Come si uccide

un dossier di Marco Cinque

«Quando è il governo a uccidere siamo tutti boia» (reverendo Jessie Jackson)

Negli Stati Uniti ci sono variegati modi di uccidere, da Stato a Stato. Si va dalla sedia elettrica alla fucilazione, dalla camera a gas all’impiccagione, fino alla cosiddetta iniezione letale.

Impiccagione
Durante tutto il 1800 è stata l’impiccagione la pratica più comune per eseguire le sentenze capitali e ancor oggi viene mantenuta in alcuni Stati nordamericani. Il problema dell’impiccagione è dato dal fatto che se si sbaglia la lunghezza della corda in rapporto al peso corporeo del condannato, si verificano alcuni “inconvenienti”: se il salto è troppo breve si soffoca per strangolamento e la morte giunge più lenta e dolorosa; se il salto è troppo lungo la testa può staccarsi dal collo. In questo tipo di esecuzione, quindi, è fondamentale la “competenza professionale” del carnefice di turno.

Il famoso boia Berry, noto in Inghilterra per la sua “sensibilità” e per il trasporto con cui svolgeva le sue mansioni di carnefice, scrisse un libretto intitolato «Le mie esperienze di boia», dove, fra le altre cose, raccontava di alcune impiccagioni non perfettamente riuscite: «Al signor Goodale si staccò la testa dal corpo e, in un altro caso, quello di John Lee, non furono sufficienti tre tentativi per impiccarlo». Ma ecco alcuni altri tentativi infelici che la storia dell’impiccagione ci ha consegnato a futura memoria. Di Patrick Harnet, si disse: «Quando la caduta del corpo si arrestò, si sentì un forte gorgoglìo e subito dopo il sangue cominciò a scorrere a fiotti sul sottostante pavimento di pietra. Fu sollevato il cappuccio e si trovò che l’uomo era quasi completamente decapitato, e la testa era attaccata al corpo solo con un piccolo lembo di pelle sul dietro del collo. Durante il mezzo minuto e poco più che il cuore continuò a battere, il sangue veniva gettato contro la piattaforma superiore attraverso lo squarcio aperto, lasciato dalla testa che era caduta indietro sulla spalla».

Del caso di Johan Coffey si racconta: «Quando la botola si aprì la corda si ruppe e il corpo piombò a terra. Il collo non si era rotto, ma il colpo aveva fatto schizzare il sangue dalle orecchie dell’infelice. Fu riportato su… e mentre la corda veniva aggiustata, egli riacquistò conoscenza e chiese che gli levassero il cappuccio per poter dire ancora qualcosa. La corda si ruppe una seconda volta, ma il corpo fu afferrato prima che raggiungesse terra. Fu sollevato e tenuto a posto dai vice-sceriffi mentre il nodo scorsoio veniva riaggiustato. Questa volta la corda tenne e Coffey morì per strangolamento, in dodici minuti…».

Nel resoconto di una doppia impiccagione mal riuscita, un ex chirurgo coloniale scrisse: «…Quando la prima coppia fu impiccata, era mio compito accertarne la morte. In linea generale, all’auscultazione può succedere di sentir battere il cuore per circa dieci minuti dopo la caduta, e nel caso in questione, quando il battito fu cessato, non c’era niente che lasciasse supporre un benché minimo barlume di vita. I corpi erano stati disposti e sistemati in un’anticamera, quando udii con orrore uno dei presunti cadaveri dare un rantolo e vidi che faceva spasmodici sforzi respiratori, evidente preludio al risveglio. Immediatamente i due corpi furono riappesi per un altro quarto d’ora…».


Sedia elettrica

Il corpo di una persona giustiziata sulla sedia elettrica, quando viene trafitto dalle scariche di corrente, si muove in maniera convulsa e talvolta dai suoi capelli sale del fumo. L’ambiente circostante si riempie di un odore acre di carne bruciata. La scienza non è ancora riuscita a dirci chiaramente per quanto tempo una persona uccisa sulla sedia elettrica continui a rimanere in uno stato di coscienza.

