Crc: chissà se c’è un giudice a Xyz

di Davide Fabbri (*)

ANALISI CRITICA DELL’INCHIESTA DELLA PROCURA DI FORLI’ SULLA CARISP cioè CASSA DI RISPARMIO DI CESENA.

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Dopo anni di ingiustificato immobilismo della magistratura, provo a fare una riflessione critica, alla luce della conclusione – due giorni fa – dell’indagine nei confronti della nomenklatura di potere della Cassa di Risparmio di Cesena.

La procura della Repubblica di Forlì ha chiuso l’inchiesta sulla Cassa di Risparmio di Cesena. Le persone indagate sono 17, gli ex vertici della banca più influente del territorio: amministratori, sindaci revisori e direttori generali in carica alla data del 13 aprile 2013. Gli indagati sono: il commercialista e immobiliarista cesenate – ed ex socio al 10% del Gruppo Amadori – Germano Lucchi (presidente cda, in società con Gabriele Gentili, figlio del direttore generale della banca Adriano Gentili); Atos Billi di Lugo e Tomaso Grassi, che gestisce da imprenditore l’ippodromo di Cesena (vice presidenti del cda); Enrico Bocchini di Cesena, Giovanni Maria Boldrini di Rimini, Francesco Carugati di Faenza, Pier Angelo Giannessi di S. Agata Feltria, Tino Montalti di Cesena, Mario Riciputi di Cesena, Paolo Fabbri di Cesena, Bruno Santini di Cesena, Giovanni Tampieri di Faenza (tutti consiglieri del cda); Vincenzo Minzoni di Lugo (presidente del collegio sindacale); Luigi Zacchini di Cesena, Giuseppe Spada di Cesena (membri del collegio sindacale); Adriano Gentili di Cesena (direttore generale); Dino Collinucci di Cesena (vice direttore generale).
Le ipotesi di reato contestate nell’inchiesta sono:
1. false comunicazioni sociali per la mancata esposizione a bilancio di perdite per 15 milioni di euro e la mancata svalutazione di crediti per oltre 40 milioni di euro della holding immobiliare Isoldi di Bertinoro;
2. ostacolo all’esercizio delle funzioni dell’autorità di vigilanza
3. illecita ripartizione degli utili.

DavideF-fotoBancaEtruria

Desidero qui riflettere criticamente su una delle tre ipotesi di reato: «ostacolo alla vigilanza». E’ la classica ipotesi di reato che viene contestata nei casi di banche ispezionate da Bankitalia. In realtà si tratta di un possibile “salvagente” che viene lanciato in automatico a favore delle autorità di controllo (essenzialmente Banca d’Italia e Consob) e che potrebbe danneggiare i risparmiatori e gli azionisti della Cassa di Risparmio di Cesena. Con la contestazione del reato di «ostacolo alla vigilanza» si potrebbe permettere alle autorità di controllo di presentarsi in tribunale sempre come vittime, di costituirsi parte civile e di beneficiare de facto di una sorta di impunità. Io al contrario sono convinto – carte alla mano – che occorra puntare il dito (e lo faremo come Comitato difesa risparmiatori della Cassa Risparmio di Cesena) anche contro Bankitalia e Consob, che non avrebbero completamente impedito di commettere le irregolarità nella gestione della banca.

Sotto inchiesta è solo il bilancio della banca dei centri di potere della città del 2012 in cui, secondo l’accusa, si è evidenziata una situazione economica e patrimoniale non veritiera. Le indagini, avviate nel 2014 in seguito a una ispezione di Bankitalia, sono state coordinate dal procuratore capo Sergio Sottani e dal pubblico ministero Francesca Rago, condotte dal Nucleo speciale Polizia Valutaria in collaborazione con la Guardia di finanza di Cesena del capitano Arturo Tavani. Secondo i magistrati inquirenti, la Carisp Cesena non aveva proceduto a svalutare correttamente una esposizione creditoria di oltre 40 milioni di euro nei confronti della Isoldi Holdig spa, poi fallita. Questo, sostengono i magistrati, ha comportato la mancata esposizione di una maggiore perdita per oltre 15 milioni di euro, consentendo agli organi di vertice di deliberare comunque la distribuzione di acconti sui dividendi per 1,9 milioni di euro, in riferimento a utili che però non sarebbero stati successivamente conseguiti.
In base alla ricostruzione degli inquirenti, l’omessa indicazione nel bilancio della perdita non ha consentito poi a Bankitalia di svolgere correttamente le proprie funzioni di vigilanza. In altri termini, se l’autorità di vigilanza avesse avuto reale contezza della situazione della banca, non avrebbe autorizzato la distribuzione di acconti sui dividendi.

