dicono di Peter Handke

a  confronto le interviste di Erri De Luca, Helena Janeczek, Chief Joseph, Salman Rushdie e Santa Spanò con un’intervista (del 2010) di Tommaso Di Francesco

 

scrive Helena Janeczek

Penso che si possa essere contenti del Nobel a Peter Handke considerandolo uno degli scrittori più importanti della letteratura mondiale del secondo novecento.
Ma penso pure che dal quadro complessivo non vada esclusa questa immagine al funerale di Milośević da lui apprezzato come “difensore del popolo” serbo.

Cerco di fare il punto su questa storia per come la so io.
Non è una storia semplice e, proprio per questo, penso che vada la pena di esporla.

Peter Handke non è “German”, come all’epoca della polemica sul suo primo saggio filoserbo, titolò non ricordo quale giornale americano. E’ nato nel 1942 in un piccolo comune della Carinzia, la parte più sud-orientale dell’Austria, figlio illegittimo di una madre slovena. Quella madre poi suicida a cui dedica uno dei suoi libri più belli: “Infelicità senza desiderio”.
Durante il nazismo, quando l’Austria si fece di buon grado annettere al Terzo Reich, gli sloveni furono non solo fortemente discriminati, ma alla fine addirittura deportati.
In Carinzia, terra di frontiera, come nei territori limitrofi fascisti (Friuli Venezia Giulia e Istria), si organizzò una resistenza partigiana slovena, in collegamento con quella jugoslava e titina il cui impulso maggiore era serbo.

Ma fino allo scoppio della Guerra dell'(Ex) Jugoslavia, Peter Handke non era mai stato uno scrittore “impegnato” né in qualche modo filocomunista o filotitino. Anzi al contrario era uno che aveva programmaticamente rivendicato di essere “un abitante della torre d’avorio”. Infatti i suoi libri (tranne gli interventi filoserbi) sono davvero privi di segni premonitori di un’ideologia chauvinista, a differenza di altri (grandi) scrittori che si sono schierati da quella parte.

Handke viveva e vive tuttora alle porte di Parigi e sembra aver reagito con un’irritazione crescente e poi montata agli estremi alla rappresentazione dei conflitto nei media tedeschi, dove, semplificando, gli unici “cattivi” erano i serbi e non anche i croati che, proprio allora, cominciavano a celebrare gli ustascia e il loro fondatore Ante Pavlević, molto volonterosi carnefici al fianco dei nazisti, molto più attivi a fare strage di ebrei e rom. A questo si sommava un’avversione da “abitante della torre d’avorio”, ossia di uno scrittore che coltivava una visione appartata e raffinata del mestiere di scrivere rispetto al gergo giornalistico. Insomma una polemica – quasi un po’ “pasoliniana” – contro la semplificazione e il consumismo regnante in occidente.

Tutto ciò ha fatto sì che Peter Handke diventasse il fiore all’occhiello della propaganda di Milošević, un utile megafono che ripeteva anche le menzogne più terribili e deliranti, come la negazione del genocidio di Srebenica e il fatto che i bosniaci avrebbero orchestrato loro stessi l’assedio di Sarajevo.

da qui

 

