Palestina: in attesa dell’Annessione

articoli e video: Gianni Lixi, Samah Jabr, Yuli Novak, Laurent Perpigna Iban, Angela Davis, Richard Silverstein, Roger Waters, Ben Sales, Monica Maurer, Pax Christi, Malcolm X, Bds Italia. Con l’appello a manifestare sabato 27 giugno.

Antisemitismo, quella sacra parola così vandalizzata – Gianni Lixi

Sto leggendo (rileggendo) “Se questo è un uomo”- di Primo Levi. Non riesco a considerarlo un libro. Per me è una specie di Bibbia. Cioè ci sono i libri e poi c’è “Se questo è un uomo”. Un libro che parla dell’“arte” della deumanizzazione. Un pugno nello stomaco a cui non possiamo sottrarci. Non c’è scampo, quelli siamo noi. Siamo noi, appartenenti al genere umano, che abbiamo studiato a tavolino tutti i percorsi più cinici per arrivare al risultato finale che non è la morte ma la deumanizzazione. Dalle parole di Levi: “Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice.” “L’ultima traccia di civiltà era sparita intorno a noi e dentro di noi. L’opera di bestializzazione…era stata portata a compimento…”. Il successo del progetto antisemita.

Ogni anno l’uomo cerca di ricordare perché queste cose non abbiano più ad accadere. Ed ogni anno cerco di vedere se in qualche angolo del pianeta ci sono situazioni che possono avvicinarsi alle atrocità di quel periodo storico. Penso ai Rohingya, ai margini della società in tutti i paesi in cui si sono rifugiati costretti in campi profughi deumanizzanti. Penso ai mussulmani in India cacciati e bastonati per le strade contro i quali si fanno leggi che li costringono a vivere sempre più in uno stato di marginalizzazione. Penso ai nostri migranti che lavorano per noi, super sfruttati e che vivono in campi fatiscenti e deumanizzanti e che non possono neanche avere lo stato giuridico di profughi a causa di una legge fatta da un governo italiano presieduto da Giuseppe Conte e sostenuto da Matteo Salvini e Luigi di Maio. Penso alle decine e decine di campi profughi dove i Palestinesi sono costretti a vivere in condizioni di assoluta precarietà. Penso alla disumanizzazione scientifica perpetrata dagli occupanti israeliani che si manifesta nelle forme più svariate: dall’incursione notturna dei terroristi dell’esercito israeliano nelle case palestinesi , svegliando di soprassalto tutti, e terrorizzando i bambini  con il solo scopo di incutere paura e di deumanizzare, (qui in italiano) (qui in inglese). Penso alle attese di ore nei check point disseminati in tutta la Palestina occupata. Attese di ambulanze con feriti, di ambulanze con donne gravide che costringono la giovane donna e suo marito ad implorare di farli passare. Penso all’insegnante palestinese che con la scusa della perquisizione è costretto a denudarsi davanti ai suoi alunni. Penso a tutte queste situazioni deumanizzanti ed ad altre simili, ma non riesco ad avvicinargli il termine antisemita. E non perché non siano altrettanto drammatiche o perché il termine non sia corretto da un punto di vista linguistico (nel caso dei Palestinesi tra l’altro lo sarebbe anche essendo un popolo semita) ma perché quella parola ha assunto per me un significato sacro e credo vada utilizzata con molto rispetto e prudenza. Rispetto per il ricordo del sangue e dell’abbruttimento spirituale che per moltissime persone ha rappresentato. Prudenza perché la forza che si porta appresso non deve essere sminuita da un uso superficiale e propagandistico. Chi è invece che usa con molta disinvoltura quella parola? Sono proprio gli israeliani e gli ebrei che fanno gli interessi degli israeliani in occidente. C’è un disegno propagandistico che mira ad etichettare tutto quello che è antisraeliano come antisemita.

Qualche mese fa con cinismo ed in spregio al suo sacro significato, sono riusciti, utilizzando questa parola a decretare la fine di Corbyn, il leader laburista in UK, ed a fare eleggere un nuovo segretario, sionista dichiarato. Se volete approfondire come vengono artatamente e scientificamente portate avanti queste accuse di antisemitismo vi consiglio questo bell’articolo di Miko Peled (in inglese qui). Un’altra interessante fonte  su come venga utilizzata a sproposito dai sionisti la parola antisemita è in questa bellissima inchiesta di Al Jazeera (qui).

La Hasbara, l’istituto di propaganda israeliana, ha tra i suoi scopi quello di cercare di influenzare l’opinione pubblica mondiale sulla percezione che questa ha di israele. Uno dei sistemi che utilizza è cercare di occupare quante più testate giornalistiche per ammorbidire molte notizie su israele a danno dei palestinesi. Gli ebrei sono una minoranza nel pianeta, però sono presenti in percentuale elevatissima nei media. Dire questo, secondo gli israeliani e gli ebrei filo israeliani significa dire una cosa antisemita. Cioè dire che dei signori super potenti e super pagati indirizzano artatamente l’informazione su israele, è antisemita. Ma che cosa c’entra? Cosa c’entra questo con l’antisemitismo? Solo una persona cinica e bara può usare con sfrontatezza questo termine alto e grondante di sangue ad uso propagandistico. Se dici che per cercare di interrompere l’occupazione della Palestina e le angherie che i Palestinesi sono costretti a subire, è meglio il boicottaggio di israele piuttosto che la lotta armata, allora sei antisemita. Cioè se boicotti uno dei paesi più potenti del pianeta, sorretto dalla quasi totalità dei governi del pianeta, prevalentemente di destra, sei un antisemita. Ma come può anche solo minimamente essere accostabile la parola antisemita ad una iniziativa di lotta pacifica? Come possono molti paesi produrre leggi contro il BDS (Boycott, Disinvestment and Santions) tacciandolo di antisemitismo? La risposta è solo una: propaganda. Qui non c’è solo un utilizzo improprio di una parola ma lo svillaneggiamento della parola che condensa in se il significato più atroce per l’essere umano: la sua “bestializzazione”.

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Lo aspettava un matrimonio, l’ha raggiunto la morte… – Patrizia Cecconi

E anche ieri, 23 giugno, Israele ha avuto la sua porzione di sangue palestinese innocente. Il nuovo martire, Ahmad Mustafa Ereikat è stato ucciso per niente alle porte di Betlemme, ad uno dei tanti check point, quello che porta il nome di “container”.

Ahmad, un ragazzo di 27 anni, stava andando a prendere mamma e sorella dal parrucchiere per poi andare tutti insieme al matrimonio di sua sorella. Sarebbe stata una giornata felice, chiassosa e divertente come lo sono i matrimoni palestinesi, sia quelli musulmani che quelli cristiani. A luglio, invece, lo sposo sarebbe stato lui e ad attenderlo per la grande festa c’era anche la sua fidanzata. Ma i killer in divisa, tali sono come è ben risaputo i militari israeliani, lo hanno falciato a colpi di mitra e lo hanno lasciato morire dissanguato – more solito – buttato là, per terra, come un fagotto di stracci. Crimine su crimine, comportamento degno del Cile di Pinochet e non di uno Stato di diritto.

Cos’aveva fatto Ahmad per essere ucciso così? Premettiamo che come dice un importante giornalista ebreo-israeliano, Gideon Levy, il sangue palestinese è merce gratis per Israele e quindi può gettarlo senza dover pagare alcuna penalità né tantomeno subire sanzioni sulla base del Diritto internazionale come mostrano 72 anni di crimini regolarmente impuniti. Questo va premesso, ma comunque qualcosa aveva fatto Ahmad perché i militari con la stella di David lo ferissero gravemente e poi lo lasciassero dissanguare buttato a terra agonizzante per un’ora e mezza fino alla morte!

Sì, Ahmad aveva “una colpa”, era in ritardo e la madre e la sorella lo aspettavano nel salone di bellezza dove avevano sistemato le loro acconciature per il matrimonio. La fretta lo ha tradito. Nel raggiungere il check point una ruota ha urtato contro il cordolo e lui è sceso per vedere il danno. Si sa, i militari israeliani sono nervosi e paurosi e, soprattutto, sanno di poter calmare la loro paura affidandosi al mitra in dotazione, tanto il sangue palestinese non si paga!

Questo aveva fatto Ahmad, era sceso dalla macchina per controllare l’eventuale danno alla fiancata. Ha pagato con una morte lenta, più lenta del soffocamento subito dal povero George Floyd sotto il ginocchio di un poliziotto assassino Usa che ha giustamente indignato il mondo antirazzista. Un’ora e mezza per perdere tutto il suo sangue e finire la sua vita a 27 anni così. Questo è solo uno, per il momento l’ultimo fino a nuovo aggiornamento, delle decine di migliaia di omicidi impuniti, figli naturali dell’illegale occupazione israeliana dei Territori palestinesi.

Dove sono i media mainstream che commuovono a comando l’opinione pubblica? Quelli che giustamente hanno moltiplicato l’indignazione per il terzul’ultimo omicidio gratuito di un afro-americano innocente? Quelli che hanno arricchito i loro servizi con le foto di statue di oppressori abbattute?

Arriverà, un giorno, l’iconoclasta disposto ad abbattere la statua Ben Gurion col plauso delle folle di oppressi da uno Stato autoproclamatosi scavalcando da sempre la legalità internazionale? E cosa diranno allora i media embedded? Questa risposta appartiene al futuro, a noi spetta solo esaminare il presente, e il presente ci interroga sul perché del silenzio dei media mainstream di fronte allo stillicidio di vite palestinesi e di diritti universali operato da Israele, lo Stato ebraico nel quale molti ebrei non si riconosco, ma lo stesso che troppi ebrei e sionisti internazionali sostengono.

