«Dacci oggi il nostro Nulla quotidiano»

recensione a «Libazar e Terra: sonata a quattro mani in due tonalità» di Julia Sigmond e Sen Rodin

«I terrestri ritengono che il più adatto a guidare la società è chi ha accumulato più soldi, cioè il più capace. I libazariani pensano che merita di condurre la società chi ha più sofferto e quindi più incline alla compassione verso il prossimo. Entrambi i sistemi potrebbero ben funzionare se i cittadini fossero onesti ma non lo sono».

Incontriamo queste spiazzanti definizioni a un terzo di «Libazar e Terra» – sottotitolo: «sonata a quattro mani in due tonalità» – di Julia Sigmond e Sen Rodin. Siamo sulla Terra e l’inquietante sintesi è di Solone (un musicista) giusto nel capitolo dove «si parla delle più evidenti differenze fra Libazar e Terra», dunque di code e cravatte, di Cie (sì: i centri di identificazione ed espulsione per migranti) chiedendosi anche perché «sia normale mangiare un bue e abominevole mangiare un uomo».

Però dire Terra e Libazar appare riduttivo: ovunque incontriamo bugie, fanatismi, leggende («da noi queste favole si chiamano fedi» spiega un terrestre “adottato” su Libazar) e inganni che rischiano di condurci fuori strada o di nascondere gli aspetti positivi. Anche perché Libazar ha almeno due volti: quello sotterraneo è retto dai robòtidi che si basano sulle 4 leggi (di evidente derivazione asimoviana) «stabilite da Maxim il saggio, trisavolo di Kan il pacifico». E perché sulla Terra esiste comunque «la fratellanza» che per un secolo si è basata su «semplici regole: compassione, solidarietà, aspirazione al bene comune e alla pace, rispetto per tutti i gusti, le fedi, le scelte di vita».

Se cercate un libro di fantascienza filosofica, dubbioso fra l’utopia (ambigua come sappiamo dopo aver letto Ursula Le Guin) e la distopia questa «sonata» fa per voi. Lo pubblica Zambon (494 pagine per 20 euri) nella traduzione – dall’esperanto – di Carlo Minnaja; ho cercato in rete di capire in rete (senza fortuna e dunque chiedo aiuto a chi ne sa più di me) se sia il primo libro di fantascienza scritto direttamente in esperanto.

I due autori sono legati dalla musica (e dal matrimonio: “geedzeco” in esperanto). Julia Sigmond è ungherese: attrice e scrittrice oltre che pianista-organista. Sen Rodin (al secolo Filippo Franceschi) è nato vicino a Padova: operaio, giornalista, scrittore e commentatore per Radio Sherwood oltre che flautista.

Esiste una «sorprendente somiglianza» fisica («gravitazione, temperatura, litosfera, atmosfera» ecc) fra Terra e Libazar che pure distano 40mila anni luce. Chi può saltare fra Libazar e la Terra – questa recensione giammai svelerà come – inevitabilmente confronterà pregi e difetti dei due mondi-sistemi. A partire dall’idea di una «Sofferenzocrazia» basata sul «pacifero», un misuratore di meriti e demeriti, che su Libazar è «applicato al polso» (del popolo più numeroso) a partire dagli 8 anni: un metodo che con la «Retrocessione quotidiana» aiuta a garantire l’EPE – l’era della pace eterna, ormai lunga 5 secoli) – o invece soltanto una geniale messa in scena?

Qualche squarcio fra le pagine.

Il dubbio è antico: «forse il sogno è la vera vita e la vita è solo il sogno di qualcun altro. […] Ma allora se il sognante si sveglia io scomparirò?».

Un invito (ironico) a saltare 28 pagine così è espresso: «Esistono persone per le quali certi gruppi umani – per esempio gli zingari, gli idraulici, gli ebrei, gli avvocati, i ciclisti, gli scuri di pelle – sono insopportabili. Può essere che qualcuno dei nostri gentili lettori senta unsa simile invincibile antipatia verso i robot. In tal caso lo consigliamo di interrompere wqui la lettura e di saltare direttamente al capitolo 42 che certamente gli sarà più gradito».

E a proposito di robot e/ o «viventi non umani» – su Libazar – che ne dite di questa preghiera? «Nostro Nulla che sei nel Nulla sia santificato il tuo Nulla, venga il tuo Nulla, sia fatta la tua Nullità, dacci oggi il nostro Nulla quotidiano così come noi lo ridiamo a coloro che ce l’hanno dato e non indurci a credere a qualcosa che sia il Non-Nulla epperò liberaci dal Nulla e così sia nel Nulla».