«In ogni caso di esecuzione elettrica, così come furono giustiziati Ruth Schneider e Judd Gray (si dice che siano stati sottoposti a 2.200 volts), la morte sopravviene inevitabilmente, ma può essere molto lenta e, soprattutto, atrocemente dolorosa» affermava il professor L. G. V. Rota: «Il lasso di tempo precedente la morte varia secondo i soggetti. Alcuni hanno maggior resistenza fisiologica di altri. Credo che per nessuno, sulla sedia elettrica, la morte sia istantanea, indipendentemente dalla debolezza del soggetto. In certi casi la morte non è ancora sopraggiunta quando il punto di contatto dell’elettrodo con il corpo mostra bruciature marcate. E quindi, in casi particolari, il condannato può essere vivo e perfino cosciente per parecchi minuti, senza che sia possibile per un medico stabilire se la vittima sia morta o no… Questo metodo di esecuzione è una tortura…».
Ma ecco un’altra testimonianza del professor Amos O. Squire, che ha personalmente assistito all’esecuzione di ben 138 condannati nel famigerato penitenziario di Sing Sing: «Dal quadro elettrico proviene un suono simile a quello di un apparecchio a raggi X, un chioccolio, un ronzio, un sibilo. La persona sulla sedia fa un sobbalzo impressionante contro le cinghie, e tutti i muscoli si stirano e si contraggono. La faccia, quella parte che si vede dalla bocca alla gola, diventa rossa. Qualche volta un filo di fumo si alza sopra la testa, con un odore di bruciato. Dopo alcuni secondi la corrente viene tolta… Il medico ascolta il battito cardiaco con lo stetoscopio, e sente che diventa debole. Trascorre un breve intervallo. Si riapre l’interruttore, e quando il contatto è tolto il medico fa una nuova auscultazione… La terribile scossa elettrica provoca l’immediata contrazione di tutti i muscoli del corpo, che si traduce in violente contorsioni delle membra, delle dita delle mani e dei piedi, della faccia, e nello strabuzzare degli occhi. Se la corrente viene applicata per almeno mezzo minuto, una rapida ustione si forma nel punto di contatto, e all’autopsia si trovano gli occhi mollicci, con frattura a stella del cristallino, il cuore dilatato e pieno di sangue… e all’incirca nel cinque per cento dei casi contratto e irrigidito… Ho visto due casi in cui la parete del cuore era scoppiata…».

John Evans, nel 1983 in Alabama, venne avvolto dalle fiamme e per finirlo furono necessarie altre due scariche e 14 minuti di tribolazioni.

William Vandiver, nel 1985, fu ucciso dalla “sparascintille” dell’Indiana, ma ci vollero ben quattro scariche per togliergli la vita.

Horace Dunkins morì in Alabama, ben 19 minuti dopo la prima scarica.

Wilbert Lee Evans, nel 1900 in Virginia, vomitò sangue attraverso la maschera e continuò a lamentarsi per tutti gli interminabili 20 minuti che impiegò a morire.

Jesse Joseph Tafaro, nel 1990 in Florida, sperimentò una spugna sintetica intrisa in acqua salata sotto la calotta metallica che portava l’elettricità alla testa. Alla prima scarica, Tafaro prese letteralmente fuoco, e ci vollero altre tre scariche per finirlo.

Pedro Medina, nel 1997, è morto tra le fiamme della stessa sedia elettrica che aveva arso vivo Joseph Tafaro.

Negli anni passati le esecuzioni sulla sedia elettrica sono state difese dai patologi e dai medici delle prigioni di Stati come la Virginia e la Florida. Essi affermavano che i condannati «non possono sentire alcun dolore perché la forte corrente distrugge i loro cervelli in millesimi di secondo, quindi più velocemente della stessa registrazione del dolore». Ma i neuropatologi della difesa affermano che segni di vita sono spesso riportati dai testimoni presenti alle esecuzioni: contrazioni iniziali, successive contrazioni involontarie, spasmi, lamenti, gorgoglii, sospiri, presenza di battito cardiaco e persino urla. Questo significa che le regioni cerebrali che controllano la respirazione e le sensazioni sopravvivono alle scariche di alta tensione. Quasi sempre però il loro è un “grido silenzioso” perché l’ossigeno e il sangue vengono compressi dalla forte corrente che paralizza i muscoli. Altri scienziati e patologi affermano che alcuni condannati rimangono coscienti dopo che l’interruttore viene spento e soffrono di una morte lenta, con bruciature di terzo grado alla testa e con gli organi interni vicini al punto di ebollizione. Un corpo giustiziato con la sedia elettrica è troppo bollente per essere toccato. Per l’autopsia, infatti, si deve attendere fino a quando gli organi interni si siano raffreddati.

La sedia elettrica che ha ucciso Medina e Tafaro fu fatta costruire, con inaudita crudeltà, dagli stessi carcerati del penitenziario della Florida, nel 1923. Un vecchio cimelio assassino che continua ancora ad uccidere.

