Cos’è quello che vedi?

di Max Mauro (*)

Il caso Parr-Butturini e il lungo viaggio dell’immaginario razzista.

Che cos'è quello che vedi?
Martin Parr mostra il libro London by Gian Butturini

Nel giugno del 1969 un grafico trentaquattrenne di Brescia, Gianfranco Butturini, viene inviato a Londra per allestire un padiglione alla fiera internazionale sull’uso industriale della plastica. Durante un mese trascorso nella capitale britannica, Butturini gira la città portandosi appresso la sua macchina fotografica, affascinato dalle contraddizioni della swingin’ London. Con uno sguardo attento ai contrasti, raccoglie immagini di giovani hippy, anziani seduti sulle panchine dei parchi, primi piani di persone dirette al lavoro e bambini che fissano le vetrine dei negozi.

Al rientro da Londra pubblica a sue spese un reportage fotografico intitolandolo London by Gian Butturini. Il libro viene accolto positivamente nella sua città e in Italia, e tutte le copie vanno presto esaurite. Nel corso degli anni London acquisisce uno status di libro di culto, con valutazioni sul mercato nell’ordine di centinaia di euro.

Per Butturini si tratta dell’inizio di una brillante carriera di fotoreporter che lo porterà in giro per il mondo: da Cuba al Cile, dall’Irlanda del Nord alla Germania dell’Est, l’India, il Marocco, sempre con un marcato interesse per le ingiustizie sociali e le lotte di liberazione. Nel 1980 realizza anche un film, intitolato Il mondo degli ultimi e dedicato alle lotte contadine in Italia negli anni ’50, che verrà premiato al festival di San Sebastian e acquisito dalla RAI. Di quegli anni è anche il suo impegno per documentare il movimento per la chiusura dei manicomi, che si tradurrà in una mostra e un libro fotografico tra i più apprezzati sulla rivoluzione psichiatrica promossa da Franco Basaglia.

Queste note biografiche aiutano a comprendere il percorso professionale e politico di Butturini, scomparso nel 2006. Rappresentano anche un problematico contraltare al casus belli che negli scorsi mesi ha riportato il lavoro del fotografo bresciano al centro dell’attenzione, compromettendone l’eredità intellettuale. Tutto è accaduto per colpa di quel primo, fortunato libro, o meglio a causa di alcune immagini in esso contenute. Ma andiamo per ordine.

Il ritorno a Londra
Nel 2016, Martin Parr, uno dei più celebrati fotografi britannici, già presidente di Magnum Photos, contatta la famiglia di Butturini per chiedere il permesso di includere alcune fotografie del suo reportage londinese in una mostra sui fotografi stranieri che hanno lavorato in Gran Bretagna. Nell’occasione della mostra Parr sottolinea il valore del libro e sollecita una sua ripubblicazione, che avviene nel 2017 per iniziativa dei figli di Butturini e dell’editore Damiani. Parr scrive un’introduzione che rende atto del suo entusiasmo per quello che definisce “un lavoro meraviglioso”.

Sullo slancio di queste note, Butturini viene riscoperto o forse scoperto anche all’estero. Tutto sembra filare liscio fino al momento in cui, nel gennaio 2018, una giovane studentessa di antropologia all’Università di Londra, Mercedes Baptiste Halliday, definisce su Twitter il libro London by Gian Butturini come “spaventosamente razzista”. Si chiede anche come Parr abbia potuto non solo avallarne ma perfino curarne la pubblicazione.

Sulle ali delle manifestazioni a sostegno del Black Lives Matter, la denuncia di Halliday riceve attenzione sui social media e si trasforma in una vera e propria campagna che porterà, nel luglio del 2020, Parr a pubblicare delle scuse formali e a rassegnare le sue dimissioni da direttore del prestigioso Bristol Photo Festival.

Non solo, mentre Halliday aveva semplicemente chiesto che il libro non venisse più ristampato e che i proventi attuali venissero destinati ad organizzazioni che operano in favore di giovani neri e di colore, Parr si spinge oltre. In una lettera pubblicata sul suo sito internet, scrive: “Riconosco che le semplici scuse non bastano, quindi ho intrapreso le seguenti azioni: ho chiesto che le copie esistenti vengano ritirate dalla vendita e distrutte e intendo donare quanto ricevuto per scrivere l’introduzione a una organizzazione benefica”. Ma cosa aveva visto la studentessa londinese nel libro di Butturini da suscitare tale clamore?

Cos'è quello che vedi?
Le due pagine contenenti le immagini incriminate tratte dal libro London by Gian Butturini

La metafora
Tra le fotografie incluse nel volume una ritrae una donna nera, dipendente della società dei trasporti di Londra, seduta all’interno della biglietteria in una stazione della metropolitana. Nella pagina a fianco, Butturini mette la foto di un gorilla dello zoo cittadino. È una scelta ponderata, la sua, più da grafico che da fotografo, con l’intento di far riflettere l’osservatore e forse lanciare un messaggio. Nell’introduzione al libro include delle note per spiegare la sua scelta.

Ho camminato di notte, di giorno, ho setacciato gli angoli della città che il turista non vede […] Ho fotografato una negra, chiusa nella sua gabbia trasparente; vende biglietti per il metro: sola spenta prigioniera, isola immota e senza tempo tra i flutti di umanità che scorrono si mescolano si fondono davanti alla sua prigione di ghiaccio e di solitudine. […] Ho fotografato il gorilla di Regent Park, che riceve con dignità imperiale sul muso aggrondato le facezie e le scorze lanciategli dai suoi nipoti in cravatta […].

