Corona virus: sperando in un futuro. E preparando…

… una lunga lotta contro chi ci vuole negare un domani

Testi di Judith Butler, Giorgio Ferrari, Massimo Ghirelli, Antonella Nappi e Cinzia Sciuto. Con i link a una lunga intervista di Ernesto Burgio, a una ricerca di Andrea Coveri e Valeria Cirillo, a un testo di Sandro Moiso, a un’analisi di Nicoletta Dentico e a un contributo cantato da Catania. A seguire una noticina di db sul papa.

 

Il capitalismo è giunto al suo limite

di Judith Butler

Quali conseguenze sortisce questa pandemia sul modo in cui pensiamo l’uguaglianza, l’interdipendenza globale e le nostre reciproche obbligazioni?

L’articolo è stato pubblicato il 19 marzo 2020 sul blog della casa editrice Verso ed è stato tradotto da Federico Zappino di comune accordo con Judith Butler. Ringraziamo entrambi per la concessione della pubblicazione su DinamoPress

Nel tempo e nello spazio della pandemia, l’imperativo di isolarsi costituisce un’inedita forma di riconoscimento della nostra interdipendenza globale. Ci viene chiesto di auto-segregarci all’interno di unità familiari, condividendo spazi vitali o domicili privi di contatto sociale, relegandoci in sfere di relativo isolamento, proprio mentre un virus attraversa disinvoltamente i confini, letteralmente ignaro della nozione di “territorio nazionale”. Quali conseguenze sortisce questa pandemia sul modo in cui pensiamo l’uguaglianza, l’interdipendenza globale e le nostre reciproche obbligazioni?

Il virus non fa alcuna discriminazione. Si potrebbe dire che ci tratta in modo egualitario, mettendoci di fronte all’uguale rischio di ammalarci, di perdere chi amiamo, di vivere sotto una cappa di minaccia imminente. Nel modo in cui si muove e colpisce, il virus illumina dunque l’uguale precarietà della comunità umana. Al contempo, il fatto che alcuni stati e regioni abbiano mancato di prepararsi in modo adeguato alla possibilità di una pandemia (e gli Stati Uniti sono i membri più illustri di questa cricca), passando il loro tempo a implementare politiche nazionaliste di chiusura dei confini (dando spesso man forte a forme deliranti di xenofobia) e il conseguente arrivo sulla scena di imprenditori senza scrupoli pronti a fare profitti sulla sofferenza globale, testimoniano della pari rapidità con cui la disuguaglianza radicale trova modi per riprodursi e per rafforzare il suo potere nelle zone maggiormente colpite dall’epidemia. Non sorprende, chiaramente. Si tratta di quella disuguaglianza radicale che permea proprio il nazionalismo, il suprematismo bianco, la violenza eteropatriarcale, lo sfruttamento capitalistico.

La politica sanitaria statunitense consente di cogliere questo aspetto in modo peculiare. Abbiamo già alcuni elementi che consentono di immaginare lo scenario relativo alla produzione e alla vendita di un vaccino contro il Covid-19. Chiaramente desideroso di accumulare punti politici che gli assicurino la rielezione, Trump ha tentato di comprarsi (con dollari alla mano) l’esclusiva statunitense sul vaccino da una industria tedesca, la CureVac, fondata dallo stesso governo nazionale. Il ministro della salute della Germania, non particolarmente lieto dell’offerta di Trump, l’ha poi effettivamente confermata alla nazione, e un politico tedesco, Karl Lauterbach, ha chiosato: «La vendita esclusiva di un possibile vaccino agli Stati Uniti deve essere prevenuta con ogni mezzo. Il capitalismo ha dei limiti». Chiaramente, mi auguro che Lauterbach si stesse opponendo all’“uso esclusivo” del vaccino da parte degli Stati Uniti, e che sarebbe ugualmente contrario nel caso in cui un vaccino diventasse prerogativa della sola Germania. C’è infatti da scongiurare l’uguale pericolo di un mondo in cui le vite di alcuni europei sarebbero più importanti di altre – metro di giudizio che già vediamo violentemente all’opera ai confini dell’Unione Europea.

La mia idea è che siamo arrivati a un punto in cui non ha più senso chiedersi a cosa starà pensando Trump. Ce lo siamo chiesti così tante volte, in condizioni di così grande esasperazione, che non ci sorprende più nulla. Ciò non significa certo che il nostro sdegno diminuisca a ogni sua nuova uscita immorale o criminale. Ma, supponiamo, nel caso in cui riuscisse nel suo intento di comprare l’esclusiva sul potenziale vaccino, restringendone l’accesso ai soli cittadini statunitensi, Trump crede che costoro plaudiranno alla sua impresa, eccitati all’idea di sentirsi sollevati dalla minaccia della morte, mentre il resto della popolazione nel mondo non lo è affatto? Trump crede che il suo popolo apprezzerà questa forma di disuguaglianza sociale radicale e di “eccezionalismo americano”  e che appoggerà il suo modo «brillante» (come lui stesso lo definisce) di concludere un affare? Trump ritiene forse che la maggior parte delle persone condivida l’idea che debba essere la logica capitalistica a decidere della produzione e della distribuzione di un vaccino? Nella sua idea di mondo è contemplata l’ipotesi di una politica sanitaria globale in grado di trascendere la razionalità di mercato? Ha ragione, Trump, di sospettare che i parametri di questo mondo immaginario siano già quelli in cui ci troviamo a vivere questa circostanza?

Infatti, anche nel caso in cui l’applicazione di restrizioni all’accesso al vaccino sulla base dell’appartenenza nazionale dovesse restare solo un delirio, assisteremmo sicuramente a una gara al miglior offerente quando sarà disponibile, nonché a un modo di distribuzione che garantirà un accesso limitato, accrescendo forme di abbandono sociale e intensificando la precarietà. A rendere discriminatoria l’azione del virus, in altre parole, sarà la disuguaglianza sociale ed economica. Il virus, di per sé, non discrimina: siamo noi umani a farlo, costituiti e animati come siamo dai poteri del nazionalismo, del razzismo, della xenofobia, del capitalismo. Sembra alquanto probabile che da qui a un anno assisteremo a uno scenario raccapricciante in cui alcune vite rivendicheranno il proprio diritto di vivere alle spese di altre vite, riscrivendo in modo inedito la distinzione tra vite degne di lutto e vite indegne, ossia tra vite che meritano di essere protette a ogni costo dalla malattia e dalla morte e vite considerate invece immeritevoli di questa stessa salvaguardia.

