db: «Se il futuro è un demo-incubo»

Bei tempi (il 2011) quando sulla Terra eravamo “solamente” 7 miliardi?

Il meglio del blog-bottega /159…. andando a ritroso nel tempo (*)

L’Onu ha calcolato (o azzardato) che il bimbo o la bimba «numero 7.000.000.000» nascerà il 31 ottobre 2011, forse in India o in Africa; ovviamente il numero, il giorno e il luogo sono simboli, puramente indicativi.

Benvenuto fiorellino, benvenuta fiorellina. Però credo sia giusto darti, auspicabilmente con il latte (non della Nestlè ma naturale) e le coccole, anche qualche notizia sul mondo che ti aspetta.

Il record dei 7miliardi serve a far rimbalzare qualche domanda: la nuova demografia del pianeta (al Nord si nasce sempre meno) porterà presto sconvolgimenti politici? Fino a che punto la Terra può sfamarci, considerando che il «numero 8 (miliardi)» è previsto al più tardi fra 14 anni?

Lasciando la prima domanda agli studiosi della politica (ammesso che ne esistano di seri) si può ragionare sulla seconda muovendosi fra demografia e un po’ di fantascienza, un metodo – magari estremo ma su codesto blog assai apprezzato – per immaginare futuri.

Molti rammentano che il «numero 6 (miliardi)» era nato 12 anni fa ma pochi ricordano che eravamo circa tre miliardi e mezzo nel 1969: perciò in 42 anni siamo raddoppiati. Per fare qualche confronto, la popolazione mondiale della Terra sino al primo secolo dc (dopo Cristo) oppure ec – era comune, come si usa in altri Paesi – raddoppiava ogni 1400 anni circa. Come mai, visto che si facevano molti figli? La risposta è semplice: si moriva di più, in pochi diventavano anziani (come lo intendiamo oggi). Nell’Iliade si nomina come assai vecchio Nestore, «sopravvissuto a due generazioni, governava sulla terza», dunque sui 60 anni. Nel «Re Lear» di Shakespeare si parla del «vecchio» duca di Kent e lui conferma sconsolato: «ho 48 anni».

Si campa a lungo per 6 fondamentali motivi: se ci si nutre di più e meglio; se le malattie sono curabili; se si ha un tetto sulla testa: se non si lavora in schiavitù o quasi; se ci sono poche guerre; se l’omicidio non è la base primaria delle relazioni sociali. Semplificando un po’ è tutto qui. Poi la natura può essere più o meno ostile e altre variabili ma il succo di una vita lunga è in quei 6 motivi.

D’altro canto ad abbassare – da circa 60 anni – il tasso di natalità in alcuni Paesi hanno molto contribuito i sistemi scientifici (cioè sicuri) per il controllo delle nascite. In altri casi ci sono stati meno nati per decisioni del governo (Cina soprattutto) ma anche per la folle violenza del patriarcato: cioè nel mondo si ammazzano milioni di bimbe alla nascita o anche prima, in grembo, se una ecografia mostra che il feto non è un possente maschio ma una stupida, inutile femmina. In qualche Paese – in America latina certamente nei primi anni del secondo dopoguerra, forse oggi non più – certi governi, spesso d’intesa con gli “amici” Usa, hanno di nascosto sterilizzato le donne di certe etnie o delle classi più povere.

Pur con le ovvie differenze sociali (cioè di ricchezza) e cultural-religiose-politiche, oggi in generale si vive più a lungo. Se però si fanno molti figli, un Paese o un continente resta più giovane mentre l’altro (con poche nascite) “invecchia”, a esempio gran parte d’Europa. Però una società meno giovane – se le persone vecchie godono buona salute – non necessariamente frana o si blocca.

Fin qui sommarie indicazioni di demografia. Guardiamo il futuro con lo stesso sguardo “di tendenza”: probabilmente le malattie pericolose e contagiose saranno ancor più sotto controllo almeno nei Paesi ricchi; le guerre verranno quasi azzerate o ridotte (no, aumenteranno, ribattono altri); le grandi religioni continueranno a combattere il controllo delle nascite; non è chiaro invece quante persone (o governi) scoraggeranno la fertilità nei Paesi dove oggi “si figlia al naturale” . C’è inoltre la ragionevole possibilità che presto gli scienziati riescano a ritardare i processi biochimici e biofisici dell’invecchiamento e che dunque superare i 100 anni diventi quasi la normalità, sempre parlando della parte “ricca” (o rapinatrice) del pianeta.

Ancora più vecchi ma in salute, migliore di quella che gode il sessantenne medio acciaccato di oggi: nessun peso per la società. Ma… il nostro pianeta può reggere tutta questa gente? Ogni 10 anni circa un miliardo di persone in più?

Vi è chi ritiene che la Terra possa sfamare 50 miliardi di persone però la maggior parte degli scienziati definisce questa visione «troppo ottimista» e, come spiegò molti anni fa Isaac Asimov, è un modo educato per dire «idiota chi lo crede».

