Deadwood? Che schifo, sembra Reggio Emilia

Calda recensione a «1 sbirro, Wild Bill Hickok e il caro Paolo» di Antonio Fantozzi: BastogiLibri, 288 pagine per 17 euri. (*)   

«E’ così che la voglio raccontare, una storia che è tante storie, una storia senza regole e piena di errori e di rabbia». Così Ernesto Donadei, commissario di polizia – molto atipico – in pensione e voce narrante di «1 sbirro, Wild Bill Hickok e il caro Paolo», romanzo conclusivo di una sconvolgente (in senso letterale) trilogia di Antonio Fantozzi ambientata in una Reggio Emilia sconvolta (sempre in senso letterale), «città delle rotatorie che ha estinto i passeri gentili e mansueti e però ha importato cornacchie, ghiandaie e gazze, tutti predatori». Non è solo Donadei che la vuole raccontare così «senza regole, piena di errori e di rabbia» ma è proprio tutto il libro di Fantozzi che è felicemente sregolato, molto arrabbiato, pieno di errori voluti. In un incessante flusso narrativo che sarebbe interrotto dalle 13 storie raccontate da Donadei «a Rocco, bianco nel bianco, in ospedale» ma che nel libro noi possiamo, se così preferiamo, leggere tutte insieme alla fine.

Ammesso che sia giusto raccontare la trama (io lo faccio di rado) c’è qui una tripla difficoltà: perché comunque siamo dalle parti del noir e dunque no, no, non si fa; perché la scrittura di Fantozzi è genialmente incasinata; perché l’autore non meno del commissario Donadei mescola vero e falso, frammenti dell’immaginario (sia personale che collettivo) con i solidi fatti e fattacci del mondo nel quale ci tocca vivere. E quante-quali siano nel libro le percentuali di vero, falso e verosimile chi legge dovrà stabilirlo da sola/o… che mica siamo in tribunale dove si accertano (forse) i fatti.

Joan Baez e Area 51; Paul Virilio e tonnellate di citazioni filmiche; jazz e il partigiano Dante Castellucci, «nome di battaglia Facio»; Nina Simone e l’«ecocidio» di Jeremy Rifkin; due incredibili ma vere Janis (Joplin e Karpinsky che dirigeva il carcere di Abu Ghraib); scacchi quasi veri eppure falsi con «la mano del morto» di Wild Bill Hichkok (che campeggia in copertina); le note all’inizio del libro («così non ci penso più») e «la sindrome di Super Dio» in un dialogo tra Ewan McGregor e Steve Buscemi; Giorgio Scerbanenco e Gorni Kramer; «Il senso di Smilla per la neve» e giochi di specchi; la strage dell’8 luglio 1960 («che sia di esempio») e Jared Diamond che racconta l’Occidente attraverso armi, acciaio e malattie; le navi dei veleni e «la grossa idea di Fremont» («Philip K. Dick, lo conosci, Ernesto?»); la Grande Madre e l’«homo shopping» di Terry Gilliam; la giungla di Upton Sinclair e la Sierra Madre di B. Traven (Berick Traven Torsvan, se proprio ci tenete a fare i precisini) trovatello come Donadei; il peggio di Colin Powell e «Il principio superiore» non solo film ma anche diritto a uccidere il tiranno; Gabrina degli Albeti, presunta strega reggiana, e naturalmente Paolo Villaggio, colpevole di aver trasformato il cognome Fantozzi in quello che sappiamo.

Se queste contaminazioni vi appartengono, vi incuriosiscono e ben le vedete dentro un fluviale, cattivo, geniale noir questo è il libro che fa per voi.

Se abitate a Reggio o se comunque questa città ha per voi un valore (il lavoro e il riformismo, la Resistenza, «i morti di Reggio Emilia», gli asili più belli del mondo, l’efficienza e l’onestà mescolate alle cooperative) dovete leggere questo libro. Forse odierete Fantozzi ma dovete – anzi dobbiamo – fare i conti con quello, perlopiù spiacevole, che su Reggio scrive.

Il vero Antonio Fantozzi ha due difetti: scrive assai bene ed è molto di sinistra. Con ogni evidenza due peccati mortali nell’attuale editoria italiana che può al massimo sopportare un paio di panda del genere (cioè di sinistra e bravi a scrivere) così da mascherare che i loro fratellini sono stati annichiliti o quantomeno censurati. Sono due difetti però che chi legge questo blog immagino consideri – come faccio io – grandi pregi. E spero che almeno nella “nicchia” (gabbia? ghetto?) dei e delle diversamente pensanti «1 sbirro, Wild Bill Hickok e il caro Paolo» abbia il successo che merita.

Difetti? Sì, qualcuno c’è e ne scrivo con altrettanta franchezza delle lodi. Non mi piace la visione cazzocentrica («puttaniere etico» dice lui) del protagonista e neppure le sue fregole per trasformarsi in un “vendicatore”, un sanguinario super-eroe di estrema sinistra. Probabilmente è un punto di vista strettamente personale ma questi due “eccessi” mi toglievano un po’ di piacere nel leggere un libro che per molti altri versi mi appartiene nel profondo.

Infine un dubbio. Ma questo «scrivere una storia che è tante storie» non potrebbe pesare su chi legge? Dipende, come è ovvio, dai gusti. A me piace questo caravanserraglio ma ove fossi stato l’editore (o l’amico del cuore) di Fantozzi gli avrei forse consigliato di “diluire” tutte queste storie in 6-7 libri invece che concentrarle in 3. In effetti mi capitò di dare un consiglio simile a Enrico Pili e lui giustamente fece come gli pareva. Se consid
erate che – dopo 200 pagine – l’autore ha sentito la necessità di aggiungere 13 racconti (quasi tutti molto belli) capirete che Fantozzi è inarrestabile; e direi che va bene così.  

(*) In blog avevo già recensito «Il caso» – è qui: Com’è fosca Reggio (in Emilia) – primo della trilogia. Invece non troverete la recensione del secondo cioè «2 sbirri, la bambina e il pomodoro» che pure Fantozzi mi aveva mandato e io avevo letto e apprezzato. Se mi era piaciuto come mai sono stato così stronzetto (o stronzone?) da non parlarne? Chi segue questo blog sa che esiste la rubrica «Chiedo venia» dove infatti la rec del secondo libro di Fantozzi era candidata. E dove, prima o poi, apparirà. Sempre che la mia Deadwood – qualcuno la confonde con Imola o con l’Italia – non mi soffochi prima. (db)

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