Come se non bastasse, tutto ciò si verifica nel contesto della campagna elettorale statunitense, in cui le possibilità per Bernie Sanders di diventare il candidato democratico sembrano a dir poco remote, se non statisticamente impossibili. Le nuove proiezioni che indicano al contrario Joe Biden sono devastanti, specialmente alla luce del fatto che sia Sanders sia Elizabeth Warren avevano nel loro programma Medicare for All, una forma di politica sanitaria universale che avrebbe garantito un’assistenza di base a chiunque, negli Stati Uniti. Un programma del genere avrebbe chiaramente messo fine al sistema delle assicurazioni private regolato dal mercato, che puntualmente abbandona alla propria morte chi non può permettersi un’assicurazione dai costi a dir poco esorbitanti, e che perpetua una brutale gerarchia tra “assicurati”, “non assicurati” e “non assicurabili”.

L’approccio alla sanità presentato come socialista di Sanders era in realtà una forma di socialdemocrazia non molto diversa da quella sostenuta anche da Warren nei primi stadi della sua campagna elettorale. Secondo Sanders, il diritto alle cure mediche è un “diritto umano”: ciò significa che ciascun essere umano avrebbe diritto al tipo di cure mediche di cui necessita. Eppure, perché non intendere le cure mediche come una forma di obbligazione sociale, che deriva dal mero fatto di vivere insieme in società? Per ottenere consenso popolare attorno a una simile concezione, Sanders e Warren avrebbero dovuto convincere la società americana del fatto che vogliamo vivere in un mondo in cui il bisogno individuale di cure mediche non si fonda sulla negazione del bisogno altrui – in un mondo sociale ed economico, in altre parole, in cui sarebbe radicalmente inaccettabile che l’accesso a un vaccino salvavita costituisse prerogativa di alcuni a scapito di altri, per il semplice fatto che questi altri non possono permetterselo economicamente, né possono permettersi un’assicurazione.

Una delle ragioni per le quali ho dato il mio voto a Sanders nelle primarie della California (in cui i democratici costituiscono la maggioranza), è che insieme a Warren ha consentito di iniziare a re-immaginare il mondo sulla base di nuovi presupposti, come se questo mondo potesse essere governato da un desiderio collettivo per l’uguaglianza radicale: un mondo in cui saremmo ad esempio d’accordo nel ritenere che i beni materiali necessari alla vita, proprio come le cure mediche, dovrebbero essere ugualmente accessibili, a prescindere da chi siamo e da quali siano le nostre disponibilità economiche. Una politica di questo tipo si fonderebbe sulla solidarietà con le altre nazioni impegnate anch’esse nell’implementazione di una politica sanitaria globale, così da istituire una politica transnazionale, volta a realizzare l’ideale dell’uguaglianza. Tutto il contrario, in altre parole, da ciò che si evince dagli ultimi sondaggi: il futuro confronto tra Trump e Biden, proprio mentre la pandemia sconvolge la vita quotidiana, promette un’intensificazione della precarietà di chi non ha una casa, un’assicurazione sanitaria e un reddito.

L’idea che saremmo potuti diventare un popolo desideroso di un mondo in cui la politica sanitaria avrebbe distribuito egualmente le proprie risorse tra tutte le vite e in cui sarebbe stato distrutto il monopolio capitalistico sulle cure mediche, da cui dipende la distinzione tra chi merita di vivere e chi di morire abbandonato alla propria malattia, ha avuto vita breve. Abbiamo preferito continuare a pensarci diversamente dalla possibilità offertaci da Sanders e Warren. Spero che ora inizieremo a comprendere diversamente la necessità di pensare e giudicare al di fuori dei termini che il capitalismo regolarmente appronta per noi. Warren non è più tra i candidati ed è poco probabile che Sanders recuperi il suo slancio iniziale. Ma noi dobbiamo continuare a chiederci, specialmente in un momento come questo: perché siamo così ostili nei riguardi dell’idea che tutte le vite abbiano un eguale valore? Perché così tante persone godono all’idea che Trump possa assicurarsi l’esclusiva su un vaccino in grado di salvaguardare le «vite americane» (come le definisce lui) a scapito di altre?

La proposta di una politica sanitaria universale e pubblica ha indubbiamente riacceso un’immaginazione socialista negli Stati Uniti, anche se una simile immaginazione dovrà pazientare ancora per essere realizzata in termini di politica sociale e di impegno pubblico. La sfortuna è che nessuno, in tempo di pandemia, può più aspettare. La realizzazione di un ideale di uguaglianza radicale deve essere portata avanti dai movimenti sociali meno impegnati nelle campagne elettorali e più nelle lunghe lotte che si aprono davanti a noi. Anche perché visioni come queste, animate dal coraggio e dalla compassione, respinte e ridicolizzate dai “realisti” asserviti al capitalismo, sono state in grado, per la prima volta dopo molto tempo, di guadagnare attenzione mediatica e di far crescere consenso attorno al desiderio di cambiare il mondo.

Possa non abbandonarci la speranza di mantenere vivo questo desiderio.

 

Dietro le cifre, le responsabilità

di GIORGIO FERRARI

Qualcosa non torna nell’analisi delle cifre fornite dalla protezione civile. Dati alla mano (quelli forniti dai bollettini ufficiali dell’OMS, reperibili sul sito www.who.int) risulta che l’andamento del coronavirus sta facendo molti più morti in Italia che in Cina, sia in termini percentuali che in valore assoluto. Basta confrontare le cifre dei primi 27 giorni dall’inizio delle rispettive rilevazioni: alla fine della seconda settimana, a fronte di 20.000 contagi in Cina i morti erano poco più di 400 con un tasso di letalità (decessi/contagiati) appena superiore al 2% che poi è andato lentamente crescendo fino ad attestarsi intorno al 3,5-4 %. In Italia, dopo un analogo avvio con un tasso di letalità di poco superiore al 3%, verso la fine della terza settimana (9-10 marzo), il tasso di letalità è cresciuto costantemente passando dal 5% all’attuale 8,9% e i morti, in valore assoluto, hanno superato di circa 900 unità quelli registrati in Cina dopo il medesimo periodo: 2503 decessi in Italia il 17 marzo scorso contro i 1666 registrati in Cina dopo 27 giorni dall’inizio delle rilevazioni, pur essendo il corrispondente numero dei contagi in Cina circa il doppio di quelli in Italia. Già oggi in Italia i decessi hanno superato quelli totali della Cina (3231), ma il decorso dell’epidemia nel nostro paese è ancora in piena espansione!