La storia recente ci ha dimostrato che con la sedia elettrica non è raro che il condannato prenda fuoco. Questo significa che l’esecuzione di Tafaro e quella di Medina, uccisi avvolti tra le fiamme, non sono stati incidenti inaspettati, né tantomeno inusuali. Questi “imprevisti” (dal 1983 se ne sono verificati almeno cinque) continueranno inevitabilmente a manifestarsi sin quando si continuerà ad usare la sedia elettrica.

Nel luglio 1999 la “Old Sparky” della Florida è stata prima sostituita con una sedia a più basso voltaggio, poi, nel febbraio dell’anno 2000, mandata definitivamente in pensione. Questo dopo che le immagini di Allen Lee Davis, che mostravano il condannato agonizzante, col sangue che gli usciva a fiotti dal naso, hanno fatto il giro del mondo. Tuttavia la buona notizia è stata presto controbilanciata dal governatore Jeb Bush, il quale ha immediatamente replicato con un provvedimento che velocizza le esecuzioni e limita il numero degli appelli. Con l’introduzione della più “umana” iniezione letale si vuole affermare il principio che una morte meno truculenta sia di per sé più giusta ed opportuna.


Camera a gas

Il condannato viene bloccato con delle cinghie su una sediaccia, poi, attraverso dei fori praticati sul fondo viene lasciata cadere una pallina di cianuro che va a finire in un contenitore di acido solforico. La reazione chimica fa sprigionare un gas velenoso che distrugge l’emoglobina nel sangue del prigioniero. Generalmente la vittima tende a trattenere il respiro per più tempo possibile, poi inizia a diventare rossa in volto, infine boccheggia nel tentativo di riprendere aria nei polmoni, ma riceve il gas letale. Prima che sopraggiunga l’incoscienza possono passare diversi minuti di tribolazione. Molti dei giustiziati emettono schiuma dalla bocca.


Fucilazione

Viene usata da soli due Stati: lo Utah e l’Idaho. Il condannato viene legato e incappucciato. Sul suo petto viene affisso il grafico di un bersaglio. Il plotone di esecuzione è composta da cinque cecchini, a uno dei quali (senza che lo sappia) viene dato un fucile caricato a salve, così ciascuno dei cinque tiratori potrà pensare di non essere l’autore materiale di quell’uccisione e sentirsi in pace con la propria coscienza.

Iniezione letale

L’ultima tecnica per eliminare legalmente vite umane è quella dell’iniezione velenosa. Nel febbraio 2006, il rifiuto degli anestesisti californiani smontava un altro mito attorno a questa modalità di dare la morte di Stato negli Usa, che si è affermata sulla fucilazione e sulla camera a gas proprio perché considerata più “umanitaria”. L’iniezione letale fu introdotta per la prima volta in Oklahoma e Texas nel 1977, ma la prima esecuzione fu sperimentata nel dicembre 1982 e nel giro di una ventina d’anni, anche per questioni di convenienza economica, è stata adottata da tutti gli Stati, ad eccezione del Nebraska che mantiene esclusivamente la sedia elettrica. Da qualche anno pure la direzione carceraria di San Quentin ha deciso di utilizzare solo aghi e veleni, mandando in pensione la vecchia camera a gas, troppo cruenta ed evocatrice dei vecchi campi di stermino nazisti. La procedura consiste in un’iniezione endovenosa continuata di una dose letale di tre sostanze: un barbiturico (pentothal) che rende il prigioniero incosciente, una sostanza che rilassa i muscoli e paralizza il diaframma in modo da bloccare il movimento dei polmoni e un’ultima che provoca l’arresto cardiaco.

Con questo metodo si vuol far credere di procurare una morte rapida e indolore, ma la vittima spira soffrendo per lunghissimi minuti e il pubblico che assiste ha l’illusione di un trapasso sereno per via della paralisi, causata dal secondo composto, che rilassa i muscoli facciali. Possono esserci, però, anche gravi complicazioni: l’uso prolungato di droghe per via endovenosa da parte del prigioniero può comportare la necessità di andare alla ricerca di una vena più profonda per via chirurgica; se il prigioniero si agita, il veleno può penetrare in un’arteria o in una parte di tessuto muscolare e provocare dolore; se le componenti non sono ben dosate o si combinano tra loro in anticipo sul tempo previsto, la miscela può diventare eccessivamente densa, ostruire le vene e rallentare il processo; se il barbiturico anestetico non agisce rapidamente il prigioniero può essere cosciente mentre i suoi polmoni si paralizzano e soffoca tra atroci sofferenze. Per ogni soppressione tramite iniezione letale sono impiegate tre persone “competenti in materia”, ciascuna delle quali potrà scegliere una siringa su tre disponibili. Fra le tre siringhe soltanto una però contiene la sostanza venefica. Ogni boia in camice bianco quindi non saprà mai se sarà stata la sua siringa ad uccidere.

