Contribuire alla ripresa del Movimento contro la Guerra significa …

… significa individuare sia le cause generali della tendenza alla guerra sia i soggetti che gestiscono i processi di militarizzazione delle menti e dei territori.

Un documento di Potere Al Popolo (*). A seguire alcune considerazioni di Mario Agostinelli e db cioè Daniele Barbieri.

Il motore della tendenza alla guerra continua ad essere quell’irrisolvibile problema dei limiti intrinseci del capitalismo che, ad un determinato stadio di sviluppo, è costretto a distruggere sistemi produttivi, merci e forza lavoro per ricostruire le basi del proprio ciclo di produzione e valorizzazione: distruggere per ricostruire.

Oggigiorno tale crisi sistemica si manifesta attraverso interessi economici sempre più contrastanti nei vari scenari geopolitici e ricorre variabilmente a dispositivi di guerra guerreggiata o di guerra economica. Ma il capitalismo ha da sempre utilizzato le guerre per i propri profitti, fin dai suoi albori: come non ricordare il genocidio sistematico dei nativi americani, ultimato alla fine del XIX secolo, quale anticipazione della dottrina Monroe e dell’imperialismo USA.

La NATO è stata e continua ad essere la “cabina di regia” bellica dei paesi occidentali. L’alleanza Atlantica svolge infatti un ruolo centrale nella pianificazione e nella promozione delle strategie d’ingerenza, di aggressione e di guerra in tutta l’immensa area d’influenza che gli compete.

Nonostante l’emersione di segnali di contrasto tra USA e alcuni grandi paesi europei (dalla guerra in Georgia [2008] sino alle ultime vicende ucraine e siriane), la NATO continua a rappresentare il punto di maggiore sottomissione degli interessi divaricanti dei paesi membri a quelli USA, uniti solo dalla comune volontà di assicurarsi il dominio sulle fonti di approvvigionamento energetico, di materie prime, di mano d’opera a basso costo, del commercio e della finanza nei vari scenari geopolitici e a livello internazionale.

La stessa Unione Europea si trova ad essere in conflitto oggettivo con altre potenze economiche, finanziarie e militari. Questo comporta un ricorso sempre maggiore della forza sia nelle relazioni internazionali, sia all’interno dei propri territori per mezzo di guerre economiche, di negazione dei diritti fondamentali contro le classi sociali più deboli e di repressione del dissenso.

All’interno dell’UE si registra infatti ormai da tempo una “guerra” di classe condotta dai gruppi dominanti all’attacco delle classi sociali subalterne e in particolar modo dei migranti che punta alla riduzione del reddito diretto ed indiretto, alla completa subordinazione dei lavoratori ai principi del profitto della competizione, all’annichilimento politico degli spazi democratici, ad una “guerra tra poveri”.

La crescente repressione accentua il carattere autoritario e reazionario degli stati europei e ne amplifica le funzioni coercitive e di controllo, sia nei confronti del dissenso di natura sociale sia di qualunque altra contraddizione possa mettere a rischio una stabilità interna indispensabile a consentire all’UE di reggere una competizione internazionale sempre più feroce.

Di qui l’adozione di provvedimenti legislativi come il Decreto Minniti e il Decreto Salvini, o la trasformazione in legge dello Stato di Emergenza in Francia, o la reazione violenta contro l’insorgenza nazionale catalana.
A tal proposito risulta evidente il consolidarsi di un repentino processo di militarizzazione dei territori, direttamente proporzionale a quel lento e subdolo processo di militarizzazione delle menti in atto ormai da anni, teso a rendere ammissibile il ricorso alla forza armata per fini sociali, umanitari e di interesse collettivo.

Per raggiungere questo scopo, negli ultimi vent’anni i governi italiani hanno adottato acrobazie lessicali ed escamotage interpretativi per privare l’art. 11 della Costituzione della sua originaria componente pacifista e non belligerante: dalle “operazioni di polizia internazionale” (guerra del Golfo, 1991) agli “interventi militari umanitari” (guerra del Kossovo, 1999); dalle “azioni di contrasto al terrorismo internazionale” (guerra in Afghanistan nel 2001, in Iraq nel 2003), fino alle cosiddette “missioni di pace”.

Questa “politica dell’ossimoro”, tesa a giustificare operazioni che altrimenti risulterebbero anticostituzionali, si manifesta attraverso la “cultura della difesa e della sicurezza” e attraverso precise politiche amministrative – coadiuvate da un complesso sistema scientifico/culturale al fine di creare i presupposti congeniali per la crescita delle industrie delle armi.

