Colin Wilson, «fra la catatonia [molta] e il genio [poco]»

Urania riporta in edicola «I parassiti della mente»: con un breve lamento introduttivo; la recensione; ripescaggio di precedenti wilsonerie; edicola prox ventura

BREVE LAMENTO INTRODUTTIVO (si può saltare)

Ah, dea madre [sostituire con Zoroastro, Manitù o altra divinità a piacere] ma perché Fabrizio Melodia (con quel che lo pago oltretutto) è diventato così pigro? Scrive due volte a settimana e non c’è verso di passare a tre; anzi ultimamente (con banali scuse tipo lavoro e salute) buca pure. Mi sa che vado dal rigattiere e compro un clone per sostituirlo. Ah fulmini e tuoni [sostituire con altri fenomeni a proprio gusto] questo Urania così lovecraftiano era robbbbba per lui, non per me. Mi sforzerò di sostituirlo (da piccolo avevo ambizioni più elevate che fare il vice di Melodia ma insomma…).

RECENSIONE VERA E PROPRIA (si può saltare)

Con il titolo «I parassiti della mente» – traduzione di Alfredo Pollini – Urania manda in edicola (6,90 euri per 244) il romanzo che, nel 1967, rivelò Colin Wilson. La trama? «Limiti esterni della coscienza umana», gli Ittiti e gli indiani Masma, William Blake, Carl Gustav Jung, Aldous Huxley e le droghe, Teilhard de Chardin, un mare di Lovecraft, «l’uomo non è solo», Lune da spostare in cielo come i lumini di Natale, gli Antichi, Charles Fort, Joseph Rine, la fenomenologia come passpartout e naturalmente pochi superuomini in mezzo a una massa di bruti sotto il comando dei «parassiti». Giuro che la trama è questa e poco altro (azione quasi a zero): un presuntuoso e confuso frullato. Di sfuggita «il tunnel fra Scilla e Messina (uh) ma anche bufale a go-go (la “maledizione di Tutankhamen”, il mistero del lago Umayo o l’apparizione del brigantino Mary Celeste nel 1872): rubando la definizione a Wilson … «città di escrezioni». Per carità ci sono anche cose belline; tipo «quanta mangia l’anima» o «La dichiarazione dei diritti degli estranei» (nella presentazione) oppure la cattiveria – catti/VERA – «molti giornalisti erano bevitori accaniti e come quasi tutti i loro colleghi non erano particolarmente intelligenti». Poco per giustificare 244 pagine.

Ovvio che questa paccottiglia, con venature destrorse, piacesse a Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco (in coda a questo Urania ci sono 4 loro pagine… per dire nulla) mentre mi sorprende che l’apprezzi Giuseppe Lippi, il curatore di Urania.

L’inconscio (individuale?) spinge Wilson a vergare frasi rivelatrici. A esempio: «stavamo parlando come due personaggi di un romanzo di Rider Haggard» (“Le miniere di re Salomone” e roba simile): ma anche peggio forse. Oppure quella che io ho scelto per titolare il post: «Fra la catatonia e il genio», più la prima che il secondo. E ancora: «potrà sembrare che tutte queste teorie fossero impostate su basi molto labili».

Chi è appassionato di fantascienza saprà che su uno schema simile (siamo posseduti da creature invisibili) si può anche scrivere un discreto fantaromanzo; per tutti valga «Schiavi degli invisibili» (cioè «Sinister Barrier» del 1943) di Eric Frank Russell. Questo invece è un brutto saggio travestito da fiction. Bocciato.

