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La Bottega del Barbieri

Cuba: dopo l’intervento in Italia di due brigate mediche

Le considerazioni personali a tutto tondo di Angelo Baracca (*)

Parte 1: 1959 – 1990

Una Rivoluzione atipica, che ha assicurato istruzione e sanità efficienti, universali e gratuite

Sembra che molti italiani, e vari organi di informazione nostrani (tradizionalmente avvezzi per lo più a criticare la “dittatura” cubana), abbiano scoperto con sorpresa aspetti positivi Cuba in occasione dell’arrivo il 22 marzo e il 13 aprile scorsi di due brigate mediche cubane, richieste rispettivamente dalle regioni Lombardia e Piemonte, venute ad aiutarci nella lotta che il sistema sanitario nazionale sta conducendo contro il coronavirus.

Fa un certo piacere leggere sul Blog del Corriere della Sera – quotidiano avvezzo a parlare della dittatura e delle violazioni dei diritti umani a Cuba[1] (gli articoli di Panebianco l’hanno descritta tout court come “una prigione a cielo aperto”) – un articolo sulla storia delle brigate mediche cubane che contiene affermazioni come questa[2]:

La situazione della sanità cubana durante la dittatura di Batista e fino al trionfo della Rivoluzione nel 1959 era a dir poco disastrosa. Il sistema sanitario pubblico era praticamente inesistente, mentre fiorivano cliniche private cui potevano accedere solo coloro i quali potevano permettersi di pagare parcelle salatissime. Nelle zone agricole e montagnose dove risiedeva il 50% della popolazione mancavano completamente ospedali e medici. La conseguenza di tutto questo era un’aspettativa di vita pari a sessant’anni e un’altissima mortalità infantile. La situazione sarebbe cambiata dopo la vittoria dei barbudos ed i massicci investimenti del nuovo governo in materia di sanità ed istruzione. Proprio questo è uno dei punti fondamentali della nuova concezione medica cubana: l’unione dello sviluppo dell’istruzione e della sanità, visti come due aspetti fortemente intrecciati che devono sfociare in quello che potrebbe sembrare un paradosso, ossia la concezione umanistica delle scienze. La medicina e la scienza, quindi, come strumenti al servizio delle fasce più deboli della società, come diritto fondamentale per tutti gli esseri umani. Proprio su queste basi avviene la saldatura tra politica nazionale ed internazionale cui abbiamo accennato poco fa. Se l’accesso alla sanità è un diritto fondamentale allora deve essere garantito a tutti, tanto a Cuba quanto all’esterno, ovviamente con il consenso dei governi desiderosi di ospitare i medici cubani.

Penso che il riconoscimento per l’apporto delle brigate cubane, l’interesse che si è diffuso per gli interventi che Cuba opera da anni nelle situazioni di epidemie o disastri naturali, e per il livello di eccellenza del servizio sanitario cubano, costituiscano un’occasione per ampliare e diffondere la conoscenza di cosa sia stata l’esperienza della Rivoluzione cubana del 1959.

Io lo farò partendo dalla mia lunga esperienza personale, sulla base della quale cercherò di affrontare anche alcuni aspetti che per l’opinione pubblica possono senz’altro risultare controversi ma che vale la pena esaminare da altre angolazioni rispetto a molti stereotipi tutto sommato dominanti.

* * *

Collaboro attivamente da 25 anni con la Facultad de Física della Universidad de La Habana. Le mie simpatie per la Rivoluzione cubana risalivano al tempo in cui iniziai a fare attività politica, ma ero in altre faccende affaccendato: fino dal 1968 conoscevo colleghi fisici che andavano a tenere corsi estivi a Cuba, mentre ho ignorato fino a pochi anni fa (quando con Rosella Franconi mi occupai dello sviluppo della biotecnologia a Cuba, vedi le note 3 e 7) che nei primi anni ‘70 gran parte dei giovani (allora) biologi italiani si recava a Cuba a tenere corsi moderni di genetica e altri argomenti avanzati di biologia, ed hanno il grande merito di avere formato l’insieme dei biologi e medici cubani i quali dagli anni ‘80 hanno dato vita a Cuba al settore della biotecnologia, proiettandolo immediatamente a livelli di eccellenza mondiale, con un modello (necessariamente) alternativo a quello capital-intensive che domina a livello planetario, ma anche più efficiente.

Per impostare questo mio articolo, che si rivolge soprattutto a chi non conosce l’esperienza cubana, penso sia utile soffermarmi brevemente sul perché nel 1994 cercai di stabilire un rapporto con i fisici cubani, perché può chiarire come io non fui mosso da simpatie preconcette. Dopo la dissoluzione del cosiddetto Blocco Comunista era noto che Cuba si trovò in crisi drammatica, tanto che tutti i commentatori politici prevedevano che il “regime” sarebbe crollato entro pochi mesi: ma dopo tre decenni Cuba è ancora lì, avendo superato (non senza conseguenze) tutte le difficoltà, la prima delle quali era e rimane l’implacabile bloqueo degli Stati Uniti. Nei primi anni ‘90 c’erano giudizi negativi nell’estrema sinistra italiana sul “regime” cubano, molti insistevano sulla mancanza di “democrazia partitica” e alcuni sulle violazioni dei “diritti umani”. Io, in contrapposizione, davo la priorità alla volontà degli Stati Uniti di affamare e soffocare il popolo cubano, perché questo è lo scopo del bloqueo, che venne rafforzato proprio con la crisi degli anni ‘90. Per me la solidarietà con un popolo vessato dagli Stati Uniti passava sopra tutte le altre considerazioni. Così cercai, non senza fatica, un contatto con i fisici cubani con la modesta intenzione di potere andare a dare una mano secondo le mie capacità.

Devo dire anche che non mi aspettavo in nessun modo di trovare a Cuba il “paradiso socialista”, partii aspettandomi di trovare là limiti politici e sociale grossissimi, ma essi andavano comunque al di là dalla mia intenzione di aiutare come potevo un popolo in grande difficoltà e sotto attacco, con l’intenzione senza scrupoli da parte dei Washington di prostrarlo per far cadere il regime, che è l’esatto opposto di quel rispetto dei “diritti umani” che gli USA prendono a pretesto: devo dire che limiti e difetti ne ho indubbiamente constatati molti, ma non erano affatto quelli che mi aspettavo dalle rappresentazioni correnti, mentre ho trovato aspetti estremamente positivi assolutamente inaspettati. La Cuba “vera” e “viva” è un’altra cosa. Per questo motivo vorrei dare un contributo, ovviamente personale, a superare stereotipi che vedo ancora radicati nell’opinione pubblica, e politica, italiana. Del resto constato ogni giorno che chi ritorna da un viaggio a Cuba porta con se quasi sempre un’opinione entusiasta del paese e della gente, anche quando il visitatore non parte con un atteggiamento non particolarmente predisposto a favore di Cuba.

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Quando partii per Cuba mi aspettavo di trovare un livello molto buono della fisica, sapendo che Cuba aveva beneficiato dal 1962 della collaborazione con l’Unione Sovietica, che era all’avanguardia mondiale in molto campi della fisica; e seppi immediatamente che quasi tutti i fisici cubani avevano studiato nell’URSS. Ma proprio su questa mia convinzione incontrai la prima sorpresa, perché conversando con i colleghi cubani cominciarono a raccontarmi che a partire dal 1962, quando iniziò la collaborazione con i sovietici, vi fu un numero consistente di fisici molto qualificati visitor professors di alta levatura da un gran numero di paesi capitalisti (molti francesi, un britannico, un israeliano, uno statunitense, un italiano, argentini, messicani, ed altri), i quali contribuirono in modo decisivo a sviluppare corsi moderni in campi avanzati, e soprattutto i francesi (che dalla scuola di Joliot Curie militavano o erano vicina al PCF) con lo statunitense Theodore Veltfort avevano realizzato laboratori e officine ed avviato le prime attività di ricerca nel campo dei dispositivi elettronici a stato solido.

Queste notizie acuirono la mia curiosità, dato che da decenni mi occupavo di storia della fisica, anche se ero andato a Cuba senza la minima intenzione di occuparmi di questo aspetto. Sulla base di questo stimolo iniziai a cercare qualche fisico cubano che avesse vissuto quegli anni collaborando con qualche fisico “occidentale”. Per farla breve, nel corso di vari anni ho intervistato una sessantina di fisici cubani (una sorta di storia orale improvvisata) i quali mi hanno dischiuso una visione radicalmente diversa del modo in cui a Cuba si è sviluppata una fisica a livello internazionale. La mia ricerca, con i contributi di molti fisici cubani, ed anche le testimonianze di molti fisici “occidentali”, produsse nel 2014 un voluminoso libro collettivo, The History of Physics in Cuba, edito dalla Springer di Berlino.

Ci sono alcuni aspetti particolarmente rilevanti che emergono da questa ricerca e da tutto il volume:

