Contro la guerra? Le parole e i fatti

di Giorgio Beretta (*).  A seguire un articolo di Antonio Mazzeo e “SPARARE O GUARIRE?”, appello di Greenpeace

Astenersi dal vendere armi e attrezzature militari all’Arabia Saudita, agli Emirati Arabi Uniti e a qualsiasi membro della coalizione internazionale attiva nel conflitto in Yemen, nonché al governo yemenita e ad altre parti del conflitto”. “Sospendere la concessione di licenze di esportazione di armi alla Turchia”. “Sospendere le esportazioni verso l’Egitto di armi, tecnologie di sorveglianza e altre attrezzature di sicurezza”.

Lo chiede, senza troppi giri di parole, il Parlamento Europeo che lo scorso 16 settembre ha approvato un’importante risoluzione sulla “Esportazione di armi” in attuazione della Posizione comune 2008/944/PESC.

Una risoluzione beatamente ignorata da gran parte dei maggiori mezzi di informazione italiani, a parte qualche lodevole eccezione come il nuovo quotidiano “Domani” (che vi ha dedicato un ampio articolo), forse perché scomoda ai loro partiti di riferimento o anche solo per non inimicarsi gruppi industriali e fornitori di pubblicità.

L’Europa e la corsa agli armamenti

La risoluzione evidenzia innanzitutto un fatto preoccupante. “A livello mondiale – nota l’Europarlamento – si sta diffondendo una nuova corsa agli armamenti e le principali potenze militari non ricorrono più al controllo degli armamenti e al disarmo per ridurre le tensioni internazionali e migliorare il clima di sicurezza globale”.

In questo contesto non è da sottovalutare il ruolo che ricopre l’Europa: come riporta la risoluzione “le esportazioni di armi dall’UE a 28, nel periodo 2015-2019, ammontavano a circa il 26% del totale mondiale, facendo dell’UE a 28 nel suo complesso il secondo maggiore fornitore di armi del mondo dopo gli Stati Uniti (36%) e prima della Russia (21%)”.

Vi è quindi una “particolare responsabilità” degli Stati membri nelle esportazioni di armi e sistemi militari considerato che queste esportazioni possono “aggravare le tensioni e i conflitti esistenti”. In particolare “verso i Paesi di Medio Oriente e Nord Africa, regione teatro di vari conflitti armati, che continuano a essere la prima destinazione regionale delle esportazioni“.

L’Europa tra pulsioni nazionaliste e disarmo

Non solo. L’Europarlamento evidenzia un ulteriore elemento di crisi e, di conseguenza di particolare attenzione per l’Unione.

“In un mondo multipolare sempre più instabile, ove sono in aumento forze nazionaliste, xenofobe e antidemocratiche, è essenziale che l’Unione europea diventi un attore influente sulla scena mondiale e conservi il suo ruolo guida con un potere di persuasione (soft power) a livello globale, impegnata a favore del disarmo sia delle armi convenzionali che di quelle nucleari, e investendo nella prevenzione dei conflitti, nella gestione delle crisi e nella mediazione prima di prendere in considerazione le opzioni militari”.

Il richiamo al disarmo e alla prevenzione dei conflitti non è scontato ed è importante che l’Europarlamento abbia ribadito che l’industria della difesa debba servire innanzitutto a “garantire la difesa e la sicurezza degli Stati membri dell’Unione” rispetto alla “competitività” industriale: “l’ambizione di accrescere la competitività del settore europeo della difesa non deve compromettere l’applicazione degli otto criteri della Posizione comune poiché essi sono prioritari rispetto a eventuali interessi economici, commerciali, sociali o industriali degli Stati membri” – ribadisce la risoluzione.

E’ in questo contesto che il Parlamento europeo chiede agli Stati membri di sospendere le forniture di armamenti e sistemi militari non solo ai Paesi già sottoposti a misure di embargo da parte dell’UE (Bielorussia, Repubblica centrafricana, Cina, Iran, Libia, Myanmar, Corea del Nord, Federazione russa, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Siria, Venezuela, Yemen e Zimbabwe), ma anche a Paesi che, con il loro intervento militare, stanno aggravando conflitti regionali.