Dal 1983 decine di esecuzioni con iniezione letale hanno avuto «intoppi», e in parecchi casi il boia ha impiegato più di trenta minuti per trovare la vena in cui inserire l’ago. Tra i molti tentativi malriusciti si ricorda quello di Stephen McCoy, che ebbe una reazione così violenta alla somministrazione delle sostanze letali che un testimone svenne accasciandosi addosso a un altro testimone. Nel novembre 1983 venne sospesa l’esecuzione di James Autry, a causa del suo stato cosciente, dove si contorceva e si lamentava. Alcuni mesi dopo, al secondo tentativo, Autry impiegò 10 minuti a morire, durante i quali lanciava grida continue e disperate. Un medico spiegò che l’agonia era dovuta all’ostruzione di un ago che rallentava il passaggio delle sostanze letali. Molti avvocati affermato che il composto delle sostanze tossiche usate per l’iniezione letale in 36 stati degli Usa violano palesemente l’ottavo emendamento che vieta «punizioni crudeli e inusuali».

Ci si augura che lo stomaco di chi legge sia abbastanza forte da sopportare le testimonianze rese con descrizioni talvolta molto particolareggiate, ma tali contributi sono necessari per raccontare la sofferenza dei condannati a morte.

Parlando di sofferenza, a esempio, si è portati a credere che questa abbia termine quando al malcapitato di turno viene tagliata di netto la testa dal collo: un attimo e via, più niente. Nessun dolore. Ma un illustre scienziato, il dottor Frederic Gaertner, ci svelò quello che in realtà avviene dopo una decapitazione: «Subito dopo che la testa fu staccata e cadde nel cesto, io la presi in custodia. L’espressione del viso rimase di un’estrema sofferenza, per parecchi minuti dopo la decapitazione. Apriva gli occhi e anche la bocca, continuando a boccheggiare, come se volesse parlarmi, e io sono certo che poté vedermi per parecchi secondi che la testa fu staccata dal corpo. Non c’è dubbio che il cervello era ancora attivo… Il suo corpo decapitato, che era stato precedentemente legato a una panca con una cinghia, era scosso da spasmi e convulsioni continue, che durarono dai cinque ai sei minuti, indicando anch’esse una grande sofferenza…».

Se i sintomi di tale sofferenza sono evidenti quando una testa è tagliata via dal corpo in una frazione di secondo, che cosa accade allora quando si viene strangolati da un cappio, soffocati dal gas, trapassati da quattro proiettili, avvelenati per via venosa o trafitti da scariche di corrente ad alto voltaggio? Nessuno è mai potuto tornare indietro a raccontarcelo.

TORTURE DI STATO

“Posso tollerare la forza brutale
ma la ragione brutale è intollerabile”
Oscar Wilde


Nelle prigioni e nei bracci della morte statunitensi esiste un’impressionante quantità di sistemi per torturare i prigionieri. Metodi quasi sempre inumani e spesso anche illegali. Si va da brutalizzazioni fisiche a torture psicologiche quali: deprivazioni sensoriali e del sonno, provocazioni verbali e minacce, umiliazioni, somministrazione di farmaci che provocano deperimento psico-fisico, proibizione di praticare cerimonie religiose, censura di posta e di ogni collegamento col mondo esterno, isolamento, perquisizioni corporali sistematiche, ammanettamenti e incatenamenti, fornitura di alimenti avariati o immangiabili, pestaggi, rifiuto di assistenza medica, sperimentazioni di vario genere su detenuti utilizzati come cavie umane, sevizie, stupri, eccetera.

Tra gli Stati che promuovono inasprimenti detentivi e delle condizioni carcerarie si distingue quello dell’Alabama che, per bocca del portavoce dell’ex governatore Donald Claxton fece sapere che «l’umiliazione deve far parte della pena». Non bastano le innumerevoli atrocità inflitte ai detenuti, soprattutto nei penitenziari di Marion (Illinois), Florence (Colorado), Pelikan Bay (California), Mariane (Florida) e altre, dove si fa ricorso ai “manganelli psichici”, ovvero tecniche a base di psicofarmaci e deprivazioni sensoriali per controllare e modificare il comportamento e la personalità dei prigionieri.

