Dal profondo Sud degli Usa – 3

di Marco D’Eramo (*)

capitalismo

MARCO D’ERAMO INVIATO A SPARTANBURG (SOUTH CAROLINA)

Non è solo per la sonorità teutonica del nome che nel 1994 la Bmw ha installato a Spartanburg la sua più grande fabbrica americana che ora, dopo vari ingrandimenti, occupa 4.700 dipendenti e produce 150.000 auto l’anno. Né può essere per l’amenità, visto che Spartanburg è la replica esatta di tante agglomerazioni americane, un illimitato, incontrollato proliferare di suburbi, centri commerciali, parcheggi sterminati e autostrade senza nessun tessuto urbano. Oltre tutto la ditta automobilistica bavarese non è la sola, né la prima multinazionale straniera a essersi installata in South Carolina (S-C). Ha cominciato nel 1975 la Michelin, che ha a Greenville il suo quartier generale nordamericano e che ormai, dopo varie espansioni, in questo Stato conta sette impianti con 7.200 dipendenti. Tra le grandi multinazionali è poi arrivata nel 1988 a Greenswood la Fuji che si è ingrandita nel 2001 fino ad avere 1.200 dipendenti; nel 1998 è sbarcata a Timmonsville la Honda che nel 2001 ha aperto un secondo impianto per un totale di 1.600 dipendenti. Il caso più paradossale è quello di una ditta cinese di frigoriferi, Haier Group, che nel 2000 ha aperto a Camden una fabbrica con 200 dipendenti. Ma la lista è lunghissima e nel 1999 si era calcolato che negli anni ‘90 sono state più di 200 le compagnie che hanno aperto i battenti in S-C. Proprio quando gli economisti si preoccupano per l’outsourcing, per l’esportazione di posti di lavoro americani in Cina e in India, ecco che il «Nuovo Sud» degli Stati Uniti attrae un insourcing da parte delle multinazionali europee e asiatiche.

Ma cosa è che rende così allettante questo Stato agli occhi degli industriali stranieri? Intanto gli incentivi finanziari, davvero irresistibili. Per quanto riguarda la Bmw, gli incentivi iniziali ammontarono a 150 milioni di dollari (su un investimento iniziale di 700 milioni di dollari) ma è quasi impossibile fare il calcolo cumulativo dei diversi aiuti, finanziamenti, abbattimenti che ha avuto la Bmw nel corso degli anni, aumentati a ogni espansione della fabbrica. Basti pensare che Bmw paga solo un dollaro l’anno di affitto per un terreno valutato 35 milioni di dollari: e la Bmw non paga nessuna tassa immobiliare al Comune e alla provincia di Spartanburg. Nei primi anni l’agevolazione fiscale ha comportato un abbattimento del 45%; in quelli successivi l’abbattimento è stato addirittura del 62 %. La Bmw non ha pagato la cedolare secca sui profitti, in vigore in S-C, del 5%. Il depliant della Camera di commercio della S-C snocciola più di 50 tipi diversi di agevolazioni fiscali a favore delle imprese. E oltre ai regali fiscali ci sono le spese vere e proprie per le infrastrutture che lo Stato e la contea sostengono. Lo Stato della S-C ha costruito addirittura un aeroporto per la casa bavarese. E nel 2002 la Bmw ha condizionato un ingrandimento dell’impianto alle costruzione di una bretella autostradale dal costo di 35 milioni di dollari per lo Stato. Poi ci sono le forniture d’acqua, di elettricità, i collegamenti…