Se la giustizia non vale per tutti non è giustizia, è corruzione. Per questo l’ONU, la UE e ogni governo di paesi sedicenti democratici, Italia compresa, dovrebbero uscire dal comportamento inane o tollerante o direttamente complice di Israeleabbandonando probabilmente lucrosi affari sì, ma dando un calcio alla corruzione che comporta la loro accondiscendenza e/o la loro diretta complicità con uno Stato che non rispetta, e che mai ha rispettato, né le Risoluzioni ONU, né i diritti del popolo di cui ha invaso la terra.

Solo le sanzioni ai sensi della legalità internazionale possono fermare Israele, lo si sa da sempre, ma ormai il tempo è scaduto e i richiami di facciata o le vibrate proteste non bastano più: o si sta con la giustizia e si condanna Israele con serie sanzioni, o si sta coi criminali e si incoraggia il perpetuarsi dei loro crimini fino a sostenere, nei fatti, la corruzione morale, giuridica e politica alimentata senza pudore da Trump e compiuta dai Netanyahu e Ganz di oggi e dai tanti Sharon, Begin Shamir, Eshkol e numerosi altri di ieri.

Ma forse i media mainstream stanno aspettando il 1° luglio, data “promessa” per l’illegittima e illegale annessione, ovvero furto, di altri territori palestinesi per dare una risposta che, immaginiamo, sarà come da copione, ben sapendo che “il quarto potere” è fedele alleato e cassa di risonanza delle narrazioni dettate dal Potere.

Ma qualche volta basta il famoso battito d’ali di una farfalla chissà dove per cambiare equilibri che sembravano inamovibili. Chissà che qualche opinion maker di “alto lignaggio” non rompa le righe per quel battito d’ali! Sarebbe un regalo alla giustizia e, quindi, all’umanità tutta. E sicuramente i martiri innocenti, sebbene non riavranno la vita, avranno il riconoscimento e il rispetto loro dovuto.

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Vedere il futuro nel cuore della crisi: verso un rafforzamento dei servizi di salute mentale – Samah Jabr

La pandemia di COVID-19 ha diffuso in tutto il mondo i semi di una crisi della salute mentale; in Palestina mette in evidenza le preesistenti sfide nell’ambito della salute mentale.

Benché i palestinesi siano sopravvissuti a precedenti episodi di ansia collettiva, di limitazioni delle libertà, d’incertezza e di lutto, la pandemia smaschera un sistema di salute mentale da sempre trascurato e che attualmente si deve confrontare con una doppia sfida: quella del COVID-19 e quella dell’occupazione israeliana. Tuttavia questa crisi può essere sfruttata come opportunità per correggere gli errori fatti e sostenere la necessità di un rafforzamento del sistema di salute mentale in Palestina.

Si è detto che tra i Paesi del Mediterraneo orientale quello che presentava la maggiore morbilità dovuta alle malattie mentali è la Palestina [1]. A causa del contesto cronico di occupazione e dell’esposizione alla violenza, i disturbi mentali sono una delle più importanti sfide della salute pubblica in Palestina (OMS, 2019) [2]. L’angoscia e il timore di affrontare una pandemia si aggiungono ora alle debolezze preesistenti. Il bisogno di servizi psicologici e psichiatrici dovrebbe aumentare perché i fattori di stress, come l’isolamento sociale, le preoccupazioni legate alla salute e la perdita del lavoro e del reddito esercitano un’ulteriore pressione sulle persone, accentuando a volte la violenza domestica.

Le persone colpite da malattie croniche, in particolare i pazienti psichiatrici, sono sottoposti a ulteriori sfide. Tra i primi pazienti colpiti ci sono i tossicodipendenti che cercano di disintossicarsi al Centro Nazionale Palestinese di Recupero di Betlemme. La loro cura è stata interrotta per poter trasformare l’edificio in centro per il trattamento dei malati di coronavirus. Sappiamo già che alcuni di loro hanno avuto una ricaduta, altri hanno tentato il suicidio e altri ancora sono stati arrestati durante la pandemia.

In ogni distretto della Cisgiordania quattordici centri di salute mentale comunitaria offrono servizi pubblici esterni (tipo ambulatori). Le statistiche del 2019 indicano che l’anno scorso ci sono stati circa 3.000 nuovi pazienti e 92.000 interventi. Tuttavia nel settore pubblico meno del 2% dei dipendenti e del 2% del bilancio sono investiti nella salute mentale. Le organizzazioni non governative, onnipresenti nel sistema della salute mentale, offrono servizi psicosociali e di consulenza.

Nel 2014 l’YMCA [Young Men Christian Association, Associazione dei Giovani Cristiani, organizzazione cristiana ecumenica britannica che si occupa di problemi giovanili, ndtr.] ha realizzato una vasta inchiesta e ha constatato che 148 associazioni, di cui 109 Ong, 27 organizzazioni del settore privato e 7 organizzazioni internazionali, così come la Mezzaluna rossa palestinese e l’Ufficio per il Soccorso e il Lavoro delle Nazioni Unite (UNRWA), forniscono servizi di salute mentale. Questa grande varietà di organizzazioni può essere una risorsa, ma anche una complicazione per avere una risposta coerente in materia di salute mentale in tempi di crisi.

In Palestina la risposta al COVID-19 in campo sanitario, oltre a fornire le prime cure psicologiche ai casi di COVID-19 e ai membri delle rispettive famiglie e servizi di consulenza attraverso l’assistenza telefonica, a erogare diverse forme di servizi tra le organizzazioni impegnate sul terreno e a garantire la disponibilità delle medicine, ha implicato un piano in varie tappe per prevenire il collasso del sistema di salute mentale.

Per prima cosa e in qualità di responsabile dell’Unità di Salute Mentale (USM) del ministero della Sanità palestinese sono stata coinvolta fin dall’inizio nell’elaborazione di una risposta alla pandemia nel campo della salute mentale, nella stesura di raccomandazioni e nella lotta contro le resistenze della burocrazia per la loro messa in pratica. La priorità è quella di impedire il collasso del sistema di salute mentale e di fare in modo di fornire un sostegno a un pubblico più vasto possibile, ai lavoratori della sanità, ai pazienti e ai loro familiari, cosa che implica un rafforzamento dei servizi, così come della documentazione e della ricerca.

Le misure specifiche del piano comprendono l’erogazione delle prime cure psicologiche alle persone positive al test di controllo del COVID-19 ed ai membri delle rispettive famiglie, con un’attenzione specifica ai bambini. Si è raccomandato che il personale sanitario che applica il test del COVID-19 fosse incaricato di informare i pazienti della possibilità di ricevere prime cure psicologiche che in seguito sarebbero state offerte da specialisti. Nel corso del processo di controllo i pazienti che hanno bisogno di un’attenzione supplementare o che mostrano segni di sofferenza vengono orientati a rivolgersi a psicologi per un ulteriore trattamento.

In secondo luogo si è proposto al ministero della Sanità di mettere in atto una linea di assistenza telefonica nazionale, un processo purtroppo complicato a causa di numerose lungaggini burocratiche. Al momento del rilascio dell’approvazione necessaria, erano già state attivate molte altre linee di assistenza telefonica di Ong locali ed internazionali. È stato preoccupante constatare che, forse a causa della rapidità con cui sono state attivate, molte di queste linee di assistenza mancavano di direttive operative sulla riservatezza e la chiarezza riguardo alla formazione e alla supervisione delle persone che fornivano i servizi.

Inoltre non c’era nessun protocollo per guidare il lavoro degli operatori e garantire la qualità del servizio. Un altro problema è stata la mancanza di un sistema di orientamento dei servizi di pronto soccorso verso un secondo e un terzo livello più specializzati. Alcune linee telefoniche hanno assunto personale altamente specializzato che però si è trovato di fronte problemi logistici, come la fornitura di pacchi alimentari, cosa che ha dimostrato che le capacità e la competenza del personale non erano utilizzate al meglio.

La salute mentale è una risorsa, soprattutto in un Paese come la Palestina, dove viene attaccata.

Così alla USM abbiamo rinunciato alla linea di assistenza telefonica per non replicare servizi che già esistevano e di conseguenza non accentuare la confusione per le persone che avevano bisogno di aiuto. Al suo posto è stato proposto un certo numero di modifiche al sistema di linee telefoniche di assistenza già esistenti ed è stato suggerito che il ministero approvasse una linea di assistenza più consona ai criteri di qualità per l’erogazione di servizi e sviluppasse un sistema di riferimento che potesse avvalersi di altri professionisti altamente specializzati. Dopo aver preso misure per migliorare ancor di più i suoi servizi, sarebbe stata considerata la linea d’assistenza nazionale per i servizi a distanza. Ciò è stato fatto per evitare la duplicazione dei numerosi servizi già esistenti.

Come terzo elemento, la USM ha raccomandato che i compiti venissero condivisi tra le diverse organizzazioni e che le attività venissero distribuite tra le diverse Ong locali e internazionali per rispondere in modo adeguato ai bisogni dei pazienti. Per esempio, è fondamentale non limitarsi a fornire delle cure ai pazienti, ma tener conto delle necessità di chi si occupava di loro e delle altre persone che lavoravano in prima linea durante questa emergenza. Il quarto punto da sottolineare è stata la necessità di prevenire il collasso del sistema sanitario, mentre il quinto punto ha evidenziato l’importanza di garantire la disponibilità degli psicofarmaci in caso di bisogno.

Le malattie mentali colpiscono un palestinese su cinque, provocando enormi sofferenze, con un costo importante per la società e l’economia del Paese.