Ora, pur mettendo in conto che l’età media della popolazione italiana è più alta di quella cinese, una così marcata differenza conferma che le falle della sanità pubblica, stante l’incessante opera di smantellamento, sono ormai tali da indurre gli operatori sul campo a scelte estreme come quelle di “non curare” certi malati (anziani e/o pluripatologici), ed è vergognoso che l’informazione dominante si mostri condiscendente verso queste scelte, tanto più in un paese dove si sono organizzate vere e proprie crociate contro l’eutanasia e l’aborto.

Al di là di ogni considerazione etica, siamo di fronte ad un vero e proprio crimine sociale e politico di cui la classe dirigente di questo paese dovrà finalmente rendere conto.

(20 marzo, pubblicato anche sul quotidiano “il manifesto”)

QUESTO PAESE

di Massimo Ghirelli

Questo paese del corona virus,dove chiedono 300 medici e arrivano 8mila risposte, uomini e donne pronti a dare la vita.
Questo paese di presidenti galantuomini, che trovano le parole per ridarci la dignità, di sindaci che non si vergognano di piangere i loro morti, di giovani soldati che accompagnano al cimitero quelli che non possiamo nemmeno abbracciare per l’ultima volta, di professori che imparano a insegnare a distanza con i media che usano i ragazzi, di giornalisti vecchi e giovani che affrontano i rischi delle zone rosse per farci sapere quello che abbiamo il diritto di sapere.

Questo paese di naufraghi che pescatori e marinai salvano in mezzo al mare, di migranti che parlano i nostri dialetti e assistono i nostri vecchi, di chiese che aprono le loro porte per ospitare quelli che non hanno una casa, di terrazze aperte, di bandiere cucite dalle donne, di canzoni che sfidano la paura.

Questo paese di carabinieri senza pennacchio, di maestre senza cattedra, di infermieri senza mascherine, di sacerdoti senza paramenti, di soldati senza fucili: di eroi normali.
Questo è il mio paese.

Salviamo il nostro sistema immunitario

Dibattito sulla emergenza Coronavirus. L’epidemia, sostiene un ricercatore americano, può essere stata aggravata anche dalle radiazioni wireless che cresceranno con il 5G. La tecno-scienza crea condizioni sociali e ricadute sulla salute che nessuno valuta e mancano capacità di previsione e principio di precauzione.

di Antonella Nappi

Questo articolo fa parte del Dossier speciale Coronavirus, su cui la rivista “.eco” ha aperto il dibattito, con un focus particolare sul rapporto ambiente-salute-educazione ambientale

Online l’articolo di Roland Kostoff

Nel testo di Ronald N. Kostoff The Largest Unethical Medical Experiment in Human History (2020) della School of Public Policy, Georgia Institute of Technology vengono riportati gli effetti negativi sulla salute delle radiazioni wireless, validati in numerosi studi.
L’autore ipotizza un collegamento della radiazione wireless all’esacerbazione della pandemia di coronavirus in corso, ha prove concrete ma non ancora convalidate, dunque pone soltanto questa ipotesi per ulteriori ricerche: le radiazioni wireless indebolendo il sistema immunitario aumentano le probabilità che l’esposizione al coronavirus (o qualsiasi altro virus) si traduca in sintomi e in malattia.
Questa considerazione discende dall’esperienza dei trattamenti analizzati per la SARS: l’epidemia prodottasi in Cina nel 2002 e 2003 che fece 8000 malati in tutto il mondo; ne morirono il 10%, la maggior parte aveva più morbilità ed un sistema immunitario molto fragile.
L’epidemia si concluse senza farmaci e senza vaccini perché non funzionarono, soltanto per igiene e quarantena, ma anche per il fatto che molti cittadini avevano un forte sistema immunitario.
Lo scoprirono dopo l’epidemia molti medici in diversi paesi, soprattutto in Asia, analizzando tutti gli esami del sangue in loro possesso fatti per altre cause: non per sintomi da Sars; riscontrarono che molti cittadini avevano aggiunto gli anticorpi della SARS al loro sistema immunitario originale.

Serve un forte sistema immunitario

Avere un forte sistema immunitario che permette una transizione graduale del sistema immunitario adattivo al sistema immunitario innato è stata l’unica difesa intrinseca che ha funzionato! Per questo secondo l’autore l’approccio migliore e più realistico per la difesa contro qualsiasi potenziale attacco virale sta nel rimuovere gli stili di vita immuno-degradanti ben prima di qualsiasi epidemia. In tal caso, il sistema immunitario sarebbe sufficientemente forte da essere in grado di gestire da solo l’esposizione virale senza l’insorgere di sintomi gravi.
La linea di fondo è che le esposizioni a tutti gli stimoli tossici esogeni immuno-dannosi (incluse, ma non limitate a, le radiazioni wireless) devono essere rimosse prima che la resistenza ai virus di qualsiasi tipo possa essere sostanzialmente migliorata.
La sovrapposizione della tecnologia di rete mobile 5G su un ambiente di radiazione wireless tossico già incorporato (4G, 3G, ecc.) aggraverà la miriade di effetti negativi sulla salute già dimostrati e insisterà nella direzione di fare una immensa ricerca disumana sulla popolazione del pianeta obbligata a fungere da cavia.