Nell’Ellis Unit One di Huntsville, in Texas, all’interno di un’intera ala (la J21) venne spruzzato un gas velenoso che i prigionieri furono costretti a respirare. A un detenuto di nome Nanon Williams fu spruzzato il gas direttamente negli occhi, poi venne picchiato così violentemente che da un occhio perse completamente l’uso della vista. «Due guardie sono venute da me» ha testimoniato lo stesso Williams «e mi hanno chiesto se rifiutavo di lasciare la cella. Ho detto di no, però volevo sapere il motivo del trasferimento nella cella di punizione. Un secondino mi ha risposto che non mi stavano portando in una “cella di controllo”, ma in isolamento. Stavamo parlando con calma quando improvvisamente quella guardia ha tirato fuori una bomboletta di “mace” (gas lacrimogeno) e ha cominciato a spruzzarmelo negli occhi e nella bocca. Non riuscivo a respirare e mi sentivo come se stessi per morire. I miei occhi sembravano aver preso fuoco e quel secondino continuava a spruzzarmi addosso il gas, ancora e ancora… Non riuscivo a muovermi e ho perduto i sensi. Mi ero dimenticato dove mi trovavo, ma dopo un po’ compresi ciò che stava accadendo.

Cercavo di alzarmi ma non potevo. Quando hanno visto il mio sforzo per alzarmi hanno ricominciato a spruzzarmi addosso il gas. Sembrava fossero passate delle ore, ma più tardi venni a sapere che tutto era durato circa un’ora. Credevo che sarei sicuramente morto, perché il mio respiro si era fermato. Poi la porta della cella si è aperta e ho cercato di uscire da quel buco pieno di gas, ma tutto quello che sentivo erano pugni sulla mia testa.

Sono stato sopraffatto e schiacciato per terra. Sentivo le guardie mettermi le manette a mani e piedi. Gli agenti continuavano a urlare: “smettila di fare resistenza” ma non stavo facendo resistenza, legato com’ero. Sentivo dolore sul fianco, dove mi stavano dando dei calci, e tanti pugni mi colpivano in testa. Le guardie continuavano a urlarmi contro di non fare resistenza, però io non riuscivo neanche a muovermi. Un agente mi ha preso per i capelli e mi ha sbattuto contro il pavimento di cemento, finché non ho perso conoscenza… Sono stato messo in piedi sotto la doccia. L’acqua era bollente, così ho fatto un salto indietro. Ero sempre ammanettato alle mani e ai piedi ed ero vestito, ma mi forzavano a restare sotto l’acqua. Finalmente qualcuno si è accorto che l’acqua scottava e ha aperto l’acqua fredda. Mi hanno lasciato sotto la doccia un paio di minuti, poi mi hanno tirato fuori.

Con i vestiti bagnati fradici sono stato messo in cella d’isolamento. Le guardie si sono sedute sulla mia schiena e mi hanno tolto le manette. Più tardi è venuto un agente che mi ha fatto delle fotografie, dopo avermi detto di togliermi i vestiti bagnati. Ancora non riuscivo a vedere. Ero seduto nella cella e sentivo molto freddo. Non mi sono stati dati vestiti, asciugamani, lenzuola, coperte, un materasso o altro…

Quando sono stato messo sotto la doccia, vestito e ammanettato, senza potermi strofinare con il sapone o in qualche altro modo, l’acqua aveva sparso il gas su tutto il mio corpo. Dopo 48 ore la mia pelle era del tutto intorpidita. Ancora 48 ore dopo riuscivo a vedere solo se aprivo con forza gli occhi, ma il dolore era insopportabile. Mentre stavo seduto nella cella, ho sentito una lacrima scendere da un occhio e quando l’ho asciugata ho scoperto che era sangue. Lacrimavo sangue ogni volta che cercavo di alzare la palpebra sinistra, così sono rimasto seduto sulla panchina d’acciaio con gli occhi chiusi… Mi sono guardato allo specchio e il mio occhio destro era iniettato di rosso, mentre il sinistro era completamente coperto di sangue. La parte destra del viso era molto ammaccata e tutta la pelle si stava sbucciando… Per un mese non mi è stata data alcuna assistenza medica».

In un penitenziario dell’Illinois, il direttore e 12 guardie sono stati incriminati per aver organizzato combattimenti all’ultimo sangue fra i detenuti e per aver finito con il colpo di grazia i feriti. «Tanto si sarebbero comunque ammazzati tra loro quelle bestie» ha dichiarato uno dei secondini «almeno così ci divertivamo».

In California sono state documentate, da un filmato trasmesso su varie emittenti televisive americane, le torture che i secondini di un carcere riservavano ai detenuti. Il filmato mostrava guardie in divisa che, senza alcun motivo apparente, prendevano a calci nel basso ventre i detenuti, li tramortivano con manganelli elettrici, li costringevano a strisciare come vermi, li facevano azzannare da cani lupo. Le violenze non venivano risparmiate neppure a un detenuto appena dimesso dall’infermeria, con una gamba ingessata e un braccio rotto: le immagini mostravano il prigioniero convalescente mentre cercava di sottrarsi al pestaggio delle guardie e all’aggressione dei cani.