Il caso della Bmw è il più clamoroso ma le altre multinazionali non sono da meno. Per attirare un nuovo stabilimento della Michelin, la provincia di Anderson ha emesso buoni per 400 milioni di dollari e le autorità si sono impegnate a costruire una bretella dell’autostrada I-85. Perché anche questo è New South: la guerra spietata, e suicida, che gli Stati del sud combattono fra loro per attirare le industrie, a colpi di esenzioni fiscali sempre più massicce, di incentivi sempre più allettanti. La speranza è che il singolo Stato riceverà un beneficio perché i nuovi posti di lavoro creati forniranno nuove tasse. Ma intanto molte imprese tolgono le tende, una volta finito il periodo di massima agevolazione fiscale, lasciando Stato ed enti locali col fardello dei debiti sul groppone. Oppure falliscono, come è successo a CropTech, che sviluppa medicine dal tabacco e che ha dichiarato bancarotta dopo aver ricevuto finanziamenti dallo Stato della S-C per un milione di dollari: notizie di questo genere costellano i giornali.

L’onere è aggravato dall’ideologia liberista che vige in questi Stati dove ridurre le tasse è un vangelo. Non potendo andare in deficit (molti Stati hanno il pareggio del bilancio iscritto nella propria Costituzione) né potendo aumentare la pressione fiscale, le spese per finanziare questi stabilimenti industriali comportano per forza tagli nei servizi, nella scuola, nella sanità: già ora la South Carolina (come d’altronde l’Alabama e il Mississippi) occupa la coda di tutte le statistiche del benessere americano, dalla riuscita scolastica degli scolari, alla mortalità infantile. Per attirare le varie Bmw, Michelin, Honda gli Stati si indebitano fino a letteralmente auto-strangolarsi, anche perché non c’è limite né all’ingordigia delle multinazionali né agli incentivi che possono essere offerti.

Ma c’è una ragione più specifica per cui la South Carolina è così allettante per il padronato d’oltre oceano. «Non è un caso che sia sbarcato a Charleston il 40% di tutti gli schiavi giunti negli Stati Uniti» è la bruciante spiegazione che mi dava a Columbia, grassottella e sulla quarantina, Donna DeWitts, presidentessa della confederazione sindacale Afl-Cio della South Carolina. «Qui è rimasta sempre viva la mentalità da piantagione, dei proprietari di schiavi, il rapporto paternalistico e autoritario. Il momento critico fu nel 1934, con lo sciopero dei tessili (i lavoratori del cotone), uno sciopero generale del settore cui parteciparono 400.000 lavoratori degli Stati del sud. Sono state pubblicate lettere scritte dai lavoratori a F.D. Roosevelt, che dicevano di essere trattati come schiavi. I governatori dichiararono la legge marziale, fecero intervenire la Guardia Nazionale, in North Carolina furono uccise sette persone, lo sciopero fu sconfitto e da allora il movimento operaio organizzato non si è più ripreso» (su quello sciopero sono stati scritti numerosi libri).

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Il lettore deve sempre avere presente che negli Stati uniti iscriversi a un sindacato non è un diritto individuale ma collettivo: cioè non ti puoi svegliare una mattina e decidere di aderire a un sindacato. Per poterlo fare è necessario che: 1) la maggioranza dei lavoratori di quell’impresa decida con un voto di sindacalizzarsi; 2) il padrone permetta la sindacalizzazione. Dopo che il passo 1) è stato compiuto, è perciò necessario un conflitto (sempre durissimo) perché avvenga il passo 2): cioè perché il padrone sia costretto ad accettare il sindacato: e si tenga conto che negli Stati uniti al padronato è lecito assumere crumiri mentre è in corso uno sciopero. Questo spiega molte caratteristiche altrimenti incomprensibili del mondo del lavoro statunitense: la debolezza storica del sindacato; il fatto che in ogni impresa ci sia uno e un solo sindacato; che i lavoratori di un ospedale possono decidere di aderire al sindacato dei camionisti, i Teamsters; che il sindacato sia presente soprattutto nel settore pubblico; e infine che a traslocare nei paradisi sindacali sono le ditte Usa che in patria hanno una mano d’opera sindacalizzata (automobile, aerospaziale).