Lo Stato ha bisogno di noi

La salute deve essere messa al centro della politica, affermano le donne del gruppo Difendiamo la salute da diversi anni mentre ancora oggi sono i cittadini a dover scoprire e denunciare i danni alla salute a cui sono esposti dal mondo imprenditoriale e da quello politico per scopi economici, questi diffondono prodotti e consumi prima di conoscerne le nocività potenziali per la salute pubblica.
In questi giorni la salute è al centro della nostra attenzione e lo Stato è dalla nostra parte: ci informa, ci chiede aiuto perché ha bisogno di noi. Non ha vaccini da vendere, non ha un sistema sanitario che possa curarci tutti e subito – la nostra quantità esigerebbe che pagassimo di tasca nostra i costi del personale e delle attrezzature, lo faranno i ricchi nelle strutture private e noi pure in seguito, immagino, perché la spesa sarà enorme – al momento lo Stato ha bisogno di noi per ritardare e contenere il contagio. E noi pure siamo costretti alla prigionia dalla paura di morire, ci rendiamo conto di quanto sia facile perdere la vita, quanto sia importante non permettere alla nostra salute di non decadere: di mantenere un buon sistema immunitario!
Oggi ci invitano a considerarci una comunità solidale, a comprendere che ciascuno può infliggere danni a tutti gli altri, ma sappiamolo: chi più ha potere più ne infligge, ci porta dove non sa seguendo soltanto il suo tornaconto. L’impiego della tecno- scienza crea condizioni sociali e ricadute sulla salute che nessuno valuta mentre la capacità di previsione e i principi di precauzione dovrebbero essere interrogati dalle Istituzioni e della politica per salvaguardare le società e le popolazioni dall’essere vittime dei mercati.
Ci dovrà ringraziare lo Stato con un cambio di rotta che ci consideri cittadini con corpo, e noi forse non ci faremo più prendere alla sprovvista delegando tutto il nostro mondo a pochi miliardari nel pianeta e politici irresponsabili.

Antonella Nappi è sociologa dell’ambiente, si occupa a Milano di Politica Sociale, Sociologia della Salute e della Medicina, Studi di Genere

 

LIBERTÀ DI SCELTA E RESPONSABILITÀ COLLETTIVA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

di Cinzia Sciuto (*)

La discussione che si è accesa attorno a coloro che in Italia vogliono continuare a fare sport all’aperto in tempi di coronavirus (una possibilità fino a ieri consentita a certe condizioni e che oggi ha subìto ulteriori restrizioni) si presta ad alcune considerazioni di carattere più generale sui modi in cui funziona (o dovrebbe funzionare) la discussione pubblica in democrazia, considerazioni che potrebbero esserci utili anche in futuro, a emergenza passata. Sempre se saremo capaci di fare tesoro di questa esperienza.

 

Mai come in questo periodo ci stiamo rendendo conto di quanto le azioni degli altri, le loro scelte, i loro comportamenti, influenzino in maniera determinante le nostre esistenze. Talvolta è una questione di vita o di morte. Naturalmente in questo momento il nesso fra le azioni individuali e le conseguenze collettive è esasperato e fin troppo evidente. In tempi “normali” esso si fa più sfumato e magari questa esperienza ci insegnerà a essere capaci di cogliere meglio questo nesso, anche laddove non sia così immediato.

 

Naturalmente fare oggetto di dibattito pubblico le scelte individuali delle persone è sempre estremamente delicato. Si tratta però una prerogativa irrinunciabile che, data appunto la sua delicatezza, impone allo stesso tempo un estremo rigore argomentativo. Criticare anche duramente un certo comportamento non può mai tradursi in una messa all’indice di questa persona in carne e ossa, qui e ora; e viceversa chi appartiene alla categoria oggetto della critica deve imparare ad accettare che il proprio comportamento (il proprio comportamento: non se stessi come persone) possa tranquillamente essere oggetto di critica, anche dura. Che mantenere questo equilibrio non sia semplice non può essere una scusa per non farlo.

 

Oggi a essere bersaglio sono i “runner”. Che poi: mica i runner professionisti, ma semplicemente tutti coloro che in questi giorni di reclusione forzata hanno voluto continuare a svolgere attività fisica o anche coloro che magari non l’hanno mai svolta, ma per i quali la “corsetta” ha significato in questi giorni prendere aria, far circolare il sangue, ossigenare il cervello. E magari allentare qualche tensione in casa (una casa, lo ricordiamo, spesso piena di mariti, mogli, fratelli, sorelle, figli, madri, padri: piccole comunità costrette a condividere 24 ore su 24 gli spazi, non di rado stretti). A nulla dunque serve il sarcasmo (“tutti podisti siamo diventati ora”), che riesce solo a ferire chi il comportamento che stiamo criticando lo sta attuando in completa buona fede (o magari per ragioni di salute), mentre naturalmente lo strafottente se ne strafotterà anche del nostro sarcasmo. Prendere sul serio le ragioni degli altri, anche quando se ne sta criticando il comportamento, è la prima regola del buon argomentare, e della convivenza civile.

 

D’altro canto tutti dobbiamo farcene una ragione: in democrazia i nostri comportamenti devono poter essere suscettibili di essere messi in discussione e non possiamo pretendere di mettere a tacere le critiche ricorrendo a formule come “sono fatti miei” o “così mi offendi”. Evidentemente chi sta criticando il mio comportamento vede in esso una minaccia a un bene comune e io ho il dovere di prendere sul serio quella critica, e se del caso controargomentare.

 

Se – per fare un esempio che esula dalla contingenza del momento – i movimenti religiosi e di destra conservatori attaccano le coppie gay e l’emancipazione delle donne, lo fanno per difendere la famiglia tradizionale, che a loro dire omosessuali e donne fuori dai loro ruoli metterebbero a rischio. Se chi la pensa diversamente rispondesse semplicemente di sentirsi offeso e invocasse l’idea che nessuno ha il diritto di criticare il proprio modello di vita, sarebbe la sconfitta della lotta politica per i diritti degli omosessuali e delle donne. Quello che invece è necessario fare è controargomentare, mettendo in discussione i valori in nome dei quali quei movimenti portano avanti le loro battaglie, mostrandone le contraddizioni e cercando di fare “egemonia” politica e culturale attorno a degli altri valori. È questo terreno politico che si è molto sfilacciato negli ultimi tempi, anche in alcuni contesti dove dovrebbe invece fare la parte del leone. Penso per esempio ad alcuni ambienti femministi, dove i comportamenti e le scelte delle donne – dalla prostituzione al velo, passando per la gpa – non possono mai essere messi in discussione in nome della “libertà di scelta” di ciascuna.