Inoltre la USM ha elaborato delle raccomandazioni per i quattordici centri comunitari e di salute mentale statali per avviare servizi di alta qualità a distanza. Per incoraggiare i pazienti a rimanere a casa, ci si è concentrati in particolare sulle persone con gravi disturbi mentali, in quanto forse non avevano ricevuto le informazioni e le direttive necessarie.

Si è consigliato l’accompagnamento telefonico dei pazienti con disturbi psichiatrici per orientarli verso l’ambulatorio più vicino che offrisse i servizi di salute mentale. Per assicurare che non venissero trascurate le medicine per le malattie croniche e per dare dei consigli sulle modalità di consulenza a domicilio, si è proposta la comunicazione con i membri della famiglia, perché è noto che una forte emozionalità espressiva contribuisce alle ricadute di disturbi psichiatrici come la schizofrenia. I membri della famiglia sono stati consigliati circa il modo in cui aiutare a contenere le emozioni e appoggiare i pazienti nella gestione di questa difficile situazione.

Un’altra raccomandazione ha avuto come obiettivo garantire la fornitura di medicine ai pazienti su richiesta, mettendoli a disposizione in tutti i distretti della Palestina, in particolare nelle cittadine e nei villaggi. Dato che era sconsigliato alle persone di lasciare la propria abitazione, si sono anche organizzate consegne a domicilio. Per garantirne la disponibilità senza interruzione, i farmaci psichiatrici sono stati forniti ai pazienti cronici per un periodo di tre mesi invece che di un mese.

Per assicurare una continuità delle informazioni, si è anche sottolineata l’importanza della documentazione per i servizi a distanza riguardo ai pazienti con problemi mentali. Infine si è lanciato un appello a favore di una stretta collaborazione tra i medici che assicuravano gli interventi per il COVID-19 e i professionisti della salute mentale. Si è anche raccomandato che le cure di primo soccorso fornissero il sostegno logistico necessario ai professionisti della salute mentale, permettendo loro di prendere le misure necessarie.

Attualmente l’Unità di Salute Mentale del ministero della Sanità sta elaborando una strategia nazionale di salute mentale, un piano nazionale di prevenzione dei suicidi e contribuisce a una legge palestinese sulla salute mentale.

Oltre a fornire queste raccomandazioni e questi progetti, la USM è stata consultata da alcune Ong nazionali e internazionali sulle questioni di salute mentale. Per garantire la qualità dei servizi forniti ai pazienti che ne hanno la necessità ed offrire un sostegno reciproco e una supervisione tra pari ai professionisti della salute mentale, la USM organizza ogni settimana una webinar aperta iniziata a metà marzo per presentare una nuova documentazione pertinente relativa a una risposta nel campo della salute mentale riguardo al COVID-19 e per aiutare a coordinare gli impegni tra le diverse parti implicate.

Il ministero della Sanità era perfettamente consapevole che l’erogazione di cure per la salute mentale in una situazione così difficile e senza precedenti era un lavoro in corso che richiedeva una riflessione e una comunicazione tra i diversi attori, in quanto non c’erano risposte già pronte, la situazione e il livello d’informazione relativo al COVID-19 e le risposte adeguate erano in continua evoluzione.

Le riunioni intendevano non solo raccogliere informazioni sul lavoro dei professionisti della salute coinvolti – che facevano parte del personale delle organizzazioni o dei volontari molto motivati dall’idea di imparare di più sull’erogazione di cure per la salute mentale – ma anche appoggiarli psicologicamente e professionalmente. Analogamente si sono organizzate riunioni per cercare di rispondere alle difficoltà per rendere efficace un servizio organico delle linee telefoniche di assistenza e per dissipare le preoccupazioni relative alla qualità dei servizi. Si è potuto accertare che il lavoro degli operatori che gestivano le linee dirette venisse migliorato.

La USM ha anche diffuso informazioni e le ha condivise con un vasto pubblico con frequenti interviste alla televisione e alla radio e con la pubblicazione di articoli nei media locali e arabi che si sono centrate sulla salute mentale e sulla lotta contro le idee errate e le voci legate alla pandemia. Gli argomenti affrontati riguardavano il contesto palestinese e si sono concentrati, per esempio, sul modo di parlare ai bambini, sui bisogni delle persone anziane o su come sensibilizzare i lavoratori riguardo al COVID-19 senza stigmatizzarli.

La UNSM partecipa anche a un progetto di ricerca che si occupa della solidarietà, della stigmatizzazione e della discriminazione che devono affrontare i pazienti e le famiglie in seguito alla diagnosi di COVID-19 di un membro della famiglia. Questo progetto intende anche identificare e contribuire ad eliminare gli ostacoli al reinserimento dei pazienti nella comunità.

Il 20 aprile la USM ha organizzato una riunione tematica che ha riunito i rappresentanti di molte organizzazioni che forniscono servizi di salute mentale e di sostegno piscologico (SSMSP). La riunione si è concentrata sull’analisi delle forze e delle sfide del sistema di salute mentale per elaborare delle raccomandazioni adeguate ed efficaci nell’attuale situazione. Una delle principali sfide sono stati il ritardo nella messa in pratica del piano d’azione d’urgenza e la mancanza di coordinamento nella risposta del SSMSP a causa del numero di attori diversi coinvolti. Il risultato positivo di una riunione piuttosto difficile è stata l’elaborazione di un piano d’azione nazionale per una risposta che fornisca, direttamente o indirettamente, dei servizi di SSMSP alle persone affette da COVID-19.

Il processo di intervento nel campo della salute mentale è stato reso difficoltoso a causa del sostegno politico e dell’aiuto logistico storicamente deboli che la USM riceve a causa dell’ignoranza o di atteggiamenti negativi nei confronti della salute mentale in generale. Ciò ha comportato lunghi ritardi nella comunicazione con gli altri attori. Questa debolezza del sistema pubblico ha portato a una lotta di potere e a sovrapposizioni tra le Ong. Pertanto ci sono numerose lacune e omissioni nei servizi, così come uno spreco di risorse. Inoltre la debolezza del sistema di governo compromette la garanzia della qualità e i protocolli di cura nel campo della salute mentale in Palestina.

Pensiamo che, affinché la risposta a un’eventuale seconda ondata [di contagi] o a un’epidemia simile in futuro possa essere più coerente e meglio organizzata, sia importante essere coscienti di questi conflitti. Dobbiamo evidenziare le strategie che hanno funzionato bene per quanto riguarda il sostegno ai lavoratori della sanità mentale, come i gruppi settimanali di sostegno e la supervisione. Noi tutti impariamo come affrontare questa crisi e come rispondere in modo adeguato a livello nazionale.

Per riuscire ad aiutare la Palestina a rimettersi veramente in piedi l’unità di salute mentale ha bisogno di un sostegno politico e logistico, così come di maggiori finanziamenti.

Le malattie mentali provocano enormi sofferenze ad almeno il 20% dei palestinesi e rappresentano per la società un costo sociale ed economico a lungo termine. La Palestina non si rimetterà in piedi senza dare una notevole priorità alla salute mentale dei suoi cittadini nei programmi della sanità pubblica. Dobbiamo porre rimedio al tradizionale scarso investimento in questo campo. Per farlo, quando elaboriamo la nostra strategia nazionale in materia di salute mentale, la USM ha bisogno di un sostegno politico e logistico di primo livello un piano nazionale di prevenzione dei suicidi e una legge palestinese sulla salute mentale.

Le parti locali e internazionali coinvolte devono coordinare i propri sforzi per sostenere la USM e garantire la totale disponibilità di servizi di alta qualità e finanziariamente sostenibili che riducano al minimo le lacune nel campo della salute mentale ed evitino le sovrapposizioni e gli sprechi. Se vogliamo migliorare la qualità dei servizi in Palestina è essenziale creare dei protocolli e delle linee guida, delle procedure operative standard, un controllo della qualità e verifiche cliniche nel campo della salute mentale. Si tratta tuttavia di un lavoro e di uno sforzo collettivi che non possono essere realizzati dalla sola USM.

Il benessere mentale è una risorsa nazionale, soprattutto per una Nazione come la nostra che è stata spogliata delle sue risorse naturali e dove la salute mentale è presa di mira. Di conseguenza dedicare una maggiore attenzione alla salute mentale diventa una responsabilità collettiva e una priorità nazionale. Questa pandemia deve essere considerata come un’opportunità per migliorare i servizi di salute mentale, cambiare gli atteggiamenti negativi e incoraggiare il governo palestinese a passare dalle parole ai fatti in questo settore. Prese seriamente, queste misure e queste cure aiuteranno sicuramente i palestinesi a diventare più reattivi e più uniti di fronte alla prossima crisi.

Note:

[1] Raghid Charara et al., “The Burden of Mental Disorders in the Eastern Mediterranean Region, 1990–2013,” Plos One, 17 gennaio 2017, visibile qui.

[2] “The closing ceremony of the mental health project in the occupied Palestinian territory,” WHO, 13 giugno 2019, visibile qui.

*La dottoressa Samah Jabr è una psichiatra che lavora a Gerusalemme est e in Cisgiordania. Attualmente è responsabile dell’Unità di Salute Mentale del ministero della Sanità palestinese. Ha insegnato in università palestinesi e internazionali. La dottoressa Jabr è spesso consulente di organizzazioni internazionali nel campo dello sviluppo della salute mentale. È anche una scrittrice prolifica. Il suo ultimo libro pubblicato in italiano è “Dietro i Fronti – Cronache di una psichiatra e psicoterapeuta palestinesi sotto occupazione” [Sensibili alle foglie, 2019].

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)

da qui

 

Una ennesima violenza contro il popolo palestinese!

Il governo di Israele ha deciso, dal 1° luglio prossimo, l’annessione

formale di altri importanti territori appartenenti al Popolo Palestinese.