  • La costruzione di un settore avanzato di Fisica è stata un vero progetto consapevole fino dai primissimi passi, che ha coinvolto non solo tutto l’ambiente scientifico e intellettuale, ma anche gli studenti (che erano stati fra i protagonisti della Revolución, poi della straordinaria campagna di alfabetizzazione che sradicò l’analfabetismo, e delle prime innovazioni didattiche) e in modo diretto o indiretto la popolazione. Ho trovato nell’ambiente scientifico cubano (e non è solo la mia esperienza) un genuino spirito di cooperazione ad un’impresa collettiva volta a beneficio del paese ed a risolvere i problemi fondamentali per lo sviluppo e l’autonomia del paese: non ho mai riscontrato la presenza di logiche competitive, personalistiche o carrieristiche.
  • Il consenso e la condivisione della popolazione a questo processo (nel quale, dopo la riforma dell’istruzione, resa gratuita per tutti, partecipavano attivamente anche strati popolari che ne erano sempre stati esclusi) derivavano dalla diffusa consapevolezza che il progetto di sviluppare un sistema scientifico avanzato, a cominciare dai campi di base, era esplicitamente finalizzato ai bisogni di sviluppo del paese e all’affrancamento dalla condizione di subalternità alle quali sono soggetti i paesi sottosviluppati. È importante aggiungere a questo proposito che dai primissimi anni si era affiancato il progetto di sviluppare un sistema sanitario moderno, universale e gratuito, che stava effettivamente eliminando le malattie tipiche dei paesi sottosviluppati e realizzando un profilo sanitario della popolazione cubana al livello dei paesi più sviluppati. Questo carattere partecipativo della popolazione ha caratterizzato tutta l’esperienza cubana.
  • La comunità scientifica cubana si è inoltre contraddistinta per una caratteristica che come scienziato giudico francamente straordinaria: cioè l’esplicita volontà, e la capacità, di ricercare i contributi più validi e utili per il progetto di uno sviluppo scientifico avanzato, da qualunque paese del mondo (prendendosi la libertà unica nel Blocco Comunista di una piena collaborazione con paesi capitalisti, della quale vedremo l’importanza decisiva nel successivo sviluppo della biotecnologia), e di integrarli nei modi più utili e funzionali nel sistema cubano. Per inciso mi sembra il caso di accennare che Cuba si prese libertà di iniziative non allineate con Mosca anche in politica estera, basti ricordare la decisione di Fidel nel 1975 di intervenire militarmente in Angola in supporto al MPLA, che spiazzò la politica di Brezhnev di riavvicinamento con gli Stati Uniti: tanto più che questo avvenne in un momento di particolare allineamento di Cuba con l’URRS dopo il fallimento dell’ambiziosa Zafra de los 10 millones del 1970, con l’entrata di Cuba nel Comecon e nel cosiddetto Quinquenio gris, con l’adesione al “realismo socialista” e la marginalizzazione di molti intellettuali (come il grande scrittore Lezama Lima). L’intervento cubano consentì ad Agostinho Neto di respingere l’attacco alla capitale Luanda di forze del Sudafrica e dello Zaire (sostenute dagli Stati Uniti), ma il conflitto in Angola tuttavia proseguì e si inasprì fino alla storica sconfitta dell’esercito del Sudafrica nella battaglia di Cuito Cuanavale (gennaio-marzo 1979), la più grande e sanguinosa in Africa dalla Seconda Guerra Mondiale. La sconfitta del Sudafrica ad opera di un esercito largamente composto di uomini di colore assunse un grande valore simbolico di discredito del regime dell’apartheid, come Nelson Mandela dichiarò nella sua visita all’Avana nel 1991, la sconfitta dell’esercito razzista fu “un punto di svolta per la liberazione del continente e del mio popolo”. Vale la pena di ricordare che Cuba è stato il solo paese esterno che è intervenuto in Africa (precedentemente anche con il Che) senza portarsi a casa una sola goccia di petrolio!

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Non mi dilungherò sul processo di costruzione del sistema scientifico e medico avanzato di Cuba, perché è discusso nei libri che ho scritto in questi anni. Ricorderò solo una scelta che venne fatta immediatamente dopo il trionfo della Rivoluzione, la campagna capillare che sradicò in tutta l’isola l’analfabetismo, e l’istituzione immediata di un sistema d’istruzione gratuito e aperto a tutti, fino ai livelli più alti: scelte che di per se dovrebbero porre qualche interrogativo a chi è convinto che Cuba abbia instaurato un sistema dittatoriale, i sistemi totalitari si prefiggono di mantenere i popoli nell’ignoranza, perché come diceva José Marti, essere colti è il presupposto per essere liberi.

Venendo allo sviluppo scientifico, si deve sottolineare una scelta molto saggia degli ambienti scientifici cubani di dare la precedenza allo sviluppo di un solido settore di fisica, finalizzato alla formazione di personale con una forte capacità di adottare approcci rigorosi, sia sperimentali che teorici, per fornire questo personale alle altre branche: in effetti la medicina e la biotecnologia cubane si caratterizzano per una forte presenza di fisici che con la capacità, la flessibilità e la volontà degli scienziati cubani hanno integrato la propria formazione di base. È importante osservare che nella giovanissima dirigenza rivoluzionaria (“ragazzi” che, all’avventuroso sbarco del Granma, andavano dai 23 anni di Camilo Cienfuegos ai 29 di Fidel) era presente la necessità di sviluppare in particolare la fisica e la tecnologia dei dispositivi a stato solido (il Che si adoperò attivamente come Ministro dell’Industria per lo sviluppo dell’informatica). Verso il 1964 si sviluppò fra i fisici cubani un vivace dibattito sulle scelte di sviluppo della fisica (alla quale parteciparono anche fisici italiani e francesi importanti), che sfociò nella decisione di scartare le scelte fatte da tutti i paesi sottosviluppati della fisica nucleare e degli acceleratori di particelle e di puntare alla fisica dello stato solido. Come paragone, in Italia la ripresa della fisica nel dopoguerra puntò proprio sulla fisica nucleare e degli acceleratori di particelle, sul modello statunitense, e fino agli anni ‘60 la fisica dello stato solido, che con investimenti estremamente minori poteva consentire sviluppi tecnologici e industriali avanzati, rimase una Cenerentola: dominava una egemonia dei fisici “particellari” i quali avevano monopolizzato il potere e i finanziamenti emarginando i settori “concorrenti”. A Cuba tuttavia altri settori – come la fisica nucleare, la meteorologia o la fisica nucleare – non furono emarginati, ma nell’ambito della Academia de Ciencias de Cuba (ACC) e del Centro Nacional de Investigación Científica (CNIC) creati in quegli anni vennero istituiti centri di ricerca specializzati in settori specifici ritenuti utili per le necessità del paese, per cui alla fine il sistema scientifico cubano risulta particolarmente equilibrato (non sfuggirà l’importanza del settore della meteorologia che consente a Cuba di intervenire nel caso dei cicloni tropicali evitando o limitando le vittime che questi provocano negli altri paesi della regione).

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La cosa sulla quale vorrei chiamare l’attenzione è che questi risultati non sarebbero certo stati possibili se questo progetto complessivo non fosse stato non solo compartecipato attivamente da tutte le componenti intellettuali e politiche – dalla dirigenza rivoluzionaria, all’insieme degli ambienti tecnici e scientifici, alla fortissima e vivace componente studentesca – ma condiviso dall’intera popolazione la quale, informata e partecipe, accettò le scelte e le priorità, che evidentemente in un quadro di risorse fortemente limitate imponevano scelte decise, consapevole che queste scelte erano finalizzate a risolvere i problemi più urgenti della popolazione e dello sviluppo del paese.

A me sembra da tempo appropriato per questa esperienza il concetto di egemonia sviluppato da Gramsci, anche se egli l’aveva elaborato  in carcere, dalla conoscenza delle lotte di classe torinesi ed era estremamente lontano dalla futura realtà della Rivoluzione cubana: il primo libro scritto nel 2016 in collaborazione con Rosella Franconi sullo sviluppo della biotecnologia a Cuba lo intitolammo proprio “Subalternity vs. Hegemony[3] perché è un concetto che rispecchia perfettamente la nostra esperienze diretta della società cubana. Noi abbiamo riletto la storia dei patrioti cubani che dal secolo XIX lottarono per l’indipendenza con la lucida consapevolezza, soprattutto da José Marti, della necessità di affrancarsi dalla situazione di subalternità e acquistare una vera autonomia. Quando il 15 gennaio 1960, ad appena un anno dalla vittoria della rivoluzione, Fidel Castro affermò spavaldamente:

Il futuro della nostra Patria dev’essere necessariamente un futuro di uomini di scienza, di uomini di pensiero, perché è precisamente quello che più stiamo seminando.[4]

toccò le corde dell’innegabile orgoglio del popolo cubano, rinsaldò la volontà ferrea dei cubani di resistere in modo compatto alla sfida del poderoso vicino e rafforzò l’adesione di tutti gli strati sociali ai piani di rinnovamento del Paese. In particolare, l’ambizioso progetto di sviluppo scientifico e culturale finalizzato al progresso collettivo riuscì a catalizzare e moltiplicare una volontà collettiva nei ceti intellettuali che coagulò attorno al gruppo dirigente la capacità di trasformarsi in egemonia.

Sulla realizzazione di questo ambizioso progetto da tempo diciamo, con Rosella Franconi, che i cubani non sono extraterrestri, persone di intelligenza superiore, sono donne e uomini come tutti noi, con i loro pregi e i loro limiti: semmai gli si deve riconoscere una spiccata creatività e la capacità di trovare modi di cavarsela in tutte le situazioni difficili (v. oltre). Il successo di questa impresa, che poteva sembrare impossibile per un paese piccolo e in quelle condizioni difficili, è stato dovuto proprio a questo spirito di collaborazione fra tutte le componenti della società per realizzare un progetto comune finalizzato al bene della popolazione e del paese. Uno spirito di cooperazione che si respira ancora oggi negli ambienti scientifici a Cuba.

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Dei risultati che furono conseguiti in campo medico e scientifico ne cito due pertinenti al mio discorso, che furono realizzati nel sorprendente giro di 10-15 anni:

  • Come già ho ricordato, il decisivo miglioramento delle condizioni di salute della popolazione, nel quadro del servizio sanitario universale e gratuito. I riconoscimenti internazionali sono innumerevoli, basti quello autorevole dell’Organizzazione Mondiale della Sanità insieme ad altre organizzazioni del 2015[5]:

        «… la volontà politica dello Stato si è incentrata inter alia nel garantire l’accesso dell’intera popolazione alla salute. Cuba ha un sistema sanitario nazionale che, oltre a fornire i servizi sanitari, copre altre attività come ricerca, sviluppo e innovazione, nonché politiche per la formazione di risorse umane e la creazione di risorse tecnologiche, industriali e di proprietà intellettuale.

… Il suo sistema sanitario è apprezzato in tutto il mondo per avere raggiunto una copertura sanitaria universale. Ciò è evidente dagli indicatori di salute che sono paragonabili a quelli dei paesi altamente sviluppati. … Di conseguenza Cuba è diventata un leader mondiale nel trasferimento tecnologico Sud-Sud, aiutando paesi a basso reddito a sviluppare proprie capacità nazionali nelle biotecnologie, fornendo formazione tecnica, e facilitando l’accesso a farmaci salvavita a basso costo per combattere infermità quali la meningite B e l’epatite B.»

  • In un tempo sorprendente breve le ricerche avviate sui dispositivi elettronici a stato solido portarono i fisici cubani a metà degli anni ‘70 ad un livello confrontabile con quello di paesi dell’America Latina molto più grandi e con una maggiore tradizione scientifica, come il Cile e l’Argentina, nello sviluppo della microelettronica a media integrazione. Cuba progettò anche la costruzione di una fabbrica di produzione, ma lo sviluppo dell’alta integrazione frustrò i progetti sui quali molto paesi in via di sviluppo avevano puntato per uno sviluppo autonomo, affrancato dalla condizione di dipendenza e subalternità.

Ma ora vedremo che Cuba aveva in serbo altri assi nella manica.

