Dossier FS 15 – La Mappa del Futuro 2

(articolo di Giovanni De Matteo)

2. 1984: sulle tracce di Neuromante

L’opera che più di tutte contribuì a rinnovare gli schemi del racconto di fantascienza, rivelando la carica rivoluzionaria delle intuizioni della New Wave (Samuel R. Delany e J.G. Ballard su tutti) esce nell’anno più significativo che si sarebbe potuto immaginare. Agli inizi degli anni ’80, dopo promettenti prove nel racconto, William Gibson incontra l’editor Terry Carr che gli propone

la stesura di un romanzo per una nuova collana che si appresta a dirigere per la Ace Books. Si tratta degli Ace Science Fiction Specials, che proprio Carr aveva curato a partire dal 1968 fino al 1971, realizzando una delle esperienze editoriali più incisive nella fantascienza del periodo: dieci dei diciannove titoli giunti in finale al premio Nebula nel triennio 1969-71 provengono dalla collana, che si impose nelle preferenze dei giurati in due occasioni su tre. Dopo una seconda incarnazione a metà anni ’70, priva però dell’apporto di Carr, nel 1984 l’editor torna al timone e la collana rivive in una terza serie, destinata a presentare in edizioni paperback esclusivamente opere d’esordio (tra gli autori che lancerà ricordiamo Kim Stanley Robinson, Lucius Shepard, Richard Kadrey e Michael Swanwick, fino a Jack McDevitt e Howard Waldrop).
È proprio il 1984 quando negli Ace SF Specials esce Neuromante (Neuromancer, traduzione di Giampaolo Cossato e Sandro Sandrelli, ultime edizioni italiane: Mondadori, 2003; Nord, 2004), un punto di svolta nella letteratura di quegli anni, attestato dalla triplice affermazione ai premi Hugo, Nebula e Philip K. Dick. L’influenza esercitata dall’opera va al di là del dato numerico dei quasi sette milioni di copie vendute nel mondo dalla sua uscita ad oggi. Neuromante ha contribuito a plasmare il mondo come noi lo conosciamo, influenzando l’immaginario degli scienziati e degli ingegneri all’opera nei campi dell’informatica e dell’elettronica. Si tratta di un’opera che rinnova i contorni del futuro e dà una nuova funzione alla sua metafora, distillando le intuizioni più significative emerse dalla fantascienza dei decenni precedenti (da Alfred Bester in avanti): il cyborg, la trasfigurazione del reale in uno spazio virtuale, la sperimentazione stilistica, rivivono grazie a Gibson, che guarda a un mondo saturo di tecnologie futuribili ma lanciato a folle velocità verso il baratro del collasso ambientale attraverso gli occhi dei reietti, alle prese con droghe e violenza urbana.
Come lui stesso ha ammesso in un’intervista per Details in occasione del decimo anniversario del film, durante una proiezione di Blade Runner Gibson rimase colpito a tal punto dall’estetica della pellicola di Ridley Scott (un’opera più nitida delle immagini che si rincorrevano nella sua mente per le scorrerie di Case, Molly e soci, mentre si trovava ancora al lavoro sulla stesura del romanzo) da uscire dalla sala in preda a una sensazione di sconfitta, sentendosi battuto sul tempo. Per nostra fortuna, Gibson riuscì a mettere a frutto l’esperienza e a tradurla su carta. E il resto è storia: Neuromante e Blade Runner sono oggi due pietre miliari, costantemente annoverate tra le opere più autorevoli della fine del XX secolo, capaci di propagare la loro eco attraverso cinema, letteratura, musica, moda, design e architettura. Entrambe di matrice fantascientifica, con il chiaro imprinting di quegli anni nei rispettivi codici genetici.
“Il cielo sopra il porto aveva il colore della televisione sintonizzata su un canale morto”.
Se l’incipit è memorabile, quello che segue è un’estasi di iperrealismo capace di fondere noir e mistica tecnologica, nel continuo fine tuning dei registri con cui William Gibson mescola slang di strada e gergo tecnico, innescando una sintesi poetica densa e frastornante. Affidandosi allo schema collaudato dell’hard-boiled di Dashiell Hammett, Gibson ci introduce al sottobosco criminale delle metropoli del prossimo futuro. Le strade notturne dello Sprawl illuminate dai neon fanno da sfondo alle peripezie di Case, cowboy della consolle reclutato da un misterioso cliente per un ultimo colpo dopo anni di inattività. Inutile aggiungere che le apparenze ingannano e che forse, come accade, dietro i burattinai si nascondono nuovi ordini di controllo.
Come stanno le cose, Case lo scoprirà attraversando tutti gli aspetti di questo mondo futuro, dalla periferia di Tokyo all’ombra delle cupole geodetiche dell’Asse Metropolitano Boston-Atlanta, passando per Istanbul, dalla stazione spaziale di Freeside fino alle autostrade elettroniche del cyberspazio: lo spazio della proliferazione urbana sulla Terra, dove la vita vale meno di un chip di memoria; le costose attrazioni degli habitat orbitali e l’arcipelago di povertà che sempre si accompagna alle isole di ricchezza; la dimensione disincarnata di un non-spazio mentale, in cui tutto è concesso ma l’errore può costare caro. Sempre assistito da Molly Millions, la femme fatale dai molti nomi e dai numerosi passati, tutti oscuri; sempre sulle tracce di Neuromante, il costrutto artificiale che potrebbe consegnare alle Intelligenze Artificiali, severamente limitate dai controlli di Turing, il segreto dell’autocoscienza.
Gibson ci parla del nostro presente dipingendo questo scenario caleidoscopico in debito con le visioni di Thomas Pynchon, costruendo un futuro che solo in apparenza ci siamo ormai lasciati alle spalle. A Neuromante fanno seguito Giù nel cyberspazio (Count Zero, 1986, trad. Delio Zinoni, ultima ed.: Mondadori, 2000) e Monna Lisa Cyberpunk (Mona Lisa Overdrive, 1988, trad. Marco Pensante, ultima ed.: Mondadori, 1997), che completano la cosiddetta Trilogia dello Sprawl. Nessuno dei due si dimostrò all’altezza dell’irripetibile exploit del precursore, ma uno dopo l’altro portano efficacemente a compimento l’affresco gibsoniano del nostro futuro prossimo, scrutato attraverso le crepe della Rust Belt che nel frattempo ha fagocitato la costa atlantica degli USA (per una trattazione più diffusa dell’opera di Gibson rimando al mio articolo “William Gibson: nessuna mappa per questi territori”, pubblicato da Delos SF n. 100 nel 2007: http://www.fantascienza.com/magazine/rubriche/8614/william-gibson-nessuna-mappa-per-questi-territori/).
Neuromante è considerato all’unanimità il manifesto letterario del cyberpunk, etichetta che Gibson non ha mai dimostrato di sopportare troppo. A torto o a ragione, il ruolo del romanzo nell’ambito del movimento non può essere taciuto. Più efficace di mille pagine di teoria, Neuromante schiude un nuovo orizzonte alla fantascienza di quegli anni: parafrasando le parole che Raymond Chandler ebbe per Hammett ne “La semplice arte del delitto” (“ha restituito il delitto alla gente che lo commette per un motivo, e non semplicemente per fornire un cadavere ai lettori”, in netta antitesi con il giallo tradizionale), potremmo dire che Gibson, in contrapposizione con la scuola dell’hard science fiction, toglie le tecnologie dalle stanze asettiche dei laboratori e le restituisce alla gente che da sempre le usa per barcamenarsi in un mondo ostile, adeguando il proprio stile di vita alle possibilità concesse dal progresso. Celebre resta la formulazione di Gibson secondo cui “la strada trova il proprio uso per le cose”, sempre. E in strada la tecnologia si amalgama con le culture underground, diventa uno strumento di lotta e protesta o di sussistenza in un contesto di emarginazione, esalta lo spirito ribelle nella scoperta di nuove forme d’uso per dispositivi di già vasta diffusione.
Droghe sintetiche e realtà artificiali sono frequenti nelle opere cyberpunk, che spesso ritraggono un paesaggio fortemente modificato dalla tecnologia, attraverso cui s’intravede un mondo in bilico sull’orlo dell’apocalisse; l’impatto pervasivo della tecnologia sul panorama trova il suo controcanto nell’impatto della tecnologia sul corpo e sulla mente umani, che sovente ne risultano modificati in maniera radicale. I precursori letterari del cyberpunk sono autori come William S. Burroughs (con le sue sperimentazioni beatnik sulla scrittura e i ritratti di un’umanità alla deriva, prossima all’annichilimento e intrappolata in uno stato di paranoia permanente), Samuel R. Delany e James Graham Ballard (le cui esperienze nell’ambito della New Wave rivivono opportunamente declinate in accordo ai tempi nelle opere degli autori cyberpunk) e, in contrapposizione all’illuminismo dell’hard sci-fi di stampo positivista, molti critici riconoscono al movimento un’ascendenza romantica.
Parleremo di questo e di altro ancora nel prossimo capitolo del nostro viaggio.
***
L’immagine centrale è tratta dal film Blade Runner