Non è solo un problema di cibo ma di spazi dove vivere, di rifiuti da eliminare e soprattutto di risorse in esaurimento. Un mese fa, il 27 settembre (in blog trovate documentazione e rimandi utili) si è calcolato l’Overshoot Day, insomma la Terra è andata “in rosso”: abbiamo esaurito a settembre le risorse che la natura fornisce, cioè rigenera, in un anno. Preoccupante no? Anche perché a ogni “crisi” (vera o fasulla) ci dicono che dobbiamo crescere, cioè produrre e consumare di più, mentre invece dovremmo far proprio l’opposto, decrescere.

Ai demografi perlopiù preoccupati, agli ecologisti quasi sull’orlo del panico (e hanno ragione purtroppo) per il futuro possiamo affiancare tre scenari offerti dalla fantascienza: l’affollato catastrofico; l’andante triste («ci si adatta a tutto») e se proprio volete consolarvi l’allegro «la sfanghiamo pure stavolta». Mi limito a pochi esempi, spero che qualche amica/o troverà il tempo per indicare una bibliografia.

Un esempio, fra i tanti, dell’apocalisse demografica-ecologica è nel celebre racconto «Censimento» di Frederik Pohl, scritto 50 anni fa. La verifica degli abitanti è assai brutale (gli irregolari vengono uccisi) ma un addetto al censimento segnala ai capi una stranezza: un tipo senza documenti dichiara di venire dal centro della Terra, lo hanno “mandato su” per far sapere che il pianeta non regge più. Nessuno gli crede e comunque lui (il “sans papier”) sparisce. Finito il Censimento però i capi non riescono ad andare in vacanza: tornadi mai visti, eruzioni, alluvioni e persino il risveglio dei geyser. Buffa coincidenza, vero?

Il «ci si adatta» è abbastanza ovvio. Si vive malissimo, uno sopra l’altro ma basta volersi bene. Nel romanzo «Monade 116» Robert Silverberg ci porta in un futuro con 75 miliardi di persone ma tutti in apparenza sono felici di abitare in palazzi di 800 piani e mangiare intrugli chimici; anzi cantano le glorie di Dio. In tanti altri romanzi e racconti (da Ballard a Dick) le famiglie più ricche – si sa che persino nei guai più seri è sempre questione di… classe cioè di soldi e/o potere – hanno un monolocale (per 4 figli) mentre le più povere si adattano a dormire per le scale o per le strade come, del resto, già accade oggi… e non solo a Calcutta. Noi riusciamo a farcene un’idea? In un gioco, suggerito in una scuola da Riccardo Mancini, per avvicinare alla “catastrofe” ragazze/i che vivono nelle nostre ricche città basta variare pochi elementi della vita quotidiana: dai rubinetti non esce più acqua; oppure niente riscaldamento; oppure hai 5 fratelli-sorelle più piccoli e i tuoi genitori non hanno di che sfamarli, devi procurarti cibo in qualche modo o lasciarli morire.

Quanto allo «sfangarla», se non credete ai miracoli, il metodo più semplice sarebbe ridurre la popolazione. Oppure trovare altre risorse: anche ammesso che in fondo agli oceani si trovino cibi e nuove ricchezze (ma quanto costa arrivare laggiù?) il pianeta Terra è comunque quasi esaurito. Come ricorda quel bel manifesto, se andiamo avanti così – a produrre, consumare e sprecare – abbiamo bisogno in fretta di altre 3 Terre. Però, ci suggerisce la fantascienza, possiamo diminuire la popolazione favorendo la diffusione del cancro (come immagina lo scrittore Ben Bova) o di altre malattie. Oppure trovando il sistema per far nascere solo bimbi di una minoranza – la “razza” bianca, a esempio – come narra Theodore Sturgeon in «Necessaria e sufficiente». Oppure possiamo colonizzare nuovi pianeti e poi galassie o viaggiando nel tempo cioè andando verso altre Terre spopolate, vergini e ricche oppure negli «universi paralleli». In un qualche futuro possibile insomma c’è posto per tutte e tutti; ma nell’immediato presente… temo di no.

(*) Anche quest’anno la “bottega” recupera alcuni vecchi post che a rileggerli, anni dopo, sono sembrati interessanti. Il motivo? Un po’ perché 14mila articoli (avete letto bene: 14 mila) sono taaaaaaaaaaanti e si rischia di perdere la memoria dei più vecchi. E un po’ perché nel pieno dell’estate qualche collaborazione si liquefà: viva&viva il diritto alle vacanze che dovrebbe essere per tutte/i. Vecchi post dunque; recuperati con l’unico criterio di partire dalla coda – che per quest’anno è il 2011 bottegardo – ma valutando quali possono essere più attuali o spiazzanti. Il “meglio” è sempre soggettivo ma l’idea è soprattutto di ritrovare semi, ponti, pensieri perduti… in qualche caso accompagnati dalla bella scrittura, dall’inchiesta ben fatta, dalla riflessione intelligente: con le firme più varie, stili assai differenti e quel misto di serietà e ironia, di rabbia e speranza che – speriamo – caratterizza questa blottega, cioè blog-bottega. [db]

L’IMMAGINE è di Giuliano spagnul.

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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