Queste politiche che intersecano inscindibilmente civile e militare svolgono una funzione ideologica ben precisa, con l’obiettivo di esercitare egemonia culturale sulla società anche tramite il coinvolgimento diretto dei corpi intermedi di una “sinistra” che si è incaricata di veicolare a livello di massa le nuove forme dell’“interventismo umanitario”.

L’insistenza su tutto il territorio nazionale di insediamenti e infrastrutture militari (per es. le basi aeree statunitensi di Aviano e Sigonella, le basi militari di Camp Darby tra Pisa e Livorno, di Camp Ederle a Vicenza, la base militare della marina militare statunitense Naval Support Activity a Napoli, il sistema di comunicazione globale (MUOS) a Niscemi, i poligoni di tiro e la fabbrica d’armi RWM di Donusnovas in Sardegna, ecc…) e la presenza fissa nelle nostre città di militari e mezzi dell’Esercito italiano impegnati nella missione “Strade sicure”, sono una riprova di quanto sopra affermato.

Va segnalato che ad oggi la Sardegna subisce il più alto tasso di militarizzazione tra tutte le regioni italiane a causa della compresenza di poligoni di tiro, di basi militari e di fabbriche d’armi come la sopracitata RWM di Donusnovas. Da ciò deriva che nella definizione di una piattaforma di lotta alla guerra è necessario coniugare la più totale avversità alle basi militari, alle missioni militari – col conseguente ritiro delle truppe all’estero – e soprattutto alle spese militari (si calcola una spesa militare giornaliera di 80 milioni di euro circa). Queste ultime giocano un doppio ruolo: se da un lato sottraggono risorse alla spesa sociale provocando la distruzione del Welfare State, dall’altro offrono mercati sempre più prosperi al capitalismo in crisi.

Dalle analisi generali e di contesto fin qui esposte, emerge un chiaro quadro entro il quale i comunisti, gli antimperialisti e i pacifisti sono chiamati a svolgere un’importante battaglia politica e culturale:
Occorre riprendere il lavoro d’inchiesta, di denuncia e di mobilitazione contro le continue operazioni belliche sui vari fronti; contro gli insediamenti militari USA, NATO e UE sui nostri territori; contro le forze politiche, sociali ed istituzionali al servizio delle guerre e contro i pervasivi processi di militarizzazione della società.

E’ necessario ridare slancio alle mobilitazioni per lo scioglimento dell’Alleanza Atlantica e la rottura dell’Unione Europea. Occorre legare inscindibilmente la lotta contro la guerra alla più generale lotta contro le conseguenze della crisi sistemica del capitalismo nella vita reale del nostro blocco sociale di riferimento.

Scindere la mobilitazione contro la guerra dal più generale conflitto di classe rischia di riportarci nelle secche di un’esperienza già vissuta all’inizi del secolo, che ha espresso livelli altissimi di mobilitazione di massa, ma senza radici sociali. L’Italia è una portaerei al servizio della NATO e dell’UE.

È indispensabile denunciare il ruolo di punta che tutti i governi italiani finora succedutisi hanno assunto nelle politiche di ingerenza ed aggressione dettate dall’Unione Europea per difendere gli interessi delle multinazionali. Con la corsa al riarmo da parte delle principali potenze nucleari, il rischio di una guerra nucleare è diventato il più alto mai registrato nella Storia e il “Trattato di non Proliferazione nucleare” è assolutamente messo in discussione.

Occorre fare pressione affinché l’Italia firmi il “Trattato di Proibizione delle armi nucleari” del 7 luglio 2017. L’attuale ed epocale fenomeno migratorio è un prodotto diretto delle guerre di aggressione occidentali. Occorre che il movimento contro la guerra si batta con determinazione per i diritti dei migranti.

E’ quanto mai necessario ricordare le parole con cui la Costituzione repubblicana e antifascista tratta i pericoli di guerra nell’art. 11: “L’Italia ripudia la guerra come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali. La battaglia culturale contro la martellante campagna ideologica che prepara, legittima e accompagna le aggressioni militari deve divenire uno dei fronti centrali di lotta del movimento contro la guerra.

Il tavolo GUERRA e ANTIMILITARISMO si propone di:

  • Contribuire alla ricostruzione del movimento contro la guerra e contro la permanenza dell’Italia nella NATO;
  • Legare la mobilitazione contro la guerra, contro la militarizzazione dei territori e il conflitto sociale alla più generale lotta al capitalismo, alle conseguenze concrete della sua crisi sistemica nella vita del nostro blocco sociale di riferimento;
  • Contrastare l’egemonia culturale che sostiene lo sforzo bellico dell’Italia e dell’Unione Europea;
  • Individuare e combattere i soggetti politici, le istituzioni amministrative e scientifiche, il sistema d’informazione propagandistico, gli insediamenti militari e produttivi che danno forma concreta al complesso militare-industriale italiano ed europeo;
  • Contrastare la propaganda che sostiene la “cultura della difesa e della sicurezza” nei territori;
  • Promuovere e sostenere ogni iniziativa che si batte contro la militarizzazione dei territori, contro le missioni e le spese militari e per il bando totale delle armi nucleari;
  • Promuovere e sostenere ogni iniziativa che si batte contro i legami accademici, scientifici, industriali, commerciali e militari con il regime criminale di Israele, abbracciando le campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzione BDS.
  • Creare un network di attivazione comune tra territori maggiormente interessati da insediamenti e infrastrutture militari e belliche (Aviano, Ghedi, Napoli, Niscemi, Pisa-Livorno, Vicenza, Verona, Sardegna e Sicilia…).

Lottare contro il proprio imperialismo deve essere un obiettivo centrale del movimento contro la guerra.

(*) Potere al popolo sta costruendo gruppi di lavoro tematici; questo documento è ripreso dal sito PoterealPopolo.org. La “bottega” sarebbe molto felice se si aprisse una discussione anche qui. Iniziamo con le osservazioni di Mario Agostinelli e db.

caro Daniele, grazie di avermi fatto questo conoscere questa analisi di “Potere al Popolo”. Premetto di essere assolutamente contrario a rimanere come fili d’erba isolati nell’affrontare un’inondazione e quindi lavoro per recintare i campi e per un buon raccolto di tutte le specie che crescono a sinistra, rendendosi compatibili e rafforzandosi vicendevolmente al di là di uno stelo più o meno coperto di rugiada .

Il programma nasce con un coinvolgimento vero dal basso e un rapporto con molti movimenti consolidati. Gli apporti però non osano abbastanza e sono – a mio parere – “tradizionalmente radicali”, nonostante premesse di analisi molto innovative.

Per il programma, sinteticamente, approvo:

  • taglio drastico alla spesa militare
  • rimuovere il vincolo del pareggio di bilancio in Costituzione
  • respingere CETA, TISA, TTIP
  • chiedere la ratifica da parte dell’Italia del “Trattato ONU di interdizione delle armi nucleari” del 7 luglio 2017
  • la cancellazione del programma F35
  • la rimozione delle bombe nucleari
  • il ripristino dell’originario articolo 18 e la sua estensione alle imprese con meno di 15 dipendenti;
  • la riduzione dell’orario di lavoro a 32 ore settimanali a parità di salario; con proposte innovative e a fini sociali (anche l’ozio!) sul tempo liberato)
  • un piano di riqualificazione delle periferie,
  • Ius Soli
  • lo stop alle cosiddette “Grandi Opere”, a partire dalla TAV in Val di Susa, alla TAP
  • la moratoria sui nuovi progetti estrattivi riguardanti combustibili fossili e lo stop a ogni progetto di estrazione non convenzionale
  • l’eliminazione dei sussidi pubblici alle fonti fossili o ambientalmente dannose (16 miliardi annui) da utilizzare per la creazione diretta di posti di lavoro nell’efficienza energetica, nelle energie rinnovabili, in ricerca e innovazione tecnologica.

Trovo che il programma sia ancora in larga parte costruito su pur  giuste opposizioni ma non risolva ancora la svolta indispensabile per una organica prospettiva futura in cui si tocchi con mano il degrado del vivente e del valore sociale del lavoro (tutto è danaro, la vita è sul mercato; l’esclusione è ancor peggio dello sfruttamento) e in cui giustizia climatica e sociale camminino di pari passo per arruolare definitivamente in un’unica missione le masse disperse, ridotte a scarto e sommerse dagli sprechi.

Naturalmente si tratta di osservazioni non abbastanza meditate, ma spero di poterci tornare sopra.

Mario Agostinelli

grazie Mario, per le tue osservazioni (io sono in forte sintonia) che hai esteso a tutto il programma di “Potere al popolo”. Qui mi soffermerò solamente sul tavolo tematico GUERRE.

L’analisi del documento è corretta. Non colgo però in questo documento di “Potere al popolo” l’allarme per una situazione che sta precipitando e per il ruolo che l’Italia ha ricoperto con gli ultimi governi (e per ora i pentastellati non sembrano disposti a invertire la rotta; quanto ai leghisti si sa da tempo dove si collocano).

Militarizzazione dei territori, delle scuole, dell’informazione vanno di pari passo. Nel documento manca un accenno esplicito al ruolo delle banche armate in Italia e alla conseguente necessità – a mio avviso – di far ripartire quella mobilitazione che anni fa portò molte migliaia di persone a “spostarsi” sulle (poche) banche non guerrafondaie. E’ un’azione efficace e se ben organizzata può spingere centinaia di migliaia di persone a un gesto concreto che potrebbe inceppare certi automatismi.