In merito alle brutalità illegali che vengono esercitate sui detenuti in attesa dell’esecuzione, ecco una testimonianza del condannato alla pena capitale Michael Sharp, che denunciava l’abituale ricorso alla violenza da parte del personale carcerario: «Nel braccio della morte del Texas la violenza è dappertutto, però le atrocità e le crudeltà, sono veramente conosciute solo da quelli che ci vivono ogni giorno. La violenza qui dentro potrebbe non sorprendere nessuno, ma quello che vi sorprenderà è che dietro questi blocchi di cemento, acciaio e fili di ferro, sono le stesse guardie assunte dallo Stato (cioè tu) che emanano fetore di violenza. Nella violenza loro cercano il piacere, la gloria e pensano persino che è un loro dovere patriottico infliggere rudezze premeditate, tirannie, brutalità, torture vendicative ed altri atti diabolici sui prigionieri. Questi sono i nomi di alcune delle peggiori guardie dell’unità di Ellis, a Huntsville, conosciute per aver perpetuato atti violenti e inumani: Michael Montygomery, Kenneth Thompson, Marcus Mallet, Kyle Matheson, John Laningham Jr., Scott Bickel, Patrick Leedy, Anne-Marie Sounders, Oscar Gongora e Christopher Toney.

Questa banda di guardie qui sopra elencate, controllano la situazione con aggressioni continue e minacce. Eppure la violenza dovrebbe essere l’ultima risorsa da usare, ma questi uomini e donne respirano, parlano, praticano e istigano violenza. Sembra che sia il loro unico mezzo di comunicazione. Le leggi non scritte e le procedure che hanno nelle loro teste e nei loro cuori sono: “Ammanettali! Umiliali! Strattona e percuoti violentemente i loro corpi! Demoralizzali!”.

Le guardie spesso mascherano la realtà dei fatti quando vanno a rapporto degli ispettori di turno. Questi ispettori dovrebbero essere neutrali e razionali, ma loro credono a ogni cosa detta dalle guardie, anche quando sanno perfettamente che stanno mentendo. Mi pare evidente che sia guardie che ispettori devono sentirsi impotenti e frustrati nelle loro vite; si capisce dal fatto che vengono al lavoro arrabbiati e cercano continuamente di colpevolizzare qualcuno per dare sfogo alla loro rabbia. Quanto devono sentirsi miserabili e spiritualmente poveri in fondo ai loro cuori! Non può che essere così chi sveglia i malati mentali dal loro sonno per provocarne la furia. Non può che essere così chi strattona violentemente un prigioniero ammanettato e lo provoca, lo offende intenzionalmente per alimentargli le fiamme del suo inferno personale. Se le madri di queste guardie sapessero quello che fanno i loro figli in queste prigioni si vergognerebbero fino alle lacrime.

A peggiorare le cose c’è la consapevolezza dei secondini dell’impunità di cui godono per le loro azioni illegali. Così non hanno alcun senso di colpa per i loro misfatti. Essere in prigione e trovarsi al cospetto di guardie che attuano questo tipo di violenze è una cosa che non lascia scampo al prigioniero, se non quello di risponder con altra violenza. I secondini sono consapevoli di questo e sono maestri nel provocare le ire dei detenuti, per poi sentirsi autorizzati a usare ancora maggiore ferocia.

In questa situazione di crudeltà, di dolore fisico e psicologico le guardie trovano la loro “rivincita” perdendo il controllo e violando continuamente la legge.

Da quale diritto o giustizia viene permesso questo? Qualcuno deve essere responsabile e deve rispondere di questi atti. Ucciderci è una cosa, ma brutalizzarci, schiacciare le nostre menti e i nostri corpi mentre aspettiamo la morte è completamente un’altra. Queste trasgressioni, così tristemente diffuse, dovrebbero far preoccupare e vergognare ogni cittadino. Noi prigionieri in attesa dell’esecuzione già viviamo in condizioni intollerabili, con alle spalle anni di oppressione. Siamo già in agonia, pieni di ansia e depressione. Perché oltre a questo dobbiamo essere torturati lentamente e in ogni maniera? La nostra morte non è già abbastanza?».

In seguito a questa denuncia, ma soprattutto per aver fatto i nomi dei suoi aguzzini, Michael Sharp ha dovuto subire ulteriori restrizioni: isolamento, insulti, minacce e percosse. È stato segregato, torturato e umiliato, fino al 19 novembre 1997, giorno in cui lo Stato del Texas si è presa la sua vita.