Si tratta non soltanto di un atto illegittimo, come ampiamente riconosciuto

dalla comunità internazionale, ma anche di un’ulteriore prosecuzione di

quella specie di ‘genocidio goccia a goccia’ che quel Governo sta

progressivamente realizzando, al di là della forte opposizione anche

interna nella società civile israeliana, nei confronti del Popolo

Palestinese.

Tutto ciò che si poteva dire sulla palese illegalità per il diritto

internazionale e sulla sostanziale illegittimità della politica israeliana

nell’attuazione di un sempre più chiaro disegno di apartheid è stato detto.

Evidente appare l’impotenza della comunità internazionale, compresa

l’Unione Europea, incapace di tradurre in concreti e coerenti comportamenti

di opposizione le ripetute disapprovazioni formali, che nei fatti finiscono

per coprire il sostanziale disinteresse, quando non la colpevole

connivenza, nei confronti della politica del governo israeliano, sostenuto

dall’amministrazione USA di Trump.

Possa la memoria e il dolore delle indicibili tragedie patite dal Popolo

Ebraico generare nella società israeliana e nella comunità dei popoli una

solidarietà capace di accompagnare e rinforzare la resistenza del Popolo

Palestinese.

La Fondazione Lelio e Lisli Basso – Onlus

 

 

Comunicato Relatori speciali ONU contro l’annessione ,l’apartheid e l’occupazione

Comunicato Esperti Onu

L’annessione israeliana di parti della Cisgiordania palestinese violerebbe il diritto internazionale – gli esperti dell’ONU chiedono alla comunità internazionale che ne paghi le conseguenze.

GINEVRA (16 giugno 2020) – Oggi esperti dell’Onu hanno detto che l’accordo del nuovo governo di coalizione di Israele per annettere dopo il 1° luglio ampie zone della Cisgiordania palestinese occupata violerebbe un principio fondamentale del diritto internazionale e deve essere contrastato in modo efficace dalla comunità internazionale. Quarantasette degli inviati indipendenti per le procedure speciali nominati dalla Commissione per i diritti umani hanno rilasciato la seguente dichiarazione:

“L’annessione dei territori occupati è una grave violazione della Carta delle Nazioni Unite e delle Convenzioni di Ginevra ed è contraria alle norme fondamentali più volte affermate dal Consiglio di Sicurezza e dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, secondo cui l’acquisizione di territori con la guerra o con la forza è inammissibile.

La comunità internazionale ha vietato l’annessione proprio perché incita a guerre, devastazioni economiche, instabilità politica, sistematiche violazioni dei diritti umani e diffuse sofferenze.

I piani dichiarati da Israele per l’annessione estenderebbero la sovranità su gran parte della Valle del Giordano e su tutti gli oltre 235 insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania. Ciò equivarrebbe a circa il 30% della Cisgiordania. L’annessione di questo territorio è stata approvata dal Piano Americano di Pace per la Prosperità, reso noto alla fine di gennaio 2020.

Le Nazioni Unite hanno dichiarato in molte occasioni che l’occupazione israeliana, che risale a 53 anni fa, è fonte di gravissime violazioni dei diritti umani contro il popolo palestinese. Queste violazioni includono confisca di terre, violenza dei coloni, leggi di pianificazione urbanistica discriminatorie, confisca delle risorse naturali, demolizione delle case, trasferimento forzato della popolazione, uso eccessivo della forza e tortura, sfruttamento del lavoro, violazioni estese dei diritti alla privacy, restrizioni sui media e sulla libertà di espressione, prendere di mira le donne attiviste e i giornalisti, detenzione di minorenni, avvelenamento da esposizione a rifiuti tossici, sfratti ed espulsioni forzate, deprivazione economica e povertà estrema, detenzione arbitraria, mancanza di libertà di movimento, insicurezza alimentare, applicazione discriminatoria delle leggi e imposizione di un sistema a due livelli di diritti politici, legali, sociali, culturali ed economici diversi in base all’etnia ed alla nazionalità. I difensori dei diritti umani palestinesi e israeliani, che portano pacificamente l’attenzione dell’opinione pubblica su queste violazioni, sono calunniati, criminalizzati o etichettati come terroristi. Soprattutto, l’occupazione israeliana ha significato la negazione del diritto all’ autodeterminazione dei palestinesi.

Dopo l’annessione queste violazioni dei diritti umani non farebbero che intensificarsi. Ciò che rimarrebbe della Cisgiordania sarebbe un Bantustan palestinese, isole di territorio completamente scollegate, circondate da Israele e senza alcun legame territoriale con il mondo esterno. Recentemente Israele ha promesso che manterrà il controllo permanente della sicurezza tra il Mediterraneo e il fiume Giordano. Quindi il giorno dopo l’annessione sarebbe la cristallizzazione di una realtà già di per sé ingiusta: due popoli che vivono nello stesso spazio, governati dallo stesso Stato, ma con diritti profondamente disuguali. Questa è la visione di un’apartheid del XXI secolo.

Già per due volte in precedenza Israele ha annesso territori occupati – Gerusalemme Est nel 1980 e le Alture del Golan siriane nel 1981. In entrambe le occasioni il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha immediatamente condannato le annessioni come illegali, ma non ha preso alcuna contromisura significativa per opporsi alle azioni di Israele.

Allo stesso modo, il Consiglio di Sicurezza ha ripetutamente criticato le colonie israeliane in quanto flagrante violazione del diritto internazionale. Tuttavia, la sfida di Israele a queste risoluzioni e il suo continuo rafforzamento delle colonie è rimasto senza risposta da parte della comunità internazionale.

Questa volta deve essere diverso. La comunità internazionale ha la grave responsabilità giuridica e politica di difendere un ordine internazionale basato su regole, di opporsi alle violazioni dei diritti umani e dei principi fondamentali del diritto internazionale e di dare attuazione alle sue numerose risoluzioni che criticano la condotta da parte di Israele durante questa prolungata occupazione. In particolare, gli Stati hanno il dovere di non riconoscere, aiutare o assistere un altro Stato in qualsiasi forma di attività illegale, come l’annessione o la creazione di insediamenti civili in territorio occupato. Le lezioni del passato sono chiare: le critiche senza conseguenze non impediranno l’annessione né porranno fine all’occupazione.

La responsabilizzazione e la fine dell’impunità devono diventare una priorità immediata per la comunità internazionale. Essa ha a sua disposizione un’ampia gamma di misure di responsabilizzazione che sono state ampiamente applicate e con successo dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU in altre crisi internazionali negli ultimi 60 anni. Le misure di responsabilizzazione che vengono selezionate devono essere prese in piena conformità con il diritto internazionale, essere proporzionate, efficaci, soggette a revisione periodica, coerenti con i diritti umani, umanitari e con il diritto dei rifugiati, progettate per annullare le annessioni e por fine all’occupazione e al conflitto in modo giusto e duraturo. I palestinesi e gli israeliani non meritano di meno.

Esprimiamo grande rammarico per il ruolo degli Stati Uniti d’America nel sostenere e incoraggiare i piani illegali di Israele per l’ulteriore annessione dei territori occupati. Negli ultimi 75 anni in molte occasioni gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo importante nel promuovere i diritti umani a livello mondiale. In questa occasione dovrebbero opporsi decisamente all’imminente violazione di un principio fondamentale del diritto internazionale, piuttosto che favorirne concretamente la violazione”.

Gli osservatoti speciali fanno parte di quelle che sono note come le Procedure Speciali della Commissione per i Diritti Umani. Procedure Speciali, l’ente più grande di esperti indipendenti nel sistema dell’ONU per i Diritti Umani, è il nome complessivo del sistema di accertamento dei fatti e dei meccanismi di controllo che si occupano sia della situazione di Paesi specifici sia di questioni tematiche in ogni parte del mondo. Gli esperti delle Procedure Speciali lavorano su base volontaria: non fanno parte del personale dell’ONU e non ricevono uno stipendio per il loro lavoro. Non dipendono da nessun governo o organizzazione e prestano servizio nell’ambito delle loro competenze individuali.

(Traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

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Cosa sarebbe l’identità israeliana senza il sionismo? – Yuli Novak

Gli afrikaner bianchi nel Sudafrica del dopo-apartheid hanno dovuto crearsi un’identità nazionale che non fosse basata sull’asservimento di altri esseri umani. È un problema che, prima o poi, anche gli ebrei israeliani dovranno affrontare.

“Il fatto è che noi siamo malati, molto malati” scrisse Jean-Paul Sartre ai francesi nel 1957 commentando la cecità della sua società verso le proprie responsabilità nei confronti del dominio coloniale in Algeria. Il fatto è che anche noi siamo malati. Molto malati. E ammettere la propria malattia è, secondo me, la fase più difficile.

Essendo cresciuti in Israele, dove c’è un sistema politico che proclama esclusivamente l’idea sionista, noi crediamo orgogliosamente in una chiara distinzione fra il “nostro” sionismo, come è stato applicato entro la Linea Verde, e il progetto dei coloni al di là dei confini antecedenti al 1967 [cioè nei territori palestinesi occupati, ndtr.]. Ma, per quanto sia difficile ammetterlo, questa logica è artificiale e ci sta accecando.

Negli ultimi anni ho passato molto tempo in Sudafrica. Mi sono particolarmente interessato a un gruppo che costituisce meno del 10% popolazione: gli afrikaner bianchi, i discendenti degli europei arrivati nella parte meridionale del continente africano tra il XVI e il XVII secolo. All’inizio del Ventesimo secolo, quando il colonialismo inglese in questa regione stava concludendosi, gli afrikaner ottennero il controllo politico sulle terre. Nel 1948 instaurarono l’apartheid, un sistema politico durato 50 anni prima della sua abolizione nel 1994.

