Di streghe e di principesse

Per un 31 ottobre senza Halloween

di Maria Teresa Messidoro (*)

La luna piena del 13 ottobre, essendo in ariete, è stata definita come la mas hermosa, la più bella, quella in cui i principi divengono lupi e le principesse streghe! Una luna dunque misteriosa che ci invita a riconoscere le nostre parti magiche, quasi animalesche, quelle meno considerate e ad uscire dalla formalità dell’aspetto composto, infiocchettato ed un poco noioso delle belle principesse, per trasformarci in streghe sfrenate, potenti, capaci allora di comprendere al di là del visibile. Contemporaneamente, il lupo che si nasconde dietro ad ogni principe che si rispetti emerge in tutta la sua forza selvaggia, per riconnetterlo con l’aspra natura, per farlo vagare nei boschi e farlo andare incontro alla strega senza timori ed esitazioni. Due forze dirompenti che si incontrano e si arricchiscono insieme.

Ecco in sintesi il concetto di Any Giroldi, nel suo blog in cui si parla di tarocchi, forza della diosa e di sonidos que fortalecen.

E che ci rimanda al concetto di Hina, la dea della luna, venerata nelle Hawai, la dea del dare e ricevere, dell’alba e tramonto

Tranquilli, non sono precipitata in un intimismo che mi allontana dalla realtà e dalle lotte quotidiane che tanto mi coinvolgono e mi sostengono. No, semplicemente questa riflessione sulla luna di ottobre mi ha riportato alla mente un articolo scritto alcuni anni fa da Valentina Portillo su Rebelión, “Una fecha para celebrar” (Una data da celebrare).

In quell’articolo, Valentina (che considero quasi una sorella visto che è salvadoregna, ed io mi sento profondamente legata a El Salvador) ci ricorda che il 31 ottobre, el dia de las brujas (il giorno delle streghe) è una buona data per celebrare la vita, riappropriarci della memoria storica, essere contestatori, riconoscere l’uguaglianza di genere, amare e sognare. Mai e poi mai ci piegheremo al sistema, mai e poi mai ci comporteremo come alienati seguaci del maldito imperio, né del Dio Mercato, né dei centri commerciali, con le loro vetrine stracolme di Harry Potters, Frankestein o la Famiglia Adams, circondati da zucche e scheletri.

No! Il 31 ottobre è una magnifica occasione per ricordare le streghe di tutti i tempi, le eterne incomprese, quelle che divennero voci fuori dal coro in un mondo maschile, quelle che rifiutarono il sistema di pensiero logico ufficiale, teologico, “naturale” e per questo l’unico riconosciuto come legale, cercando una risposta individuale e collettiva alle mille domande dell’universo intero. Troppe volte hanno pagato con la morte, bruciate sul rogo, impiccate, sul patibolo, colpevoli a volte soltanto di sapere calmare il dolore fisico della peste, delle febbri, della peste, della temperatura così alta che quasi ti incendia.

Una data per ricordare certamente anche quegli uomini che in mille parti del mondo provarono, pensarono, studiarono, strapparono segreti alla morte, smontarono visioni cosmologiche e costruirono sistemi ed idee nuove: dall’antica Babilonia alla Grecia, dall’impero romano all’oscuro medioevo, dai saggi indigeni di quel terzo mondo che l’occidente ha depredato e disprezzato agli attuali ultimi resistenti possessori di conoscenze quasi mai considerate tali dalla cultura imperante.

Come ci suggerisce Valentina, il 31 ottobre celebriamo la grande festa dello spirito e a partire dal nostro carattere collettivo unitario contestiamo la cultura dominante, rifiutiamo la sala da ballo, non precipitiamo nella sinfonia matematica artificiale, né la poesia classista accademica, non roviniamo il succo d’arancia con la vodka, tantomeno feriamo l’acqua con il whisky. Intorno ai falò che sapremo realizzare, ritorniamo ai nostri principi, recuperiamo la comunicazione con piante ed animali, riscopriamo la magia dell’essere e del resistere, lievitiamo al di là dell’universo, dialoghiamo con i nostri morti. E soprattutto formiamo una solida catena di braccia, le dita intrecciate come potenti anelli per salutare e far rivivere la persistente lotta delle donne, la conquista eroica delle streghe di ogni tempo che hanno combattuto e combattono per l’uguaglianza di genere: entriamo a forza nella scienza erudita, alziamo la voce e recuperiamo uno spazio nella vita quotidiana.

Facciamo allora rivivere la storia di Alice Kyteler, irlandese, la prima bruja che la storia ci ricordi, donna bella e indipendente a cui mai si perdonò di essere potente e capace di comandare gli uomini: condannata nel 1324, sparì nel nulla; ricordiamo Madre Shipton, Ursula Nato Sontheil, nata deforme da una relazione clandestina, sottoposta a scherzi e burla, recuperò uno straccio di dignità curando e prevedendo il futuro; morirà nel 1561.

Esce dalla storia Juana Iné̀s de la Cruz, a cui il clero machista impose la vita monastica, più adatta alla sua condizione di donna e suora, piuttosto che alla riflessione teologica, esercizio riservato allora soltanto agli uomini; morirà come portinaia del convento in cui era stata relegata, mentre curava le sue sorelle colpite dal colera nell’epidemia che sconvolse il Messico nell’anno 1695.

Recuperiamo anche la chiaroveggente Joan Wytte, che morirà nel 1813 di polmonite, mentre era imprigionata per le accuse sporte contro di lei dai suoi vicini malevoli ed invidiosi della sua fama.

La lista potrebbe continuare, ma non vi annoierò oltre: ognuna di noi può ritrovare nei propri ricordi altri nomi, altre storie, altre battaglie.

Io preferisco terminare con Febe Elisabeth Velásquez, salvadoregna, che nel 1989, quando la guerra che insanguinò El Salvador per più di dieci anni stava per terminare, fu assassinata insieme ad altri sindacalisti per una bomba collocata nel locale di FENASTRAS, il 31 ottobre. Bruciò come una strega, lei che aveva lottato per anni contro le politiche ingiuste, lei che aveva iniziato a lavorare a tredici anni in una delle più grandi fabbriche tessili del suo paese, filiale di una fabbrica più grande dell’impero nordamericano. Lei che avevo conosciuto ed apprezzato per le sue capacità di dialogo con tutti, lei che sapeva ascoltare, per comprendere e poi lottare, con forza e determinazione. Il suo nome appare ora nel muro della memoria, costruito alcuni anni fa a San Salvador, per non dimenticare le migliaia di vittime di una guerra per la libertà ed una diversa giustizia sociale. Sono riuscita a scovarlo, quando ho percorso il muro, è stato emozionante accarezzarlo, quasi come se volessi stringere ancora una volta quelle mani di donna piccola ma non fragile, riservata ma combattiva

Ed allora, in memoria di Febe, Joan, Inés, Ursula, Alice e le molte altre brujas che sono esistite, pronunciamo i loro nomi, ricostruiamone la memoria e continuiamo la loro lotta.

Glielo dobbiamo.

P.S se cercate in internet l’articolo di Valentina Portillo non lo trovate, chissà chi ha voluto “bruciare” e cancellare queste parole irriverenti ….

e grazie a Nicoletta Crocella per lo spunto che mi ha spinto a scrivere questo articolo.

https://www.facebook.com/groups/119712265367772/?ref=group_header

(*) vicepresidente Associazione Lisangà culture in movimento

 

Teresa Messidoro

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *