Clelia Pierangela Pieri – Compere di Natale

Ingrano la marcia, il semaforo è verde eppure forse dovrebbe restare rosso in segno di vergogna. Passeggiando stamani per le vie del centro, ho visto presepi bellissimi esposti nelle vetrine. Troppi.

Maria e Giuseppe fuggivano dalla persecuzione, sul capo avevano il cielo e stelle a non finire, pare che una di esse lasciasse anche una scia ben visibile ai fuggitivi a che trovassero la giusta via per potersi infine riparare.

Betlemme. Quante volte, ancora bambini, abbiamo ascoltato questa parola e arrotando in dolcezza la nostra voce l’abbiamo ripetuta nascondendo gelosi quel calore che ci arrivava al cuore.
Nei miei termini laici voglio per un attimo considerare il Natale fatto storico, devo quindi non perdere di vista l’accaduto o quantomeno il narrato.
Le scritture a testimonianza raccontano di una grotta, o meglio di una mangiatoia, dove si trovavano fortunatamente un asinello e un bue che con il loro alito intiepidivano l’aria gelida di quel ventiquattro dicembre, ma quello che mi sconvolge è la narrazione che riferisce della gente umile accorsa a portare doni e non solo al neonato Gesù. Nella loro semplicità e umiltà pensarono soprattutto a Maria e Giuseppe palesemente stanchi, affranti, infreddoliti, impauriti.
Lasciarono loro il latte, il formaggio e poi coperte, acqua e sorrisi.
Lasciarono lo sguardo commosso su quel bambino che certo doveva essere bellissimo come ogni bambino e poi ancora sul volto della giovane Maria che, come ogni puerpera, sicuramente mostrava luce in ogni sua fattezza.

Un insegnamento di generosità che pare quasi nessuno abbia colto, se oggi Betlemme può ancora restare sotto assedio civile e militare, se in Palestina possono esserci oggi villaggi come Batir, Hussan, Nahalin e Walaja ridotti a ghetti dove manca di tutto, dove l’acqua viene erogata se l’addetto alla centrale idrica quel mattino è di buon umore. Dove i bambini che devono andare in ospedale per essere curati devono sottostare, con i loro stessi accompagnatori, a controlli interminabili e in ambienti insani solo per recarsi oltre l’invalicabile barriera.
Villaggi e città dove si respira il profumo del mare, ma non lo si può raggiungere, dove si vive sempre in attesa di apertura, di liberazione e ricongiungimento.
E cosa dire di Gaza, fintamente libera e terra franca? Tutti chiusi e incarcerati anche in quel luogo dalla finta libertà e franchigia, dove gli attacchi sono silenti e non per questo meno pesanti.

Forse solo i volontari che ancora oggi stanno lì a rischiare la vita e passano il loro Natale in questi luoghi per riportarci ancora notizie, meritano il pensiero, meritano il Buon Natale.  I giornalisti che testimoniano instancabili, i medici che cercano con i loro lasciapassare di curare a domicilio i più bisognosi.  E tutte quelle persone che riescono a fare passare qualche giocattolo che restituisca almeno un sorriso.

Come farà quella mamma a spiegare quanto sia importante per loro quel luogo, quel momento e quell’amore ripetuto, se quell’amore stesso ancora non è radicato nei nostri cuori. Come spiegare quanto sia oggi ancora malsana la radice che ci dichiara uomini liberi, addirittura fratelli.
Come…
Pare che, in un giorno benedetto, sia arrivato un bambino per rimettere i debiti all’umanità eppure sembra che ciò non sia servito a molto, giacché l’umanità ancora abita case immeritatamente confortevoli e addobba vetrine destinate a chi vuole mettere da parte la coscienza.  Barattiamo il rischio di un abbraccio con un regalino che chiamiamo “pensiero” così da sembrare, malgrado tutto, coscienti e responsabili.

Politicamente non mi schiero da nessuna delle due parti contendenti, non è questo il momento né la sede, ma mi schiero sicuramente dalla parte dei civili, dei bambini, delle madri, degli anziani, dei giovani. E’ Natale e mi vergogno di avere scritto queste poche parole solo adesso.  Questo venticinque dicembre m’insegna, ancora una volta, che tutti dovremmo avere latte e coperte per ogni Maria e Giuseppe, per ogni nuovo bambino.
Sempre, per chiunque e ovunque.

Posteggio. Quell’idiota mi frega sempre il posto, anche se a fine mese me lo addebitano sull’affitto.
Nessun pacchetto natalizio da tirare fuori dall’auto.  Anche quest’anno non credo di essere arrivata a meritare un vero Natale.

Buon Natale a voi, anime pie.

 

 

clelia pierangela pieri – xdonnaselva@yahoo.it
luigi di costanzo       – onig1@libero.it

Clelia

5 commenti

  • savina dolores massa

    Bella Clelia, come sempre mi aspetto.

  • Che dire…perfetta analisi di una non festa. Complimenti e ti lascio con una frase scritta ieri : “strano come qualcuno, nato 2000 anni fa scelse la mirra come dono, mentre chi lo venera farebbe qualsiasi cosa per l’oro…”

  • Bella l’idea per il racconto e molto ben scritto, complimenti!

  • leggo ora, Clelia.
    i tuoi termini laici e fatti storici sono di una delicatezza rara e profondità che noi, religiosi e poetici, quasi mai abbiamo
    nemmeno io mi merito il Natale, il semaforo dovrebbe sempre essere rosso, Vittorio che sta a Gaza il giorno di Natale è andato al funerale dell’ennesimo morto ammazzato, abbiamo svenduto gli abbracci….
    meno male che Dio (per me che ci credo) non è un contabile

  • Trovare al rientro le vostre letture è davvero un regalo.
    Grazie, vi abbraccio

    clelia

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