Criminali fascisti impuniti: il caso di Bologna

Intorno a un altro 25 aprile ragionare sulla memoria perduta forse ci aiuta a capire meglio l’oggi: recensione a «Il fascismo della Repubblica Sociale a processo» (*) di Alberto Mandreoli

«Un conto è essere “eroi” fascisti da parata, da cinegiornale o anche con lo schermo delle SS tedesche a garantire e a difendere tutti e ciascuno dalla lotta partigiana; un conto è combattere contro una popolazione in armi». Così, partiti i tedeschi, i fascisti spariscono. «Già nel 1946 però tornano a sperare. Il governo (guardasigilli Palmiro Togliatti) promulga un’amnistia. Il criterio – dimostrare la volontà non persecutoria e vendicativa della democrazia a migliaia di cittadini ingenui e ingannati o compromessi con aspetti secondari del regime e della repubblica di Salò – si trasformò purtroppo in un’applicazione molto estensiva nei tribunali che restituirono alla libertà i peggiori criminali. Era naturalmente il quadro politico generale che influiva in tal senso: presenza e pressione degli Alleati, rapporto di forze favorevole ai “moderati” ecc. Ma così il postfascismo non iniziava certo nel modo migliore, scambiando la clemenza con la debolezza. Giudici più che indulgenti – spesso perché intimamente legati per cultura, formazione, ideologia agli imputati – in specie giudici di Cassazione rimisero in libertà, soprattutto fra il 1946 e il ’47, il grosso dello stato maggiore fascista e repubblichino».

Con queste parole nel 1975 introducevo (**) un’analisi sul neofascismo italiano, domandando/mi ovviamente perché non fossero state recise le radici di quella mala pianta. Dopo la Liberazione i fascisti furono «garantiti dell’impunità per il passato e rassicurati per il presente dal fatto che la Resistenza non si dimostrava abbastanza forte e unita per liquidare politicamente la vecchia classe prefascista (che il fascismo aveva generato, allattato, fatto crescere per rinnegarlo poi in punto di morte) ma anche dai nuovi equilibri internazionali in cui si trovava ferreamente collocato il Paese» e dalla «continuità» dello Stato: e allora «eccoli pronti» o come piace loro dire «presenti!» per continuare le loro brutte imprese.

Dal 1975 è passato un bel po’ di tempo – e dunque ho anche studiato un po’ – ma non cambierei quell’analisi, al massimo la dettaglierei.

Ci pensavo nei giorni scorsi, a ridosso di un altro 25 aprile, leggendo «Il fascismo della Repubblica Sociale a processo» di Alberto Mandreoli, con il sottotitolo «Sentenze e amnistia (Bologna 1945-1950)».

E’ un libro importante però non mi ha convinto a pieno. Per spiegare il perché farò qualche digressione, zigzagando nel tempo.

AMNISTIE DI COMODO E AMNESIE VOLUTE

«Le amnistie si applicano a destra ma non a sinistra» scrisse nel 1958 Ferruccio Parri – uno dei padri della patria come ora è di moda dire ma allora considerato un bolscevico – in «Una premessa e un appello» alla prima edizione (Parenti) del libro di Zara Algardi «Processi ai fascisti» (***) che è uno dei pochissimi testi sulla «repressione dei reati fascisti all’indomani della Liberazione»: sarebbe da ristampare o almeno da scovare… nelle biblioteche. Se quei crimini non furono puniti i motivi sono quelli riassunti sopra. Qualcuno direbbe “epurazione mancata” e invece fu soprattutto giustizia tradita e connivenza con gli assassini. Se ci sono pochissime ricerche su quei processi è anche perché la ferita sanguina ancora e le ambiguità permangono. Molto dei successivi “misteri” d’Italia e degli intrecci fra neofascisti e servizi segreti italiani – in testa la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 – hanno lì la loro genesi. Ogni nodo successivo rende più difficile sciogliere il precedente.

Così ho accolto con entusiasmo l’uscita del libro di Mandreoli. Dopo averlo letto sento di poter dare (non sono uno storico ma su certi temi so maneggiare gli strumenti di un’indagine) un giudizio molto positivo sul lavoro fatto. Spiega l’autore nell’introduzione: «Il volume risulta basato su materiale in larghissima parte inedito. Queste fonti fanno sì che le analisi compiute, le storie raccontate e i particolari della violenza fascista si mostrino in una luce nuova, arricchita da una serie di dati e testimonianze finora dimenticate negli archivi». Verissimo. Così i capitoli del libro ci mostrano – a volte in poche pagine, talora con ampiezza – le vicende di fascisti e dei loro complici: Renato Tartarotti, «capitano della Cas» (cioè Compagnia Autonoma Speciale); la spia Remo Naldi; il comandante della Brigata Nera (di Zola Predosa) Elio Lolli; il tenente della Gnr, Guardia Nazionale Repubblicana (di Castello di Serravalle) Enrico Zanarini; i repubblichini Lorenzo Mingardi e Armando Quadri a Monte Sole; un altro tenente della Gnr, Arrigo Lanzarini; Giorgio Pini che fu tra l’altro direttore del quotidiano «Il resto del Carlino» e sottosegretario agli Interni della Rsi; Augusto Cantagalli, giornalista e pubblico ministero del Tribunale Straordinario; Dino Fantozzi, prefetto e capo della Provincia; un colonnello e un generale della Gnr ovvero Giuseppe Onofaro e Bruno Calzolari; Bruno Monti, tenente dell’Upi cioè l’Ufficio Politico Investigativo della Gnr; il caporal maggiore della Gnr – «e delatore» – Martino Berti; il milite della Gnr e informatore Gilberto Quintavalli; Giuseppe Paulmichal, altro milite ma del Rap, il Reparto d’assalto della polizia fascista; Franz Pagliani, il capo della Brigata Nera “Attilio Pappalardo”; Pietro Torri, capo della Brigata Nera “Eugenio Facchini” e federale di Bologna; il vice questore Agostino Fortunati; il vicebrigadiere della Cas e maresciallo della Polizia ausiliaria Renzo Bedeschi; le spie Lucia Gavazzoni e Lidia Golinelli detta “Vienna”; Angelo Arpino, capitano di una Brigata Nera; infine il questore Marcello Fabiani. Alcuni di loro giocano un ruolo importante negli eccidi di Marzabotto. Di loro «l’unico a pagare con la fucilazione alla schiena fu Renato Tartarotti» riassume Mandreoli: dunque «torture aberranti e crimini disumani rimasero impuniti per sempre».

