Donne astronaute con felice futuro

  Una vecchia recensione di Erremme Dibbì (*) a «Diario di un’astronauta» di Naomi Mitchison che finalmente torna in libreria. Più un piccolo quiz: cosa notate in queste tre copertine?

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  Un libro che amo e che ho molto amato, «Diario di un’astronauta»: acquistato due volte e che ora ri-comprerò per ri-leggerlo e poi schedarlo nella BCFB, cioè Biblioteca Circolante Fantascienza Barbieri, quei libri “doppi” che presto – voce del verbo – perché amici/amiche al più presto – sostantivo avverbiale o come si dice – li leggano.

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Alla seconda uscita la collana di fantascienza al femminile La Tartaruga Blu ha messo a segno un altro buon colpo, offrendo la possibilità di approfondire la conoscenza di una autrice poco nota in Italia (unica eccezione negli ultimi anni è il bel racconto «Mary e Joe» nell’antologia «Nove vite» degli Editori Riuniti).

Piacevole nello stile e sorprendente nella biografia Naomi Mitchison: nasce nel 1897 in un prestigioso clan scozzese e poi nella sua lunga carriera scrive di tutto (poesia, teatro, storia, saggistica politica ma anche romanzi per ragazzi) mentre si interessa attivamente di politica e di problemi sociali. Per la sua attiva partecipazione alla lotta per l’indipendenza del Botswana è stata nominata “Madre della tribù Bakgatla”. E se non bastasse ha messo al mondo 5 figli.

Questa straordinaria ricchezza di vita e la ben sperimentata maternità sono fra gli elementi forza del romanzo «Diario di un’astronauta» (del 1962) scritto dalla Mitchison quando già era nonna. Inizia sintomaticamente con la frase «Penso ai miei amici e ai padri dei miei figli. Penso ai miei figli, più spesso a Viola che ai miei 4 figli normali. E penso ad Ariel. E all’altro».

L’astronauta è Mary, una donna consapevole di sé e della propria identità, emancipata e indipendente, ma che mantiene inalterato il rapporto con le proprie emotività e femminilità. Mary, che è l’opposto dello stereotipo dell’astronauta (oca o avventuriera) partecipa all’esplorazione delle galassie in qualità di esperta nelle eso-comunicazioni: dipende cioè dalla sua sensibilità, intelligenza e adattabilità riuscire a entrare in contatto con farfalle telepatiche, echinodermi con logica quintupla e larve giocherellone,

In questo futuro piacevole e tranquillizzante, dove socialismo e femminismo hanno stravinto, è possibile colloquiare con i più comuni animali terrestri: cavalli, cani, maiali o sciacalli, Perché «si può comunicare con qualsiasi forma vivente, per quanto distruttiva e priva di coscienza possa essere»; anche se «i leopardi hanno sempre la testa altrove».

Nella attenta postfazione di Luciana Percovich, che ha curato inoltre la traduzione, sono suggerite numerose chiavi di lettura. Su un punto concordiamo sicuramente: il modo in cui «Diario di un’astronauta» affronta il tema della maternità, cosciente e consapevole ma anche felice e libera, è «tra i più alti» mai comparsi nella letteratura fantascientifica.

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(*) Con il titolo «Memorie di unastronauta donna» il libro è stato da poco ripubblicato da Castelvecchi nella collana Biblioteca dell’immaginario; disponibile anche in eBook. Nel luglio 1995 il romanzo approdò anche sui Classici Urania con un’ottima prefazione di Nicoletta Vallorani. Piccolo quiz: guardate le tre copertine delle edizioni italiane e fatemi sapere se vi viene un pensiero maligno; probabilmente è lo stesso mio. Io ho ritrovato il libro, nella edizione La Tartaruga, con “spillata” la recensione apparsa sul quotidiano «il manifesto» – il 5 novembre 1988 – a firma Erremme Dibbì che è riproposta qui sopra; se la memoria non mi tradisce, il nostro titolo non era quello che ho recuperato ma «Un’astronauta: dove l’apostrofo conta assai».

In “bottega” l’ho ricordato più volte: Erremme stava per Riccardo Mancini e Dibbì per Daniele Barbieri; così ci firmammo per anni, scrivendo insieme di fantascienza e altro. L’anno prossimo saranno 10 anni da che Erremme è volato nel quartiere accanto, senza salutarmi o lasciare indirizzo; ma prima o poi lo troverò: al solito gli ruberò un paio di Lucky Strike e lo sfiderò a boccette, jazz in sottofondo o anche sopra chè a volte è trooooooppo bello per lasciarlo sul fondo. Come adesso: mentre scrivo sto ascoltando «Grand central» di John Coltrane. E qualcosa del genere spero per tutte/i voi. (db anzi dibbì)

 

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Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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