Come sia difficile (e facile) morire

Consapevolezza e sensibilità in un libro forcipe: recensione – in ritardo di un anno sull’edizione italiana (e di oltre 60 su quella francese) – a «L’uomo e la morte» di Edgar Morin (*)

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Questa estate ho ripreso in mano «L’uomo e la morte» di Edgar Morin (Erickson 2014: 370 pagine per 22 euri; traduzione e cura di Riccardo Mazzeo, postfazione di Sergio Manghi) che avevo interrotto – a malincuore ma per varie urgenze – un anno fa.

Mi ero appuntato tre citazioni (incontrate nel frattempo) che mi hanno accompagnato nel completare e meditare il libro. Eccole.

«La morte, di per se stessa, ha sempre ucciso molto meno degli uomini» di José Saramago.

«Non è la morte il peggiore dei mali, ma piuttosto voler morire senza riuscire a ottenere nemmeno quello» di Sofocle.

«Sì come una giornata bene spesa dà lieto dormire, così una vita bene usata dà lieto morire» di Leonardo da Vinci.

Ne aggiungo una quarta – di Eraclito – che Morin riprende due volte: «Vivere di morte, morire di vita».

Con stato d’animo contraddittorio e mutevole – visto anche il tema – ho goduto delle riflessioni di Morin: non mi sono sorpreso (conosco molti suoi libri) della sua saggezza e della capacità di scavare nella complessità, di connettere e di incamminarsi su strade nuove; mi sono invece stupito di quanto sia attuale, e per certi versi ancora “in anticipo”, un testo il cui impianto risale al 1950 e che infatti, con pochissime aggiunte, è stato ristampato nel 1970, nel ’76, nel 2002.

La nota del curatore è categorica: «questo libro, scritto più di 60 anni fa, costituisce un unicum nella storia del pensiero». Affermazione impegnativa ma vera e verificabile. «Non è soltanto una summa di quanto sia stato detto, scritto e pensato sulla morte, dagli uomini primitivi […] ai filosofi di ogni tempo […] ma è anche un forcipe capace di ri-dare alla luce una consapevolezza e una sensibilità che oggi stanno scomparendo, ancor più di quando era stato scritto». E ancora: «Un libro tanto più utile e direi essenziale ai giorni nostri quanto più l’idea della morte […] ha subìto un processo di rimozione coatta».

L’indice aiuta a capire la complessità del ragionare di Morin (che non mi azzardo certo a riassumere ma solo a consigliare).

L’introduzione generale è antropologica. Si parte con «la morte in comune e la morte solitaria»; nel secondo capitolo con «l’individuo, la specie e la morte-rinascita»; a seguire «Il paradosso della morte: l’assassinio e il rischio di morte» («l’uomo è il solo animale che dia la morte al suo simile senza necessità vitale» e lo fa anche con l’approvazione di certe leggi) con pagine interessanti anche sul cannibalismo e sulla tortura; poi «I fondamenti antropologici del paradosso»; «La morte e l’utensile» (ma il primo utensile sono le parole) nel sesto capitolo chiude questa lunga parte introduttiva.

La sezione successiva (ovvero la prima parte) si chiama «Le concezioni primarie della morte» è diviso in tre capitoli: «La morte-rinascita e la morte materna» (i sacrifici, l’associazione fra morte e donna-madre, il sonno, le acque sono i fili del gomitolo); «Il “doppio” (fantasmi e spiriti) ovvero il contenuto individualizzato della morte», che ovviamente meriterebbe una particolare attenzione presso chi si muove tra fantastico e fantascienza; «L’occultismo e l’estetica: perduranze e riaffioramenti delle concezioni primitive della morte».