Peter Handke intervistato da Tommaso Di Francesco, Il Manifesto, 2010

“Lei è stato accusato d’avere portato una rosa rossa sulla tomba di Milosevic e di avere approvato il massacro di Srbrenica?
«È una menzogna assoluta. Il Tribunale di Parigi ha condannato il Nouvel Observateur per diffamazione per queste affermazioni: m’avevano attribuito che io avevo dichiarato d’essere felice solo vicino Milosevic. Chi mi conosce sa che odio tutti gli uomini di potere. Ma naturalmente tutti i giornali francesi hanno oscurato la condanna. Hanno fatto la campagna contro di me arrivando al risultato della Comédie française che ha annullato un mio lavoro in programma, e poi hanno taciuto che non era vero quello che avevano detto. Amo profondamente la Francia di George Bernanos, di François Mauriac, e soprattutto di Albert Camus ma la cultura di questa Francia è veramente vergognosa. Ci sono ormai le caricature della letteratura e della filosofia come André Gluksmann, Bernard-Henri Lévy, e le macchiette del diritto internazionale e dell’umanitario come Bernard Kouchner, diventato nel frattempo ministro degli esteri. Quanto a Srbrenica hanno fatto la caricatura delle mie parole. Io ho condannato i crimini commessi dai serbi, ho ricordato però che tutto è incomprensibile se non si ricordano le stragi, anche di donne, vecchi e bambini – non come a Srbrenica – perpetrate prima dalle milizie bosniaco musulmane guidate dal comandante di Srbrenica Naser Oric nei villaggi intorno a Srbrenica, a Kravica, a Bratunac. Fatte con l’autorizzazione del presidente Izetbegovic. Era una feroce guerra interetnica e interreligiosa da denunciare tutta quanta».
Non pensa di avere sbagliato ad andare nel 2006 al funerale di Milosevic morto nel carcere dell’Aja?
«Non ero invitato e potevo starmene a casa. No, mi sono detto, devo andarci anche se sarà dannoso per me. E infatti hanno subito fatto tsunami contro di me falsando ogni mia parola. Sono riconoscente ai miei libri, ma sono fiero di questa scelta. E’ una testimonianza che aiuta anche la nuova Serbia, quella che ora si batte perché il Kosovo non venga sottratto alla sua sovranità, storia e cultura. Così come sono fiero di essere andato prima all’Aja, non per riverire Milosevic, non mi interessava nulla di lui come uomo di potere. So che anche i serbi hanno commesso crimini, che non difendo. Insisto a denunciare la natura di una guerra complessivamente fratricida. Sono andato all’Aja perché era ancora in carcere accusato di tutto e come unico colpevole della guerra dei Balcani che ha visto, dal 1991 al 1995 e poi dal 1996 al 2002, ben sette fronti di guerra, e alcuni con Milosevic non ancora al potere o non più al potere, quando non addirittura coinvolto a sancire la pace, com’è accaduto a Dayton per la Bosnia Erzegovina, con tanto di ringraziamenti Usa. Sono andato all’Aja soprattutto perché penso che il politico in carcere sia molto più interessante di quando comanda. Del resto ero in buona compagnia con l’ex ministro della giustizia statunitense, Ramsey Clark».
[Peter Handke a Tommaso Di Francesco, Il Manifesto, 2010]

 

Dal Kosovo al Colorado – Salman Rushdie

Nell’accesa battaglia per il titolo di Scemo Internazionale dell’Anno sono in lizza due pesi massimi. Il primo è lo scrittore austriaco Peter Handke, che ha stupito persino i più ferventi ammiratori delle sue opere con una serie di appassionate apologie del regime genocida di Slobodan Milosevic. Per i suoi servigi propagandistici, è stato insignito dell’Ordine dei Cavalieri serbi durante una sua recente visita a Belgrado. Tra altre sue precedenti idiozie, Peter Handke aveva sostenuto che i musulmani di Sarajevo si massacrassero regolarmente da sé per poter accusare i serbi, e aveva negato persino il genocidio perpetrato da questi ultimi a Srebrenica. Ora ha paragonato i bombardamenti aerei della Nato all’invasione degli alieni nel film “Mars Attacks!”; e per di più ha comparato, con una futile commistione di metafore, le sofferenze dei serbi a quelle dell’Olocausto.

Al momento, il suo rivale in scemenze di classe mondiale è l’attore cinematografico Charlton Heston. Il suo commento, in qualità di presidente della Us National Rifle Association, al recente massacro degli innocenti ad opera dei giovani Dylan Klebold e Eric Harris alla Columbine High School di Littleton, Colorado, è un vero capolavoro di balordaggine: è convinto dell’opportunità di armare gli insegnanti americani, poiché ritiene che le scuole sarebbero più sicure se il personale didattico avesse la facoltà di abbattere a revolverate i fanciulli affidati alle sue cure.

