Di strane lingue

«Rosetta, la chiave dei mondi» di Daniele Barbieri e «Festo, Rohonc e altri enigmi» di Andrea Mameli

E’ il 14 settembre 1822: Jean-Francois Champollion si precipita nell’ufficio del fratello Jacques e urla: «Je tiens l’affaire» (noi diremmo: «è fatta»). Poi sviene. Molte preoccupazioni perché il ragazzo è di costituzione debole – morirà infatti a solo 41 anni – ma per fortuna si riprende e così il 27 settembre può annunciare per scritto che il segreto dei geroglifici è svelato.

Torniamo indietro di 23 anni. Nel luglio 1799 l’archeologia è l’ultimo dei pensieri per Napoleone, figuriamoci per i suoi soldati. Ma a Rosetta, nel nord dell’Egitto, scavando trincee per difendersi dalle truppe ottomane salta fuori un rudere. A puntarlo pare sia un ufficiale, Pierre Francois Xavier Bouchard, che è membro della Commissione delle scienze e delle arti.

La grossa stele viene ripulita. Pesa 762 chili, è alta 114 centimetri e larga 72 con 27 centimetri di spessore. Le prime due iscrizioni sono indecifrabili ma la terza è in greco. Vi si legge un omaggio stereotipato a un oscuro Tolomeo ma la frase finale è uno choc: «questo decreto sarà inciso in caratteri sacri, indigeni e greci su stele di pietre dura». Dunque una iscrizione tri-lingue: potrebbe essere la chiave, tanto attesa, per decifrare – dopo 14 secoli – i geroglifici.

Inizia una gara fra gli studiosi di mezza Europa per trovare la soluzione mentre anche la lapide diventa «bottino di guerra» conteso tra francesi e inglesi che, dal 1801, si scontrano in Egitto. Nonostante la pietra trilingue però il segreto restava: si credeva erroneamente che a ogni segno corrispondesse una parola. Furono l’inglese Thomas Young (scienziato e medico ma appassionato di Egitto) e poi Champollion a decifrare prima una serie di nomi e poi tutto l’alfabeto.

Una lunga storia magistralmente raccontata in «La stele di Rosetta» (tradotto in italiano nel 2001) di Robert Solé e Dominique Valbelle al quale sono debitore dei particolari sulla figura affascinante – fu un ragazzo prodigio – di Champollion che muore a Parigi nel 1832: «appena nata, l’egittologia è già orfana».

Con la stele “parlante” in Europa riprende vigore il mito dell’Egitto diffuso nei secoli precedenti al punto che molti nobili (come i Borgia) si erano inventati di discendere dai faraoni. Una passione che presto si scontra con l’ellenomania, ovvero la presa a modello dell’antica Grecia, con risvolti politici interessanti. Come racconta Martin Bernal in «Atena nera» (ovvero «le radici afroasiatiche della civiltà classica») gli storici europei dal 1840 in poi minimizzano o negano le evidenti influenze egizie sui Greci: c’è un nesso – scrive Bernal – con l’esplosione del razzismo e del colonialismo.

Ma il fascino egiziano resiste anche alle falsificazioni storiche. Una scrittrice cagliaritana, Clelia Farris, ha pubblicato due romanzi su un Egitto inedito: siamo dalle parti della fantascienza e dunque gli antichi riti convivono con tecnologie modernissime.

«Credo di essere stata catturata dalla civiltà egizia quando ho visto la famosa immagine
 di Osiride che mette la piuma sopra uno dei piatti della bilancia, sull’altro c’era il
 cuore del morto che conteneva il peso di ogni sua azione» spiega:«Poi c’è l’enigma
 degli Shardana o Sherden: pirati e predatori del Mediterraneo che più volte
 aggredirono i porti egizi. Il faraone Ramses III li sconfisse e li arruolò nel proprio
 esercito. Piano piano si assimilarono. Alcuni archeologi ipotizzano che gli Shardana
 fossero i sardi nuragici». Dall'Egitto alla Sardegna passando per la Francia:
il mondo è piccolo.

 

L’invenzione della scrittura è una delle più importanti, per la sua importanza nella conservazione e nella trasmissione della conoscenza e in fondo ha reso possibile la storia. Perché una lingua possa manifestare tutta la sua potenza è necessario conoscerla, altrimenti è come uno scrigno di cui si è persa la chiave: se non si conoscono testi con traduzione a fronte, come nel caso della Stele di Rosetta, la sfida diventa disperata. Un esempio è la scrittura del popolo della Valle dell’Indo, nota come “civiltà di Harappa”, dal nome del primo sito scoperto nel 1857, che ci ha lasciato circa 400 segni e simboli tuttora senza spiegazione.

Diverso il caso dell’alfabeto Merolitico, scoperto nel deserto del Sudan, il cui complesso di simboli fu decifrato nel 1909 da Francis Llewellyn Griffith grazie a un testo con traduzione in greco trovato scolpito in un santuario. Ma il significato della lingua resta quasi del tutto incomprensibile.

Un altro rompicapo archeologico è la lingua Rongorongo, l’indecifrabile sistema di scrittura pittografica rinvenuta sulla piccola isola di Pasqua (o Rapa Nui). Si tratta di pittogrammi che rappresentano piante e animali, alcuni dei quali scomparsi prima dell’arrivo degli europei, nel 1700.

