Dopo Mafalda

Quino nel ricordo di Daniele Barbieri cioè dbx (*)

Devo confessare che quando scoprii Mafalda, negli anni Settanta, ero insieme ammirato e infastidito. Capivo bene il perché dell’ammirazione; molto meno quello del fastidio. Io non lo sapevo, ma all’epoca Quino aveva già smesso di disegnare Mafalda, che aveva realizzato dal 1962 sino al ’73. Dopo Mafalda, la sua produzione fu centrata su brevi storie umoristiche, sviluppate su una pagina, senza un personaggio fisso ricorrente. Quando iniziai a conoscere anche quelle, il fastidio sparì. Le trovai meravigliose, sempre centrate, e basta.

Ora, a posteriori, credo di capire perché Quino abbia smesso di disegnare Mafalda, dopo 10 anni di successi nazionali, e con quelli internazionali che stavano iniziando, contravvenendo alla logica commerciale più elementare, secondo cui cavallo che vince non si cambia. La sua spiegazione ufficiale fu che si sentiva a corto di idee. E questa è senz’altro la superficie, vera, ma poco significativa.

Rileggendo Mafalda, con tutta la sua irriverente, spinosa, efficacissima acutezza negativa, non posso fare a meno di percepire oggi ciascuna delle sue strisce come un rigoroso teorema, dove si dimostra la presenza del male a partire da presupposti quotidiani, e sempre con soluzioni originali e sorprendenti. Come dire, il male, more geometrico demonstrato. Che una tale devastante dimostrazione uscisse sempre dalla bocca di una bambina o da un’interazione fra bambini la rendeva ancora più netta e incisiva.

Ma Quino non stava tutto lì. Una cosa che caratterizza le sue produzioni umoristiche successive, non meno graffianti, non meno implicitamente (o esplicitamente) politiche, è un inesauribile fondo di tenerezza per le debolezze umane, sempre presente, sempre intenso. Il male continua a esserci ma ci appare temperato da questa, chiamiamola così, comprensione affettuosa.

Credo che stia in questo la ragione profonda per cui Quino smise di realizzare Mafalda, non trovando più idee. Inventare le strisce di Mafalda vuol dire abitare costantemente nella dimensione del male, inventandone ogni giorno una dimostrazione nuova ed efficace. Vuol dire vivere senza redenzione, con gli occhi spalancati nel fondo dell’abisso.

In una logica stretta e commerciale del successo, Quino avrebbe dovuto proseguire. Visto che qualcuno li apprezza, e ne esiste un mercato, anche il progressismo e la rivoluzione e la critica al capitalismo sono beni commerciabili, su cui ci si può arricchire. Ma Quino decise che il prezzo da pagare per questo successo sarebbe stata troppo alto.

Forse la dimensione della tenerezza era implicita in Mafalda, almeno alle origini, poiché tutto era ambientato in un mondo di bambini. Ma poi, progressivamente, la crudezza sarcastica aveva vinto, in maniera irrimediabile – perché ogni autore rischia sempre di diventare prigioniero del proprio successo, realizzando quello che il suo pubblico vuole da lui.

In nome del bisogno di esprimere la tenerezza, la pietà, la comprensione, Quino cambiò strada, e non sbagliò. Onore al creatore di Mafalda. Onore all’autore che ha saputo abbandonarla.

(*) Non è il Daniele Barbieri, “titolare” della bottega (dby) ma un omonimo. La strana – ma veridica storia – fu spiegata qui: Omonimie: Daniele Barbieri (x e y)

La Bottega del Barbieri

2 commenti

  • Giorgio Chelidonio

    Non ho sottomano la mia raccolta di “Linus” (avendola relegata “in montagna”) e non ricordo se e quanto nei primi numeri (che acquistai dal ’70 circa in poi) ci fossero strisce di Mafalda.
    “Il successo, quale che sia, sclerotizza la sua stessa natura”: non so se sia una frase celebre nè chi l’abbia detta ma mi ricorda una battuta che girava proprio in quegli anni: “Cosa leggono gli operai dell’hinterland industriale milanese? > “TV Sorrisi e Canzoni” e (forse, allora mi pareva impossibile) “Grand Hotel” > “E cosa possiamo fare per aumentare la loro cultura?” > “Stamparne più copie”.
    Allora le mie “stelle polari linusiane” erano Peanuts, Mago Wiz e BC, ma non mi dispiaceva Mafalda che, occasionalmente, riusciva a “bucare” più con qualche sentenza fulminante che con la grafica.
    Grazie a Dbx per farmi riaffiorare le strisce non mafaldiane di Quino, mini-storie gradevolmente complesse come segno quanto graffianti e folgoranti.
    E un grazie a Quino per averci regalato, post 1973, quest’altra sfaccettatura della sua arte.
    Purtroppo, l’abuso pubblico (specie dal diffondersi del digitale online) di vignette originali (mafaldiane e/o linusiane) copia-incollandovi battute e/o sentenze apocrife rivela la pochezza dei troppi che si caratterizzano come replicanti. “Per fortuna che sono Jung e non uno junghiano”, pare che il suddetto abbia sentenziato…

  • Fabrizio Melodia

    Non è stato l’ unico a cercare di liberarsi dalla pesante ombra del proprio personaggio di maggior successo. Basti pensare a sir Arthur Conan Doyle, papà di Sherlock Holmes, che fece morire il suo personaggio. Oppure in tempi più recenti, a Tiziano Sclavi, papà di Dylan Dog, che abbandonò il suo personaggio all’ apice dello splendore, non potendo più scrivere le sue storie. Sclavi aveva pensato a una miniserie di 100 numeri, mentre la Casa Editrice voleva continuare a cavalcare il personaggio. Il Mercato avrebbe deciso, recessione e calo verticale delle vendite. Difficile lasciare andare i propri personaggi, soprattutto quando li ami, ma anche quando li odi. Ti rimangono attaccati come se fossero la tua ombra, in un certo senso lo sono proprio. Hugo Pratt girava il mondo con Corto Maltese, Hergè era il biografo ufficiale di TinTin, Martin Mystère continua a risolvere mysteri e a fare trasmissioni televisive da fare invidia ad Alberto Angela, per la contentezza di Alfredo Castelli,che da anni ha affidato il suo personaggio prediletto nelle mani di altri autori. Come liberarsi delle proprie ombre? Come liberarsi di quella parte di te che sembra volere cancellare la tua coscienza? Beh forse in un modo meno drastico del capitano Kirk con il proprio lato oscuro reso corporeo da un incidente con il teletrasporto. Quino abbandonò Mafalda, ma la bimba non abbandonò mai suo papà. E nel suo vivace e abrasivo sarcasmo, la piccola Mafalda sarà cresciuta, avrà avuto una sua famiglia, magari sua figlia è ora una attivista per l’ ambiente e i diritti umani… Perché si sa… Quando le ombre prendono vita, seguono la loro strada, ma sono sempre una parte di noi. Un caro saluto, Quino ✊

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