Negli anni dell’apartheid solo pochissimi afrikaner riuscirono a riconoscere la propria malattia (oggi ammessa da quasi tutti quegli afrikaner che desiderano relegarla a una cosa del passato). Quei pochissimi si trovavano davanti a un’impasse scoraggiante poiché si rendevano conto che qualcosa nella narrazione della propria formazione proprio non quadrava, che la logica del dominio dei bianchi sui neri, nonostante tutte le giustificazioni che venivano offerte, non poteva essere valida.

Riconoscerlo significava dover fare i conti con i presupposti più essenziali del proprio ambiente sociale, familiare e professionale. Sovvertire la giustificazione dell’apartheid voleva dire voltare le spalle a famiglia, nazione e Stato. Erano considerati, correttamente, come dei traditori. Ma non avevano mai tradito la madrepatria, solo il suo regime.

La loro impasse era soprattutto interiore: non avevano una narrazione per immaginare se stessi alternativa a quella del regime. Il Movimento della Consapevolezza nera che si stava sviluppando in quel periodo in Sudafrica offriva una solida struttura all’identità della lotta contro l’apartheid che però non si rivolgeva a loro in quanto bianchi. Dato che il regime si equiparava al nazionalismo afrikaner, ne conseguiva che essere contro l’apartheid voleva dire essere anti-afrikaner. Quindi essere un afrikaner contro l’apartheid voleva dire andare contro se stessi. Un afrikaner me l’ha spiegato: “Dovevamo chiederci: cosa significa essere chi siamo, afrikaner, senza l’apartheid? Scoprimmo che non avevamo una risposta.” Questa è l’essenza della malattia.

“Cosa significa essere ebreo-israeliano senza il sionismo?” Una domanda che non mi sono mai posto.

Il regime sionista (il sionismo come è stato praticato, non la sua versione ideologica o filosofica del come “sarebbe potuto essere”) non ha mai fatto molto per la democrazia. Già nei suoi primi anni il regime israeliano si adoperò per mantenere una maggioranza ebraica, con la Legge sulla proprietà degli assenti e la Legge del ritorno, e per applicare un sistema duale tramite l’apparato militare imposto sulle zone arabe nel nuovo Stato di Israele. Nel 1967 al nostro progetto nazionale si è aggiunta una sfida nuova, ma vecchia: insediarsi e controllare territori oltre la Linea verde riconosciuta internazionalmente. Alla sinistra sionista ebraica venne dato un nuovo problema con cui fare i conti: “l’occupazione dei territori” che, anche se in linea con l’originaria logica di insediamento alla base del sionismo (“il nostro diritto alla terra”), era molto più sgradevole agli occhi degli ebrei su posizioni di sinistra e a quelli del resto del mondo.

La nostra malattia non è cominciata nel 1967. Per quelli che non vogliono mettere in dubbio la narrazione che la sovranità sulla terra debba essere esclusivamente ebraica, narrazione con cui si fa iniziare “una storia diversa” nel 1967, è un modo conveniente per non guardare in faccia il male. Noi possiamo dire a noi stessi che curare i sintomi dell’occupazione, se solo fosse possibile, avrebbe spianato la strada per continuare il progetto sionista “senza macchia”.

In anni recenti gli eventi sul terreno ci hanno impedito di continuare a raccontare a noi stessi questa storia. Quasi tutti i partiti politici che rappresentano gli ebrei israeliani riconfermano ai cittadini palestinesi la loro esclusione da una collaborazione autenticamente egalitaria al governo di Israele. Mentre si sta rapidamente avvicinando l’annessione de jure di vaste parti della Cisgiordania sostenuta da buona parte dell’opinione pubblica ebraica, sta diventando sempre più difficile distinguere fra “Israele” e l’“occupazione.”

Un buon punto di partenza potrebbe essere la domanda esasperante che ci viene spesso posta dalla destra: “Che differenza c’è fra Ramat Aviv (il quartiere di Tel Aviv costruito sulle rovine del villaggio di Sheikh Muwannis) e Kiryat Arba (l’insediamento in Cisgiordania vicino a Hebron)?” È una domanda che anche noi dovremmo avere il coraggio di farci, non per sfida, ma con coraggio, umiltà e sincerità. Perché, appunto, qual è la differenza quando si guarda attraverso la lente delle giustificazioni nazionali e storiche fra l’applicare il sionismo a Giaffa o a Lydda [due città con una nutrita minoranza di palestinesi, ndtr.] e imporre lo stesso regime su Betlemme o Nablus?

Il malessere che proviamo quando affrontiamo questioni simili è un sintomo su cui vale la pena di riflettere, dato che ci porta più vicino alla nostra vera malattia: noi non abbiamo un’identità nazionale o di gruppo che non coinvolga né dipenda dal soggiogare i palestinesi alla supremazia ebraica. Temo che non l’avremo mai.

La sinistra ebraico-israeliana non ha mai prodotto una narrazione alternativa a quella del regime. Quando sono stati fatti dei tentativi, sono rimasti ai margini e non sono mai stati adottati su larga scala come base per una lotta di liberazione più ampia (e da questo regime dobbiamo liberarci anche noi ebrei israeliani, non solo i palestinesi).

Presentare idee simili oggi in Israele può essere considerato tradimento, eppure è fondamentale analizzarle a fondo e sinceramente se vogliamo far nascere una nuova politica e una nuova identità nostra, nel cui nome combattere. Questa nuova identità politica ebraica dovrà riconoscere gli errori del passato senza farsene dominare. E ci libererà non solo da un’identità definita da paure e minacce, vere e immaginarie, ma anche dalla certezza, repressa e difficile da esprimere a parole, che anche noi siamo malati, molto malati.

Quest’articolo è stato originalmente pubblicato in ebraico su Haaretz.

Yuli Novak è un’attivista israeliana, nata e cresciuta in Israele; fra il 2012 e il 2017 è stata direttrice di ‘Breaking the Silence’  [‘Rompere il silenzio’ un’organizzazione di soldati ed ex soldati israeliani che si oppone all’occupazione, ndtr.].

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)

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Esperti delle NU denunciano l’apartheid israeliano e chiedono sanzioni

Il Comitato nazionale palestinese per il BDS (BNC), la più grande coalizione nella società palestinese, elogia le decine di esperti delle Nazioni Unite per il loro coraggio nel dire le verità che gli stati e le organizzazioni internazionali che li rappresentano, tra cui le Nazioni Unite e l’UE, hanno cercato di eludere e sopprimere.

Gli esperti delle Nazioni Unite hanno affermato in una dichiarazione rilasciata a Ginevra oggi [16 giugno, N.d.T.] che l’annessione di territori palestinesi occupati, attualmente pianificata dal governo israeliano di destra, “sarebbe la cristallizzazione di una realtà già ingiusta: due popoli che vivono nello stesso spazio, governati dallo stesso stato, ma con diritti profondamente diseguali. Questa è una visione di una apartheid del 21° secolo.”

La loro dichiarazione ha chiesto “la responsabilizzazione e la fine dell’impunità [come] una priorità immediata per la comunità internazionale”.

Accogliendo con favore la dichiarazione degli esperti delle Nazioni Unite, Mahmoud Nawajaa, coordinatore generale del BNC, ha dichiarato:

“Per decenni, l’inazione e la complicità internazionali hanno permesso a Israele di violare le leggi dell’occupazione belligerante, di far avanzare la sua colonizzazione dei territori palestinesi occupati e di imporre un regime di apartheid che è sancito dalla legge nazionale di Israele.

Di fronte all’annessione illegale da parte di Israele, al suo regime di apartheid e alla sua negazione del nostro diritto inalienabile all’autodeterminazione, è giunto il momento per tutti gli stati e le organizzazioni internazionali di adempiere ai loro obblighi legali adottando contromisure efficaci, comprese le sanzioni.”

In via prioritaria, la stragrande maggioranza della società civile palestinese lancia un appello per:

  • Mettere al bando il commercio di armi e la cooperazione nel settore militare e della sicurezza con Israele.
  • Sospendere gli accordi di libero scambio con Israele.
  • Proibire qualsiasi commercio con le colonie illegali israeliane e assicurare che le aziende evitino / terminino affari con il progetto coloniale illegale di Israele.

Garantire che gli individui e i soggetti aziendali responsabili di crimini di guerra / crimini contro l’umanità nel contesto del regime israeliano di occupazione illegale e di apartheid siano assicurati alla giustizia.

Fonte: BNC

Traduzione di BDS Italia

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Ben Gourion Internazionale, questo aeroporto diventato un tribunale inquisitorio – Laurent Perpigna Iban

(da Middle East Eye)

All’aeroporto di Tel Aviv ottenere il visto israeliano a volte diventa un incubo per i viaggiatori. Soprattutto per quelli che sono sospettati dalle autorità israeliane di essere militanti filopalestinesi

Tel Aviv, Israele – La lunga rampa che conduce dai terminal dell’aeroporto Ben Gurion agli uffici dell’immigrazione israeliani a volte ha il sapore della paura. Più in basso, dietro i vetri della ventina di posti di controllo, gli agenti attendono pazientemente i viaggiatori. Nelle code in attesa la gioia dei pellegrini contrasta con l’ansia di altri candidati al visto.

Arriva il momento fatidico. I passaporti vengono analizzati meticolosamente, le domande a dir poco brusche: “Dove andate? Conoscete qualcuno qui? Come si chiama?”. E altrettante domande a cui i viaggiatori devono rispondere senza batter ciglio, soprattutto coloro che intendono recarsi per conto proprio in Cisgiordania, per i quali la bugia risulta essere il miglior parafulmine ai guai.

