«Dicono che domani ci sarà la guerra»

Recensione a un bel romanzo di Franco Arba (*)

Dicono-librofranco Arba

C’è una bella canzone (del 1963) di Sergio Endrigo che si intitola «La guerra» ma molti la conoscono come «Dicono che domani ci sarà la guerra» che sono invece i primi versi. Nel lontanissimo 1963 era sovversivo “parlar male” dei militari o anche solamente ricordare che nelle battaglie morivano i poveri cristi mentre gli eroi erano un’invenzione. Oggi che l’Italia e l’Uccidente di nuovo “glorificano” le guerre come soluzione di ogni problema ci tocca cantare ancora, ricordare, insegnare tutto ciò che “diffama” i militari e i mercanti di morte. E’ un discorso che qui in “bottega” rifaremo – grazie a chi darà una mano – ma oggi i bei versi di Endrigo aprono la recensione a un libro che ha scelto di intitolarsi proprio con un omaggio a questa canzone.

«Dicono
che domani ci sarà la guerra
e domani sotto la tua casa
sfileranno cento baschi neri
e i tuoi occhi rotondi
mi cercheranno.
Ti hanno detto di aspettarmi
senza fare tante storie
e chi scriverà la storia
non parlerà di te […]».

Qui potete ascoltarla tutta : Sergio Endrigo – La guerra – YouTube

A gennaio le edizioni LiberAria (bellissimo nome) di Bari hanno pubblicato «Dicono che domani ci sarà la guerra» – 250 pagine per 15 euri – di Franco Arba, nato a Nuoro ma che, dopo molti anni in Gran Bretagna, si trasferisce a Bologna… dove però non l’ho incontrato (lo dico per chi malignamente pensa “sarà un amico suo”).

Il libro si apre con una bella frase di Franziscu Masala. E dopo un breve prologo, eccoci in «Sa gherra manna», il massacro 15-18.

«Le guerre sono sempre brevi per chi le dichiara», spiega Simone.

«Stavo per uccidere un uomo guardandolo negli occhi, dovevo sparare, ma il dito non si piegava».

La guerra non ha il profumo dell’eroismo ma «odore di zolfo e polvere che ti rimane addosso per settimane, di bestemmie e di preghiere, di sudore e piscio e vomito tuo e di chi combatte accanto a te».

«I nemici erano dall’altra parte della trincea o tra gli alti comandi» e di nuovo Simone precisa: «più tra gli altri comandi che tra gli austriaci».

Così nella prima parte del romanzo; e spero che già queste poche citazioni vi abbiano fatto venir voglia di leggerlo.

Nella seconda parte torniamo in Sardegna dove ovviamente «La guerra aveva arricchito solo i latifondisti e i proprietari delle miniere»

La frase del titolo è a pagina 111 in apertura della terza parte dove si incrociano le speranze dei proletari in faccia agli inganni di D’Annunzio e dei nazionalisti, le prime azioni squadriste del fascismo e le vicende più private di Enrico, il protagonista.

«Del buon cibo conoscevo solo il profumo che arrivava dalle cucine della case dei ricchi».

Nella quarta parte del romanzo Enrico torna dalla tragicomica impresa di Fiume. La quinta racconta il fascismo verso la presa del potere. Nella sesta Enrico abbandona «ogni velleità o illusione politica» anche perché «gli ideali del sardismo erano stati venduti per un miliardo, barattati per quintali di pecorino e grano […] Un altro tipo di sardismo trasformò i suoi aderenti in ascari dell’ormai incontrastato capo di governo».

Verso il bell’epilogo. Ma se non ho raccontato la trama, fiiiiiguratevi se svbelo il finale.

Un buon romanzo. Come scrive, in quarta di copertina, Michela Murgia: «Un libro fatto di appartenenze, dove la tua patria è una sola per sempre ma la gente è la tua gente ovunque».

(*) Questa recensione va a collocarsi nella rubrica «Chiedo venia», nel senso che mi è capitato, mi capita e probabilmente continuerà a capitarmi di non parlare tempestivamente in blog di alcuni bei libri pur letti e apprezzati. Perché accade? A volte nei giorni successivi alle letture sono stato travolto (da qualcosa, qualcuna/o, da misteriosi e-venti, dal destino cinico e baro, dalla stanchezza, dal super-lavoro, dai banali impicci del quotidiano +1, +2 e +3… o da chi si ricorda più). Ogni tanto rimedio in blog a questi buchi, appunto chiedendo venia. Ah, alcuni libri li compro in ritardo magari sulle bancarelle, o li vado a prendere in biblioteca, visto che costano troppo per le mie attuali tasche. O me li regalano… grazie Tiziana. «Allora fai il recensore?» mi domandano qualche volta. «Re e censore mi sembrano due parolacce» spiego: «quel che faccio è leggere, talvolta commentare, cercare connessioni, se è fiction accennare alle trame (svelare troppo no-no-no, non si fa), tentare di vedere perché storia o tema, personaggi o protagonisti, e stile o analisi mi hanno convinto o catturato». Altra domanda: «e se un libro NON ti piace, ne scrivi lo stesso?». Meditando-meditonto rispondo: «In linea di massima ne taccio, ci sono taaaaanti bei libri di cui parlare perché perder tempo a sparlare dei brutti?». (db)

 

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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