Foto tratto dal Fliker della difesa

Stop alle forniture di armi alla coalizione saudita

Tra questi, innanzitutto, il conflitto in Yemen. Ricordando la risoluzione del 4 ottobre 2018 sulla situazione nello Yemen, l’Europarlamento “esorta tutti gli Stati membri dell’UE ad astenersi dal vendere armi e attrezzature militari all’Arabia Saudita, agli Emirati Arabi Uniti e a qualsiasi membro della coalizione internazionale, nonché al governo yemenita e ad altre parti del conflitto”.

La risoluzione, inoltre, “accoglie con favore le decisioni dei governi di Belgio, Danimarca, Finlandia, Germania, Grecia, Italia e Paesi Bassi di adottare restrizioni sulle loro esportazioni di armi verso paesi che sono membri della coalizione a guida saudita coinvolti nella guerra nello Yemen”.

Ed evidenzia che “tali esportazioni violano chiaramente la posizione comune”. Ricorda inoltre che tra il 25 febbraio 2016 e il 14 febbraio 2019 il Parlamento ha invitato, mediante risoluzioni in plenaria, almeno dieci volte il Vicepresidente/Alto rappresentante (che era Federica Mogherini) ad “avviare un processo finalizzato ad un embargo dell’UE sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita, anche per quanto riguarda, nel 2018, altri membri della coalizione a guida saudita nello Yemen e ribadisce nuovamente tale invito”.

Un invito che l’Italia farebbe bene ad ascoltare almeno prorogando la sospensione di forniture di “bombe d’aereo e missili” verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti decisa nel giugno dell’anno scorso a seguito della mozione presentata dai partiti dell’allora maggioranza di governo (M5S e Lega) ed approvata col voto favorevole dei due suddetti partiti, con l’astensione di tutti gli altri e nessun voto contrario.

Come noto, una mozione per sospendere tutte le forniture militari a tutti i Paesi facenti parte della coalizione a guida saudita coinvolti nei bombardamenti in Yemen era stata fortemente richiesta, da almeno tre anni, da un ampio gruppo di associazioni tra cui Rete italiana per il disarmo, Amnesty International, Oxfam e Save the Children.

L’ultima Relazione governativa riporta invece che anche lo scorso anno sono state rilasciate ben 57 nuove autorizzazioni per forniture di sistemi militari per l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti del valore complessivo di oltre 196 milioni di euro tra cui figurano “bombe, siluri, razzi e missili”, cioè proprio i sistemi militari che avrebbero dovuto essere sospesi.

Nessuna spiegazione è finora pervenuta né dal nuovo governo né dall’autorità preposta al rilascio delle autorizzazioni: l’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento (UAMA).

Foto di skeeze da Pixabay

Sospendere le licenze di armi alla Turchia

Anche nei confronti della Turchia, l’Europarlamento invita il Vicepresidente/Alto rappresentante a “introdurre un’iniziativa in seno al Consiglio affinché tutti gli Stati membri dell’UE sospendano la concessione di licenze di esportazione di armi”.

La risoluzione “condanna fermamente la firma dei due memorandum d’intesa tra la Turchia e la Libia sulla delimitazione delle zone marittime e su una cooperazione militare e di sicurezza globale che sono interconnessi e violano chiaramente il diritto internazionale e la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che impone un embargo sulle armi nei confronti della Libia”.

La risoluzione ricorda la “decisione presa da alcuni Stati membri di sospendere la concessione di licenze di esportazione di armi alla Turchia”.

Decisione che l’anno scorso ad ottobre il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha annunciato di aver implementato firmando un “atto interno alla Farnesina” – che non è mai stato reso pubblico – per bloccare però solo le “vendite future di armi alla Turchia” e per “avviare un’istruttoria sui contratti in essere».

Come ha rivelato un’ampia inchiesta di Altreconomia, nonostante questi annunci, l’Italia ha continuato a fornire armamenti alle forze armate di Ankara.