Redazione
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  • come qualcuna/o sa non amo il cyberpunk (salvo eccezioni) in generale e Gibson in particolare. Quando io e Riccardo Mancini scrivevamo – come Erremme Dibbì – di fantascienza su “il maniìfesto” (e altrove) ci siamo fatti qualche nemica/o e abbiamo perso qualche amica/o per non aver aderito al gibson-culto che in una certa fase toccò.
    Cose che capitano… gusti, feeling oppure boh. Comunque è la prima volta che in fantascienza dissento così taaaaaaaaaaaaaanto da Mauro Antonio Miglieruolo. Ma supereremo questo (piccolo?) fanta-scoglio.
    db

  • DB, innanzitutto grazie per l’ospitalità. Anche se il pezzo appare a firma di Mauro, in realtà è mio. Fa parte del ciclo in 7 puntate “La mappa del futuro”. Forse si potrebbe prevedere di riportare la firma dell’autore da qualche parte, nel corpo dei post, anche per semplificare l’attribuzione delle responsabilità… 😉
    Ciao,
    Giovanni De Matteo

    • sì grazie Giovanni,
      avevo letto (e replicato) in fretta e mi ero dimenticato che il pezzo era tuo, devi scusarmi
      per la firma hai pure ragione e magari Mauro rimedierà (altrimenti gli diminuisco la paga da 814 zeuri l’ora a 407 zeuri)
      quanto a Gibson resta l’appuntamento di domani all’alba con te al convento delle cyber-carmelitane scalze (e senza Ipod) di Aldeberan 4 per il duello telecinetico: tu puoi teletrasportare sulla mia testa – volgarmente detto: tirarmi – i libri di Gibson (ma cavolo, l’ultimo sono 600 pagine) mentre io posso bersagliarti con i volumi di Sawyer. Ovviamente non sarà un duello all’ultimo sangue ma al primissimo graffietto.
      risolto questo contenzioso, cammineremo ancora insieme: come dicevano quei tipi “per aspera ad astra”
      db

    • Vero, verissimo, il pezzo è di Giovanni De Matteo. Ho sbagliato a non ripetere la firma a ogni puntata… mi scuso con Giovanni.
      Spero che i lettori vorranno considerare e ricordare che l’articolo, anche per le puntate successive, è di De Matteo.

      Aggiungo anche che anche le immagini (nonché la fatica dei tag) sono sue.

      • posso dirlo? siamo tre bellissimi pazzi
        grazie di esistere
        e naturalmente per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo
        db
        (disaccordi su Gibson a parte, QUANTE COSE HO IMPARATO O CAPITO MEGLIO leggendo il dossier e il dossier dentro il dossier…)

  • Ne approfitto per ringraziare Mauro per l’interessamento verso il mio pezzo e Salvatore Proietti per avermi coinvolto nel progetto e fornito preziosi suggerimenti in fase di stesura e revisione. Per la nostra sfida all’OK Corral intergalattico, propongo in alternativa una corsa nel cyberspazio, sopra scogliere di ghiaccio nero… Per ripartire poi insieme verso la frontiera stellare.
    Ciao!
    g/X

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