 

Ecco, sarebbe già un passo avanti se questa drammatica esperienza, una volta che ce la saremo lasciata alle spalle, ci avrà insegnato che nessuno – inteso come singolo ma anche come piccolo gruppo o comunità – può regolare la propria vita esclusivamente sulla base dei propri interessi, desideri e valori, senza assumersi allo stesso tempo la responsabilità collettiva di quelle scelte. Il che significa che esse devono potere essere discusse liberamente nello spazio pubblico, senza inutili attacchi personali ma anche senza tabù.

(*) ripreso da «animabella», il blog di Cinzia Sciuto

Il morbo…..a proposito di virus e tagli alla sanità

Le canzoni di Giufà” (un contributo catanese)

Testo di Francesco Giuffrida

Musica di Gianni Famoso

Voce e cori Costanza Paternò

https://www.youtube.com/watch?v=VjkWgfUkYAg&feature=youtu.be

PRENDETEVI TEMPO e ascoltate questa intervista a Ernesto Burgio, esperto di epigenetica e biologia molecolare, presidente del comitato scientifico della Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) e membro del consiglio scientifico di ECERI (European Cancer and Environment Research Institute) di Bruxelles. Dura 1h40′ ma va ascoltata con attenzione per liberarsi da molte dis/informazioni.

https://www.ondarossa.info/redazionali/2020/03/coronavirus-origini-effetti-e

 

Dall’ultimo «Sbilanciamoci» segnaliamo un articolo di Valeria Cirillo e Andrea Coveri: «Tra i paesi più colpiti dal Covid-19 vi sono proprio quelli con un ruolo centrale lungo le catene globali del valore, che si trasformano ora in catene globali del contagio economico tramite cui si diffonde la recessione. Uno studio analizza le dinamiche della crisi. Riscoprendo il ruolo dell’attore pubblico…».

Coronanomics: la globalizzazione ai tempi del virus – Sbilanciamoci – L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro

“Il silenzio del Governo dopo la rapida comunicazione di ieri sera da presidente del consiglio era più che sospetto. L’elenco infinito e incerto di attività (88) di vario genere che avrebbero dovuto mantenere le proprie funzioni produttive e distributive senza chiudere, altrettanto. Ma la notizia che il decreto arriverà soltanto mercoledì, quindi senza entrare in vigore da domani, perché Confindustria continua a sostenere che non si possono chiudere tutte le attività e che occorre ancora limarlo meglio, lascia comunque senza fiato”.

https://www.carmillaonline.com/2020/03/22/le-citta-verranno-distrutte-allalba/?fbclid=IwAR257cWSakFdeScFyD55hqcWK2UUHmZ1_-ikSGHhcqIxBGC9EEWsOBDQHss

Per chiarezza e sintesi molto consiglio Il sovranismo sanitario allo sbaraglio | il manifesto di Nicoletta Dentico

INFINE UNA NOTICINA DI DB

Ci sono certo cose più importanti su cui ragionare ma … vale spendere qualche parola per ricordare che anche in questa tragedia il Vaticano non smette di mostrare le sue ipocrisie e falsità. Se alcune chiese aprono le porte ai migranti, come giustamente ricorda qui sopra Massimo Ghirelli, nel suo complesso la Chiesa di Roma è ricca di solidarietà solo a chiacchiere mentre tiene ben stretti i cordoni della “sacra” borsa; lo raccontano oggi Ettore Boffano e Filippo di Giacomo su «Il fatto quotidiano» mettendo a paragone la ben maggiore generosità dell’Unione Buddista e dei Valdesi.

Quanto al papa che passeggia da solo per Roma faccio mie le parole di Federico Tulli sull’ultimo numero di «Left»:

L’immagine di papa Francesco che attraversa via del Corso in una Roma pressoché deserta, seguito a pochi passi dalla sua scorta personale. Non indossa la mascherina protettiva, non porta a passeggio nessun cane, non sta andando a fare la spesa. È uscito dal territorio Vaticano, scrivono tutti i giornali, per andare a pregare per la fine della pandemia. La foto campeggia per un giorno intero sulle home page delle principali testate nazionali, dall’Ansa, al Corriere della sera a Repubblica. (…) Un capo di Stato straniero che attraversa indisturbato un luogo simbolo della Capitale di un altro Stato nel quale vige un decreto in cui si stabilisce che per frenare la diffusione di una pandemia letale si può circolare solo per motivi eccezionali. Lui è indifferente a tutto questo. Come abbiamo più volte dimostrato su queste pagine nel caso della pedofilia – a proposito per esempio dell’omessa denuncia nei confronti dei sacerdoti violentatori – gli ecclesiastici, dal capo in giù, credono di essere in diritto di vivere al di sopra e al di fuori delle leggi terrene, le nostre in particolare. Quella “passeggiata”, oltre a dire ai fedeli che se il virus uccide è perché così Dio ha stabilito, sembra quasi voler affermare chi è che comanda in Italia…

TUTTE LE IMMAGINI SONO SCELTE DALLA “BOTTEGA”: a parte quelle riprese dalla rete,  le altre sono di Benigno Moi e Giuliano Spagnul più una di Mauro Biani.

