Dieci maestre avide di libertà

    recensione di Barbara Bonomi Romagnoli al romanzo «Il giudice delle donne» di Maria Rosa Cutrufelli

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Si respira il desiderio del futuro che vorremmo nel nuovo romanzo di Maria Rosa Cutrufelli, «Il giudice delle donne», appena edito da Frassinelli (18 €). Una storia vera dei primi del Novecento con la forza dell’attualità, nel 70° anniversario del voto alle donne in Italia, e la prospettiva di un’impresa ancora da compiere del tutto, perché «è talmente precaria la nostra libertà! Basta un soffio e se ne perdono le tracce» commenta Alessandra, la giovane maestra esuberante che insegue l’emancipazione, anche a costo di finire in una struttura fatiscente, che ieri come oggi alcuni si ostinano a chiamare scuola.

Siamo nel 1906 a Montemarciano, paese in provincia di Ancona che guarda l’Adriatico, e qui dieci maestre, capeggiate da Luisa la moglie del sindaco socialista, accolgono l’appello di Maria Montessori a chiedere il diritto al voto, quel suffragio universale valido in realtà solo per i maschi. Una vicenda che racconta Cutrufelli «ho “ri-scoperto”, dopo che ne avevo letto sui libri delle nostre storiche (storiche femministe, intendo) ma non mi ero mai soffermata sull’importanza, anche simbolica, di questo episodio, forse perché si trattava sempre di poche righe; così è stata una sorpresa quando, di passaggio a Senigallia, ho visto la targa commemorativa sul muro del municipio: caspita!, mi sono detta, ma qui abbiamo le prime elettrici della storia europea, anzi mondiale, perché solo in Australia e in Nuova Zelanda le donne avevano già vinto questa battaglia. È stato in quel momento che mi sono ripromessa di raccontare quella storia».

Per farlo si è immersa nella ricerca e studio di documenti e testi dell’epoca, ricostruendo nella trama e nel lessico i toni di quegli anni tesi alla conquista della modernità che sembrava a portata di mano, prima di cadere nell’orrore della prima guerra mondiale e del fascismo. Una scrittura come sempre profonda e ariosa al tempo stesso, quella di Maria Rosa Cutrufelli, capace di tratteggiare le pieghe dei sentimenti e i paesaggi sociali in movimento. Racconta gli anni in cui le donne iniziavano a uscire di casa, e per farlo alcune di loro diventavano maestre, un mestiere che “ha fatto l’Italia”, arrivando nei luoghi più sperduti per alfabetizzare il paese e scontrandosi con una società contadina dove il lavoro minorile era la regola: «il vero rivale delle maestre è il lavoro nei campi. L’alfabeto viene dopo la terra, non c’è rimedio» pensa la protagonista nel dare le pagelle ai pochi rimasti, sì perché quelli sono anche gli anni della grande emigrazione verso le Americhe. Fin in Argentina è andato il babbo di Teresa, bambina divenuta muta e che nel cuore ha stretto un segreto che scopriremo man mano nel corso della lettura.

Non solo, il 1906 è anche l’anno dell’Expo di Milano e di chi lo racconta, come Adelmo, giovane cronista di provincia che ha seguìto con sguardo attento la storia delle “maestrine”, così le chiama senza rendersi conto della svalutazione insita nel termine, andando a scovare anche il “giudice delle donne”, quel Lodovico Mortara presidente della corte di Appello il quale dirà che le donne hanno diritto ad iscriversi nelle liste elettorali. Un giudice contro tendenza, una sentenza che farà discutere sia i conservatori che i progressisti del tempo e che provò a dire, ai primi del Novecento, che «la legge è statica, ma la giurisprudenza è dinamica. I costumi cambiano e sono l’opera del giudice a rendere viva la legge». Una legge, anche non scritta, che vorrebbe le donne lontane dalla politica, di nuovo, ieri come oggi. Il rapporto fra le donne e il voto, e la rappresentanza che ne consegue, non è mai stato un rapporto facile, forse perché «non si tratta solo di un diritto di libertà, come dicono i giuristi – sottolinea Cutrufelli – ma anche di un “potere” che dà autonomia e capacità negoziale, ed è proprio questo “potere” che la cattiva politica vuole erodere e ridurre al minimo». Le maestre marchigiane non vinsero del tutto la loro battaglia ma aprirono un varco fondamentale per la speranza del cambiamento: a 110 anni di distanza quel fermento sembra essersi trasformato in una palude, diritti delle donne compresi. Ma se volessimo ripartire e riprendere in mano quel filo, Cutrufelli non ha dubbi e risponde con le parole di Emmeline Pankhurst, suffragetta inglese, «mai sottovalutare la propria forza…» e continuare a raccontare le storie che nessuno racconta.

(*) questa recensione è stata ripresa anche sul quotidiano «il manifesto».

 

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