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Prima di ritornare agli sviluppi medico scientifici apro un’altra parentesi su una caratteristica di Cuba che ritengo fondamentale per capire il paese e il suo popolo, anche se sarebbe necessario ricostruirne la storia, che si differenzia notevolmente da quella del resto del continente (i paesi dell’America Latina conquistarono l’indipendenza dalla Spagna fra il 1813, Paraguay, e il 1825, Venezuela, mentre Cuba nel 1898 acquisto un’indipendenza solo formale ma in sostanza un protettorato degli USA). Credo che tutti i visitatori di Cuba, che semmai conoscono anche altri paesi latinoamericani, concordino nell’avere trovato nella popolazione cubana aspetti peculiari: basti qui ricordare le caratteristiche della musica cubana che la caratterizzano in modo unico fra le musiche del resto del mondo, e che malgrado le piccole dimensioni dell’isola, come estensione e come popolazione (un millesimo delle terre emerse, e 1,5 per mille della popolazione mondiale), ha avuto un’influenza enorme sulla musica mondiale (a Cuba peraltro vi è una straordinaria varietà stili e sonorità, per esempio melodici, e altri grandi musicisti, non meno popolari, come Ernesto Lecuona, Omara Portuondo, una scuola originale di Jazz, con il grande Chucho Valdés e il padre Bebo).

Con l’acquisizione dell’indipendenza “formale” nel 1898 – come si è detto “condizionata”, lasciando un forte stimolo a differenziarsi dagli Stati Uniti – si sviluppò una ricerca di una propria identità specifica. Un processo complesso per quest’isola, crogiolo di influenze etniche e culturali da tre continenti e civiltà, che si sono fuse e integrate in modo assolutamente originale ed hanno forgiato un tipo peculiare di coscienza e stile nazionale e culturale. Il noto storico, antropologo ed etnomusicologo Fernando Ortiz (1881-1969) coniò nel 1939 il termine cubanía, o cubanidad (“cubanità”), insistendo sulla reciproca influenza che diversi gruppi hanno esercitato l’uno sull’altro nella creazione di un’identità nazionale genuina. Ortiz ha sviluppato il concetto originale di “transculturazione” (contrapposto a quello di acculturazione) per fornire un’interpretazione delle influenze spagnola ed africana nel plasmare l’identità nazionale cubana, in base alla reciproca ed intima influenza delle abitudini, tradizioni e culture tra tutti i soggetti che partecipano a scenari di contatto e scambio interculturali. La transculturazione presuppone una profonda ed intima integrazione, non una supremazia di una cultura su di un’altra. In una parola direi che i colonizzatori spagnoli sfruttarono brutalmente la tratta degli schiavi dall’Africa, ma questi ultimi seppero “trasfigurare” le loro abitudini e credenze in maniera tale che a loro volta i creoli le assorbirono. Così la musica popolare cubana ha assorbito i ritmi africani trasformandoli in modi originali, ma è vivo anche il campo dei “boleros” romantici. E la religione sincretica afrocubana è penetrata in tutti i settori della società cubana.

In un “Omaggio a Fidel” scritto dopo la sua scomparsa si dice, in termini meno scientifici ma molto coloriti ed efficaci:

I cubani sono figli di due popoli entrambi sradicati, spagnoli e africani, piombati su un’isola dove gli indigeni erano scomparsi praticamente subito e senza quasi lasciare traccia. Sono il risultato dell’incontro/scontro e poi mescolanza di europei venuti a fare soldi e di africani trascinati come schiavi. Sarebbero un’accozzaglia di storie e culture diverse, di radici sradicate, di bianchi e neri, schiavisti e schiavi, violentatori e violentati, se tutte queste storie e queste culture non si fossero mischiate, se tutti non fossero andati a letto con tutti, se l’immenso meticciato che ne è derivato non si fosse unito, a un certo punto, nel nome della lotta per l’indipendenza.[6]

Nella mia prima visita a Cuba nel 1984 percepivo camminando per strada qualcosa di inusuale che impiegai qualche giorno a interpretare: il colore della pelle dei cubani copre tutte le sfumature dal bianco puro al nero fuliggine.

In ogni caso, non si può non riconoscere nel popolo cubano una forte componente di creatività, di non perdersi mai d’animo e di cavarsela in tutte le situazioni difficili. Un esempio, certo superficiale, è dato dalle vecchissime auto americane degli anni ‘50 che continuano a circolare, le più vecchie cadenti a pezzi, senza un pezzo di ricambio originale da 60 anni: spesso si fermano, si vede l’autista calato dentro al cofano, ma di solito ripartono sempre: una persona “moderna” e “evoluta” come noi avrebbe lasciato perdere da un pezzo!

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Ritorniamo alle scelte originali di Cuba in campo medico scientifico.

L’autonomia delle scelte cubane rispetto a Mosca ebbe un’espressione di importanza decisiva in campo medico-scientifico negli anni ‘70 – ‘80. Infatti, se nella Fisica l’URSS era ad un ottimo livello internazionale ed aveva supportato in maniera decisiva lo sviluppo della Fisica a Cuba (anche se abbiamo visto che il processo fu assai più articolato), c’era invece un campo nel quale l’Unione Sovietica scontava un riardo gravissimo: la moderna nascente genetica molecolare: questo ritardo portava un nome, il “caso Lysenko”. Semplificando brutalmente, Lysenko (1898-1976) era un agronomo di valore, il quale però aveva perseguito ed attuato l’idea che i caratteri fenotipici subissero dalle condizioni ambientali modificazioni trasmissibili alla prole: una concezione di stampo genericamente lamarckiano, che si inseriva bene nella concezione del materialismo dialettico, e venne abbracciata da Stalin, facendo fuori genetisti di valore (come Vavilov). Nella sostanza lo sviluppo della genetica in Russia era stata bloccato proprio quando, negli anni ‘40 e ‘50, si verificarono gli sviluppi fondamentali della genetica molecolare (individuazione del DNA come materiale genetico, e determinazione della struttura a doppia elica).

Sarebbe lungo qui ripercorrere  le scelte operate da Cuba, che abbiamo con Rosella Franconi ricostruito in dettaglio altrove[7]. In estrema sintesi (ma alcuni dettagli sono essenziali per apprezzare l’originalità della scienza cubana), i punti salienti furono i seguenti.

  • La moderna genetica ed altri temi di carattere biologico furono introdotti a Cuba in una serie di corsi svolti fra il 1969 e il 1973 dalla (allora) giovane generazione dei biologi italiani: quasi tutti i maggiori biologi italiani hanno fatto un’esperienza più o meno lunga a Cuba, molti degli allievi cubani hanno poi usufruito di stage di specializzazione in Italia; qualche cubano, come il più importante immunologo/biotecnologo attuale, Augustín Lage, si è specializzato a Parigi. Insomma, le collaborazioni con scienziati di paesi capitalisti sono state decisive: così è stata formata la generazione dei genetisti cubani.
  • Alla fine degli anni ‘70 si diffuse nel campo medico mondiale l’idea che l’interferone, scoperto nel 1957, fosse un potente rimedio per una serie di malattie, fra le quali il cancro. A Cuba come si è detto, raggiunto un profilo sanitario della popolazione simile ai paesi più sviluppati, i tumori erano divenuti un problema prioritario da affrontare. I medici cubani ebbero il pieno appoggio di Fidel Castro in persona nel reperire i contatti medici decisivi per potere produrre l’interferone umano a Cuba. Nel novembre 1980 sei medici statunitensi visitarono Cuba per documentarsi sulla sua situazione e offrire aiuto. Di questi faceva parte Randolph Lee Clark (1906-1994), direttore dell’Ospedale Oncologico “MD Anderson” di Houston. Fidel volle incontrarli e chiese a Clark quale fosse in quel momento il principale progresso per curare il cancro: egli gli parlò dell’interferone. Fidel gli chiese di ricevere nel suo ospedale due medici cubani per documentarsi, e a metà gennaio 1981 (le date in questa storia sono significative) questi si recarono all’ospedale di Huston, dove appresero che il finlandese Kari Cantell ad Helsinki aveva realizzato un processo per produrre quantità utili di interferone dalle cellule sanguigne umane, e non l’aveva brevettata per consentire a chiunque di acquisirla. Al loro rientro a Cuba Fidel decise di chiedere ufficialmente a Cantell di potere inviare nel suo laboratorio sei medici cubani per apprendere la sua tecnica. I medici cubani partirono il 28 marzo 1981 e giunsero dopo 24 ore di volo in una Helsinki gelida e coperta di neve: il lunedì 30 marzo alle 8 del mattino erano al laboratorio di Cantell, il quale era molto scettico sul fatto che essi fossero in grado di riprodurre la tecnica a Cuba. I sei medici cubani studiarono accuratamente la sua tecnica e il 10 aprile rientrarono Cuba. Qui Fidel fornì una villa nella parte occidentale dell’Avana che fu equipaggiata come laboratorio, e in soli tre mesi, con grande stupore di Cantell, riprodussero il processo a Cuba, ottennero interferone umano e stabilizzarono la sua produzione (da gennaio erano trascorsi appena sei mesi). Ma l’approccio sanitario cubano si distinse immediatamente, meravigliando profondamente lo stesso Cantell: nel frattempo infatti era scoppiata a Cuba una grave epidemia di dengue (furono colpiti 340.000 cubani, con più di 10.000 nuovi casi giornalieri diagnosticati al picco dell’epidemia; Cuba ha sempre sospettato la CIA di avere introdotto il virus). Il ministro cubano di Salud Publica autorizzò immediatamente l’utilizzo dell’interferone: la mortalità declinò, fu il primo intervento massiccio al mondo di terapia antivirale effettuato con l’interferone. Questo nesso diretto tra la ricerca di nuovi farmaci, i test clinici e le applicazioni è rimasta una caratteristica peculiare del sistema biomedico cubano.
  • Cuba entrava in un nuovo sistema tecnico-industriale, la biotecnologia, proprio nel momento in cui esso nasceva a livello mondiale[8]: ma questo è solo un paragone formale, che dice poco sugli aspetti peculiari dell’approccio cubano, delle sue finalità e del suo successo. Con i successi nella produzione e nell’uso dell’interferone sorse la necessità di produrlo in maggiori quantità per un suo uso generalizzato. Si decise di creare il Centro de Investigaciones Biológicas (CIB), che venne costruito in soli 6 mesi. La prima fase di purificazione dell’interferone fu affiancata da un progetto parallelo di clonare il gene dell’interferone per produrlo in forma ricombinante[9], un risultato che altri avevano conseguito. Anche in questo caso la svolta verso l’ingegneria genetica non fu ispirata a Cuba dalla logica di dominio dell’industria capitalistica, o dalla ricerca di risultati scientifici d’avanguardia, ma dal fatto che rispondeva ai bisogni del paese. Tra il 1982 e il 1986 le tecniche fondamentali dell’ingegneria genetica vennero assimilate al CIB, rafforzarono la confidenza dei cubani nelle biotecnologie, e generarono le innovazioni originali.
  • Tra il 1982 e il 1984 avvenne un grande balzo che evidenzia ulteriormente l’originalità dell’approccio e delle finalità di Cuba. Nel 1981 l’Organizzazione per lo Sviluppo Industriale delle Nazioni Unite (UNIDO) indisse un concorso per un centro internazionale per promuovere la ricerca e lo sviluppo in biotecnologia nel Terzo Mondo. Era una grande occasione, Cuba fece domanda oltre a più di 15 paesi. Ma quando si doveva prendere la decisione finale, gli scienziati cubani si resero conto che le necessità del paese non sarebbero mai state raggiunte in un contesto progettato e diretto dalle nazioni industriali. Di conseguenza, nel 1983 venne presa la decisione di costruire autonomamente una propria nuova istituzione dedicata allo sviluppo e alle applicazioni dell’ingegneria genetica. Il nuovo Centro de Ingeniería Genética y Biotecnología (CIGB) venne inaugurato nel 1986: era la più grande e complessa installazione scientifica mai realizzata a Cuba, interamente progettata e costruita dai cubani ispirandosi alle più importanti esperienze internazionali. Con un costo di costruzione di 25-26 milioni di dollari (negli Stati Uniti sarebbe potuto costare 10 volte di più) ed un ulteriore investimento di circa 100 milioni per equipaggiarlo con le attrezzature più avanzate per la ricerca in ingegneria genetica, il CGIB divenne il più grande centro scientifico di Cuba: un’impresa di basso costo e con rese molto alte. Il CGIB assunse l’esplicita responsabilità di contribuire allo sviluppo socio-economico del paese, concentrò centinaia di ricercatori e venne suddiviso in piccoli gruppi che coprivano praticamente tutte le tematiche di ricerca del settore, dalla salute umana, alla produzione agricola ed acquatica, l’ambiente e lo sviluppo. Le attività del CGIB andavano dalla produzione di proteine ed ormoni, allo sviluppo di vaccini e di prodotti farmaceutici, all’ingegneria genetica dei microrganismi e delle cellule animali e vegetali, alla produzione di enzimi, fino allo sviluppo e la produzione di apparati diagnostici.
  • Alla fine degli anni Ottanta il sistema biomedico cubano fece un altro balzo decisivo: nel 1991 tutti i centri creati attorno al CGIB vennero raggruppati nel Polo Científico del Oeste, che oltre al CGIB raccoglie l’Instituto de Medicina Tropical “Pedro Kourí” (IPK), il Centro Nacional de Producción de Animales de Laboratorio (CENPLAB, 1982), il Centro de Inmunoensayo (1987, Centro di Immunologia), il Centro Químico-Farmacéutico (CQF, 1989), il Centro de Neurociencias de Cuba (CNC, 1990), l’Instituto Finlay (1991), il Centro de Inmunología Molecular (CIM, 1994), il Centro de Biopreparados (1997, Centro di Biofarmaci). I centri raggruppati nel Polo Scientifico sono strettamente interconnessi, il loro stile di lavoro e le loro motivazioni hanno promosso una cultura scientifica e forme di attività originali, con legami innovativi tra la ricerca orientata verso obiettivi concreti e la ricerca di base, “una specie particolare di spazio epistemico”, di “creazione di innovazione”, una peculiare sinergia ed “epistemologia pratica”. La particolare forma di integrazione e di obiettivi assunti dalla biotecnologia cubana le consentì di ottenere risultati di grande rilievo a livello mondiale senza la necessità degli ingenti investimenti della biologia dei paesi capitalisti.
  • Nel 1989 vi erano a Cuba complessivamente 41.784 ricercatori (uno ogni 251,3 abitanti, le percentuale di gran lunga più alta in tutta l’America Latina), dei quali 120 avevano un dottorato di ricerca e 2.192 erano candidati per conseguirlo.