Come è intuibile, è l’accostamento tra la donna nera e il gorilla il quid del problema. Nell’idea del fotografo, l’accostamento è motivato da una metafora che accumunerebbe i due soggetti: la donna viene vista nella sua “prigione di ghiaccio e di solitudine” e il gorilla nella sua gabbia dello zoo; opposti rappresentanti delle “segregazioni” metropolitane. È evidente, tuttavia, che la metafora, per quanto debole, opera su di un tessuto culturale e storico che in qualche modo ne sorregge il significato. Cosa giustifica questo accostamento, al di là della metafora della gabbia?

Per rispondere a questa domanda è necessario riflettere sulla funzione e sul funzionamento delle immagini, e combinare questa riflessione con la storia del pensiero razzista. È necessario farlo per comprendere come il tema della contesa non è decidere se Gian Butturini l’uomo fosse un razzista, bensì comprendere come la composizione grafica-fotografica da lui scelta, al netto del presunto intento provocatorio, perpetui ed esalti una figura retorica che è uno dei classici dell’iconografia razzista. Il razzismo non è un fatto morale, ma strutturale, che opera attraverso prassi, istituzioni, discorsi che si riverberano nell’individuo.

Il discorso razzista
Partendo dalla fine, un indizio orientativo è l’utilizzo dei termini. Butturini scrive «negra», un termine che oggi appare inaccettabile, espressamente razzista, ma che negli anni sessanta era di uso corrente in Italia. Era parte del discorso dominante attorno ai neri e alle persone di origine africana. Come spiegato da Michel Foucault, un discorso crea i termini della discussione, e determina i confini di quello di cui si parla. L’orientamento del discorso dipende dal potere, da chi è in posizione di influenzare quello che appare come conoscenza e verità.

La cultura italiana era, ed è ancora in gran parte, impregnata di discorsi razzisti. Basti pensare, per esempio, che solo in anni recenti è cominciata una riflessione storiografica sul portato dei crimini coloniali italiani. Angelo Del Boca, che proprio negli anni sessanta ha cominciato il suo prezioso lavoro di esposizione dei crimini italiani in Africa, venne a lungo ostracizzato dall’autorità statali e mantenuto ai margini del dibattito pubblico.

La cultura popolare opera all’interno di discorsi. Per esempio, una delle più note canzoni degli anni sessanta si riferiva ai “Watussi, gli altissimi negri” (Edoardo Vianello, 1963). Un altro tomo della cultura popolare italiana di quegli anni, il settimanale Topolino, ha elaborato a lungo quel tipo di armamentario concettuale mentre raccontava storie di cannibali (ovviamente di pelle scura, ovviamente ritratti mezzi nudi, ovviamente in qualche luogo dell’Africa nera) che volevano far del male a Topolino e Pippo, che tuttavia finivano sempre vincitori.

Ritornando al lavoro di Butturini, non c’è dubbio che la sua decisione di accostare una donna nera a un gorilla era influenzata da un discorso popolare che aveva reso come naturale (una verità di senso comune) l’idea che i neri fossero l’anello mancante dell’evoluzione umana, i primitivi per eccellenza, e che come tali potessero essere accumunati istintivamente alle scimmie.

Tutta la letteratura razzista prodotta dal diciannovesimo secolo ha elaborato simili assunti, producendo verità che hanno penetrato le istituzioni e la cultura popolare, riducendo i neri allo stato di altro, un essere subumano che viene sistematicamente rinviato a questa condizione non appena osa alzare la testa. Che la comunità scientifica internazionale, dopo la seconda guerra mondiale, abbia definitivamente smentito ogni fondamento della teoria del razzismo biologico e affermato che esiste una sola razza umana, non ha sgomberato il campo dalle manipolazioni.

Sul piano della comunicazione visuale, Butturini ha operato questo accostamento all’interno di un certo contesto culturale, di un discorso che rappresentava ontologicamente il nero come qualcosa che non gli apparteneva. L’inserto critico, rappresentato dalle scarne note dell’introduzione, è una sottile polvere che vola via di fronte allo sguardo. È l’immagine quello che conta. Le due foto stampate a piena pagina una di fianco all’altra sono un pugno nello stomaco dello spettatore (soprattutto se nero, o un bianco cosciente del discorso razzista che sottende l’accostamento). Per questo, la ristampa del libro di Butturini avrebbe almeno dovuto includere alcune note per contestualizzare l’originale, per inquadrarne la problematicità.

Il falso dilemma
La reazione di Martin Parr al polverone sollevato dalla studentessa londinese ha sconcertato amici ed estimatori di Butturini. Accusano Parr di non averne difeso l’opera e di aver anzi acuito il danno morale provocato dalla protesta legata al Black Lives Matter. Tuttavia, nessuno degli intervenuti è andato oltre a una sterile difesa di Butturini l’uomo di fronte a un attacco che appare in palese contraddizione con il suo vissuto.

Proprio qui, in questa apparente contraddizione, sta tuttavia il punto critico dell’intera storia. E se fosse proprio così, che il fotografo bresciano ha creato un accostamento profondamente razzista pur non essendone pienamente cosciente, non essendo lui stesso un razzista (come la sua vita dimostrerebbe)? Se così fosse, il che pare plausibile, saremmo di fronte a un chiaro esempio di come le società occidentali fatichino a fare i conti con il proprio immaginario razzista.

Ecco allora che le voci del Black Lives Matter, a lungo emarginate dal dibattito pubblico, offrono una preziosa occasione alle culture dominanti di riflettere criticamente su stesse. In fondo, come scritto da James Baldwin in Lettera da una regione della mia coscienza, «Tutto quello che i bianchi non sanno dei neri rivela, precisamente e inesorabilmente, quello che non sanno di se stessi».

(*) ripreso da www.lavoroculturale.org

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