Queste domande da interrogatorio non riguardano solo questioni di sicurezza. Gli obbiettivi, oltre a prevenire attacchi sul suolo israeliano, sono anche politici, poiché si tratta di limitare la presenza straniera nei territori occupati. A questo scopo le autorità israeliane dispongono di uno strumento imbattibile: la concessione del visto all’arrivo.

Dato che i due principali punti d’ingresso che consentono agli stranieri di recarsi in Cisgiordania sono sotto controllo israeliano – l’aeroporto di Tel Aviv e il ponte di Allenby – Malik Hussein, tra la Cisgiordania e la Giordania – la concessione di questo ‘apriti sesamo’ si è trasformata nel tempo in uno strumento amministrativo agli ordini della politica israeliana.

Gli accordi che esentano dalla richiesta di visto prima della partenza conclusi con parecchi Paesi erano peraltro tesi a facilitare il viaggio degli stranieri. Ma ecco che queste cortesi direttive hanno assunto l’aspetto si una roulette russa per molti viaggiatori: l’autorizzazione ad entrare nel territorio – attraverso un visto per turismo di tre mesi – si ottiene direttamente sul posto e di fatto sottopone i viaggiatori all’arbitrio.

Il quotidiano economico Globes, citando statistiche dell’Amministrazione dei posti di frontiera, della popolazione e dell’immigrazione –che fa capo al Ministero dell’Interno israeliano – riportava che nel 2018 erano state respinte al loro arrivo circa 19.000 persone, contro le 16.534 del 2016 e….le 1.870 del 2011.

Risultato: molti viaggiatori che vogliono andare in Cisgiordania in modo indipendente preferiscono tacere le proprie intenzioni, di fronte al rischio di pesanti interrogatori o anche di respingimento.

Interrogatori interminabili

Kamel e Louis* lo sapevano. Questi due giovani francesi si erano documentati in proposito prima di partire per Tel Aviv, nel novembre 2019. Se Louis ha passato senza problemi i controlli, non è stato così per il suo amico.

“Ho mostrato il mio passaporto francese. Ho risposto che sarei andato a visitare Tel Aviv e Gerusalemme. La giovane donna allora mi ha chiesto quali fossero le mie origini. Algerine. Per me è stato l’inizio dei guai,” racconta Kamel a Middle East Eye.

Il giovane viene quindi fatto entrare nella sala d’attesa riservata ai “aspiranti [all’ingresso in Israele] sospetti”. Kamel subisce un primo interrogatorio di una mezz’ora. Passano due ore prima che sia portato davanti ad un secondo interlocutore.

“Questo mi ha detto di essere il capo della sicurezza. Mi ha fatto le stesse domande alle quali ho dato le stesse risposte. Mi sono trovato davanti una terza persona. E’ diventato sempre più pesante.”

Kamel riferisce che dal terzo interrogatorio in poi era presente un traduttore francese.

“L’agente della sicurezza israeliana ha alzato più volte la voce. Mi ha chiesto se ero musulmano, se pregavo… E poi domande personali che non li riguardavano e che comunque loro si permettevano di farmi. Davano l’impressione di voler controllare tutto e di avere un potere assoluto. Mi hanno chiesto perché i miei genitori erano andati a vivere in Francia. Hanno anche controllato il mio portatile”, racconta.

Il giovane ha subito in tutto cinque interrogatori, per un fermo in totale di sei ore.

“Hanno cercato di colpirmi psicologicamente. Ero nella posizione del colpevole”, racconta a MEE. Quando si rassegna ad un respingimento formale, ha finito “quasi miracolosamente”per ottenere il visto.

Un trattamento che sono costretti a subire tutti coloro che non corrispondono al profilo del turista depoliticizzato. Ma di fatto le persone di origine araba e di fede musulmana sono molto più esposte a queste complicazioni. Al punto che alcune di loro, dal profilo insospettabile, a volte sono pesantemente minacciate.

Nel 2019 il quotidiano israeliano Haaretz ha dato conto della disavventura dell’ambasciatore di Israele a Panama, Reda Mansour, che ha riferito che lui stesso e suoi famigliari sono stati “umiliati e trattati come sospetti dalle guardie di sicurezza”.

Un trattamento che aveva provocato una pesante polemica in Israele, che ha costretto il presidente Reuven Rivlin ad esprimersi pubblicamente. “Ciò che conta è ciò che voi sentite, e se voi vi sentite così feriti, allora non dobbiamo fare delle riflessioni”, aveva allora dichiarato il capo dello Stato.

In seguito la situazione non sembra essere affatto migliorata: alcune ore prima della messa in quarantena di tutti i viaggiatori in arrivo all’aeroporto di Tel Aviv a causa dell’epidemia di coronavirus, gli agenti dell’immigrazione si preoccupavano meno di sapere se essi provenissero da una zona infetta dal coronavirus che di cosa avessero intenzione di fare una volta entrati.

La legge in questione

Alla fine degli interrogatori alcuni non hanno la fortuna di Kamel e si trovano nella situazione di « denied entry » (ingresso respinto). Per loro è un ritorno al mittente.

Qualunque scusa è buona per giustificare questa decisione. Le simpatie filo palestinesi, anche presunte, mettono il candidato al visto nella posizione del colpevole, mentre le foto archiviate sui telefonini, gli account Twitter e Facebook valgono come prove.

Una situazione tanto più paradossale in quanto la visita nei territori palestinesi non è vietata agli stranieri, anche in base al diritto israeliano.

Tuttavia nel 2017 la Knesset [parlamento israeliano, ndtr.] ha approvato una legge che vieta il rilascio di visti e di diritti di residenza ai cittadini stranieri che aderiscono al boicottaggio economico, culturale o accademico di Israele, ma anche di tutte le istituzioni israeliane o di ogni “zona sotto il controllo di Israele”, cioè le colonie. Se gli stranieri sono il principale obiettivo, anche i militanti israeliani contro l’occupazione ne fanno regolarmente le spese.

Tuttavia non sono solo i controlli all’arrivo a provocare paura e tensione. Quelli effettuati al momento di lasciare il Paese in aereo – il primo avviene tre chilometri prima di arrivare all’aeroporto – sono tanto numerosi quanto snervanti.

Il più inquietante è quello effettuato dentro l’area da una schiera di agenti di sicurezza, ancor prima che il viaggiatore possa accedere agli sportelli per il check in. Con il pretesto della sicurezza aeroportuale, le domande sui viaggi precedenti – soprattutto nei Paesi arabi – si susseguono a folle velocità, volutamente destabilizzante.

Questa raccolta di informazioni resta segreta, anche se alcuni segreti dei servizi di immigrazione israeliani a volte finiscono per essere smascherati. È il caso degli adesivi con codice a barre incollati sul retro del passaporto dopo l’interrogatorio: secondo diverse fonti il primo numero, compreso tra 1 e 6, classifica i viaggiatori secondo un ordine crescente di “pericolosità”.

Una teoria confermata da nostri incontri con una decina di persone che hanno viaggiato in Israele: quelle che hanno la prima cifra compresa tra 5 e 6 subiscono interrogatori pesanti e sistematiche perquisizioni dei bagagli.

Chris Den Hond è un giornalista. Abituato dal 1994 a recarsi nei territori occupati, è avvezzo a questo genere di interrogatori.

“Anche se non mi hanno messo il timbro sul passaporto e non mi hanno mai sequestrato cassette video, tutte le volte, sia all’entrata che all’uscita, è lo stesso stress”, confida a MEE.

“Mi sono sempre limitato a visitare i siti turistici di Gerusalemme e di Betlemme. Ma le intimidazioni perché io fornissi i nomi, i numeri di telefono e gli indirizzi di contatti palestinesi sono sempre numerose.”

Nel 2017, quando Chris Den Hond è uscito dal territorio attraverso il valico con la Giordania, ha citato anche la visita a Ramallah. “La città di troppo”, spiega, amaramente.

Si susseguono lunghe ricerche condotte dalle forze di sicurezza israeliane, che non tardano a trovare dei video che il giornalista ha realizzato sul movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), vera bestia nera delle elite del paese.

“Alla fine un dirigente mi ha consigliato ironicamente di consultare l’ambasciata israeliana prima di pensare di tornare in Israele, per evitare di essere respinto all’arrivo. Ho chiesto: ‘ Per quanto tempo?’ Mi hanno risposto: ‘Almeno per dieci anni’.”

[SI tratta di] frequenti misure di divieto di ingresso nel territorio, come spiega a MEE Salah Hamouri, avvocato franco-palestinese.

“All’arrivo attraverso questo aeroporto Israele cerca di vietare l’ingresso nel territorio a tutte le persone che hanno idee politiche considerate filo palestinesi. Questo rientra nel loro concetto di negazione stessa dell’esistenza del popolo palestinese”, commenta.

Il caso spinoso dei familiari di palestinesi

Salah Hamouri è nel mirino delle autorità israeliane. Dopo essere stato incarcerato una prima volta tra il 2005 e il 2011, l’avvocato viene arrestato nell’agosto 2017 a Gerusalemme: passerà più di un anno in detenzione amministrativa, senza che le accuse contro di lui vengano rese pubbliche.

Prima ancora, nel 2016, hanno arrestato sua moglie, Elsa Lefort, allora incinta di sette mesi. “È rimasta tre giorni in un centro di detenzione prima di essere rimandata in Francia con un divieto di ingresso nel territorio tuttora in vigore. Non può più venire a Gerusalemme.”

Quando è uscito di prigione nel 2018, il Ministero degli Esteri francese ha consigliato a Salah Hamouri di fare domanda di visto presso l’ambasciata israeliana prima di partire, se (sua moglie) vuole tornare nel Paese.