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Il 26 aprile 1986 esplose il quarto reattore della centrale nucleare di Chernobyl. La catastrofe contaminò un’area di circa 140.000 chilometri quadrati in cui vivevano circa 7 milioni di cittadini sovietici, provocando un’ondata di radiazioni che coinvolsero parti di tre repubbliche dell’URSS: Ucraina, Russia e Bielorussia. Nel febbraio 1990, il Comitato Centrale del Komsomol (Unione giovanile comunista) dell’Ucraina presentò una richiesta di assistenza internazionale ai minori vittime di Chernobyl. Nel giro di pochi giorni il Governo cubano rispose, ed inviò i tre migliori specialisti nelle patologie più frequenti nell’infanzia in Ucraina per ispezionare i villaggi contaminati dalle radiazioni. Già il 29 marzo i primi due velivoli con 139 bambini malati di leucemia atterrarono all’aeroporto de L’Avana.

Dopo aver ricevuto il primo gruppo di bambini, Fidel Castro annunciò che il suo paese avrebbe ricevuto 10.000 pazienti dall’Unione Sovietica. Quando arrivarono i primi voli i bambini furono portati in due ospedali pediatrici a L’Avana ma Fidel si rese conto che essi erano insufficienti e diede vita a un nuovo progetto: il villaggio turistico di Tararà, 11 km quadrati con 850 metri di spiaggia, circa 15 km dalla capitale, costruito negli anni della dittatura di Batista fu ristrutturato da brigate di lavoratori volontari.

I piccoli pazienti furono suddivisi in 4 gruppi a seconda della gravità della loro condizione. Furono inoltre inviati psicologi e medici ucraini, che facilitavano la comunicazione con gli ammalati: il programma di riabilitazione psicologica comprendeva escursioni e attività culturali e lavoratori impiegati per fare dolci ai bambini e dare loro una torta per i loro compleanni.

Fin dall’inizio del programma Cuba ha proposto di fornire servizi medici gratuitamente, chiedendo solo all’URSS di pagare per il trasporto dei bambini. Quella politica non è cambiata nemmeno negli anni più difficili dopo il crollo del blocco sovietico quando l’isola viveva una gravissima crisi economica: l’Avana ha sostenuto la schiacciante parte delle spese. Fra il 1990 e il 2011 negli ospedali pediatrici di Cuba furono trattati, quasi totalmente gratis, 25.000 ragazzi vittime delle radiazioni in Ucraina, Russia e Bielorussia, la maggior parte affetti da cancro, deformazioni, atrofia muscolare, problemi dermatologici e allo stomaco. In gran parte con alti livelli di stress postraumatico per aver sperimentato gli orrori di un’aggressione nucleare. Secondo le stime, fino al 2009 l’isola ha speso 350 milioni di dollari solo per le medicine. Il programma è stato completato nel 2016. Cuba è stato l’unico paese che ha fornito assistenza gratuita e massiccia alle vittime della catastrofe di Chernobyl. Naturalmente furono molte le iniziative benefiche in molti paesi.

 

 

Parte 2: Post 1990

Cuba in mare aperto: “Se nasci povero, malato, sfortunato, è meglio se nasci a Cuba, molto meglio” (Lia de Feo)

E arrivò lo shock, tremendo, della dissoluzione dell’Unione Sovietica! Per tre decenni Cuba aveva navigato nel panorama internazionale sostanzialmente sotto l’ala protettrice dell’URSS, ma all’improvviso si trovò a navigare in mare aperto senza più Santi in Paradiso! Le ripercussioni furono drammatiche per l’intero sistema economico cubano. L’economia nel suo complesso si ridusse di quasi il 50% tra il 1989 e il 1992, il Pil del 30%. Il governo cubano dichiarò un Periodo Especial (“Periodo Speciale in tempo di pace”) e tutta la popolazione affrontò gravi privazioni. L’apporto calorico pro capite dell’alimentazione della popolazione cubana si ridusse del 24%, una carestia strisciante. I medicinali scarseggiarono (non senza che gli avvoltoi degli USA ci mettessero lo zampino[10]). Molti analisti preannunciavano il collasso dell’economia e del regime cubani: ma Cuba è ancora lì, sfidando tutte le previsioni e le aspettative.

E … ecco il fatto eccezionale (tralasciando altri dettagli certo importanti):

  • il sistema scientifico cubano, costruito tenacemente in 30 anni con la partecipazione attiva di tutto l’ambiente scientifico, aveva acquisito una solidità intrinseca: subì inevitabili ripercussioni gravi (nella Fisica, ad esempio, le apparecchiature erano di fabbricazione sovietica o di paese dell’Europa comunista), ma nella sostanza resse nei settori fondamentali per le produzioni medico farmacologiche;
  • Fidel rilanciò con decisione e energia la stessa strategia che era risultata vincente nel 1960, puntare non solo sulla resistenza ma sul rilancio del sistema scientifico medico; come scrive un giornalista non certo sospetto di opinioni di parte, D. Starr (condirettore del Center for Science and Medical Journalism della Boston University), “Di fronte alla calamità economica, Castro fece una cosa eccezionale: investì centinaia di milioni di dollari in ricerca farmaceutica”[11].

E non solo gli ambienti scientifici, ma la popolazione pur nel mezzo di enormi difficoltà capì. Si deve dire che nessun cubano fece veramente la fame perché la libreta statale pur decurtata per la penuria alimentare forniva a tutti un minimo vitale (e l’arte di arrangiarsi dei cubani faceva il resto). Indubbiamente le ripercussioni economiche della crisi, nonché l’apertura al turismo, produssero forti cambiamenti nella società, con l’avvento di disuguaglianze che prima erano sconosciute (negli anni ‘60 l’ONU aveva riconosciuto Cuba come società più egualitaria al mondo). Ma la popolazione comprese ancora una volta il valore delle conquiste realizzate e l’importanza di conservarle, soprattutto nell’educazione e la medicina.

Così Fidel Castro poteva ribadire nel 1991, nel pieno della crisi, con un messaggio denso di contenuto politico e di solidarietà civile:

Non ci può essere il socialismo senza la scienza. La sopravvivenza della rivoluzione e del socialismo, la difesa dell’indipendenza di questo paese, dipende oggi fondamentalmente dalla scienza e dalla tecnica. E non sto dicendo che sia unicamente un problema di scienza e tecnica; direi che è, in primo luogo, un problema politico, una questione di coscienza, di spirito di lotta, di volontà, determinazione, e coraggio di resistere, di affrontare le difficoltà, qualsiasi esse siano. Questo sforzo della scienza e della tecnica necessita una premessa politica, che è la volontà di lottare e di vincere.