Non intendo tracciare facili paralleli tra i bombardamenti aerei della Nato e il massacro del Colorado. No, la violenza maggiore non genera quella minore. E non è neppure il caso di voler vedere troppi significati nell’assonanza tra le tendenze hitleriane di Milosevic e la funesta celebrazione del compleanno di Hitler da parte della cosiddetta “mafia degli impermeabili”; o nella correlazione, anche più raccapricciante, tra la mentalità da videogiochi dei killer del Colorado e i video aerei ripresi dal vivo ed esibiti ogni giorno dai pubblicitari della Nato.

Bisogna ammettere che rispetto alla guerra si è portati a provare sentimenti ambigui a fronte della confusa azione della Nato, del suo modo di cambiare politica in piena corsa. Ci hanno appena detto che non era possibile prevedere la selvaggia ritorsione di Milosevic contro il Kosovo; e un attimo dopo sostengono che era tutto preventivato. Oppure: non si prevede di dispiegare truppe di terra; anzi, ripensandoci meglio, può darsi di sì. E gli obiettivi della guerra? Strettamente limitati. Vogliamo soltanto creare un porto sicuro nel quale i profughi kosovari possano ritornare. Anzi no, marceremo fino a Belgrado e faremo fuori Milosevic. Non ripeteremo l’errore commesso con Saddam! Tuttavia, una cosa è obiettare contro questi tentennamenti e contraddizioni, e altra è fiancheggiare l’orrore, come fa Peter Handke, con un misto di follia e di cinismo.

L’intervento della Nato è moralmente giustificato dalle sofferenze che vediamo ogni sera sui nostri schermi televisivi; e imputare al suo intervento la tragedia dei profughi equivale ad assolvere le milizie serbe dei loro crimini. Va detto e ripetuto che la colpa del terrore e delle vittime è di chi commette gli assassinii e gli atti di terrorismo. Quanto alla strage in Colorado, bisogna ammettere che le armi non sono la sola causa di questo orrore.

I killer hanno imparato su Internet a fabbricare bombe, e per i loro impermeabili hanno tratto ispirazione da un film con Leonardo Di Caprio. Da chi hanno imparato a dare così poco valore alla vita umana? Dai loro genitori? Da Marilyn Manson? Dai Goths? Ma dire questo non significa certo adottare la posizione impenitente di Charlton Heston, il quale sostiene che “il vero problema sono i ragazzi, non le armi”. Il signor Heston ha una certa pratica nell’enunciare con toni biblici comandamenti del tipo: difendi il tuo diritto di girare armato alla faccia di tutti. Non sarai certo rimproverato solo perché qualche ragazzetto ci avrà rimesso le penne.

Il Kosovo e il Colorado hanno in realtà qualcosa in comune: stanno a dimostrare come nel nostro mondo instabile, versioni incompatibili della realtà si scontrano tra loro, con risultati sanguinosi. Questo però non vieta di formulare un giudizio morale sulle versioni contrastanti del mondo in guerra tra loro. Quelle di Handke e di Heston non possono che essere giudicate riprovevoli e indifendibili, e meritano di essere distrutte.

Anche se è stato coautore del grande film “Il cielo sopra Berlino”, Peter Handke, definito un “mostro” da uomini come Alain Finkielkraut e Hans Magnus Enzensberger, dal filosofo sloveno Slavoj Zizek e dal romanziere serbo Bora Cosic, merita di essere “finished” (liquidato), secondo la concisa espressione di Susan Sontag. E benché Charlton Heston abbia regalato a milioni di spettatori qualche tranquillo sonnellino nella penombra dei cinema, con quel suo volto così sottilmente mobile da far pensare al Monte Rushmore, merita anche lui di essere radiato.