Non solo: dai dati del registro dell’Istat sul commercio estero, analizzati dall’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (OPAL) da novembre del 2019 a luglio del 2020 sono stati esportati in Turchia più di 85 milioni di euro di “armi e munizioni”, una cifra che costituisce il record storico dal 1991; solo nel primo semestre del 2020 l’export si attesta a quasi 60 milioni di euro.

Si tratta in gran parte di munizionamento pesante, prodotto ed esportato soprattutto all’azienda “Meccanica per l’elettronica e servomeccanismi” (MES) con sede a Colleferro in provincia di Roma: azienda che produce ed esporta munizionamento militare come il colpo completo di calibro 105/51 millimetri HEAT-T e di 120 millimetri HEAT-MP-T.

Ma sono continuate anche le esportazioni ad Ankara di bombe aeree prodotte dalla RWM Italia. Anche a fronte di queste nuove forniture, ieri con un comunicato la Rete Italiana Pace e Disarmo ha rinnovato la richiesta al governo italiano di bloccare le forniture di armamenti al regime di Erdogan.

Bombe inesplose come la MK84, fabbricata anche in Italia, sono state trovate in Yemen © Getty Images

Sospendere le esportazioni di armi all’Egitto

Ricordando che, a seguito del colpo di stato del generale Al Sisi, già nell’agosto del 2013 il Consiglio degli Affari esteri dell’UE aveva deciso che “gli Stati membri dell’Unione hanno convenuto di sospendere le licenze di esportazione verso l’Egitto di attrezzature che potrebbero essere usate a fini di repressione interna”, l’Europarlamento “condanna il mancato rispetto persistente di tali impegni da parte degli Stati membri” ed “invita pertanto gli Stati membri a sospendere le esportazioni verso l’Egitto di armi, tecnologie di sorveglianza e altre attrezzature di sicurezza in grado di facilitare gli attacchi contro i difensori dei diritti umani e gli attivisti della società civile, anche sui social media, nonché qualsiasi altro tipo di repressione interna”. La risoluzione invita inoltre il Vicepresidente/Alto rappresentante “a riferire sullo stato attuale della cooperazione militare e di sicurezza degli Stati membri con l’Egitto” e chiede che “l’Unione dia piena attuazione ai controlli sulle esportazioni verso l’Egitto per quanto riguarda i beni che potrebbero essere utilizzati a fini repressivi o per infliggere torture o la pena capitale”.

In questi anni, nonostante il persistere della repressione interna, la mancata cooperazione da parte delle autorità egiziane a fornire le informazioni richieste dai magistrati italiani riguardo all’orribile uccisione di Giulio Regeni e anche all’incarcerazione illegittima di Patrick Zaki, l’Italia ha continuato a fornire armi e sistemi militari all’Egitto. Anche in questo caso, nonostante il ministro Di Maio lo scorso giugno abbia affermato che la vendita delle due fregate Fremm all’Egitto non è ancora conclusa, nei giorni scorsi un’ampia inchiesta de “L’Espresso” ha rivelato che l’affare è stato portato a termine. Amnesty International e Rete Italiana Pace e Disarmo con un comunicato hanno sollecitato il Governo a rivedere questa decisione “illegale e pericolosa” e hanno rinnovato la richiesta al Parlamento di esaminare con attenzione la questione e di manifestare pubblicamente il proprio parere. Non va dimenticato, inoltre, che l’Italia nonostante la decisione del Consiglio dell’UE, già dal 2014 ha continuato a inviare alle forze di sicurezza egiziane anche armi e munizioni che possono essere impiegate per la repressione interna.

E il Parlamento italiano?

E’ compito delle forze politiche che hanno promosso e votato la risoluzione al Parlamento europeo chiedere al governo italiano di sostenerla in sede di Consiglio Ue e, soprattutto, di cominciare ad attuarla con precise restrizioni che deve assumere il governo italiano. I due partiti al governo, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico, a Bruxelles hanno votato a favore della risoluzione e, nelle loro dichiarazioni, hanno richiamato la necessità degli Stati di “essere credibili” nell’attuare le restrizioni previste sulle esportazioni di armi e sistemi militari. Ci auguriamo che vogliano esserlo anche i loro colleghi che siedono nel Parlamento italiano.