Benigno Moi

10 commenti

  • Gian Marco Martignoni

    Ottimo il dossier con tante riflessioni che meritano più di un approfondimento e di essere sviluppate anche in seguito ( penso in particolare all’articolo di Antonella Nappi ). Sul negazionista Trump e sul perchè la sua cricca ritiene che non tutte le vite abbiano lo stesso valore – come giustamente punta l’indice la Butler – è illuminante quanto scrive il filosofo della scienza Bruno Latour nel saggo ” Tracciare la rotta ” : sostanzialmente per i negazionisti solo una ristretta minoranza di privilegiati ha il diritto di sopravvivere di fronte ad una possibile apocalisse derivante dal surriscaldamento climatico.Infine, concordo con Giorgio Ferrari a proposito delle gravissime responsabilità della classe politica relativamente alla ” catastrofe ” sanitaria in corso

  • Daniele Barbieri

    Proprio bello il quotidiano «il manifesto» oggi. Quasi tutto da leggere: articoli non banali, inchieste, fra i commenti in particolare Laura Marchetti e Sandro Portelli più «l’arte della guerra» (come ogni martedì) di Manlio Dinucci a raccontarci i militari e il corona virus … fra ridicolo e infamie. Però mancava la sintesi in prima pagina: uno di quei titoli fulminanti, controcorrente che hanno reso famoso l’unico quotidiano italiano che si dice dalla parte di chi lavora, anzi «comunista» come si legge sotto la testata. In prima pagina infatti oggi spicca come titolo centrale «La voce del padrone». Permettetemi da vecchio lettore, compagno e anche collaboratore, di dirvi che è un titolo debole, anzi sbagliato. Il titolo giusto oggi era: «La Confindustria degli untori». O forse (due parole sole, ancora più chiare): «Padroni assassini».

