regionali, scadenza in cui ancora una volta si affronteranno il partito di sinistra, attualmente al potere, FMLN, e lo storico rappresentante della destra conservatrice ed oligarchica, ARENA. Ma ho scelto invece di dedicare alcune righe a Claribel Alegria, la scrittrice morta giovedì 25 gennaio.
Si sposò con il diplomatico e scrittore Darwin J. Flakoll con cui ebbe quattro figli e scrisse molti libri; il più famoso è Ceniza de Izalco, in cui lo sfondo sociale e politico della storia raccontata sono gli avvenimenti accaduti nel 1932 in El Salvador.
La testimonianza storica nei suoi romanzi
La protesta indigena contro i soprusi dell’oligarchia locale si trasformò in una insurrezione
popolare, soffocata nel sangue da una feroce repressione militare perpetrata dal dittatore
Maximiliano Hernández Martínez; gli assassinati furono sicuramente più di 25.000, i dati ufficiosi parlano anche di 30.000 persone, trasformando l’episodio nel più grave etnocidio nella storia del Paese centroamericano.
Claribel aveva soltanto sette anni, non sappiamo quanto seppe e comprese allora di ciò che stava succedendo, certo è che, ormai adulta, scelse il romanzo storico per raccontare e far conoscere in tutto il mondo ciò che era accaduto; in una delle sue ultime interviste ha affermato: “Ci sono cose che non si prestano per la poesia, io non sempre posso utilizzarla, perché è lei che mi usa. Però ci sono cose che volevo e dovevo dire. Per esempio quella mattanza spaventosa che accadde tanto tempo fa. Volevo dare voce a tutte quelle persone che non potevamo esprimere ciò che avevano vissuto, interiorizzato, subito. E così, con mio marito, iniziammo a scrivere questo libro testimonianza”.
Ho letto Ceniza de Izalco, chiaro; l’ho letto in punta di piedi, forse anche con diffidenza, perché già sapevo cosa rappresentava il massacro del 1932 nella storia di El Salvador. Non ho mai avuto incubi, come temevo, non ho dovuto leggere velocemente delle pagine per non affrontare la crudeltà e l’efferatezza messa in bella mostra. E’ un romanzo dolce, avvolgente, in cui gli indigeni salvadoregni smettono di essere invisibili, appaiono con la loro fierezza e con le loro contraddizioni. Bellissima la scena finale in cui “Qualcuno lì, in mezzo alla piazza convulsa, deve aver gridato qualcosa. Non l’ho sentito, però deve avere gridato qualcosa come – Se ci devono uccidere, che ci uccidano in piedi- …. Tre o quattro si sono alzati, poi venti, cinquanta, cento. Si sono alzati in piedi, come ipnotizzati, come se finalmente avessero ricordato qualcosa che avevano memorizzato parecchi anni prima, da bambini, per poi dimenticarlo per molto, molto tempo” (pagg 182-183).
Sullo sfondo il vulcano, quel vulcano che, come in uno scenario cinematografico, iniziò a eruttare il 22 gennaio 1932; la natura è partecipe degli accadimenti umani: raccontano gli anziani del piccolo villaggio di Santo Domingo, vicino ad Izalco, che i loro nonni e bisnonni tramandavano la leggenda che il patrono della località miracolosamente creò una laguna, per impedire all’esercito di entrare nel paese, dove effettivamente non ci furono morti. E questa natura è un personaggio dei libri di Claribel, importante come gli uomini, come loro viva, sofferente e gioiosa.
La poesia
L’appartenenza di Claribel Alegria alla “Generación comprometida” o “Generazione impegnata”, la corrente letteraria che si sviluppò in Centro America fra gli anni ’50 e ’60 si manifesta chiaramente nel suo essere al fianco dei più deboli, degli sfruttati e degli emarginati. Ma ciò non le impedisce di esprimere con vena poetica la sua empatia, il suo legame profondo con la natura. Ecco identificarsi con la nuvola:”mi formo/ mi trasformo/ sono una sirena/ sono un uccello/un pesce./ Faccio parte di un regno/ a volte sono sola/ copro la luna/ la scopro/ scendo sopra i vulcani/ e mi sollevo/ sono spugnosa/ magra/ mi illumino/ e mi spengo/ precipito a terra/ mi disciolgo.”
Commentava che se non avesse scritto poesie forse sarebbe ammattita, perché solo attraverso questa scrittura scarna, immediata avrebbe potuto dialogare con se stessa e con i “suoi”, come definiva i tanti lettori sparsi nel mondo.
Ha ragione il giornalista Manuel Vicente Henríquez nell’epitaffio scritto per la rivista ContraPunto il giorno della sua morte: “Claribel Alegria ritorna stanca dal lavoro, si reca nella sua piccola stanza, che diventa spesso il suo studio. Si siede alla scrivania, prende carta e penna e in questo preciso istante sa che nient’altro importa. Comincia a scrivere e si trasforma in musa. In Diosa. In Poesia.”
(*) vicepresidente Associazione Lisangà culture in movimento
Libri di Claribel Alegria in italiano:
Claribel Alegria, Voci, Samuele Editori, 2015
Claribel Alegria, Alterità, Incontri Editori, 2012
Claribel Alegria – Darwin J. Flakoll, Ceneri d’Izalco, Incontri Editori, 2011
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