La seconda parte si intitola «Le cristallizzazioni storiche della morte» ed è diviso in 5 capitoli: «La svolta storica: le nuovi morti»; «La salvezza»; «La morte cosmica: Brahman e Nirvana»; «La morte è meno di niente (la saggezza antica)»; «La morte e la cultura». La definizione di “nuove morti” non deve ingannare: la morte non cambia, mutano però le condizioni in cui si muore come le nostre percezioni e convinzioni, si modificano le relazioni fra vita e morte in base a «nuove concezioni scaturite dalla biologia».

Breve (e interessantissima) la terza parte con un solo capitolo: «La crisi contemporanea e la “crisi della morte”».

Nella quarta e ultima parte intitolata «Tanatologia e azione contro la morte» due capitoli: «La scienza della morte e il mito moriniano dell’amortalità» (non stupitevi di questo ironico “moriniano”) e «Tra l’indefinito e l’infinito» che è in realtà un capitolo aggiunto nel 1970. Il prolungamento della vita pone la questione della creazione di una «sovrumanità», ovvero «una umanità dotata di qualità che non possediamo ancora».

A completare il volume la post-fazione di Sergio Manghi, la bibliografia e varie prefazioni-introduzioni delle 4 precedenti edizioni.

Fra continui rimandi ai popoli antichi e ai filosofi moderni, tra Freud e il «Il garofano rosso» di Elio Vittorini, tra Demetra e Dioniso, fra l’estasi e la metempsicosi, tra la «saggezza stoica» e le contraddizioni di Sartre, fra Marx e le cellule viventi («potenzialmente immortali») il libro non annoia neanche un minuto.

Come sa chi conosce le sue opere, Morin non ha peli sulla lingua. Perciò se vi scandalizza che il cristianesimo sia definito «un delirio di morte» questo libro non fa per voi.

Fra i tanti paradossi, toccati da Morin, ne segnalo due.

Il primo: proprio mentre la vita media si allunga e le scienze ipotizzano di «sconfiggere» (o almeno ritardare di molto) la morte, gli esseri umani continuano a sterminarsi – Morin riporta un desolante calcolo: nella storia nota registriamo «13 anni di guerra per ogni anno di pace» – e anzi ora minacciano addirittura la vita del pianeta (e con lui ovviamente le nostre).

Il secondo, solo accennato: «il diritto a morire quando lo si desideri». E qui si innesca (nella prefazione) anche un bel ragionare sui «funerali laici».

Una curiosità: nel libro Morin cita di sfuggita (a pagina 47) un film di Abel Gance: è del 1919, «J’accuse». Preparando – con Francesca Negretti – la lettura «Ancora prigionieri della guerra» ho rivisto da poco molti spezzoni del film (fu censurato e in parte distrutto per i suoi contenuti antimilitaristi): nonostante sia una pellicola muta, dunque “antiquata”, resta impressionante. Il messaggio di Gance che Morin fa suo è fortissimo: i morti della prima guerra mondiale tornano in vita «per cercare di impedire lo scoppio di una nuova guerra». Non ci riusciranno. Aggiungo io che questo compito spetta a noi vivi.

Infine leggendo Morin mi è tornata in mente una serata per il mio 60° compleanno) dove amici-amiche mi avevano regalato… storie; su alcune delle quali discutemmo poi… davanti a un fuoco acceso all’aperto, quasi un antico rito. La storia scelta da Gabriella, che è italo-etiope-eritrea, era all’incirca questa: Dio, la pioggia e la morte vanno in viaggio (o in pellegrinaggio?). Il cammino è lungo. La sera devono fare una sosta e vorrebbero un tetto sulle spalle. Vedono una casa e decidono di chiedere ospitalità. «Vado io per prima a perorare la nostra causa» dice la Pioggia. Bussa e saluta. Il padrone di casa è cordiale ma appena la Pioggia spiega chi è… la interrompe: «no, non ti voglio a casa mia, tu non sei giusta: quando serve non fai piovere, altre volte ne mandi troppa». Il secondo tentativo lo fa Dio. Di nuovo l’accoglienza è buona finché l’uomo non sente di chi si tratta: «Ah no, tu non sei giusto: fai nascere alcune persone ricche e in salute, altre povere e malate; da me non avrai ospitalità». A questo punto prova la Morte. Appena si presenta, il padrone di casa garantisce che verrà ospitata: «tu sei giusta, colpisci tutte le persone allo stesso modo». Ricordo la discussione che si aprì. Il “messaggio” è tipicamente africano? «No» – dicemmo in parecchi – «anche Totò nella poesia A livella ci ricorda una verità analoga». Forse l’aspetto più curioso (e inquietante per i cattordossi) è che la morte, Dio e la pioggia si conoscano e viaggino insieme. Non so perché ma son quasi sicuro che a Morin piacerebbe questo strano trio in cammino.