“L’ambasciata mi ha risposto che le era vietato l’ingresso nel territorio fino al 2025. Quanto a mio figlio, hanno detto che la sua domanda sarebbe stata esaminata al momento dell’arrivo…”, spiega.

L’avvocato ricorda almeno “una trentina di donne francesi sposate a palestinesi” che incontrano tremende difficoltà per entrare nel territorio e condurre una vita normale. Di fronte a questi problemi che le riguardano direttamente, “le autorità francesi restano sorde…”, ci dice.

In realtà Salah Hamouri, come altri, deplora la passività della diplomazia francese.

“Ufficialmente, anche se io sono in possesso della carta di residenza di Gerusalemme, ho soltanto la nazionalità francese e in quanto famiglia francese noi abbiamo il diritto di vivere dove vogliamo. Le nostre richieste alle autorità francesi sono vane. Nel mio caso gli israeliani utilizzano questo per revocarmi la carta d’identità come residente a Gerusalemme e scoraggiarmi dall’andarci.”

Un arbitrio al passo coi tempi: i palestinesi di Gerusalemme, che nella gran maggioranza non possiedono la cittadinanza israeliana, hanno solamente lo statuto di residenti della città, facilmente revocabile. Per Salah Hamouri, come per migliaia di altri, un allontanamento geografico di eccessiva durata potrebbe privarlo di questa preziosa carta di residenza.

Nondimeno, l’ esasperato sistema di controllo dell’aeroporto di Tel Aviv suscita l’interesse e anche l’ammirazione di parecchi Paesi, soprattutto europei, che lo considerano – nonostante gli abusi rilevati – uno dei luoghi più sicuri al mondo.

Così, due mesi dopo l’attentato avvenuto all’aeroporto di Bruxelles nel marzo 2016, il Ministro dell’Interno belga ha effettuato una visita privata delle installazioni israeliane. Anche altre delegazioni europee vi si sono recate in trasferta.

In queste condizioni è difficile aspettarsi un qualunque ammorbidimento all’aeroporto internazionale Ben Gurion, che di anno in anno si trasforma sempre più in tribunale inquisitorio.

* I nomi di battesimo sono stati modificati.

** Al momento della pubblicazione di questo articolo le autorità aeroportuali israeliane non avevano ancora risposto alle domande di MEE.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)

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Non possiamo respirare finché non siamo liberi! I palestinesi sono solidali con i neri americani

Il Comitato nazionale palestinese per il BDS (BNC), la più grande coalizione nella società palestinese che guida il movimento globale BDS, si schiera decisamente in solidarietà con i nostri fratelli e sorelle neri negli Stati Uniti che stanno chiedendo giustizia in seguito all’ultima ondata di intollerabili omicidi di neri americani da parte della polizia, tra cui George Floyd a Minneapolis, Tony McDade a Tallahassee e Breonna Taylor a Louisville.

Le crescenti proteste degli “inascoltati” contro la brutalità della polizia negli Stati Uniti sono fondamentalmente una rivolta contro un intero sistema di sfruttamento e di oppressione razzista, esacerbato e messo a nudo dalla pandemia di Covid-19 e dal suo sproporzionato numero di vittime tra gli afroamericani. Questo sistema è organicamente collegato ai crimini perpetrati dall’imperialismo USA contro popoli di colore in tutto il mondo e radicato nelle fondamenta violente, razziste e coloniali degli Stati Uniti.

La distruzione genocida delle nazioni native americane, il saccheggio delle loro ricchezze e risorse, e la crudele schiavitù di milioni di africani costituiscono i pilastri più profondi di quelli che sono diventati gli Stati Uniti. L’ideologia suprematista bianca profondamente radicata che ha guidato e tentato di insabbiare questi crimini è ancora viva, sebbene in forme diverse. Questa ideologia di esclusione è incoraggiata dalla Casa Bianca di Trump palesemente razzista e da un insidioso, meno audacemente razzista establishment moderato che condanna retoricamente il razzismo, sputa addirittura alcune vuote promesse, ma non agisce coerentemente su risarcimenti, giustizia razziale ed economica, e fine dell’orribile sistema di criminalizzazione e incarcerazione di massa dei neri americani.

Come ha detto una volta Martin Luther King Jr., il “grande ostacolo” nel cammino dei neri americani verso la libertà non è il KKK, “ma il bianco moderato, che è più devoto all’ ‘ordine’ che alla giustizia; che preferisce una pace negativa che è l’assenza di tensione a una pace positiva che è la presenza di giustizia”.

Chiediamo al movimento di solidarietà con la Palestina negli Stati Uniti e altrove di schierarsi con il Movement for Black Lives e altre organizzazioni a guida nera nella loro legittima lotta per la giustizia, e per un approccio abolizionista alla riforma della polizia, per il risarcimento e la liberazione. Sosteniamo l’appello per un boicottaggio mirato e strategico, e per campagne di blocco dei finanziamenti e di disinvestimento contro istituzioni, banche e società implicate nel sistema di ingiustizia razziale.

Come autoctoni della Palestina, abbiamo esperienza diretta di colonialismo di insediamentoapartheid and violenza razzista esercitati dal regime di oppressione di Israele – con i finanziamenti militari e il sostegno incondizionato del governo degli Stati Uniti – al fine di espropriarci, attuare una pulizia etnica nei nostri confronti e ridurci a esseri umani inferiori. Il nostro risultato più importante come popolo che resiste all’oppressione coloniale, anche attraverso campagne di boicottaggio, è la nostra capacità di rimanere saldi e di resistere ai loro incessanti tentativi di colonizzare le nostre menti con la disperazione, l’auto-biasimo e la resa alla loro supremazia come destino.

I neri negli Stati Uniti, in Sudafrica e in molti altri paesi sono sopravvissuti per secoli alle forme più disumane di schiavitù e oppressione razziale, insegnando all’umanità intera preziose lezioni di perseveranza, resistenza e ingegnosità.

Il sistema di razzismo strutturale negli Stati Uniti è violentemente applicato dai dipartimenti di polizia paramilitari, molti addestrati da Israele, inclusa la polizia del Minnesota. A queste forze di polizia è stato assegnato il compito di fare tutto il necessario per proteggere questo sistema marcio di supremazia bianca e di privazione di diritti per neri, latini e indigeni.

L’assassinio indiscriminato e extragiudiziale di neri americani, l’immorale sistema carcerario statunitense e il trattamento disumano e razzista di migranti e richiedenti asilo ai confini meridionali sono tutti sintomi di uno stato di polizia sempre più militarizzato che sta provocando caos e distruzione contro le comunità di colore negli Stati Uniti e a livello globale. Finché questo sistema di oppressione continua, spetta ai nostri movimenti di base lavorare collettivamente e con modalità basate sulla intersezionalità per smantellarlo, dagli Stati Uniti alla Palestina.

È dovere di tutte le persone di coscienza incoraggiare la lotta e le voci delle nostre sorelle e fratelli neri. Chiediamo alla nostra comunità di riconoscere le connessioni tra l’oppressione razziale interna degli Stati Uniti e la sua oppressione imperiale in chiave razzista contro le persone di colore in tutto il mondo, come spiegato da Malcolm X e da altri leader del pensiero dei neri. Proprio come le forze militari israeliane occupanti servono a rafforzare ulteriormente il sistema di apartheid contro i palestinesi, le forze di polizia statunitensi servono solo a rafforzare ulteriormente il sistema di supremazia e privilegio dei bianchi americani.

Facciamo eco ai sentimenti della recente dichiarazione del Comitato Americano-Arabo Antidiscriminazione dicendo: “Ora è il momento per noi di ascoltare i neri americani e i gruppi per i diritti civili dei neri sulle loro esperienze uniche e su come possiamo meglio sostenere la nostra lotta collettiva contro l’ingiustizia. È anche nostro dovere […] educare noi stessi riguardo alle lotte che affrontano i nostri fratelli e sorelle neri e al modo in cui possiamo fare la nostra parte per affrontare la discriminazione contro i neri”.

Ai nostri fratelli e sorelle neri diciamo: la vostra resilienza di fronte alla brutale disumanizzazione è una fonte d’ispirazione per la nostra lotta contro il regime israeliano di occupazione, colonialismo di insediamento e apartheid. Sosteniamo appelli, come questa iniziativa degli organizzatori di Minneapolis, per disinvestire dal militarismo e dalla sorveglianza e invece investire in salute e sicurezza sotto la guida della comunità.

Riconoscendo che la giustizia è conquistata, non semplicemente concessa, riflettiamo sul consiglio di James Baldwin a suo nipote: “Per favore, cerca di ricordare che ciò in cui credono, così come ciò che fanno e ti costringono a soffrire, non testimonia la tua inferiorità, ma la loro disumanità e paura”.

Non possiamo respirare finché non siamo liberi dall’oppressione e dal razzismo. #BlackLivesMatter

Fonte BNC

Traduzione di BDS Italia

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400 STUDIOSI EBREI e ISRAELIANI DICHIARANO CHE L’ANNESSIONE È CRIMINE CONTRO L’UMANITÀ – Ben Sales

Più di 400 studiosi ebrei ed israeliani hanno firmato una dichiarazione in cui denunciano come “apartheid” la potenziale annessione di parti della Cisgiordani dicendo inoltre che sarebbe secondo il diritto internazionale un “crimine contro l’umanità”.