Sempre da Huntsville, anche il condannato a morte Dominique Green El ha voluto manifestare la sua indignazione riguardo alle brutalità inflitte verso i prigionieri: «Ricordo che mi è stato chiesto come tutte queste persone possano obbedientemente distendersi sul lettino e lasciarsi uccidere. Ho meditato seriamente su questa cosa e adesso voglio dire cosa penso. La ragione per cui molte persone sono disposte ad accettare la morte non dipende solo dal fatto che con il tempo si stancano di vivere qui dentro. La ragione è che molti di loro non accettano la lotta per sopravvivere in questo luogo. Lottare per mangiare, lottare per avere degli amici, lottare per avere speranza, lottare per avere qualcuno che li ami. Queste cose che dobbiamo sopportare non sono che una parte delle nostre difficoltà, perché siamo sottoposti a livelli incredibili di abuso mentale e a diversi stadi di abuso fisico. Il personale della prigione usa metodi di tortura degradanti. Se ci lamentiamo, la situazione semplicemente peggiora, quindi molti non parlano. Molti rinunciano ai propri appelli, come ha fatto il mio amico Leo Jenkins… Negli ultimi giorni due miei compagni sono stati picchiati. Le guardie hanno messo tutti gli oggetti di uno di loro per terra e poi hanno allagato la cella, rovinando tutte le cose, le sue lettere, le sue fotografie, i suoi documenti legali, il libro che stava scrivendo, la sua macchina da scrivere. Era tutto distrutto. Era tutto rovinato e bagnato fradicio. Ma la cosa più agghiacciante è che la sua data d’esecuzione era fissata per il giorno dopo. Quindi non solo lo hanno picchiato, ma gli hanno anche rubato la sua dignità e il suo orgoglio”.

Cos’è, vien da chiedersi, che distingue i bracci della morte statunitensi da un qualunque lager nazista dell’ultimo conflitto mondiale? Anche nei penitenziari americani le persone vengono torturate in tanti modi prima di essere uccise. Dov’è allora la differenza? Forse le uniche cose che distinguono i campi di concentramento di Auschwitz e Dachau dagli attuali penitenziari della Zio Sam sono che, in questi ultimi, vengono esercitate torture e sanzioni inumane in tempo di pace invece che in tempo di guerra; che a esercitarle è un Paese “civile” e “democratico” invece che un regime dittatoriale e che i prigionieri usufruiscono dell’effimero privilegio di un processo giudiziario prima di venire condannati.

UNA BREVE NOTA
Per riprendere il discorso sulla pena di morte (confronta il dossier di Claudio Giusti qui in blog 7 giorni fa) ho ripreso due capitoli di «Giustizia da morire» che Marco Cinque aveva pubblicato con Multimedia; cfr
http://www.casadellapoesia.org/e-store/multimedia-edizioni/giustizia-da-morire-
voci-umane-dei-bracci-della-morte-degli-stati-uniti/introduzione
Marco Cinque è anche l'autore dell’antologia «Poeti da morire» (2007, Giulio Perrone editore) che affianca lo spettacolo teatrale omonimo; su Contro la pena di morte (qui in blog) trovate altre notizie. (db)
Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

6 commenti

  • RICEVO da Monica Lanfranco
    ciao, ho provato a postare questo commento al lavoro di marco ma mi dice errore, lo puoi fare tu per favore? grazie

    Informazioni utili, grazie a Marco del suo lavoro. A quando un dossier su Cina, Emirati arabi e Iran, giusto per citare altri Paesi importanti nello scenario globale dove di ammazza per legge, visto che comunque sugli Usa di materiali ce n’è comunque un pò di più?
    Monica Lanfranco

    • Forse è ovvio – almeno a chi legge di frequente codesto blog – ma preferisco chiarirlo. Quando qualcuna/o (Monica?) mi farà avere un dossier sulla pena di morte in Cina, Emirati Arabi e Iran sarò ben felice di postarlo.E del resto chi passa spesso di qui non ha trovato un solo post (sui commenti ovviamente non garantisco io) che mostrava qualche simpatia o reticenza per dittature più o meno mascherate.
      O magari Monica non la vede così?
      Più in generale.
      Si fa poco purtroppo per contrastare il boia di Stato negli Usa; si fa pochissimo contro la pena di morte in Cina, Emirati Arabi e Iran.
      Resta una dolorosa inquietudine che forse condivido con altre/i: siamo nel vero se continuiamo a chiamare democrazia gli Stati Uniti e invece altri Paesi (come quei tre) dittature? E non mi riferisco solo alla pur terrificante questione della pena di morte.
      E resta anche la malafede di tanti media che vedono i crimini solo dove e quando vuole il padrone del vapore: Saddam prima santo e poi boia; Gheddafi prima terrorista, poi eroe e infine dittatore. In atri Paesi c’è la decenza di dar notizia
      di tutti i rapporti di Amnesty International (sempre documentati; mi pare che finora nessuno sia mai riuscito a trovarci menzogne) ma sarebbe facile mostrare come in Italia si dia voce ad Amnresty una volta sì e tre no. (db)