Quello che avremo in futuro dobbiamo crearlo noi, dobbiamo conquistarlo con le nostre braccia, con il nostro sudore e la nostra intelligenza. Possiamo riuscire a fare molto e possiamo arrivare molto lontano, perché abbiamo ciò che altri non hanno: la quantità di talento accumulato nella nostra società, la quantità di intelligenza sviluppata. Con quello che abbiamo possiamo ottenere ciò che vogliamo.” [Pensamiento de Fidel Castro Ruz. Tercera Parte. VI Forum, 1991]

Così tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta vennero creati nuovi centri di ricerca. Il governo cubano investì tra il 1990 e il 1996 un miliardo di dollari nel complesso biomedico del Polo Científico del Oeste, ribattezzato Western Havana Bio-Cluster che raggruppò i 53 migliori centri scientifici, sanitari, formativi ed economici. Nel 1994 venne inaugurato il Centro de Inmunología Molecular (CIM), progettato per “ottenere e produrre nuovi biofarmaci destinati al trattamento del cancro e di altre malattie croniche non trasmissibili e includerli nel sistema sanitario cubano”.

Senza entrare in ulteriori dettagli, la scommessa è risultata una seconda volta vincente, il comparto biomedico è il terzo settore per l’ingresso nel paese di valuta pregiata, ed è stato vitale per la ripresa economica di Cuba[12]. È opportuno sottolineare che il successo di Cuba a livello internazionale nel campo avanzato della biotecnologia viene esplicitamente riconosciuto dagli specialisti del settore sulle riviste scientifiche più autorevoli, come Science e Nature Biotechnology, nonché altre riviste specializzate nel campo biotecnologico e medico. I progressi e successi del sistema sanitario cubano (Salud Publica) sono stati analizzati in un autorevole rapporto dell’OMS del 2015 che ho già citato (nota 3).

Con Rosella Franconi facciamo spesso un confronto con le scelte del nostro paese, che con l’avvento della crisi del 2007-2008 ha falcidiato le risorse per l’istruzione, l’università, la ricerca, e la sanità, precludendosi così i mezzi per superare la crisi e per un vero rilancio del paese: e le conseguenze sono emerse drammaticamente con lo scoppio della pandemia!

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A questo punto ritengo opportuna un’altra digressione, su questioni indubbiamente più spinose e che possono senz’altro risultare controverse, ma tanto più meritevoli di considerazioni che escano dai cliché ricorrenti.

All’inizio menzionavo le critiche che, anche dall’estrema sinistra italiana, si muovevano pregiudizialmente al sistema politico e sociale di Cuba, fra queste il suo sistema politico “non democratico” e il mancato rispetto dei “diritti umani”.

Bene, nel corso della mia lunga esperienza diretta mi sono fermamente convinto che Fidel ha fatto la scelta giusta a non ammettere la formazione di altri partiti politici! È quello che ha permesso alla Rivoluzione cubana di sopravvivere per oltre 60 anni, ed io mi auguro ancora per altrettanti e più (ovviamente senza il bloqueo e migliorando su tutti gli standard politici e sociali). Come non vedere che ovunque i partiti politici sono veicoli di penetrazione economica, manipolazione politica e pesanti interferenze negli affari interni degli Stati che poco o nulla hanno a che fare con la “democrazia”? E i cubani che vantaggio avrebbero avuto con la possibilità di scegliere altri partiti, se avesse perduto le conquiste di cui sto parlando, per esempio con privatizzazioni della sanità o dell’industria biofarmaceutica?! Forse le “rivoluzioni arancini” hanno portato “democrazia”? Per non parlare degli interventi militari per eliminare i “dittatori”. Del resto se un governo come quello del Venezuela ha indetto ben 19 elezioni, vincendone 18, e viene da molte parti denunciato come una dittatura, è evidente come il concetto usuale di “democrazia”, con l’implicazione “multipartitica”, non costituisca di per se un parametro valido.

D’altra parte in Italia andiamo a votare senza reali possibilità di scelta candidati designati dalla classe politica, senza nessuna possibilità di scelta[13] (per non parlare degli Stati Uniti, dove l’affluenza alle urne è particolarmente bassa, non basta avere il diritto di voto per votare ma bisogna registrarsi; un presidente viene eletto con meno del 30% dei consensi degli aventi diritto, Trump fu eletto con 3 milioni voti meno di Hillary!). Non esiste un solo modello di “democrazia”, forse dopo l’antica Atene non ce n’è più stata una vera: questo modello deriva sostanzialmente dalle “democrazie europee” post-illuministiche, le quali mi sembra diano sempre più segni di logoramento. Tanto più mi sembra inadeguata la ricetta di esportarla a situazioni storiche e sociali completamente diverse, soprattutto post-coloniali: dopo lo sfruttamento e le devastazioni selvaggi, gli ecocidi, pretendiamo anche di imporre la nostra cultura e i nostri modelli, tutti gli intellettuali e i politici (anche i dittatori) li abbiamo formati in Europa.

È vero che nessuno ha trovato un termine migliore di “democrazia” (multi-partitica), ma forse sarebbe un esercizio necessario cercare modelli e parametri diversi. A Cuba c’è un sistema politico diverso, esso pure lontano dall’essere perfetto, ma che ha prodotto risultati sociali (come istruzione e sanità gratuite e universali) che non solo i regimi totalitari hanno impedito, ma neanche le nostre “democrazie” hanno realizzato: altrimenti il regime sarebbe crollato dopo il 1990, come in tutti gli altri Paesi “Comunisti”, nei quali era viva la rivendicazione di più “democrazia”, multi-partitica.

Del resto la nostra “democrazia” ci ha ha regalato gli attentati terroristici, le sanguinose stragi da Piazza Fontana (con complicità della NATO!), i vari tentativi di colpi di stato (quello del 1964 ideato dal gen. De Lorenzo, niente meno che con la complicità del capo dello stato Antonio Segni), le trame nere, e così via[14]. Noi siamo stati i servi più ossequenti al volere degli Stati Uniti (che in nome della “democrazia” non hanno mai consentito l’avvento al governo della sinistra, fin quando è stata tale), a Cuba furono loro, la CIA, a organizzare nel 1961 la fallimentare invasione della Baia dei Porci[15], in nome appunto della … “democrazia”! Basti pensare che se l’invasione avesse avuto successo il popolo cubano non avrebbe fatto le conquiste che stiamo discutendo, sarebbe probabilmente ancora al livello di Porto Rico: a qualcosa senza dubbio ha rinunciato, ma il saldo mi sembra largamente positivo! Insisto di nuovo che le conquiste di Cuba in campo medico e scientifico non si sarebbero potute realizzare senza una coesione di tutta la comunità scientifica e intellettuale e il consenso della popolazione: se non vogliamo riconoscere anche questa una “forma di democrazia” è una questione terminologica.

Sarebbe disonesto negare che a Cuba ci sono certo stati momenti gravi di tensione sociale e di tumulti, di solito in momenti di crisi economiche. Nel 1980 ci fu l’«esodo di Mariel», a seguito dell’irruzione nell’ambasciata del Perù di qualche centinaio di cubani che chiedevano asilo politico: l’organizzazione anticastrista “los Hermanos del rescate”, protagonista di vari attentati terroristici ai danni di Cuba, cavalcò la protesta, chiedendo l’espatrio immediato dei cubani rivoltosi; Fidel consentì ai suoi cittadini che volessero espatriare di imbarcarsi dal porto di Mariel, dando luogo un flusso di oltre 120.000 cubani diretti verso Key West, in Florida[16]. Un secondo momento fu proprio nella fase più dura del Periodo Especial, quando nel 1994 esplose l’esodo della crisis de los balseros (fuggiaschi su imbarcazioni di fortuna), che il presidente Clinton aveva ordinato di raccogliere e portare nella base di Guantanamo. Sembrava il momento ideale per inscenare qualcosa che non era mai avvenuto, una manifestazione di piazza contro il governo: un gruppo di manifestanti assaltò un hotel sul Malecón (il lungomare dell’Avana) distruggendo le vetrine. La voce si diffuse ma, contrariamente a quanto si aspettavano i manifestanti, gruppi di lavoratori si organizzarono per fronteggiarli, e Fidel in persona scese in strada con la sua guardia del corpo, alla quale aveva ingiunto di lasciare le armi, e avvenne l’inverosimile: appena si resero conto che Fidel era alla testa di chi li contrastava, i manifestanti cambiarono atteggiamento e al grido “Fidel, Fidel” deposero mazze e bastoni. “C’è chi non ci crede, ma molti lo hanno visto”[17]. Per inciso, non voglio negare nemmeno che fra molti cubani vi siano pregiudizi verso la popolazione di colore, ma quel che è innegabile è che questa non è stata discriminata dal sistema sociale, anzi l’assoluta uguaglianza vige per tutti i diritti e i servizi sociali, mentre ad esempio negli Stati Uniti il razzismo rimane un pilastro costitutivo del paese (per non parlare dell’apartheid etnica e confessionale di Israele, che Moni Ovadia denota con l’ossimoro “democrazia coloniale”). Un’incisiva intervista fresca di stampa sul razzismo allo studioso cubano Valdés García afferma efficemente[18] «la Rivoluzione del ’59 ha concesso a tutti legalmente le stesse condizioni e opportunità. Anche se bisogna stare attenti perché le idee e i giudizi razzisti possono essere latenti nelle società che provengono della schiavitù. … Ci sono ancora forme velate di razzismo dovute a secoli di schiavismo ed esclusione, all’eredità di un processo di destrutturazione, di possesso materiale.»

A mio avviso adottiamo troppi stereotipi che spesso impediscono di vedere la (le) realtà: per lo stereotipo dei commenti comuni su Cuba, i problemi che incontra l’isola sono conseguenze della “dittatura” cubana, mentre quelli che nascono in altri paesi sono “difetti di democrazia”.

Ma c’è una situazione molto recente in cui la peculiarità di Cuba rispetto a tutti i paesi del continente latinoamericano è emersa in modo eclatante, anche se la grande stampa sempre pronta a denunciare la “dittatura” cubana si è ben guardata dal rilevarla: negli ultimi anni il continente latinoamericano è scosso da radicali movimenti popolari di protesta, repressi con estrema violenza, ma … Cuba è la sola eccezione! La popolazione cubana certo non se la passa bene perché l’inasprimento selvaggio da parte di Trump del feroce bloqueo per strangolare il Paese provoca pesanti problemi di forniture di carburante e di generi alimentari e di prima necessità, eppure a Cuba non vi è l’ombra di proteste popolari. Nemmeno la debole opposizione ha approfittato della situazione per rialzare la testa. Puro controllo esercitato dal regime? Questo ha probabilmente un peso, ma è difficile negare che in Cile, Brasile o altri Paesi agisca una repressione violenta e selvaggia. Chi visita Cuba vede con i propri occhi le cubane e i cubani muoversi e agire con la massima libertà.