Chi vincerà il premio? Con la sua follia, Peter Handke si è reso complice di un orrore su vasta scala, ma fortunatamente in pratica non dispone di alcun potere. Dal canto suo, Charlton Heston, che guida negli Stati Uniti la lobby della diffusione delle armi, sta facendo del suo meglio per farle entrare come parte integrante di ogni casa e famiglia americana. Così, uno di questi giorni, in qualche parte dell’America, un altro giovanotto impugnerà un fucile per sparare addosso ai suoi amici. Data la maggiore efficacia della sua follia, consegno la palma a Charlton Heston. Ma non siamo ancora alla fine del primo semestre dell’anno, e non è escluso che qualche imbecille ancora più grosso si faccia avanti per contendergli il titolo. Teniamo gli occhi bene aperti.

articolo apparso su Repubblica dell’8 maggio 1999 – Traduzione di Elisabetta Horvat

da qui

 

ecco un commento di Chief Joseph:

Emozioni
L’emozione nasce dalle viscere che impediscono al cervello di prendere
i soliti pannidall’armadio per vestire un particolare momento:
ciascun essere umano, forse, anche ciascun vivente, crea e partecipa al sentire senza riuscire a definire.
Qualcuno,come l’artista, sviluppa una logica particolarmente creativa che, però, non è
separabile da lui medesimo perché, in questo caso, il percorso rimarrebbe monco e
incompleto. Di fronte ad un campo di grano agitato dal vento è naturale collegare
quel sentire emozioneai meccanismi, scrutabili e imperscrutabili della natura. Allo
stesso modo, leggere un libro, guardare un film, osservare un quadro, partecipare a
un concerto non può prescindere da un immediato collegamento con il terminale
attivo di quell’esperienza. Rifiutare, più o meno consapevolmente, questo
collegamento, porta ad essere delle scimmie ammaestrate, portatori passivi di
un’emozione che non ha nessuna possibilità di fruttificare. L’emozione è completa
quando, nel momento in cui si accende, si diventa portatori attivi di quel sentire che
entra a far parte delle relazioni e della quotidianità. In caso contrario, ci si potrà
commuovere fino alle lacrime, ma, una volta asciugati gli occhi, quel sentire morirà.
Non è possibile separare l’arte dall’artista: se so che Coppola, per rendere più
emozionanti alcune sequenze di Apocalypse Now, ha bruciato degli alberi, le
sensazioni provate davanti a quelle immagini non potranno impedirmi di pensare al
delitto commesso per ottenerle. Nello stesso modo, se so che Peter Handke è stato
al fianco di Slobodan Milošević quando costui macellava la Bosnia non posso
giudicarlo solo per la qualità dei suoi libri.
La commozione, la rabbia, il dolore, lagioia non potranno essere messe in contatto con la quotidianità se chi accende emozioni sta barando. E se bara il portatore attivo, chi riceve sarà nell’impossibilità di far proseguire a sua volta la comunicazione, senza sviluppare un esponenziale percorso schizofrenico.
L’emozione diventa mercificata commercializzata e nessuno
garantisce per quel prodotto, tanto meno il produttore, e i cestini dell’immondizia
sono desolatamente pieni di emozioni vissute e poi sbattute via. Un’emozione
infeconda e come un seme transgenico che nasce, cresce e, nel momento in cui dà
frutti, muore e si trasforma in un’orribile sirena – con il viso mostruoso, il corpo
deturpato, la voce falsa e stridula – che cattura tutte le ombre per celebrare la
vittoria dell’ipocrisia, del virtuale, della stupidità,… Un’emozione mercificata,
impedendo l’esplosione dei sentimenti, spegne la vita quotidiana e si trasforma in un
cinico vecchio senza speranze che non può negarsi alla dittatura della società
dell’apparire, del cinismo e dove l’altro serve solo per mostrare e celebrare
se stessi.