Perciò le multinazionali sbarcano in Carolina del Sud perché sono sicure di non trovare i sindacati: «nessun sindacato dell’Afl-Cio è presente in nessuna di queste fabbriche straniere, che anzi trattano abbastanza bene i loro dipendenti proprio per indurli a non sindacalizzarsi» dice Donna DeWitts. D’altronde la debolezza del sindacato in questo Stato la si vede già dalla sede della sua direzione: una modesta casetta unifamiliare nascosta in una stradina della periferia di Columbia, dove lavorano solo un’assistente e la presidentessa («Io sono la terza donna nella storia del sindacato Usa a presiedere l’Afl-Cio di uno Stato» mi dice fiera). Un sindacato per altro spaccato sul tema della bandiera confederata: «Molti dei nostri sono favorevoli a mantenerla sul prato davanti al campidoglio dello Stato. Ci sono molti conservatori nel nostro sindacato».

La docilità della forza lavoro è determinante persino nell’aver scelto l’area di Spartanburg e Greenville, rispetto ad altre zone dello Stato. Come mi faceva notare il reverendo Joseph Darby, vicepresidente della National Association for the Advancement of the Colored People (Naacp) della S-C, la fabbrica di Spartanburg dista ben 430 chilometri dal porto di Charleston per cui transita tutto il traffico Bmw: nel 2002 sono sbarcati 3.800 containers, e ne sono salpati 900, di componenti Bmw, mentre sono sbarcate 50.000 auto e ne sono salpate altrettante. A prima vista è perlomeno balzano che la casa bavarese non abbia deciso di collocare la fabbrica più vicina al porto. «Il fatto è – mi diceva Darby – che la costa è a più alta densità di neri, storicamente democratica, mentre il nord-ovest dell’interno è repubblicano, conservatore e più bianco». A Charleston c’è anche il potente sindacato dei marittimi che ha sostenuto nel 2000 una durissima lotta: cinque militanti del sindacato furono condannati (prima di ogni processo) agli arresti domiciliari per più di un anno, e divennero famosi come «I cinque di Charleston».

Così, persino all’interno di questo Stato così filopadronale, le grandi multinazionali cercano d’installarsi dove la cultura è ancora più antisindacale. E i legislatori del parlamento della S-C sfornano a ripetizione leggi sempre più favorevoli al padronato, o, come si dice pudicamente qui, sempre più business friendly. Dice Brett Bursey, direttore del Progressive Network (vedi la prima puntata di quest’inchiesta): «Qui ogni anno il parlamento statale approva una legge contro i lavoratori e contro il sindacato. L’esempio più lampante è quello della legge cosiddetta At Will, (“a piacere”) che noi chiamiamo “Fire at Will” (licenzia a volontà)».

In effetti è raccapricciante il testo del paragrafo di legge che recita: «Il termine “impiego-a-volontà” è specificamente definito come il diritto di un dipendente o di un datore di lavoro di concludere il rapporto di lavoro con o senza preavviso all’altra parte, con o senza causa … Se un dipendente o un datore di lavoro conclude il rapporto di lavoro nel quadro della dottrina “impiego-a-volontà”, nessuna parte sarà responsabile verso l’altra per ogni reclamo per rottura illecita basata su rottura del contratto…». In pratica questa legge struttura nel settore non solo privato, ma anche pubblico, rapporti di lavoro extra-contrattuali che permettono al padrone di licenziare su due piedi, senza preavviso e senza motivo. E il Nuovo Sud ci si presenta allora, se non proprio come il Nuovo Schiavismo, perlomeno come il Caporalato Postmoderno.

(3- fine)

(*) LA VIGNETTA è recuperata dalla rete, non c’è indicazione d’autore. LE DUE FOTO sono di Marco D’Eramo. I tre reportages che D’Eramo ha scritto dal South Carolina nel 2004 sono poi entrati nel volume «Via dal vento: Viaggio nel profondo sud degli Usa», pubblicato dalla manifestolibri.

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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