(*) Articolo ripreso da Comune-info e pubblicato anche su Unimondo.org

Assumere più personale sanitario? No, meglio le forze armate contro il Covid-19

Probabilmente le innumerevoli omissioni e inefficienze a cui abbiamo assistito in questi mesi e che hanno seriamente minato gli interventi di prevenzione e contenimento della seconda ondata della pandemia da Covid-19 non sono casuali, ma al contrario potrebbero rispondere alla volontà di accelerare il processo di ristrutturazione autoritaria della sfera pubblica e di ipermilitarizzazione della società e del sistema sanitario nazionale.

Mentre nella capitale si discute ancora se, come e quando bandire un concorso per ampliare il numero del personale sanitario preposto ai tamponi, il Ministero della Salute ha formalizzato un accordo con il Ministero della Difesa per attivare sin dalla prossima settimana su tutto il territorio nazionale “200 Drive-through” con 1.400 militari interforze per effettuare 30.000 tamponi al giorno.

L’intervento, riproducendo perfettamente le logiche di funzionamento militare, è stato battezzato dallo Stato Maggiore della difesa “Operazione Igea”.  “I team delle 200 Drive-through-Difesa (DTD) saranno composti da 1 medico, 2 infermieri, 2 autisti e 2 Carabinieri o personale del corpo della Polizia di Stato, ed assicureranno il corretto svolgimento delle attività e il mantenimento dell’ordine pubblico, attivandosi con preavviso di 24-48 ore dal momento in cui il Ministero della Salute indicherà le località”, riferisce il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini. “La Difesa è in campo dall’inizio di questa emergenza e ha messo a disposizione da subito tutte le sue capacità e mezzi. Anche in questa fase, gli uomini e le donne di tutte le Forze Armate continueranno ad operare al servizio dei cittadini con impegno e determinazione”.

“La Sanità Militare – ha aggiunto Guerini – ha dimostrato in questi mesi la sua importanza e il valore strategico e questo ulteriore supporto, in collaborazione con il Ministero della Salute, consentirà di poter garantire un controllo ancora più capillare sul territorio”. Senza giri di parole, saluteordine pubblico e controllo del territorio diventano sinonimi, proprio come ai tempi delle dittature in Sud America negli anni ’70 e ‘80 del secolo scorso.

Sempre il Ministero della Difesa, nella nota del 21 ottobre, annuncia che entro la fine del mese, “al fine di incrementare anche le capacità di analisi dei tamponi, saranno 12 i laboratori della Difesa che verranno messi a disposizione, in grado di eseguire circa 19.000 test settimanali, oltre a quelli già disponibili oggi presso l’ospedale militare Celiodi Roma, l’Istituto di Medicina Aerospaziale dell’Aeronautica Militare (IMAS) di Roma, il Centro Medico Ospedaliero (COM) di Milano e il Dipartimento di medicina legale (DMML) di Padova”.

Diventeranno così operativi i laboratori presso il Centro Ospedaliero Militare di Taranto, l’infermeria presidiaria della Marina Militare di Augusta (Siracusa) e presso i presidi medici di La Spezia, Cagliari, Messina, Ancona, Napoli e Milano.

Forze armate super-efficienti dunque e onnicomprensive: dai controlli ultrasicuritari di porti, aeroporti, stazioni ferroviarie, piazze e strade ai blitz anti-assembramento degli studenti agli ingressi di scuole e asili, agli screening di massa che già in tanti chiedono che diventino obbligatori per tutte e tutti.