Musica di ogni genere con il Theremin e la Gadulka fra i protagonisti; il telepensiero; la «goccia che battendo, battendo perfora un monte di granito» (un verso di Ludwik Lejzer Zamenhof, padre dell’esperanto); le «Guardiane dei ponti»; giochi (soprattutto Go), amori e fughe fra i mondi… e molto altro.

Un libro pieno di pregi e difetti. Ricco di idee, provocazioni e informazioni ma povero di azione e in alcuni punti ripetitivo.

Come nota nella prefazione Luiza Carol «la struttura del romanzo ricorda quella della forma sonata dei compositori classici. Solitamente questa struttura presenta tre temi (A B C)» dove A è Libazar, B la Terra e C il sottosuolo (robotico) di Libazar e Luiza Carol ci invita a notare le variazioni. In realtà nel romanzo-sonata uno spazio rilevante hanno le diverse genti di Libazar (7 e diversissime fra loro) e soprattutto le «silànvere»: simili a fate, «l’1% della popolazione » e di origine extragalattica. E naturalmente pesano i sogni… senza dimenticare il quesito sopra detto: chi sogna chi?

Mi resta la curiosità di leggere i romanzi – mooolto lodati in «Libazar e Terra» – del catalano Abel Montagut e dell’islandese Baldur Ragnarsson; ma dovrò aspettare che siano tradotti dall’esperanto (oppure di impararlo io?).

PS: segnalo (per una riedizione?) che a pag 387 il «Cie» diventa «Cei», creando un attimo di smarrimento in chi legge.

 

redazione bottega
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • Daniele Barbieri

    RICEVO E INSERISCO
    a Daniele Barbieri
    Leggere la recensione “Dacci oggi il nostro Nulla quotidiano” ci ha procurato un vero piacere intellettuale. Fra le 25 recensioni finora ricevute, questa è senza dubbio la più intelligente e competente, oltre che la più “invitante” alla lettura. E’ facile capire che lei frequenta e ama la fantascienza utopica con implicazioni sociologiche/politiche. Ha infatti individuato con precisione i temi-guida del nostro racconto come pochi altri hanno fatto. Del resto ciò è coerente con l’indirizzo ideologico-estetico del suo interessante blog – che siamo ben content i di aver conosciuto per assonanza di idee, simpatie e inclinazioni.
    Quanto alle sue curiosità: sì, esistono diecine di romanzi, racconti, epopee in prosa e in versi di carattere utopico/filosofico/fantascientifico, scritti originariamente in esperanto. Molti di essi sono stati tradotti in lingue etniche, non diversamente dal nostro “Libazar e Terra”. Ciò dipende dal fatto che l’esperanto – a dispetto dell’ostinato pregiudizio dominante in Italia fra linguisti dogmatici – in oltre un secolo si è trasformato da “codice” in lingua vivente, parlata, anche come prima lingua, da almeno due/tre milioni di persone e fornita di una ricca letteratura. Lo testimoniano, tra l’altro, il riconoscimento del suo valore culturale da parte dell’Unesco, la sua presenza ufficiale nel PEN-club internazionale, l’appoggio ricevuto da molte delle menti più elevate della umanità (Lev Tolstoj, A. Einstein, S. Freud, S. Zweig, U. Eco …).
    Le citiamo alcuni dei più noti testi di carattere utopico/fantascientifico:
    – Uranogedio (poema, 1926, Giovanni Ricci);
    – La infana raso (“La razza infantile” 1956, William Auld, tradotto in diverse lingue);
    – Vojaĝo al Kazohinio (“Viaggio a Casohinia” 1958, Sándor Szathmári, tradotto in più
    lingue);
    – La konflikto de la epokoj (1966, Edwin Dekock);
    – Homara Epopeo (“Epopea dell’umanità” 1977, Sylla Chaves);
    – Poemo de Utnoa (1993, epopea intergalattica in 7056 versi del catalano Abel Montagut, tradotto in catalano, bengalese, spagnolo, frammenti in italiano con il titolo “Matrimonio su Naje”).
    Si dice “val la pena di imparare l’inglese per leggere in lingua originale Shakespeare”; si può dire lo stesso riguardo all’esperanto e allo scritto di Montagut. Si tratta infatti di un’opera di altissimo livello, degna di stare a fianco del “Paradiso Perduto”, del “Faust”, della “Divina Commedia”.
    Quanto alla possibilità di imparare l’esperanto, esistono in rete numerosi programmi gratuiti. Le segnaliamo i due più ben fatti e seguiti: “KIREK”, “DUOLINGO” (vedi in Google).
    Con stima e amicizia, Filippo Franceschi e Julia Sigmond

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