 

QUI Peter Handke nel ritratto che ne fa Santa Spanò

 

QUI la recensione di un libro di Peter Handke, in bottega

 

scrive Erri De Luca:

Peter Handke è un bambino che ha saputo tutto del mondo e se ne va tra gli adulti raccontando loro qualche dettaglio. I bambini sono spietati nel sapere tutto, ma lui ha una speciale tenerezza per gli adulti e li preserva dallo sgomento. Glielo accenna, ma lo tempera con un po’ di presa in giro. Cosa conoscono i bambini di così intero? Che gli adulti non possono prendere il mondo alla lettera e se lo devono incartare dentro le metafore. Hanno bisogno di interpreti, di oroscopi, di segni.

Peter Handke si siede a una tavola da pranzo dinoccolato e assente. Osserva dal bordo di un paio di lenti le schermaglie di due commensali che cercano di scambiarsi un contegno. Avrebbe voglia di prenderli a palline di pane.

I bambini sanno tutto del passato, tutte le lingue. Lo sforzo che li espella dal sacco di placenta serve a far dimenticare. Per nascere bisogna cancellare, l’uscita ha bisogno di azzeramento.

Una volta gli ho macchiato il legno quasi bianco del tavolo col cerchio di un bicchiere di vino. Si stupì come Cimabue del cerchio fatto a mano libera dall’allievo. Ci ha messo tempo a cancellare l’impronta. Per lo scrittore il tavolo è la succursale dell’altare. In questo sono un poco di buono del mestiere, scrivo sulle ginocchia, anche questa nota su di lui. Anni dopo mi ha fatto vincere un premio letterario, ci siamo ritrovati in riva a un lago. Passavamo da un castello all’altro, da un latifondista a un principe. Gli è venuto di dirmi sotto i baffi: ”Ehi, lotta continua!”. Già: non eravamo in visita alla Comune di Parigi.

Abbiamo coinciso in fondo al 1900. Nell’ultimo anno, nell’ultima primavera del nostro secolo, lui e io, ognuno per conto proprio, siamo stati in Belgrado a condividere il suono delle sirene di allarme che precede i bombardamenti aerei. Ho letto le sue motivazioni, più forti delle mie. Per me si trattava semplicemente di questo: so da mia madre che il bombardamento aereo di una città è l’atto terrorista per eccellenza. Vuole distruggere e terrorizzare il maggior numero di persone inermi, di ogni età, colpite nel mucchio e a casaccio. Questo è terrorismo puro. Bombardare un centro abitato è una infamia e una vigliaccheria, da Guernica in poi. A Belgrado nella primavera del ’99 disertavo dal mio paese complice entusiasta e servile di chi scaricava esplosivo sulle case.

Da qualche parte nella stessa città anche Peter ascoltava la stessa colonna sonora del 1900, la sirena di allarme. Ero solo nella stanza di albergo, nella strada, sui ponti di Danubio e Sava davo il cambio a mia madre ragazza sotto i bombardamenti di Napoli. Le mie motivazioni di residenza in Belgrado erano minori e meridionali rispetto a quelle di Peter. Non ci è più capitato, ma restiamo due capaci di coincidere di nuovo dentro un campo in fiamme, stare dalla parte del suolo.

da qui

Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

2 commenti

  • Grazie per la condivisione, Francesco.
    E per questa disamina su Handke, l’importante è leggere e “pensare”, poi possiamo confutare, criticare, denunciare, non condividere.
    Come lui stesso ha scritto: “Vorrei appendere davanti a casa mia un cartello con l’ammonimento: “Attenzione, in questa casa si legge!”.

  • (dall’estero) puo darsi che sia in causa la mia “conoscenza” dell’italiano però temo di non mai capire come si possa far perdere alla gente il suo tempo con queste puerilità : CHI VA AL FUNERALE DI UN MILOSEVIC SA PERFETTAMENTE CIO CHE STA FACENDO.

    PS. le colpe del campo cosiddetto opposto sono ciò che sono però non fanno che aggiungersi : non si vede in qual modo il show di… Bernard-Henry Lévy ed altri cambierebbe qui qualcosa

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