  • Lascio questo interessante articolo di Marco Revelli

    Preparare il “dopo-virus”
    di Marco Revelli
    Stamattina gli operai dell’Avio Aero hanno bloccato gli stabilimenti di Rivalta e Borgaretto, nella cintura torinese. Produrre motori d’aereo non è propriamente d’ “importanza strategica” nella lotta contro il virus. Anzi, rischia di aiutarne la diffusione. Allo stesso modo hanno fatto quelli dell’Alessio Tubi e delle Officine Vica, “con adesioni altissime, per protestare contro le decisioni aziendali di proseguire normalmente l’attività su produzioni che non sono essenziali” (La Repubblica). Così pure stanno facendo i metalmeccanici lombardi, dalla Leonardo alla Ge Avio alla Fata Logistic System, nelle tante realtà in cui gli imprenditori perseverano nel criminale tentativo di mettere a repentaglio la vita dei propri dipendenti per un pugno di euro in più. E per mercoledì è previsto uno sciopero in tutta la regione. Hanno perfettamente ragione.
    Dalla notte di sabato, da quando il Presidente del Consiglio ha annunciato le nuove misure, la Confindustria ha iniziato un indecente tiro alla fune per allargare le maglie del provvedimento, promuovendo ad “attività strategica” tutto l’immaginabile e l’inimmaginabile, pur di “tenere aperto”, mostrando un senso del pubblico interesse da trogloditi. Il presidente ancora in carica – quello che fin dal primo giorno dell’emergenza, dal caso n. 1 di Codogno, ha sempre, testardamente frenato su ogni misura di contenimento che toccasse anche solo di striscio le attività produttive – Vincenzo Boccia, intervenendo a Circo Massimo su Radio Capital, ha dichiarato a proposito delle minacce di sciopero: “Onestamente non riesco a capire su cosa”. Ora, a prescindere che la parola “onestamente”, abbinata a lui, dopo le performances di queste settimane, suona come un ossimoro, non capire le ragioni della protesta dei lavoratori equivale a un’assenza totale non solo di empatia – sarebbe troppo – ma anche solo di capacità cognitiva. Decine di migliaia di persone costrette a spostarsi ogni giorno a inizio e fine turno senza un’ assoluta e vitale necessità collettiva e a lavorare ammassate in spazi che non permettono il necessario distanziamento, costituiscono un pericolo estremo per sé e per l’intera comunità, da cui l’impresa evidentemente si chiama fuori.
    Nel clima cupo di queste giornate, nel quadro delle trasformazioni totali che l’emergenza sanitaria ha già prodotto nel nostro mondo sociale, politico, esistenziale e che minacciano di prolungarsi – come è accaduto per tutte le grandi tragedie storiche – nell’epoca successiva, questa mobilitazione operaia è un segnale di vita. Di cui dovremmo prenderci cura con tutta l’attenzione di cui siamo capaci, perché possa difenderci nel “dopo”. Molto, ma molto meno encomiabili e giustificate altre proteste, che immancabilmente sono piovute appena si è chiusa la diretta del Presidente del Consiglio. Quella dei giornalisti, irritati per il carattere “unidirezionale” della comunicazione (impossibilità di porre domande al termine) che li privava di tribuna e protagonismo. Quella delle “opposizioni” – Salvini, Meloni, (Berlusconi non so, mi è sfuggito) – che rivendicano a gran voce la convocazione H24 del Parlamento: proprio loro, che se potessero il Parlamento lo chiuderebbero memori dell’”aula sorda e grigia” e in nome dei “pieni poteri”. Quella dei soliti guastatori della maggioranza, i “renziani”, che dal basso del loro strutturale culto della personalità chiedono al contrario collegialità e spersonalizzazione del processo decisionale, inconsapevoli della contraddizione che impudicamente mettono in scena. I mugugni dei “Governatori” del Nord, che strepitano sulla necessità di “chiudere tutto” guardandosi bene però dal farlo (potrebbero benissimo, sta nelle loro prerogative) e rinviando invece la palla a Roma, per poter poi, eventualmente, mal che vada, impallinare il “centralizzatore”. Giochi, tutti, di conventicole e corporazioni, che rivelano il volto di una gran brutta Italia, schierata all’opposto di quella che soffre e sopporta e si aspetta, dallo “Stato”, che si faccia tutto l’umanamente possibile per assisterla.
    So benissimo che stiamo vivendo nel pieno di una mutazione genetica del nostro sistema di vita, all’insegna di un passaggio epocale al dominio della bio-politica sulla politica (ne parla, in modo esemplare, Renzo Rosso su questo stesso sito). So che questa mutazione reca con sé rischi mortali (salvato il Bios, se si salverà, rischiamo di perdere la Polis). È in corso – in buona parte è già compiuta -, una vertiginosa ri-personalizzazione del comando politico e una spaventosa verticalizzazione della decisione. Ho letto e riletto il discorso di Emmanuel Macron à la nation: ripete per sei volte (sei volte!) “Nous sommes en guerre”, col tono del comandante in capo dell’Armée.
    Sullo sfondo sembra di sentir risuonare le parole del generale De Gaulle, nel fatidico 6 gennaio del 1961: “En vérité – qui ne le sait? – l’affaire est entre chacune de vous, chacun de vous, et moimême”.
    La “cosa” si gioca tra ciascuna e ciascuno di voi e Me. Perché – è ancora “le Général” – “voi lo sapete, è a me che voi dovrete rispondere… Io mi volgo verso di voi al di sopra di ogni intermediario”. Beh, è questa la logica che si va affermando negli spazi sempre più deserti delle città di tutto il mondo (un miliardo di persone “confinate in casa”), non solo nella Francia della grandeur perduta: Boris Johnson, sia pur nell’improbabilità del suo aspetto, persino Donald Trump nelle sue abissali oscillazioni, naturalmente Xi in Cina, e Narendra Modi in India (ha sperimentato il coprifuoco per più di un miliardo di cittadini), sono sulla stessa lunghezza d’onda. Piccoli padri di popoli smarriti.
    Ovunque, d’altra parte, si diffondono codici di comportamento per i medici delle rianimazioni che introducono criteri di selezione spaventosi diventati d’un colpo “ragionevoli” (disumani e insieme “umani troppo umani”): forme di triage in base all’età anagrafica, o al grado di “fragilità”, o all’”aspettativa di vita”, di cui gli unici precedenti ricordabili sono nei manuali di “etica delle catastrofi” o nei memoriali di guerra dopo battaglie campali. Ne ho parlato in un precedente “pezzo” su questo sito a proposito dell’Italia. Ma la Francia ne ha prodotto uno proprio (s’intitola Priorisation de l’accès aux soins critiques dans un contexte de pandémie, l’ha adottato la Direzione generale della sanità francese, e ne ha dato notizia Le Monde come ci informa Barbara Spinelli sul Fatto). E il Regno Unito applica addirittura un algoritmo, elaborato dal National Institute for Health and Care Excellence, il cui acronimo fa NICE, termine che apparirebbe “carino” se non celasse un contenuto terribile: qui la selezione avviene in base a una scala da 1 a 10 in cui il termine medio, pari a un coefficiente 5 equivale a “Mildly Frail” (mediamente fragile). Al di sopra di esso si è “salvi” o meglio “salvabili” (trattabili in rianimazione), ad di sotto ci si avvia verso una scala discendente (“subject to a review of any underlying conditions and the severity of their illness”, cioè “soggetto a una revisione di eventuali condizioni peggiorate e della gravità della loro malattia”) fino al “trattamento di fine-vita” (end-of-life care). Ci resterà nell’aria, questa nuvola di disumano, anche dopo che il virus se ne sarà andato. E dobbiamo capire come neutralizzarla, nel nostro futuro prossimo.
    Personalmente, devo confessarlo, mi tranquillizza un po’ il fatto che il nostro “Premier” non abbia personalità e carattere di “Condottiero”. E inorridisco al pensiero che, anziché Giuseppe Conte, avrebbe potuto sedere a Palazzo Chigi uno come Matteo Salvini, o una come Giorgia Meloni (cosa che sarebbe avvenuta se si fosse votato lo scorso autunno), o ancora l’altro Matteo, Renzi. E capisco poco le picconate che i vari De Angelis di Huffington Post, quasi per una sorta di riflesso pavloviano o di coazione a ripetere, non si risparmiano in ogni occasione. Detto questo, credo però che si debba tenere altissima la guardia, con i radar bene accesi sui percorsi che ci aspettano. Non tanto per deprecare ogni atto oggi compiuto: qualunque cosa chi prende decisioni faccia, qualcosa sbaglia.
    Nella stessa materia delle ultime misure di chiusura (ancora troppo parziali, certo), per quel poco che conosco la struttura dei sistemi produttivi integrati, mi rendo conto di quanto difficile sia districare le filiere produttive lunghe, spesso lunghissime, soprattutto orizzontalmente estremamente intrecciate. E di quale sia la difficoltà dei “tecnici” dei diversi ministeri, nell’arginare l’assalto delle imprese e di questa classe imprenditoriale ammalata irrimediabilmente di egoismo: è possibile che questo potente sistema industriale non sia stato capace, in un mese e mezzo di epidemia, di produrre un numero adeguato di mascherine??? Forse bisognerebbe incominciare a pensare alla requisizione degli impianti riconvertibili a produzioni socialmente utili.
    In sostanza, e per concludere. Più della “denuncia”, credo che dovremmo privilegiare oggi la “scommessa”: giocare su quello che, passato lo “stato d’eccezione” – perché di questo, ci piaccia o meno, si tratta oggi – potrà in qualche modo segnare il tempo della “ricostruzione” come occasione per una totale revisione del sistema di vita e di pensiero dominante. Per questa ragione – e per ritornare al tema dell’inizio: gli scioperi – non so se quello dello “sciopero generale” sia lo strumento più adeguato. Uno strumento inevitabilmente istantaneo, da “one shot only”. Mi sembra molto ragionevole, piuttosto, la direzione indicata dal Segretario della CGIL Landini, che ipotizza una disseminazione dell’iniziativa nei posti di lavoro ancora aperti, là dove i lavoratori si muovono e contestano, garantendo loro la “copertura sindacale”. E aggiungerei, forse – spero non sia un’utopia – sarebbe auspicabile la formazione, capillare, azienda per azienda, di “comitati di salute sociale”, con i lavoratori stessi a individuare le produzioni superflue o quelle riconvertibili, così da dare origine a una rete stabile, un’anticipazione di ripresa di parola e di iniziativa dal basso, capace di durare oltre l’emergenza.
    Pensare dentro l’emergenza oltre l’emergenza mi sembra l’unico, piccolo contributo che noi, in questo tempo di smarrimento, possiamo offrire agli altri come noi smarriti.

    http://www.volerelaluna.it

  • La Bottega del Barbieri
  • domenico stimolo

    E’ MORTO OGGI A CATANIA IL GIORNALISTA LILLO VENEZIA ( settanta anni), EX DIRETTORE DEL SETTIMANALE “ IL MALE”
    Un caro compagno. Molti lo ricorderanno nelle sue frenetiche attività di giornalista e di militante ( anche di LOtta Continua)

    Addio a Lillo Venezia, il giornalista contestatore da “I Siciliani” a “Il Male”
    https://palermo.repubblica.it/cronaca/2020/03/24/foto/addio_a_lillo_venezia_il_giornalista_contestatore_da_i_siciliani_a_il_male_-252190700/1/#5

  • Daniele Barbieri

    CON POCHE, CHIARE PAROLE Franco Berardi (Bifo) HA DETTO L’ESSENZIALE:
    Non dovremo tornare mai più alla normalità. La normalità è quella che ha reso l’organismo planetario così fragile da aprire la strada alla pandemia, tanto per cominciare.