Altra isola, altro rebus. Anzi doppio rebus. A Creta resistono due misteri. Il Disco di Festo (datato 1700 avanti Cristo e rinvenuto nel 1908) è una piastra circolare di terracotta che riporta 241 simboli, 45 dei quali unici, raffiguranti oggetti e animali. Alcuni autori ritengono che del Disco di Festo non si scoprirà mai il significato, in quanto non è stato trovato materiale sufficiente per un’analisi significativa (salvo che imprevisti progressi riguardo ai segni non portino a qualche diverso percorso di indagine). Il secondo rebus di Creta di chiama “Lineare A” e rappresenta la chiave per decifrare molti testi dell’era minoica, in uso intorno al 1900 a. C.

Anche l’Ungheria conserva due segreti: i simboli Vinca, scoperti nel 1875, e ritenuti da alcuni studiosi la più antica forma di scrittura, e il Codex Rohonc, scoperto nel XVIII secolo, con 448 reperti pieni di simboli completamente sconosciuti.

Molto particolari anche il Liber Linteus, un telo di lino usato prima come fasciatura per una mummia egizia e poi come quaderno per appunti scritti in etrusco e decifrati solo una minima parte, e il manoscritto Voynich, scoperto nel 1912, e datato XV secolo, pieno di simboli immersi in affascinanti illustrazioni di animali immaginari, di cui si ignora qualsiasi significato.

Resistono alla decifrazione anche alcune lingue precolombiane: l’olmeca, l’epi-olmeca e la zapoteca; e forse altre non ancora scoperte. Alcune ancora al vaglio degli esperti, anche in Sardegna. Come spesso accade le scoperte, o presunte tali, sono spesso accompagnate da polemiche e contestazioni, più o meno scientifiche.

Anche perchè non possiamo escludere che, migliaia di anni, fa qualcuno si sia voluto prendere gioco di noi inventando qualcosa che una scrittura non era affatto.

Se non conoscete il disco di Festo è qui:

http://it.wikipedia.org/wiki/Disco_di_Festo

BREVE NOTA

Questi due articoli il 19 settembre sono usciti (al solito: parola più, parola meno) sulle pagine culturali del quotidiano «L’Unione sarda». (db)

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

  • Quando ho scritto questo articolo per «l’Unione sarda» ho pensato (come avete letto) di sentire Clelia Farris per chiederle le ragioni della sua egitto-fascinazione. La sua risposta era articolata e interessantissima ma anche molto più lunga dello spazio che io avevo; così nell’articolo l’ho dovuta forzare. Qui sotto ve la propongo per intero… spero che sia anche un (dichiarato, non subdolo) invito a leggere i suoi due libri “egiziani” (db)

    «Questione “perché l’Egitto”: sarò lunga. Credo di essere stata “catturata” dalla civiltà egizia quando ho visto la famosa immagine di Osiride che mette la piuma sopra uno dei piatti della bilancia. Sull’altro c’era il cuore del morto (l’anima
    risiedeva nel cuore), che conteneva il peso di ogni sua azione. Una
    maniera molto pratica di valutare gli individui. Quando poi ho iniziato a studiare l’antico Egitto, per poter scrivere “La pesatura dell’anima”, ho scoperto un popolo dalle caratteristiche moderne. Per esempio, le donne potevano lavorare e dirigere il lavoro artigiano al pari degli uomini; la coppia divina Osiride-Iside era un modello dei rapporti di potere che esistevano fra uomini e donne e questo rapporto era quasi paritario. A guardare le raffigurazioni sacre, sembra che non si potesse rappresentare il faraone, o il nobile, senza la propria compagna accanto, come se l’uomo, seppure di potere, non fosse completo senza una donna accanto. I greci erano scandalizzati
    da simili relazioni.
    E ancora, la schiavitù, soprattutto durante le prime dinastie, non era una condizione sociale fissa, come poi lo diventerà con i romani. La popolazione nasceva tutta libera, si poteva diventare schiavi per ripagare un debito con il proprio lavoro, e si ritornava liberi una volta estinto. Gli schiavi che costruirono le piramidi erano liberi operai (magari sottopagati e maltrattati, ma liberi. Ma quand’è che gli operai non sono sottopagati e maltrattati?) e, in parte, prigionieri di guerra.
    La faccenda guerra. Gli egizi tentarono più volte di espandersi ma riuscirono a impadronirsi solo dell’attuale Etiopia; ogni volta che provavano ad allargarsi le buscavano. Poi, ovviamente, sulle tombe c’è scritto che il faraone era lo spauracchio dei nemici e il flagello degli eserciti avversari, ma era solo adulazione. In realtà dovevano essere pessimi strateghi e questa scarsa virtù guerresca me li
    rende simpatici.
    Poi c’è l’enigma degli Shardana (o Sherden). Gli Shardana erano una popolazione di pirati e predatori del Mediterraneo che più volte aggredirono i porti egizi. Il faraone Ramses III li sconfisse, li catturò e li arruolò nel proprio esercito. Piano piano si assimilarono alla popolazione dell’Egitto. Ebbene, alcuni archeologi hanno ipotizzato che gli Shardana fossero gli antichi sardi nuragici. L’ipotesi non è stata confermata, ma trovo irresistibile l’idea che forse una piccola parte di Sardegna sia vissuta nell’antico Egitto.
    Ecco, ho detto. Fra tante motivazioni puoi pescare quella che ti piace di più».

  • Fascinose e ancor più antiche le relazioni della Sardegna pre-nuragica con l’Oriente: a Monte d’Accoddi (http://it.wikipedia.org/wiki/Altare_preistorico_di_Monte_d'Accoddi) c’é un complesso formato da una ziggurat con rampa d’accesso e a due ripiani, + un menhir e un grande masso coppellato…mentre i Shardana sono evocati da alcuni dettagli delle statue-stele di Filitosa che, però, é nel sud della Corsica (http://www.corsica.net/corsica/it/discov/storia/filitosa.htm + http://www.filitosa.fr/fr/)

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