Contemporaneamente a questo deve partire “il lavoro d’inchiesta, di denuncia e di mobilitazione contro le continue operazioni belliche” – come scrive il documento – ma anche contro la produzione bellica e l’esportazione, contro le università (molte in Italia) dove si lavora per la guerra, contro la propaganda nelle scuole.

Le proposte di “Potere al popolo” sono condivisibili ed è importante che, dopo anni di relativo silenzio, nella sinistra (o meglio nelle sinistre) ci sia una proposta organica, non solo di analisi ma per l’azione militante. Nel convincere le persone incerte (e quelle – tantissime – che sono totalmente disinformate) dobbiamo ragionare di pericoli sempre più grandi ma anche di quanti soldi vengono tolti alle spese sociali in Italia (e nel mondo) per impiegarli in produzioni e azioni di morte.

db cioè Daniele Barbieri

LE IMMAGINI sono state scelte dalla “bottega”; nell’ordine Vauro, Mauro Biani e  Bansky.

La Bottega del Barbieri

4 commenti

  • Tiziano Cardosi

    cari Mario e Daniele,
    sono contento che ci sia condivisione di fondo col documento di PaP (Potere al Popolo).
    Personalmente ho aderito a questa iniziativa politica che mi sembra poter rimettere in moto gli ideali di sinistra molto offuscati e traditi dalla deriva governista di quanto resta oggi degli ex partiti che avevano come riferimenti i lavoratori e gli oppressi.
    PaP non è un monolito, ci sono dentro varie sensibilità compreso me che sono di origini capitiniane. Il programma di questo movimento cresce come lo fanno crescere gli aderenti.
    A Mario Agostinelli posso dire che il tema “lavoro” è fondamentale in PaP, affrontato dettagliatamente in altri gruppi di lavoro.
    Abbiamo tutti un lungo cammino da percorrere, facciamoci gli auguri.

  • Ho aderito a Potere al Popolo e spero che con il tempo colga ” l’allarme per una situazione che sta precipitando e per il ruolo che l’Italia ha ricoperto con gli ultimi governi “, come scrive Agostinelli.

    A Roma intanto hanno esposto uno striscione al Colosseo sul Venezuela ed hanno partecipato alla costruzione della manifestazione di martedì pomeriggio nei pressi del Senato.

    Il fatto che indichi Potere al Popolo parlando con la terza persona plurale indica però chiaramente una certa PRESUNZIONE presente in questa aggregazione che ha impedito a molti di diventarne per il momento parte integrante.

  • Giuseppe Bruzzone

    Dal mio punto di vista, aldilà dei buoni propositi espressi, il documento, ha un peccato originale. Non realizza che siamo in tempi nucleari, che sono un salto rispetto agli altri tempi, non un prolungamento, e che non c’ è capitalismo o comunismo che tenga, rispetto alla distruzione possibile che riguarderebbe tutti o una grandissima parte di noi, comunisti o non. In termini personali non troverei soddisfacente sparire dalla vita incolpando qualche sistema. In guerra sono sempre andate le persone, non il capitalismo o il comunismo, a maggior ragione dopo una seconda guerra mondiale con il processo di Norimberga che ha sancito la responsabilità personale di chi ha, invece ubbidito allo Stato, come i nazisti. Io penso che noi cittadini dobbiamo diventare Stato non delegando scelte che sarebbero la nostra sconfitta di uomini e donne arrivate a questi anni dopo i pianti passati.
    In questa possibile scelta ci sarebbe la realizzazione di molti dei propositi elencati nel documento.
    Potrebbe esserci un’ altra possibilità “umana”. Perché Putin invece di limitarsi a segnalare i pericoli della guerra atomica non firma il Trattato di interdizione delle armi nucleari e spinge perché tutti lo firmino ? Anche lui, cattiveria mia, vuol far vedere che ha un suo grosso pulsante ?

  • Condivido l’obiettivo contro la guerra, in zumero erra-gu. Condivido lo schema marxiano di fondo. Il Grundrisse ci avvicina molto nel quadro finale della fine del capitalismo. Tuttavia, il tuo quadro omette completamente la Cina e la Russia, che, nel silenzio, diventano il paradiso. E non lo sono. Servono obiettivi politici unificanti. Io ne propongo due: la cittadinanza unica a 500 milioni di europei e l’introduzione del delitto politico in Italia con l’attuazione dell’art. 49 della Costituzione [Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale]. Voglio determinare la politica nazionale con una disciplina del partito politico, con associazioni sindacali su basi pubbliciste e col diritto di associazione regolato antimafia, con sanzione a chi lo viola pur senza altri delitti. A far politica così ci starei anch’io a 70 anni. Ciao, Carlo Forin

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