A URANIA FORSE HANNO UN PROVERBIO: “UN WILSON L’ANNO TOGLIE OGNI MALANNO” (si può saltare)

Qui in “bottega” nel 2016 avevo scritto così di un altro Colin Wilson “uranizzato” (salvando qualcosina)

Urania collezione ripropone – 248 pagine per 6,90 euri, traduzione di Doris Cerea – il romanzo «I vampiri dello spazio» di Colin Wilson, datato 1976 eppure mi era sfuggito. Fino a metà del libro pensavo: il titolo dice tutto, lo schema è deja vu, a parte il pirata turco Piri Reis di straforo siamo dalle parti della fantascienza “mostro in fuga, acchiappiamolo, corri qua e corri là”. Invece nella seconda parte il libro sfugge ai cliché dell’avventura spaziale “draculizzata” per ben ingarbugliarsi intorno a temi non da poco: quanto vampirismo, in senso stretto e metaforico, c’è nella sessualità e nelle relazioni? E quanta energia vitale si succhia e si dona nell’intreccio dei corpi e delle menti? Allargando un filino il discorso: ci bastano termini come telepatia, plagio, gestalt, sadomasochismo, fusione, empatia per descrivere alcuni fenomeni che ruotano dalle parti di “sesso, amore e x”? Ricordo, in altri contesti molto tempo fa, alcune accese discussioni sul vampirismo, attivo e passivo, nei rapporti interpersonali: sorprendente che alcune persone capiscano al volo mentre altre cadano veramente dalle nuvole… Siamo una sola razza, si sa, ma con diversità enormi da un essere umano all’altro: e naturalmente viva la differenza. Ma sto andando fuori tema, dunque stop.

Il finale del romanzo è incasinatissimo, dubito che persino Colin Wilson lo abbia capito, perlomeno sulla base di uno scritto «pubblicato il 26 gennaio 2112». Nota buffetta: uno dei protagonisti de «I vampiri dello spazio» si chiama Hans Fallada, come il grande romanziere tedesco.

E sempre in “bottega” l’anno prima avevo dovuto fare i conti con un altro (orribile) wilson-urania.

Vengo a Colin Wilson e all’ennesima ristampa di «The Philosopher Stone» che stavolta Urania Collezione propone sotto il titolo «Specie immortale»: 290 pagine per 6,50 euri, traduzione e nota finale di Teobaldo del Tànaro. Prendete una pentola e buttateci dentro tutta la filosofia possibile (non entro nel merito, qui ci vorrebbe minimo Fabrizio Melodia), un po’ di Maya, il paranormale in varie salse, ovviamente Stonehenge, Mu (robbbba seria, mica quella fregnaccia di Atlantide), una statuetta aliena anzi due, Guenon, la strana decapitazione nel 1929 di Benjamino Evangelista, il non ancora decifrato manoscritto Voynich, Howard Phillips Lovecraft, ovviamente «i grandi anziani» e «le religioni del terrore», una spruzzatina di Giosuè Carducci e di Martin Gardner, «il controllo del cortice prefrontale», un poltergeist di passaggio, il romanticismo, la scienza imbrogliona, l’immortalità dietro l’angolo, gli alcolisti, i vecchi, una terribile minaccia in agguato (sta dormendo ma se si sveglia troppo presto…). La cascata del Niagara a confronto è un rigagnolo. Ah, aggiungete una lunghissima digressione – detto in modo un po’ rozzo: una pippa tremenda – per farci sapere che all’autore quel tipo là, Shakespeare o simile, non piace e comunque è tutta farina del sacco di Francesco Bacone.

Ho letto altre storie-catasta simili e mi sono perfino divertito: non cercavo plausibilità ma buona fiction, meglio se con un filo di ironia. Qui mancano personaggi accurati, trama, azione, ritmo, suspence, finale. In una parola manca tutto. E’ un saggio, con pretese (insostenibili) di verità e/o di intelligentissime ipotesi, travestito da romanzo.

PROSSIMI URANIA (non saltare)

In coda a questo sciagurato Wilson apprendo che a novembre Urania riporterà in edicola due grandi, vecchi autori: il Jack Vance di «La Terra morente» e un doppio Samuel Delany («Einstein perduto» e «Nova»). In più arriverà «Il sigillo del serpente piumato», vincitore del Premio Urania 2016, di Piero Schiavo Campo. Evviva. Invece non guarderò neanche da lontano l’ottobrino «Il viaggio dello Star Wolf» di David Gerrold.

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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