  • Giorgio Chelidonio

    Oggi 26.3.2020 ricevo (su Whatsup e da persone diverse per collocazione socio-culturale) dei copia-incolla sul tema “come affrontare il coronavirus” (1) veicolati in modo più acritico del solito e, soprattutto, da miei conoscenti e amici impegnati culturalmente.
    Io ho risposto a loro che, con un facile controllo, ho verificato che sono bufale ma mi ribadiscono che “tutto sommato sono raccomandazioni che non fanno male, anzi possono essere utili”.
    Evidentemente, non si sono nemmeno premurate di andare a leggere il sito che ho segnalato: http://www.bufale.net (2) che pubblica una recensione ragionata, punto per punto, della suddetta bufala.
    Non ho nemmeno fatto a tempo a riprendermi da questo shock che mi ha raggiunto un altro copia/incolla: un blog informava che domani i benzinai avrebbero venduto, per protesta, benzina e gasolio a prezzi stracciatissimi (cioè senza tasse): sempre i suddetti conoscenti commentavano solo rammaricandosi di non poter uscire di casa per andar fare il pieno. Inoltre, stranamente, le persone a cui ho evidenziato quest’ultima bufala non mi hanno né risposto né commentato: gli ho, forse, smontato questa improbabile soddisfazione?
    Un commento di questo tipo me l’ha mandato, qualche giorno fa, un altro amico a cui avevo segnalato un’altra fake news: peccato, era così piacevole e tu me l’hai smontata!
    Un’idea così improbabile merita, evidentemente, un minimo di dubbio: difatti, con il mio solito rapido controllo (3) copro che è un’altra bufala che gira dallo scorso mese di ottobre.
    Non mi pare, però che occorra essere geni: anche “a naso”, come si fa a credere che i benzinai possano, per protesta, vendere i carburanti alla metà del prezzo a cui sono stati a loro fatturati?

    Temo si stia diffondendo una doppia pandemia sinergica: di credulità (disponibilità a diffondere notizie verosimili o anche no) cripto-sostenuta da un diffuso desiderio acritico che il mondo vada secondo le proprie aspettative. Su quest’ultimo tema sono state pubblicate, già nel 2016, diverse riflessioni nei mesi scorsi numerosi articoli, anche in ambito scientifico (4). Anzi, io stesso ne avevo parlato “in bottega” (5).
    Che lo stress psico-patologico da auto-reclusione stia alimentando questa superficiale adesione a forme di pensiero omologo e omologante?
    Ve ne risultano indizi ? Mi piacerebbe conoscerne altri esempi o indizi ….

    Links:

    (1) Un esempio di come la notizia gira, oltretutto con la seguente premessa:
    “Coronavirus e prevenzione contagio, basta fake news: i consigli della John Hopkins University” https://sudreporter.com/2020/03/26/coronavirus-e-prevenzione-contagio-basta-fake-news-i-consigli-della-john-hopkins-university/?fbclid=IwAR1-CYSFHpOo2AMaArNSVIbMX9csDrQfF0iuCIeCH5EyAAEgZDZCixyhn4E

    (2) https://www.bufale.net/le-presunte-raccomandazioni-della-john-hopkins-university-contro-il-coronavirus/
    (3) https://www.bufale.net/svendita-carburante-con-benzina-senza-tasse-domani-4-ottobre-arriva-la-catena-whatsapp/ + https://www.facebook.com/adottaunanalfabetafunzionale/posts/d41d8cd9/2145336445595253/
    (4) https://www.lescienze.it/news/2016/11/12/video/bronner_societa_sociologia_disinformazione-3305327/1/
    https://www.lescienze.it/news/2017/06/27/news/bufale_attenzione_carico_informazione-3581859/
    https://www.repubblica.it/scienze/2019/03/25/news/il_fascino_irresistibile_delle_fake_news-222471704/
    (5) http://www.labottegadelbarbieri.org/la-democrazia-dei-creduloni/

  • Giuseppe Ambrosi

    Sintetizzo: Il capitalismo e la meritocrazia. L’interpretazione furba della parabola dei talenti. L’errore dell’interpretazione sta nel fatto che si ritiene che i talenti fossero stati regalati e invece bisogna intenderli nel senso di dati in custodia. Le conseguenze di questo errore sono catastrofiche perché la ricompensa del merito non si concretizza nella soddisfazione di ricevere l’elogio del signore ma nell’essersi arricchiti. La parabola va letta con attenzione perché dobbiamo intendere che la diversa distribuzione dei talenti 5 al primo servitore, 2 al secondo e solo 1 al terzo non deve essere intesa come una differente responsabilità assegnata a ciascuno che fa diminuire la responsabilità dell’ultimo che non ha saputo far fruttare il proprio talento. Dobbiamo considerare quindi che i talenti non siano stati dati per procacciarsi la sopravvivenza alla quale durante l’assenza del padrone avrebbe continuato a provvedere l’organizzazione della comunità del padrone ma in custodia per continuare ad adempiere allo stesso compito che avrebbero avuto se il padrone fosse stato presente e cioè sviluppare benessere. Sono veramente stufo di sentire, col consenso di tutti frasi del genere: “Me lo sono meritato, ho pagato le tasse, che altro pretendete da me? Ho il diritto. ” ed altri: “sono sfortunato, ho già sofferto tanto. Ora ho il diritto.” La cattiva interpretazione della parabola ha creato una società assoggettata a cattivi servi che si sono trasformati in cattivi padroni arricchendosi oltre misura che vivono nella paura di perdere i loro averi e in cattivi servitori sempre più incapaci di far valere le proprie qualità.

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