Un secondo problema spesso agitato a proposito della “dittatura” cubana è quello dei “diritti umani” calpestati. Mi limito solo a ricordare che nel 2010 sollevò un clamore internazionale lo sciopero della fame del dissidente Guillermo Fariñas, e qualcuno sentenziò che “potrebbe forse essere [ancora una volta] uno degli ultimi chiodi sulla bara del decrepito regime dell’Avana”. E Fariñas, invitato di recente a Bruxelles, è stato invece trattenuto all’Avana, fatto ovviamente subito deplorato dal Parlamento europeo che ne ha chiesto il rilascio. Peccato che nelle carceri italiane si suicidino una sessantina di detenuti ogni anno senza che venga data notizia alcuna al pubblico! I “diritti umani” nelle nostre carceri non valgono. E nelle carceri dei “democratici” Stati Uniti? Senza andare tanto lontano, il 12 giugno sono state date due notizie, 57 agenti penitenziari del carcere di Santa Maria Capua Vetere indagati per pestaggi e tortura ai detenuti che il 5 aprile 2020 protestavano per il sovraffollamento con l’arrivo del Covid-19; e botte da orbi della polizia agli operai rei di … essere stati licenziati. Quanto poi a “prigionieri politici”, il caso più recente ed eclatante è quello della pericolosa settantatreenne NO-Tav Nicoletta Dosio.

Tornando a Cuba, a me piace citare spesso lo scritto di Lia de Feo già menzionato nella nota 6, la quale conclude il suo “Omaggio a Fidel” con questa considerazione:

«… E alla fine, è questo: [i cubani] li rispetti. Io li rispetto. Non li amo, ma li rispetto. E quando hai girato per tutto il Centro America, e non ne puoi più di vedere bambini coperti di stracci, bambini che in Chiapas vanno a lavorare trascinandosi zappe più grandi di loro, bambini che circondano il Ticabus a ogni sosta della Panamericana armati di stracci e si mettono a lavarlo in cambio di un’elemosina, finisce che non vedi l’ora di tornarci, a Cuba, e di vedere finalmente bambini normali (la normalità è un concetto molto mobile), con l’uniforme lavata e stirata, belli pettinati con la riga a lato o le treccine e che vanno, tutti, A SCUOLA. Oppure a giocare. E che non lavorano. Mai. Riatterri a Cuba che trabocchi di rispetto. … Perché è una questione di prospettiva: se nasci povero, malato, sfortunato, è meglio se nasci a Cuba. Molto meglio, proprio. Fuori da lì, muori e muori male. Un povero non vuole essere guatemalteco, haitiano, dominicano. Vuole essere cubano, credimi.»

Conosco personalmente molti cubani che sono venuti a vivere e lavorare in Italia e in Spagna: ma dopo la crisi del 2008 ne ho visti con i miei occhi parecchi rientrare definitivamente a Cuba.

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Il successo di Cuba in campo medico merita di essere commentato anche per alcuni aspetti che caratterizzano l’impegno internazionale del paese.

Cuba vanta il più elevato rapporto al mondo tra medici e popolazione (anche quando si escludono i medici in missione all’estero), 9 medici ogni 1.000 abitanti[19]: l’Italia ne conta poco più di un terzo, 3,8 medici per 1.000 abitanti, dei quali il 52% ha più di 55 anni, ed è fanalino di coda fra i paesi Ocse per numero di infermieri per abitante (Dati OCSE 2019/2, Quotidiano Sanità, 9 luglio 2019).

Questo ha portato Cuba, per scelta precisa, ad avere un numero eccezionalmente alto di personale medico che è in servizio all’estero (nel 2006 vi erano 26.664 unità impegnate in 69 paesi), sostenendo o sviluppando progetti sanitari in 21 paesi in America Latina, Caraibi, Africa[20] ed Asia. Fra i principali vi è l’accordo bilaterale con il Venezuela “petrolio per medici”, la Operación Milagro, un programma umanitario iniziato nel 2004 con l’impulso dei governi di Cuba e del Venezuela, nel progetto dell’unità tra i popoli dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA). Cuba sta trattando più di 200.000 pazienti in 21 paesi del continente. I medici cubani portano i servizi medici in regioni nelle quali la popolazione non aveva mai visto un medico prima, nelle quali i medici locali di estrazione borghese non sono disposti ad andare (le associazioni mediche e i singoli medici non mancano di criticare la presenza dei medici cubani, anche per il loro diverso modo di lavorare e trattare i pazienti). Ma vi è anche un accordo con il Giappone di chirurgia e trattamento oculare di cittadini giapponesi all’Avana nel Centro de Retinosis Pigmentaria. Mentre il Sudafrica dopo la fine del regime di apartheid ha sofferto un’emorragia di medici e dal 1996 ha cominciato ad importare medici cubani.

Nei casi di disastri ambientali o terremoti in vari paesi Cuba invia brigate mediche esperte nel lavorare in queste condizioni. Per far fronte a questo tipo di disastri, nei primi anni del Duemila, è stata creata la Brigata Henry Reeve (dal nome di uno statunitense che combatté nell’Ejercito Mambi nella prima guerra d’indipendenza cubana, 1868-1878), Contingente Internazionale di Medici Specializzati in Situazioni di Disastri e Gravi Epidemie. Si compone in realtà da molte brigate, che hanno soccorso le popolazioni nei terribili terremoti dal Pakistan, ad Haiti, dall’Angola al Cile. Fino all’epidemia di Ebola in Africa dove la brigata medica cubana si è distinta per competenza e specializzazione.

Ora con la pandemia di Coronavirus Cuba ha attivato ben 25 brigate Henry Reeve in molti paesi del mondo, fra cui appunto le due inviate in Italia. Con il paradosso che spesso, per le difficili e sospettose relazioni che molti paesi del mondo mantengono con Cuba, i paesi che richiedono l’aiuto della brigata non riconoscono neanche il titolo di studio rilasciato dalle Università cubane! In Brasile e perfino in Venezuela si sono registrate proteste indignate degli Ordini dei Medici locali che ne contestavano l’esercizio della professione fingendo di non sapere che, nelle zone e alle condizioni in cui lavoravano i cubani, nessun medico laureato in Università private e costose, specializzato spesso in università straniere sognava per la sua carriera un dispensario in un villaggio della selva amazzonica o un consultorio nella savana venezuelana.

Ma la diplomazia medica cubana non si limita agli interventi all’estero. Un’altra iniziativa molto significativa è stata la creazione a Cuba nel 1999 della Escuela Latino Americana de Medicina (ELAM). Essa fu creata per esplicita volontà di Fidel Castro in risposta agli uragani George e Mitch, che nel 1998 colpirono duramente i paesi caraibici, mietendo migliaia di vittime, dopo che Cuba aveva inviato brigate di personale medico nelle aree più colpite: lo scopo fu di formare a Cuba personale medico di quei paesi. L’ELAM è stata descritta come la scuola medica forse più grande del mondo come iscritti. Essa offre insegnamento, alloggio e vitto gratuiti, ed ha iscritti migliaia di studenti da 122 paesi dell’America Latina e i Caraibi, l’Africa e l’Asia (la scuola accetta anche studenti di minoranze degli Stati Uniti, e ne risultano iscritti alcune decine). In cambio della borsa di studio e della copertura delle spese gli studenti devono impegnarsi a ritornare nel proprio paese e a praticare la medicina in comunità povere per almeno 5 anni.

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I risultati d’eccellenza ottenuti dalla biotecnologia e la farmacologia cubane sono stati numerosi e notevoli, e riconosciuti internazionalmente. Nel 2013 l’industria biotecnologica cubana, riorganizzata intorno a BioCubaFarma (impresa statale di alta tecnologia, formata da 32 imprese con 65 Unità imprenditrici di base e 80 linee di produzione), deteneva circa 1.200 brevetti internazionali e vendeva vaccini e prodotti farmaceutici in più di 50 paesi. Per essere concreto, senza entrare in troppi dettagli tecnici, ricorderò sinteticamente i principali e più originali[21]CimaVax-EGF, un vaccino terapeutico per il cancro del polmone sviluppato dal CIM, gli studi clinici sono in corso in Canada, nel Regno Unito, Malesia, Cina e USA; anticorpi monoclonali umanizzati come Racotumomab e Theraloc (nimotuzumab), capaci di ridurre le dimensioni dei tumori e migliorare l’aspettativa di vita dei pazienti; Heberprot-Pun farmaco biologico sviluppato e prodotto dal CGIB utilizzato per trattare l’ulcera del piede diabetico; un vaccino terapeutico contro l’epatite-B, attualmente in fase di sperimentazione in Asia in collaborazione con Abivax, una società francese; nuovi vaccini preventivi anti-colera, anti-pneumococco, anti-meningite-B; cosmetici e farmaci derivanti da placenta umana, quali Melagenina Plus Coriodermina per il trattamento malattie auto-immunitarie (es. vitiligine, psoriasi e alopecia) sviluppati dal Centro de Histoterapia Placentaria; il Vidatox 30CH, trattamento naturale derivato dal veleno dello scorpione blu endemico di Cuba (Rhopalurus junceus) con un provato effetto antinfiammatorio, analgesico ed antitumorale nei pazienti affetti da cancro, diventato famoso qualche anno fa anche in Italia.

Nel 2019, BioCubaFarma commercializzava circa 300 prodotti in 43 paesi, e ha fornito al sistema nazionale di salute cubano 887 prodotti, dei quali 357 sono specialità medicinali innovative. BioCubaFarma impiega circa 20.000 lavoratori, di cui 17.000 professionisti, tecnici e operatori, oltre a 1.265 Master e 278 Dottori in Scienze.

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È il momento di venire a come Cuba ha affrontato la pandemia di Covid-2019: lo farò brevemente perché questo aspetto è già stato trattato in dettaglio da Rosella Franconi e da me[22].

Si deve subito sottolineare che ci sono certo stati altri paesi che sono riusciti a bloccare la diffusione del virus sul nascere, ma la condizione di Cuba è assolutamente peculiare per l’intenzionale inasprimento del bloqueo, che ostruisce brutalmente l’accesso di Cuba a tecnologie, equipaggiamento, risorse finanziarie, forniture sanitarie: l’embargo è particolarmente criminale in tempi di pandemia come l’attuale, al punto che esperti delle Nazioni Unite per i diritti umani hanno lanciato un appello per chiedere agli Stati Uniti di revocare l’embargo.