Complottismo o livore antimilitarista il nostro? Proprio no. Ci preoccupano l’enfasi pro-militari e il clima emergenziale che si respira in ogni settore istituzionale. Per martedì 27 ottobre, ad esempio, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha convocato il Consiglio Supremo di Difesa per trattare il tema – al primo punto dell’ordine del giorno – delle “conseguenze dell’emergenza sanitaria sugli equilibri strategici e di sicurezza globali, con particolare riferimento alla NATO e all’Unione Europea”.Proprio in questi giorni a Bruxelles è in corso il vertice dei ministri della Difesa dell’Alleanza Atlantica. Tra le questioni chiave affrontate nei lavori c’è proprio quella della lotta al Covid-19. “Questa pandemia continua a rappresentare per noi una sfida”, ha dichiarato il Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg, nel suo intervento. “Quando giungerà la seconda ondata di Covid-19, le nostre forze militari saranno in grado di rispondere meglio. La NATO sostiene questi sforzi, noi li coordiniamo, aiutiamo a trasportare l’attrezzatura medica e i pazienti e a realizzare gli ospedali da campo. Sono molti gli esempi di come i nostri militari stanno aiutando gli sforzi dei civili a far fronte a questa pandemia. Abbiamo pure stabilito un Piano Operativo. Abbiamo realizzato un apposito deposito per far fronte agli interventi. E tutto ciò può ulteriormente rafforzare gli sforzi della NATO e dei nostri militari in supporto dei servizi sanitari civili”. L’Alleanza Atlantica über alles, un gradino più in alto dell’OMS e della stessa comunità politica internazionale.

APPELLO DI GREENPEACE

cos’è che ti fa sentire al sicuro? Sapere che nel tuo quartiere c’è un ospedale di prim’ordine, o la presenza di un sottomarino di ultima generazione attraccato nella più vicina base militare navale?

Se ti stai chiedendo cosa c’entrano le due cose insieme, ecco la risposta: un solo sottomarino nucleare equivale al costo per la costruzione di 30 ospedali di medie dimensioni. E in Italia, mentre cerchiamo disperatamente risorse per curarci, riparare le nostre scuole e garantire la sopravvivenza alle famiglie colpite dalla crisi economica, stiamo pagando 859 milioni di euro per l’acquisto di F-35.

Li chiamano investimenti in sicurezza. Ma armi e arsenali possono assicurarci solo altre morti. O nella migliore delle ipotesi, resteranno parcheggiati in un magazzino lontano dagli occhi di tutti.

Dietro questa finta idea di sicurezza, si nascondono enormi profitti e la sofferenza per altri popoli.

Che senso ha continuare a spendere questi soldi ora, in cui abbiamo un disperato bisogno di strutture sanitarie e di ridurre l’inquinamento per prevenire altre pandemie e consegnare un Pianeta verde e sicuro alle future generazioni?

Noi chiediamo al nostro Governo ORA di fermare gli investimenti in F35 e altri arsenali militari e investire in salute, istruzione e ambiente. Questa è la sola via d’uscita dalla crisi, non ripetiamo gli errori del passato!

UNISCITI A NOI per questa campagna 

 

BASTA INVESTIRE IN BOMBE E ARSENALI

Chiedi al nostro governo di investire in salute, lavoro e ambiente

 

FIRMA LA PETIZIONE

In molti paesi, compresa l’Italia, i fondi spesi nell’industria militare sono molti di più di quelli investiti in istruzione, salute, riconversione energetica.
Anche per questo ad aprile 2020, durante la prima ondata della pandemia, 50 senatori italiani hanno proposto una moratoria di 12 mesi del programma JSF F-35, indirizzando le risorse ad esso destinate per l’anno 2020 (859 milioni di euro) e parte di quelle per l’anno prossimo (747 milioni di euro) verso altri programmi di investimento. La moratoria è stata abbandonata in un cassetto, e non ha mai ricevuto risposta da parte del Ministro Guerini.
La scelta italiana sembra quella di voler continuare ad accrescere il nostro arsenale, per proteggerci da ipotetiche guerre e invasioni.
Ma noi sappiamo che è stato un virus a distruggere il nostro sistema economico e sociale: perché mancano infermieri, insegnanti, operatori sociali e infrastrutture per garantire a tutti di vivere davvero in sicurezza. 

E manca una visione del futuro che vogliamo.

Se il nostro Pianeta continua ad essere distrutto, sovrasfruttato, popolato da guerre, non saremo mai al sicuro.

Noi crediamo che sia ancora possibile costruire un mondo più verde e pacifico.
Se ci credi anche tu, prendi posizione ora. Non è troppo tardi.

Firma la petizione,

grazie per il tuo impegno,

La Bottega del Barbieri

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