L’inchiesta della magistratura non affronta l’aspetto più rilevante che la profonda crisi della banca mette in evidenza: la rete di complicità e lo scambio di favori affaristici fra dirigenza della Carisp, dirigenti politici, imprenditori e immobiliaristi. Da sempre la Carisp di Cesena è la banca dei centri di potere della città, che hanno condizionato le scelte politiche ed economiche del territorio. Ultimamente la banca è diventata la principale artefice della crisi dell’edilizia, facendo scoppiare la bolla immobiliare speculativa, prestando irregolarmente ingenti soldi a speculatori e immobiliaristi. Una banca del territorio gestita spesso e volentieri in maniera clientelare, con plateali conflitti di interesse (quelli di Germano Lucchi con le sue società immobiliari e società nel settore dell’energia, quelli dell’avvocato Giovanni Maria Boldrini col suo studio professionale a Rimini). Soldi affidati a parenti stretti, agli amici degli amici. Una politica di gestione allegra degli affidi (fidi e prestiti) a soggetti persino insolvibili, vicini al fallimento. Irregolarità e incongruenze nelle richieste di credito, delle garanzie e dei piani di supporto. E poi l’oscenità imbarazzante delle poltrone scambiate fra presidente del cda della banca e presidente della Fondazione Carisp (ente di indirizzo e controllo della banca): Davide Trevisani e Germano Lucchi, Germano Lucchi e Bruno Piraccini.

Da oltre due anni scrivo ossessivamente di questo, nel silenzio assordante e omertoso di quasi tutta la città. Nei prossimi giorni, scriverò pezzi importanti sulla gestione affaristica della banca. Rivelazioni che riguarderanno Bruno Piraccini, ancora in sella come presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Cesena, e Germano Lucchi, immobiliarista e uomo d’affari, ancora in attività, ex presidente del cda della banca.

 

(*) Davide Fabbri è portavoce del «Comitato Difesa Risparmiatori della Cassa di Risparmio di Cesena». Qui sopra ricorda la sua battaglia: «da oltre due anni scrivo ossessivamente di questo, nel silenzio assordante e omertoso». Questa piccola “bottega” invece gli dà spazio: perché se i gravi fatti denunciati da Fabbri e poche altre persone riguardano soprattutto Cesena e dintorni, le loro ricadute politiche e la mappa del potere che disegnano (con al centro il “nuovo” Pd) con le omertà che includono sono invece di interesse generale.

Come sempre la scelta del titolo e delle immagini – una delle foto si riferisce a una manifestazione delle vittime di Banca Etruria – è della “bottega” e non di Fabbri. Forse il titolo va spiegato perché non tutt* conoscono l’espressione «C’è un giudice a Berlino»: il senso è che prima o poi la giustizia farà il suo corso e rimanda alla storia di Arnold, mugnaio di Potsdam, il quale nel 1700, per opporsi ai soprusi di un nobile, dopo essersi rivolto senza successo a tutti i giudici tedeschi volle arrivare a re Federico “il Grande” di Prussia; ci riuscì e ottenne giustizia. Vera o falsa che sia questa storia, l’espressione «c’è un giudice a Berlino» è diventata quasi proverbiale. Viene spesso attribuita a Bertold Brecht ma senza precisare dove lui l’abbia scritta. E vale ricordare al riguardo alcune considerazioni di Umberto Eco – su «L’Espresso» del 12 agosto 2013 – a proposito di quel Silvio Berlusconi, che qui in “bottega” di solito noi preferiamo chiamare «signor P2-1816» per ricordare la sua collocazione. Ecco cosa scrisse Umberto Eco: «Ci deve pur essere un giudice a Berlino è espressione che, anche quando se ne ignora l’origine, molti usano per dire che ci deve essere una giustizia da qualche parte. Il detto è così diffuso che l’aveva citato anche Berlusconi (noto estimatore delle magistrature) quando nel gennaio 2011 aveva visitato la signora Merkel con la curiosa idea di interessarla ai suoi guai giudiziari. La signora Merkel (con un tratto di humour che una volta avremmo definito all’inglese – ma anche i popoli si evolvono) gli aveva fatto osservare che i giudici ai quali lui pensava non erano a Berlino ma a Karlsruhe, nella Corte Costituzionale, e a Lipsia nella Corte di Giustizia». Dunque come suo solito il «signor P2-1816» disse una stronzata. Più in generale comunque le espressioni proverbiali sono ambigue e ognuno se le può girare a proprio vantaggio. Se comunque, penso io, c’è un giudice a Forlì o altrove che indagherà ben bene nella piramide del potere a Cesena allora dovremo fare i conti con un’altra frase proverbiale, questa attribuita invece a Giulio Andreotti, ovvero «a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca». (db)

 

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