  • RAPPORTO ANNUALE DI AMNESTY INTERNATIONAL SULLA PENA DI MORTE:
    ALLARMANTE LIVELLO DI ESECUZIONI NEI POCHI PAESI CHE ANCORA UCCIDONO

    Il rapporto sara’ on line, insieme ad altra documentazione sulla pena di morte nel 2011, a partire dalle ore 7 di martedi’ 27 marzo all’indirizzo: http://www.amnesty.it/dati_pena_di_morte_nel_2011 ed e’ disponibile presso l’Ufficio stampa di Amnesty International Italia.

  • vi segnalo questo comunicato stampa (29 marzo) di Amnesty International:

    IMPICCAGIONI IN GIAPPONE, PER AMNESTY ‘PROFONDO PASSO INDIETRO’
    La decisione del Giappone di impiccare tre prigionieri, dopo che erano trascorsi quasi due anni senza esecuzioni, e’ stata giudicata ‘un profondo passo indietro’ da Amnesty International.
    Il ministro della Giustizia Toshio Ogawa ha autorizzato le tre impiccagioni, spiegando che era suo ‘dovere’, come titolare del ministero.
    ‘Queste tre esecuzioni sono un profondo passo indietro e riportano il Giappone in quella minoranza di paesi che usano ancora la pena capitale’ – ha dichiarato Catherine Baber, vicedirettrice di Amnesty International per l’Asia e il Pacifico. ‘Giustificare azioni che violano i diritti umani col ‘dovere ministeriale’ e’ inaccettabile. Al contrario, dovrebbe essere responsabilita’ di chi ha incarichi politici di affrontare la criminalita’ senza ricorrere alla punizione piu’ crudele, disumana e degradante’.
    Tomoyuki Furusawa, 46 anni, e’ stato impiccato a Tokio; Yasuaki Uwabe, 48 anni, a Hiroshima; Yasutoshi Matsuda, 44 anni, a Fukuoka.
    Le condanne a morte in Giappone vengono eseguite mediante impiccagione, solitamente in segreto. I prigionieri ricevono un preavviso minimo o non vengono neanche avvisati.
    Solo due giorni fa, Amnesty International aveva pubblicato il rapporto sulla pena di morte nel 2011, sottolineando il positivo sviluppo dell’assenza di esecuzioni in Giappone per quasi due anni. L’organizzazione aveva chiesto, e rinnova oggi la richiesta al Giappone di unirsi agli oltre due terzi dei paesi che hanno abolito per legge o nella prassi la pena capitale o che hanno dichiarato una moratoria come primo passo verso l’abolizione.

    Il rapporto sulla pena di morte nel 2011 e ulteriori informazioni sulla pena di morte in Giappone sono disponibili all’indirizzo:
    http://www.amnesty.it/impiccagioni-in-giappone-un-profondo-passo-indietro

  • Ilovesudtirol

    Leggendo ciò che hai scritto nel tuo blog, e pur sapendo – essendo io un ex socio ordinario di Amnesty International – qual è la situazione della pena capitale negli USA , sono rimasto scioccato dalle dichiarazioni di quei poveri uomini . Non conoscevo questi particolari e mi è quasi venuto da piangere , perché ho pensato :” Santo cielo , ma come è possibile tutto questo ? Certo , tali persone hanno commesso uno o più omicidi , ma sono esseri umani e hanno già ricevuto una condanna a morte ! Tutto questo non è sufficiente? E poi , spesso e volentieri , essi sono così pentiti del male fatto da essere uomini (e donne) completamente diversi dal giorno della loro sentenza capitale”. Quando , magari sul Televideo Rai, leggo la notizia dell ennesima esecuzione negli USA (o anche del solito rapporto sulle migliaia di uccisioni “legali ” in Cina o Iran), beh, ringrazio Nostro Signore Gesù Cristo di essere italiano e vivere in una nazione dove questa barbarie è finita il 4 marzo 1947 con l ultima fucilazione . Ciao !!!

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