Dick nella claustrofobia catto-stalinista

Il meglio del blog-bottega /177…. andando a ritroso nel tempo (*)

«Sesso morboso; gente braccata per atti naturali. Questo sistema è come un’immane camera di tortura dove le persone si scrutano a vicenda cercando di cogliersi in fallo».

Allen Purcell è «il giovane e progressista presidente della più nuova e creativa fra le Agenzie di Ricerca». Nelle prime due righe perde una stanza da letto e guadagna una cucina. Siamo nel romanzo «Redenzione immorale» di Philip Dick (ristampato da Fanucci nella nuova, bellissima traduzione di Tommaso Pincio) del lontano 1956.

Inizio claustrofobico: sottili parete di cartongesso, due sedie pieghevoli e un piano cottura (usato anche da lavello, tavola, credenza) occupano tutto lo spazio. Grazie a vari «dispositivi salvaspazio» la stanza muta di continuo: se il letto sparisce arriva per l’appunto la cucina. Resta poco spazio per vestirsi. Il bagno è nel corridoio, in comune con i vicini. Eppure Purcell è molto fiero di quel monolocale, ereditato dalla famiglia e «difeso per oltre 40 anni». Di là il protagonista può scorgere «la cuspide – benedetta – del Rimor» cioè del Risanamento Morale che governa la società dalla rivoluzione del 1985. Ora siamo nel 2144 e Purcell sta per perdere il suo prezioso appartamento. Accadrà il 6 novembre su decisione dell’assemblea condominiale. I vicini si erano riuniti, come ogni mercoledì, per esaminare – in un clima di «dolciastra malevolenza» – la moralità degli inquilini e fu sollevato il caso del «signor A. P.» che si era «intrattenuto in turpi attività con una giovane donna» ovvero l’aveva baciata. Siamo in una società dove «oddio» è considerata una gravissima bestemmia e dove i critici del Rimor vengono considerati pericolosi anarchici che «vogliono il ritorno della fornicazione, le insegne al neon, la droga».

Come opporsi?

Attenti a questo scambio di battute quasi alla fine del libro.

«Nella tua mente c’è qualcosa che nessun altro ha, ma non si tratta di precognizione».

«Di cosa allora?».

«Hai senso dell’umorismo».

In una società anestetizzata (quella di Dick e, con qualche diversità, la nostra) l’ironia è un’arma potente. Persino contro l’Inquisizione e le «camere stellate» citate da Dick che, ricorda una nota del traduttore, furono introdotte nel 1487 da re Enrico VII per sancire il reato di «lesa maestà» contro chiunque dissentisse; un po’ come – aggiungo io – non essere d’accordo oggi con la Bce o con la Borsa.

Alla fine (Dick non ama l’happy end consolatorio) il sistema Rimor schiaccerà Allen Purcell: non solo perderà l’appartamento ma si auto-denuncerà per un grave reato, aver danneggiato la statua del maggiore Streiter, fondatore del Risanamento Morale. Eppure chi legge ha la sensazione che quel gesto innesterà una rivolta e il romanzo si chiude così con un’esile speranza (un po’ come nei film disperati eppure sempre aperti dei fratelli Dardenne). Anche perché, prima di farsi cacciare dai media, Purcell riuscirà a giocare una beffa – da qui il titolo originale («The Man Who Japed») – degna di passare alla storia. Non la svelerò qui ma vi anticipo che, se leggerete questo libro, quando sentirete le frasi «assimilazione attiva» e «minaccia ricorrente» o persino la semplice parola «bollitura» vi metterete a ridere irrefrenabilmente.

Il tipo di futuro che Dick ha costruito si basa sui “4 peggio”. Il capitalismo-p (cioè peggiore) si mescola al socialismo-p (versione formicaio), all’integralismo religioso che è già p in sè, alla tecnologia-p. Un po’ come in «1984» di Orwell – ma con esiti per certi versi del tutto imprevedibili – abbiamo un totale controllo politico-sociale e una morale sessuofobica imposta ma in più esiste una falsa partecipazione popolare (le assemblee di condominio sono una caricatura dei processi staliniani, riprodotti su scala micro) e una tecnologia sviluppatissima con micro-robot, volgarmente chiamati «balilla», che si infilano dappertutto filmando tutto e tutti.

Sembra che in questa società-incubo dei “4 peggio” rimanga una via d’uscita: i «neuro» (come vengono chiamati con disprezzo), gli asociali, quelli che vanno in tilt possono chiedere aiuto ai Resort della «salute mentale», in apparenza l’unica zona franca dove i robottini spioni o le «coorti» del Rimor non possono entrare. Ma davvero i Resort sono un’alternativa al sistema o piuttosto ne sono il completamento, un luogo e un modo dove controllare e riassorbire chi dissente? Forse l’alternativa è nelle «rovine» di una lontana guerra atomica, quartieri radioattivi dove però sopravvive qualche frammento del passato, compresa la letteratura «pornografica» di Joyce, Truman Capote o il «Decamerone». E mentre si sopprime o si fraintende ogni cultura critica ai bravi cittadini viene lasciata la soddisfazione di riscrivere, in uno dei tanti giochi (obbligatori) di società, vecchi libri – Walter Scott, Charles Dickens – per adattarli ai tempi. Se questo vi sembra inverosimile riflettete un attimo sulla santificazione attuale dell’anarchico De Andrè.

Romanzo minore, dice qualcuno. Dissento, un Dick in gran forma invece. Oltre a essere il consueto caleidoscopio di idee «Redenzione immorale» è anche ben scritto (non sempre Dick, assillato dai creditori, aveva il tempo di “ripulire” i suoi testi). La storia-inganno (fra pagina 111 e 122) a esempio è un piccolo gioiello a sé. Le ultime 9 righe sono perfette.

Pignoleria finale: la fascetta in copertina strilla che il libro è «fuori stampa dal 1986» però a me risulta un’edizione nei Classici Urania nel 1998.

(*) Anche quest’anno la “bottega” recupera alcuni vecchi post che a rileggerli, anni dopo, sono sembrati interessanti. Il motivo? Un po’ perché quasi 16mila articoli (avete letto bene: 16 mila) sono taaaaaaaaaaanti e si rischia di perdere la memoria dei più vecchi. E un po’ perché nel pieno dell’estate qualche collaborazione si liquefà: viva&viva il diritto alle vacanze che dovrebbe essere per tutte/i. Vecchi post dunque; recuperati con l’unico criterio di partire dalla coda ma valutando quali possono essere più attuali o spiazzanti. Il “meglio” è sempre soggettivo ma l’idea è soprattutto di ritrovare semi, ponti, pensieri perduti… in qualche caso accompagnati dalla bella scrittura, dall’inchiesta ben fatta, dalla riflessione intelligente: con le firme più varie, stili assai differenti e quel misto di serietà e ironia, di rabbia e speranza che – lo speriamo – caratterizza questa blottega, cioè blog-bottega. [db]

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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