Appena vi fu la notizia dell’epidemia in Cina e dell’isolamento di un nuovo coronavirus, già nel gennaio 2020 venne preparato un piano di controllo e prevenzione che includeva l’addestramento dello staff medico, la preparazione di strutture mediche e di quarantena e la diffusione al pubblico delle informazioni necessarie su sintomi e precauzioni da prendere. Non appena furono confermati i primi tre casi di Covid-19 a Cuba (11 marzo), sono iniziati i lavori per tracciare e isolare i contagiati. Sono stati mobilitati gli studenti di medicina per effettuare visite porta a porta per verificare le condizioni delle persone più deboli e controllare i sintomi[23], per poi segnalarli alle autorità sanitarie per gli opportuni accertamenti e le eventuali misure di isolamento e tracciamento dei contatti. Venne predisposto un programma di test molecolari: Cuba ha tre laboratori abilitati per eseguire i test per il virus, a cui si sono poi aggiunti nuovi laboratori presso altri ospedali o istituzioni. Il 21 marzo, con 21 casi confermati, il governo fermò l’arrivo di turisti, stabilì il lockdown per i soggetti vulnerabili; poi il trasporto pubblico fu sospeso, e per il trasporto di pazienti e lavoratori essenziali furono affittati autisti e veicoli privati.

Ma soprattutto Cuba aveva un punto di forza assolutamente peculiare: il grande complesso dei centri di ricerca e delle imprese di biotecnologia e farmaceutiche, strettamente collegato con il sistema sanitario nazionale, è stato mobilitato in modo compatto e coordinato per sviluppare farmaci per combattere il nuovo coronavirus: non sfuggirà a nessuno l’abissale differenza con i sistemi dei nostri paesi, dove i centri e le industrie più avanzati guidati da interessi privati si fanno una spietata concorrenza nella corsa per arrivare primi e prevalere sugli altri. Ho descritto come l’“Heberon”, l’interferone-alfa-2b ricombinante, sia derivato dallo sviluppo dell’interferone nei primi anni ‘80, ed ora è uno dei farmaci che si stanno sperimentando contro la COVID-19. Ma contro la COVID-19 non c’è solo l’Heberon: BioCubaFarma al momento è impegnata in 15 progetti per prevenire e controllare la COVID-19 (per dettagli rinvio al lavoro della nota 20).

Ma non ci sono solo i prodotti farmacologici, il Centro de Inmunoensayo (CIE) ha sviluppato un nuovo kit diagnostico per COVID-19 per la ricerca degli anticorpi sviluppati contro il virus in campioni di siero o plasma (metodo ELISA, Enzyme-Linked Immuno Sorbent Assay), che Cuba ha modificato per eseguirla con volumi molto piccoli di reagenti e campioni (Sistema Ultra Micro Analitico, SUMA): in tutto il paese ci sono 232 laboratori con tecnologia SUMA, perciò Cuba può contare anche su test diagnostici propri. La sovranità tecnologica è un aspetto essenziale per garantire la salute contro l’intensificazione del blocco degli Stati Uniti: di fatto, diciassette dei principali prodotti utilizzati nel trattamento contro la pandemia COVID-19 si producono a Cuba e il sistema biotecnologico cubano può fare affidamento su grandi capacità di produzione e sistemi di gestione di qualità, affidabili e sicuri.

* * *

Cuba è riuscita in qualche modo sia ad aprirsi alle forze di mercato, sia a porsi come paese leader dell’opposizione al neoliberismo. Quanto a Fidel Castro mi piace la definizione di Gianni Minà, il solo rivoluzionario che ha vinto una rivoluzione e non l’ha persa.

Cuba affronta indubbiamente oggi una nuova sfida, sotto il brutale attacco degli Stati Uniti, che colpisce tutti gli alleati e i sostegni che il paese aveva trovato in America Latina.

Ma appena un anno fa ha dato una prova concreta di vitalità politica, sociale e partecipativa, con il processo di elaborazione di una nuova Costituzione. Il testo era stato predisposto da una commissione speciale nel luglio 2018, e approvato dall’Assemblea Nazionale del Poder Popular, il Parlamento unicamerale cubano: questo testo è poi stato sottoposto alla discussione in migliaia di assemblee e riunioni nei luoghi di lavoro, nei quartieri, le quali hanno prodotto una valanga di proposte di modifica (quel processo, tanto per dire, che il presidente Piñera del multipartitico, ma dubbiamente democratico, Cile non concede). Il 24 febbraio 2019 un referendum popolare ha approvato il nuovo testo. La nuova Costituzione – oltre a riconoscere ufficialmente il ruolo della proprietà privata, regolamentata, ma già operante da quasi 20 anni per la pressione del Período Especial – è estremamente avanzata su tutti i temi sociali, i diritti delle donne e delle componenti Lgbtq, ma anche i rispettivi doveri delle istituzioni.

Quest’ultimo punto mi da l’appiglio per concludere con un’osservazione finale sulle libertà a Cuba. Sul tema del “matrimonio egualitario” si era scatenata la protesta delle Chiese evangeliche presenti nell’isola; la formulazione finale frutto di accanite discussioni è l’Art. 81: «Ogni persona ha diritto a formare una famiglia; lo Stato riconosce e protegge le famiglie, qualunque sia la loro forma di organizzazione …». Ma il punto con il quale vorrei concludere è la presenza di queste Chiese evangeliche (che dilagano in tutto il continente) e la loro possibilità di praticare il culto e di esprimersi: anzi, da vari mesi alcune chiese fondamentaliste ripetono lo slogan “Cuba per Cristo” nei loro templi, in strada o nelle reti sociali: la frase definisce un obiettivo che non è nuovo ma che ha preso forza proprio da quando il movimento fondamentalista cristiano nel paese, guidato da varie denominazioni come la Chiesa Metodista e la Lega Evangelica, ha iniziato la sua offensiva contro il riconoscimento dei diritti delle persone Lgbtiq+ nella nuova Costituzione[24].

Ma Cuba non era una “prigione a cielo aperto”?

Appendice

L’eredità inquieta della negritudine: intervista a Parla Felíx Valdés García, ricercatore dell’Istituto di filosofia dell’Avana. L’opera di Aimé Césaire e Frantz Fanon, l’eredità politica della rivoluzione di Haiti e di José Martí. «Dopo il caso Floyd ci si deve augurare che crescano non solo le mobilitazioni, ma anche lo studio epistemologico, cercando nella conoscenza e nella cultura gli strumenti di lotta»

 

Mentre Donald Trump si arrocca dietro all’ennesimo muro costruito a protezione della sua incapacità politica, la brutale violenza razzista negli Usa continua a lasciar segni indelebili nei settori più emarginati. Le discriminazioni razziali trovano parte del proprio consenso in un’epistemologia di carattere eurocentrico e coloniale. In molti saranno stati obbligati ad imparare a scuola i nomi delle caravelle o la biografia di Cristoforo Colombo, senza capir nulla del genocidio e dello sfruttamento sistematico che ha dato vita alla società moderna, da cui prende piede lo squilibrio sociale che ancora viviamo e soffriamo. E anche nei libri scolastici di alcuni Paesi dell’America Latina, si trasmette la conoscenza in forma eurocentrica, narrata mediante la falsa voce dei colonizzatori: una giustificazione silenziosa del razzismo, un consenso occulto alla sua ideologia. Non è un caso che tra le statue a cadere nelle proteste degli Stati Uniti ci sia stata proprio quella di Colombo.

Felix Valdés García, attivista e studioso dei movimenti antirazzisti nei Caraibi, ricercatore dell’Instituto de Filosofía dell’Avana, invita a riflettere sugli elementi cruciali di un’epistemologia coloniale, eurocentrica che, negando o distorcendo le identità culturali delle popolazioni emarginate banalizza secoli di sfruttamento, schiavitù e violenza finendo col giustificare culturalmente il razzismo. «Nelle isole dei Caraibi – spiega lo studioso – a soli trent’anni dallo sbarco (di Colombo), si è verificata una catastrofe demografica che ha sterminato la popolazione Arahuacan a causa del vaiolo, delle malattie veneree, dello sfruttamento del lavoro, dell’abbandono forzato delle precedenti condizioni di vita comunitaria, ma anche per i numerosi casi di suicidio e in conseguenza della violenta reazione alla cimarronaje, la resistenza al sistema coloniale. A causa di tutto ciò, perì tra l’80 o il 90 per cento dei nativi».

EPPURE IN ALCUNI LIBRI di storia si leggono ancora descrizioni folkloristiche e caricaturali dei colonizzati e addirittura esaltate agiografie dei colonizzatori. La pagina drammatica del genocidio di popolazioni inermi viene «digerita» con la definizione di «Conquista delle Americhe». Al riguardo, ricorda Valdés García, «non so quanto sia conosciuto qui a Cuba l’atto di disobbedienza civile compiuto da Bartolomé Las Casas. Il suo fu un gesto di insubordinazione, di critica radicale all’impostazione coloniale e razzista della conquista, contro il massacro dei popoli Taino delle isole di Hispaniola e Cuba. Rinunciando pubblicamente al suo dipartimento di “indios” – in base al sistema dell’encomienda la popolazione nativa di uno o più villaggi era affidata a un colono spagnolo, ndr – mise fine alla complicità con la conquista, riconoscendo di aver assistito ad atti di estrema violenza, incendi, assassinii. Il suo gesto ci dice che il potere e l’interesse dominano mediante la falsa idea di “razza” che è il più efficace strumento di violenza e classificazione sociale inventato negli ultimi 500 anni».

«Ma – aggiunge Valdés García – c’è una storia dietro questa classificazione, ed è che una volta giunti i colonizzatori, le popolazioni locali hanno smesso di essere se stesse per diventare “indios”. Una volta saliti sulla nave, uomini e donne, hanno smesso di essere qualcuno per diventare “negri”. Non provenivano più da un luogo, da una comunità, da una cultura, ma erano ridotti a un’astrazione che sussiste fino ad oggi».

QUESTO VUOL DIRE che lo stereotipo in sé è utile al processo di assoggettamento e sfruttamento economico e del lavoro ed andrebbe compreso il nesso tra il sistema di produzione e le relazioni sociali e culturali. In Europa si utilizza difficilmente l’espressione «negro», a riprova di una nebbia fitta di ipocrisia che offusca un processo storico, un’epistemologia – quella della «negritudine» – caratterizzata da colonizzazione, schiavitù ma anche emancipazione culturale. Un modo per occultare i meccanismi politici e culturali dei conflitti sociali.

«Diversi intellettuali e attivisti – sottolinea il ricercatore cubano – ci hanno permesso di conoscere e comprendere il concetto di negritudine, come quelli di indigenismo, transculturazione, alienazione per il colore della pelle, mimesi del colonizzato, creolizzazione, razzismo epistemico. Pensiamo a Fernando Ortiz, Nicolás Guillén, C.L.R. James, Aimé Césaire, Frantz Fanon, Walter Rodney, Sylvia Winter, Michel Rolph-Trouillot. Oltre a rendere visibile l’invisibile, il concetto di negritudine distingue un’altra realtà, quella che viene lasciata ai margini, non vista dalle verità e dagli assiomi imposti dal dominio egemonico. La questione è scomoda perché porta a rotture epistemiche che dalla denuncia del fatto in sé (come il caso di George Floyd), passano alla teoria politica, alla filosofia, alla riscrittura della storia in senso critico. Un intellettuale haitiano, Antenor Firmin, afferma che non dovrebbero esserci disuguaglianze tra le razze umane, semplicemente perché esse non esistono. Anche José Martí affermava che non ci sono razze, che si tratta di un’invenzione funzionale all’assoggettamento».

PROPRIO IL GRANDE PENSATORE e rivoluzionario cubano in Nuestra América si batteva per una società aperta, accogliente, indipendente, multiculturale mediante un’educazione popolare che includesse tutte le classi sociali e costruisse la sua epistemologia a partire dai più emarginati, i colonizzati. «José Martí – aggiunge Valdés García – conosceva bene l’orrore della schiavitù a Cuba. Da bambino tremava davanti a uno schiavo morto, appeso a un albero tra le montagne, e giurò di lavare questo crimine con la sua vita. Gli era chiaro che sarebbe stata l’indipendenza dell’isola a portare gli schiavi fuori dall’invisibilità. Poi la Rivoluzione del ’59, erede del suo pensiero, ha concesso a tutti legalmente le stesse condizioni e opportunità. Anche se bisogna stare attenti perché le idee e i giudizi razzisti possono essere latenti nelle società che provengono della schiavitù: Martí stesso riconosceva che ciò che viene risolto dalle leggi può restare nelle coscienze».

ANCORA UNA VOLTA emerge la questione culturale: l’educazione, la scuola, l’università sono strumenti indispensabili perché raggiungono le coscienze, senza cui le leggi stesse non hanno senso. «Proprio per questo il Che nel 1960, dopo aver ricevuto l’honoris causa dalla Facoltà di Pedagogia dell’Ateneo Central de las Villas di Santa Clara, difendeva l’idea di un’università che si dipingesse di nero, mulatto, che fosse popolata da operai e contadini».

Un annuncio che non è chiaro se si sia tradotto o meno in realtà, se Cuba sia effettivamente libera dal razzismo. «In parte. – replica Felix Valdés García – Ci sono ancora forme velate di razzismo dovute a secoli di schiavismo ed esclusione, all’eredità di un processo di destrutturazione, di possesso materiale. Molti discendenti degli schiavi continuano a vivere nelle periferie e a fare i lavori più umili. Devo dire che si menziona poco il successo paradigmatico della rivoluzione haitiana e l’azione e il pensiero di Tussaint de Louverture, che hanno posto fine al regime di schiavitù negra e al sistema coloniale francese, costituendo la prima Repubblica indipendente dell’America Latina. La costituzione che fu promulgata nel 1801 è stato il primo grande testo anticoloniale, antischiavista e emancipatore scritto da soggetti fino a quel momento soggiogati e ridotti in schiavitù. Eppure si tratta di una vicenda che nella storia ufficiale è spesso ignorata».

ANCHE I CASI DI VIOLENZA razzista a cui stiamo assistendo negli Usa ci dicono che c’è ancora molto cammino da fare e non solo a livello politico. Come suggerisce Valdés García. «George Floyd è stato soffocato perché era negro. Una banconota da 20 dollari, che si sospettava falsa, è stato il pretesto per la sua morte. Come ha detto suo fratello, la vita di un negro vale meno di tale somma irrisoria. È orribile che sia accaduto nel XXI secolo e in un Paese leader per lo sviluppo economico e tecnologico ma così povero se si guarda a quante coscienze sono preda di convinzioni inammissibili. Non ci si deve augurare soltanto che la denuncia e le mobilitazioni contro i crimini razziali si estendano e trovino ancora maggiore sostegno, ma che si approfondisca lo studio e si moltiplichino i dibattiti sul tema dal punto di vista epistemologico, cercando nella conoscenza e nella cultura gli strumenti politici di lotta al razzismo che vadano oltre ogni forma di banalizzazione e silenziamento, spesso perpetuati in base a una concezione coloniale della storia e del pensiero».

 

NOTE

[1] . In una nutrita collana di libri su Dittature e Totalitarismi nella storia di appena un anno fa il quinto era dedicato a Fidel Castro.

[2] . Dino Messina, “Breve storia delle brigate mediche cubane”, Blog Corriere della Sera, 27 marzo 2020, .

[3] . A. Baracca e R. Franconi, Subalternity vs. Hegemony, Cuba’s Outstanding Achievements in Science and Biotechnology, 1959-2014 , 2016, Berlino, Springer.

[4] . Fidel Castro,  “El Futuro de nuestra Patria tiene que ser necesariamente un Futuro de Hombres de Ciencia”, 1960, L’Avana, http://www.granma.cu/granmad/secciones/fidel_en_1959/fidel_en_1960/art-001.html.

[5] . OMS, “Cuban experience with local production of medicines, technology transfer and improving access to health”, Report dell’Organizzazione Mondiale della Salute (WHO), con l’Organizzazione Pan Americana della Salute (Pan American Health Organization) e la Commissione Europea,  2015, v. pp. 3, 8,

[6] . Lia De Feo, “Omaggio a Fidel” (da Haramlik, il blog di Lia, ), Contropiano, giornale comunista online, 27 novembre 2016, (ultimo accesso 23 novembre 2018).

[7] . Il libro citato nella nota 3, pubblicato in italiano in versione molto rimaneggiata e ampliata del 2019: A. Baracca e R. Franconi, Cuba: Medicina, Scienza e Rivoluzione, 1959-2014. Perché il servizio sanitario e la scienza sono all’avanguardia, Zambon, 2019 (2a edizione aggiornata gennaio 2020).

[8] . La prima industria biotecnologica al mondo fu la Genentech, fondata a San Francisco nel 1976, seguita dalla AMGen a Los Angeles nel 1980.

[9] . Da qui è derivato l’“Heberon”, l’interferone-alfa-2b ricombinante, sviluppato dal Centro de Ingeniería Genética y Biotecnología (CIGB), che è uno dei farmaci che si stanno sperimentando contro la COVID-19.

[10] Scriveva sull’autorevole rivista Lancet, certo non sospetta di simpatie per Cuba, A. F. Kirkpatrick, “Role of the USA in the shortage of food and medicine in Cuba”, The Lancet, 1996, 348: 1489-91.

[11] D. Starr, “ The Cuban Biotech Revolution”,  .

[12]  . Per capire l’enorme sforzo di Cuba in quegli anni, ed anche le caratteristiche di Fidel Castro come persona, raccomando la recente bellissima intervista di Cristina Re a José Luis Rodríguez, uno strettissimo collaboratore di Fidel e Ministro dell’Economia di Cuba durante gli anni difficili del Período Especial: “Cuba: abbiamo dimostrato che si è potuto, si può e si potrà”, Coniare Rivolta, 26 aprile 2020,

[13]  . Ricordo un gustoso passo di Giorgio Gaber “La democrazia”, dall’album “Un’Idiozia Conquistata a Fatica”: «… dal 1945, dopo il famoso ventennio, il popolo italiano ha acquistato finalmente il diritto al voto. È nata così la famosa democrazia rappresentativa, che dopo alcune geniali modifiche, fa si che tu deleghi un partito, che sceglie una coalizione, che sceglie un candidato, che tu non sai chi è, e che tu deleghi a rappresentarti per cinque anni. E che se lo incontri, ti dice giustamente: “Lei non sa chi sono io”. Questo è il potere del popolo….», .

[14]  . Esiste una marea di libri e ricerche in proposito, colgo l’occasione per citare il volume appena uscito dello storico siciliano Mario J. Cereghino con Giovanni Fasanella, Le Menti del Doppio Stato: dagli Archivi Angloamericani e del Servizio Segreto del PCI il Perché degli Anni di Piombo, Milano, Chiarelettere, 2 luglio 2020: “La “strategia della tensione” nasce come modello eversivo nel quadriennio 1944-1948 ed è teorizzata e allestita da Servizi segreti stranieri e organizzazioni transnazionali occulte, attraverso la creazione di reti per la guerra clandestina nelle quali furono arruolati grandi gruppi industriali, mafia, massoneria e squadroni della morte capaci di assoldare manovalanza di ogni genere.“

[15]  . L’invasione della Baia dei Porci è stata la prima di numerose azioni terroristiche esterne di cui Cuba è stata vittima.

[16]  . L’esodo di Mariel scompigliò le carte anche nella comunità anticastrista originaria di Miami, con l’arrivo di esuli cubani meno benestanti rispetto alla prima emigrazione: da un lato gli esuli cubani già integrati radicalizzarono la loro opposizione al regime cubano, dall’altro molti figli di cubani si sono rivoltati verso i loro genitori, adottando un atteggiamento più comprensivo nei riguardi della Rivoluzione, e mostrando irritazione per l’impossibilità di recarsi a Cuba.

[17]  . L’episodio è raccontato dall’ispanista e saggista Alessandra Riccio, docente di Lingua e Letterature Ispanoamericane presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Istituto Universitario Orientale di Napoli, traduttrice di Alejo Carpentier e di Ernesto Guevara: L’Isola che c’è, 7 giugno 2020, .

[18]  . Paolo Vittoria, “L’eredità inquieta della negritudine. Parla Felíx Valdés García, ricercatore dell’Istituto di filosofia dell’Avana”, Il Manifesto, 8 luglio 2020, .

[19]  .“Cuba cuenta con nueve médicos por mil habitantes”, 22 luglio 2019,

[20]  . In una delle presentazioni del libro citato nella nota 3 era presente un giovane che ha detto, “Io ho vissuto otto anni in Etiopia, gli unici medici di cui gli etiopi si fidavano erano i medici cubani”.

[21]  . Rimando al nostro libro citato nella nota 7, o in termini più sintetici: “Cuba all’avanguardia nelle biotecnologie finalizzate ai nuovi farmaci“, FarodiRoma, 3 marzo 2020, .

[22]  . A. Baracca e R. Franconi, “Cuba alla sfida del COVID-19: un ‘miracolo’ travestito da normalità”, Pressenza, 22 maggio 2020, ; LEFT, 13 giugno 2020.

[23]  . Può essere interessante notare che Cuba non è nuova al coinvolgimento degli studenti in attività importanti: nei primi anni dopo il trionfo della Rivoluzione, quando nelle università scarseggiava il personale docente a causa anche della forte emigrazione di quanti non condividevano il nuovo assetto, si attivarono gli alumnos ayudantes, cioè gli allievi degli anni superiori impartivano lezioni a quelli degli anni precedenti.

[24]  . S. Hernánandez Martín e A. Laksimi, «”Cuba per Cristo” non è per il bene di tutti», 5 dicembre 2019

 

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