QUI IN BOTTEGA ovviamente di morte si è molto parlato. Mi sembra utile segnalare La buona morte (“Riflessioni, giudizi, esperienze intorno alle tematiche dell’eutanasia attiva e passiva e del testamento biologico” – della Bim cioè Biblioteca comunale di Imola). Aggiungo che il blog è impegnato – grazie anche al lavoro di Claudio Giusti e del Comitato Paul Rougeau – contro la pena di morte.

C’è un bel libro di fantascienza intorno al morire che dovrei recuperare/recensire ma non trovo il tempo): sono due racconti – o meglio romanzi brevi – di Robert Silverberg che l’editore Fazi ha pubblicato sotto il titolo «L’amore al tempo dei morti»; nel primo si fa i conti con la possibilità di essere “rigenerati” dopo la morte: nel secondo l’età media è stata prolungata dalla scienza ma… fra morte e sovrappopolazione qual è il male minore?

(*) Questa sorta di recensione va a collocarsi nella rubrica «Chiedo venia», nel senso che mi è capitato, mi capita e probabilmente continuerà a capitarmi di non parlare tempestivamente in blog di alcuni bei libri pur letti e apprezzati. Perché accade? A volte nei giorni successivi alle letture sono stato travolto (da qualcosa, qualcuna/o, da misteriosi e-venti, dal destino cinico e baro, dalla stanchezza, dal super-lavoro, dai banali impicci del quotidiano +1, +2 e +3… o da chi si ricorda più); altre volte mi è accaduto di concordare con qualche collega una recensione che poi rimaneva sospesa per molti mesi fino a “morire di vecchiaia”. Ogni tanto rimedio in blog a questi buchi, appunto chiedendo venia. Però, visto che fra luglio e agosto ho deciso di recuperare un bel po’ di queste letture e di aggiungerne altre, mi sa che alla fine queste recensioni recuperate e fresche terranno un ritmo “agostano” quasi quotidiano, così da aggiornare in “un libro al giorno toglie db di torno” quel vecchio detto paramedico sulle mele. D’altronde quando ero piccino-picciò e ancora non sapevo usare bene le parole alla domanda «che farai da grande?» rispondevo «forse l’austriaco (intendevo dire “astronauta” ma spesso sbagliavo la parola) oppure «quello che gli mandano a casa i libri, lui li legge e dice se van bene, se son belli». Non sono riuscito a volare oltre i cieli, se non con la fantasia; però ogni tanto mi mandano i libri … e se no li compro o li vado a prendere in biblioteca, visto che alcuni costano troppo per le mie attuali tasche. «Allora fai il recensore?» mi domandano qualche volta. «Re e censore mi sembrano due parolacce» spiego: «quel che faccio è leggere, commentare, cercare connessioni, accennare alle trame (svelare troppo no-no-no, non si fa), tentare di vedere perché storia, personaggi e stile mi hanno catturato». Altra domanda: «e se un libro non ti piace, ne scrivi lo stesso?». Meditando-meditonto rispondo: «In linea di massima ne taccio, ci sono taaaaanti bei libri di cui parlare perché perder tempo a sparlare dei brutti?». (db)

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Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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