Leggere le loro storie – alcune molto dettagliate – e vedere come “se la cavano” è una piccola cavalcata in quel difficilissimo passaggio storico. E qui c’è il valore della fatica di Mandreoli.

«GIUSTIFICAZIONI, MINIMIZZAZIONI E MENZOGNE»

Non mi convince invece quando l’autore – in più di un’occasione – si mostra troppo sensibile alle ragioni dei fascisti, a certe loro oscillazioni. Nella sua introduzione Mandreoli parla di «ala moderata del Partito fascista repubblicano» di Bologna da contrapporre ai più «sanguinari». Un esempio: fra i moderati viene arruolato «Giorgio Pini, direttore de “Il resto del Carlino” e sottosegretario agli Interni della Rsi». Soprattutto per il suo ruolo di viceministro appare impossibile che Pini non abbia collaborato con i nazisti e con i peggiori crimini dei repubblichini. Quanto a «Il resto del Carlino» ci fu modo e modo di lavorarci come rammenta l’assassinio nel 1944 di Ezio Cesarini (****). Che Pini sostenga di averlo fatto lavorare (e con lui «il redattore Attilio Teglio, ebreo») senza problemi cosa prova? Sono le tante «giustificazioni, minimizzazioni e menzogne» – come sintetizza Franzinelli nella postfazione – di cui sono pieni questi processi.

Eppure Mandreoli cerca e cita ragioni per giustificare in qualche modo l’idea che Pini sia un “moderato”: le sue idee di «sostituzione dei vecchi gerarchi, di rinnovamento dei metodi (del fascismo) divenuti troppo intransigenti e spietati» e poi la sottolineatura che ci sono «lettere e dichiarazioni» ad attestare che Pini «abbia prodigato il bene a favore di chiunque (comunità o privati) senza distinzione di partito si rivolgesse a lui». Leggendo questi passaggi sembra quasi logico che Pini alla fine sia stato assolto e che «nella sentenza definitiva i magistrati lo ritengano un galantuomo che è rimasto al di sopra delle parti e che non ha mai agito in collaborazione con l’esercito tedesco». Al di sopra delle parti?

Assolto sì… In nota si dà conto che a presiedere la Corte «che ridiede la libertà a Pini» fu il magistrato Vincenzo De Ficchy. Ma solamente a pagina 310 – cioè nella bella “postfazione” di Mimmo Franzinelli – si ricorda che quel De Ficchy «già iscritto al Partito fascista e laudatore di Mussolini» è ora «nei panni del solerte manovratore (con una applicazione estensiva) dell’amnistia Togliatti». Che poi Giorgio Pini sia stato uno dei fondatori del Msi, cioè del partito neofascista, conferma che non era finito per caso a Salò. Se lui – come altri – avesse pure fatto un’opera buona o due mentre sosteneva il nazifascismo questo non basta per assolverlo al tribunale della storia.

(*) «Il fascismo della Repubblica Sociale a processo» di Alberto Mandreoli, con il sottotitolo «Sentenze e amnistia (Bologna 1945-1950)» è stato pubblicato da Il Pozzo di Giacobbe – 390 pagine con un utilissimo indice di nomi e luoghi, per 30 euri – con l’introduzione dell’autore e una breve postfazione di Mimmo Franzinelli.

(**) per una volta mi cito: è una frase nel mio libro «Agenda nera: 30 anni di neofascismo in Italia» (Coines edizioni, 1976)

(***) lessi «Processi ai fascisti» di Zara Algardi nella seconda edizione, quella pubblicata nel 1973 da Vallecchi editore con una giusta contestualizzazione: «Questo libro… si ripropone come occasione preziosa per un esame di coscienza non solo per quanti hanno vissuto lo scabroso e penoso periodo dell’epurazione ma anche per coloro che, cresciuti nel clima tanto diverso di questi anni, stanno imparando che il fascismo e le sue coperture sono una realtà che non ha cessato di esistere»; così la quarta di copertina dell’edizione uscita nel 1973 e dunque in piena “strategia della tensione” con lo Stato – o una consistente parte degli apparati statali, se dirlo così vi consola – a utilizzare i neofascisti per organizzare stragi.

(****) in “bottega” l’assassinio di Ezio Cesarini, «un giornalista che non morì da servo» è stato raccontato da Claudio Santini, qui: Scor-date: 27 gennaio 1944.

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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