“Come rappresentanti di un ampio spettro di punti di vista, scriviamo per opporci alla prosecuzione dell’occupazione e alla dichiarata intenzione dell’attuale Governo eletto in Israele di annettersi parti della Cisgiordania, in tal modo creando formalmente (de jure) una situazione di apartheid in israele e Palestina” the statement said. (in inglese, ebraico, arabo. Al link si possono vedere le firme)

La lettera appello continua così: “Con queste condizioni, l’annessione di territori palestinesi cementerà sul posto un sistema antidemocratico di leggi separate e disuguali e una sistematica discriminazione contro la popolazione Palestinese”.

Il Governo di Israele potrebbe iniziare il processo di annessione di parti della Cisgiordania il 1° luglio, iniziativa che il primo Ministro Benjamin Netanyahu ha ripetutamente promesso di intraprendere. L’amministrazione Trump ha dato il via libera all’annessione quando ha rilasciato il Piano di pace per il Medio Oriente quest’anno, ma rappresentanti dell’amministrazione sono divisi sull’iniziativa.

La leadership palestinese, che vede la Cisgiordania come territorio del suo stato, ha denunciato la mossa come illegale e come un colpo mortale a qualsiasi futuro processo di pace.

La lettera è stata firmata da una serie di studiosi ebrei liberali e di sinistra in Nord America, Europa e Israele. Sono inclusi professori di spicco come Hasia Diner della New York University, Steven Zipperstein di Stanford e Susannah Heschel di Dartmouth, la figlia del rabbino Abraham Joshua Heschel, uno dei rabbini più importanti del 20 ° secolo.

“Vogliamo diffondere la discussione relativa alla democrazia nel campus e nella cultura”, ha dichiarato Zachary Braiterman, professore di studi ebraico a Siracusa e coautore della lettera. “E se il governo israeliano decide di annettere il territorio e di sviluppare enclave isolate del territorio palestinese, senza dare alle persone il diritto di voto, come studiosi dedicati agli studi ebraici e studi su Israele, intendiamo impegnarci per la democrazia”.

https://www.annexation.site/ qui il testo integrale della lettera

Traduzione Alessandra Mecozzi da https://www.timesofisrael.com/400-jewish-studies-scholars-denounce-annexation-as-a-crime-against-humanity/

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L’approccio bilaterale di Facebook alla censura – Richard Silverstein 

La maggior parte dei giornalisti e attivisti per i diritti umani che scrivono o sostengono i diritti dei palestinesi  o che criticano l’apartheid e l’occupazione israeliana , hanno affrontato la censura dei social media. Sebbene Facebook sembra molto efficace nel censurare la ibera espressione, anche Twitter si impegna nella censura del discorso politico.Ogg, NBC News ha riferito che Facebook ha sospeso o cancellato oltre 50 account di giornalisti e ONG arabe che documentano  le violazioni dei diritti umani in Medio Oriente. La maggior parte erano siriani, tunisini o palestinesi. I titolari   sono stati informati di aver perso i loro account per aver violato gli standard della comunità e che non era possibile, pertanto, fare ricorso..L’accusa più frequente da parte di Fb era   di essere affiliati o  di sostenere  “gruppi terroristici”. Un certo numero di utenti interessati ha negato con veemenza affermando di non  avere  nulla a che fare con il terrorismo  e le loro organizzazioni  Dopo le domande poste da NBC News e da  Middle East Eye   a tal proposito , Facebook ha ripristinato alcuni, ma non tutti gli account.Sebbene i resoconti dei media non approfondiscano questo aspetto in dettaglio, sappiamo che funzionari e ministri della sicurezza israeliani si sono impegnati in uno sforzo di lobby per censurare in particolare i contenuti filo-palestinesi su Facebook. I suoi alti funzionari, Mark Zuckerberg e Sheryl Sandberg, si sono recati in  Israele e hanno  incontrato molti di questi funzionari. Dopo gli incontri i ministri israeliani si sono vantati dell’ascolto senza precedenti che hanno ottenuto dalla società e dai suoi dirigenti; e l’attenzione dell’azienda per la loro richiesta di censura dei contenuti. Hanno anche riferito che Facebook ha accolto il 95% delle richieste israeliane di rimozione di contenuti.

Sebbene le notizie riguardino esclusivamente la censura dei contenuti arabi, le piattaforme dei social media censurano anche i contenuti pubblicati da non arabi che criticano Israele o promuovono i diritti dei palestinesi. Non è  chiaro se i censori israeliani stiano segnalando contenuti non arabi alle piattaforme,ma  la mia ipotesi è che gran parte di  questo tipo di censura sia determinato dalle lamentele degli utenti pro-Israele, mentre il contenuto arabo  vede l’intervento dello stato israeliano. Facebook sembra molto più attento a queste ultime richieste .

Alcuni post di D. Trump   sono stati censurati  da Twitter in quanto  promuovono il razzismo, l’odio e la violenza, Facebook ha rifiutato categoricamente di fare altrettanto. . Zuckerberg, sotto l’influenza del suo mentore, il miliardario suprematista bianco, Peter Thiel, e l’ex funzionario di Bush e ora lobbista della compagnia, Joel Kaplan, ha  sviluppato una stretta relazione con Trump. Ha persino cenato segretamente con Thiel alla Casa Bianca.Di conseguenza    ha rifiutato di moderare qualsiasi contenuto del Presidente americano, motivando la sua scelta con il pretesto della   libertà di parola,.  Afferma che il pubblico dovrebbe essere abbastanza intelligente da essere in grado di distinguere il vero dal falso e il giusto  da ciò che è sbagliato   nei post di Trump.. In sintesi  i post  del presidente  americano di estrema destra, appoggiato da Peter Thiel , non sono censurati,ma  lo sono quelli degli  arabi  che offendono Israele o denunciano  violazioni dei diritti umani in Medio Oriente. Con tale comportamento aziendale è razzista. Facebook favorisce le élite politiche corporative occidentali; dimostrando di non saper  distinguere tra contenuti che promuovono i diritti umani   e quelli  che promuovono il terrorismo.

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Quello che Malcom X pensava dello Stato d’Israele

Avamposto militare e strumento di dominio del colonialismo occidentale

Fonte: Version Française

Article de Malcolm X intitulé « Logique sioniste », et publié dans The Egyptian Gazette le 17 septembre 1964, lors du troisième et dernier voyage de Malcolm X en Egypte, où il avait eu l’occasion de visiter le camp de réfugiés de Khan Younès dans la Bande de Gaza, alors sous administration égyptienne

Source : http://www.malcolm-x.org/docs/gen_zion.htm

Le armate sioniste che occupano attualmente la Palestina affermano che i loro antichi profeti ebrei predissero che negli “ultimi giorni di questo mondo” il loro Dio avrebbe inviato loro un “Messia” che li avrebbe condotti nella Terra Promessa dove, in quei territori appena conquistati,  avrebbero istituito un  governo “divino” e che  questo governo “divino” avrebbe consentito loro di “governare tutte le altre nazioni con “pugno di ferro”.

Se i sionisti israeliani credono che la loro attuale occupazione della Palestina araba sia l’adempimento delle profezie fatte dai loro profeti ebrei, allora credono anche religiosamente che Israele debba compiere la sua missione “divina” di governare tutte le altre nazioni con  pugno di ferro, il che significa solo una forma diversa di ”regole di ferro” , ancor più saldamente radicata rispetto a quella delle ex potenze coloniali europee.

Questi sionisti israeliani credono religiosamente che il loro dio ebreo li abbia scelti per sostituire il vecchio colonialismo europeo con una nuova forma di colonialismo, così ben mascherato da consentire loro di ingannare le masse africane, tanto da farle sottomettere volontariamente alla loro autorità e guida “divina”, senza che esse stesse  siano consapevoli di continuare ad essere colonizzate.

Camuffamento

I sionisti israeliani sono convinti di aver camuffato con successo il loro nuovo tipo di colonialismo. Il loro colonialismo sembra essere più “benevolo”, più “filantropico”, un sistema con il quale governano facendo semplicemente in modo che le loro potenziali vittime accettino le loro amichevoli offerte di “aiuto” economico e altri doni allettanti,  fatti dondolare davanti alle nazioni africane di recente indipendenza le cui economie stanno incontrando grandi difficoltà. Durante il diciannovesimo secolo, quando le masse qui in Africa erano in gran parte analfabete, per gli imperialisti europei era facile governarle con “forza e paura”, ma nell’attuale era dei Lumi le masse africane si stanno risvegliando, ed è impossibile pretendere di controllarle adottando i metodi antiquati del 19 ° secolo.

Gli imperialisti, quindi, sono stati costretti a escogitare nuovi metodi. Poiché non possono più sottomettere le masse forzandole o spaventandole, devono escogitare metodi moderni che le conducano a sottomettersi volontariamente.

La moderna arma del neoimperialismo del XX secolo è il “dollarismo”. I sionisti dominano perfettamente la scienza del dollarismo, ovvero  la capacità di presentarsi come amici e benefattori, portando doni e tutte le altre diverse forme di aiuto economico e di offerte di assistenza tecnica. Pertanto, il potere e l’influenza dell’Israele sionista in molte delle nazioni africane diventate recentemente “indipendenti”sono rapidamente diventati ancora più irremovibili di quelli dei colonialisti europei del XVIII secolo … e questo nuovo tipo di colonialismo sionista differisce solo per forma e metodo , ma mai per motivazioni o obiettivi.

Alla fine del 19 ° secolo,  avendo gli imperialisti europei previsto saggiamente che le masse risvegliate dell’Africa non si sarebbero più sottomesse al loro vecchio metodo di governare attraverso la forza e la paura, questi imperialisti sempre pronti a tramare dovettero  creare una “nuova arma” e trovare una “nuova base” per quell’arma.

Il “Dollarismo”

L’arma numero uno dell’imperialismo del 20 ° secolo è il dollaro sionista e una delle basi principali di questa arma è il sionista Israele. Gli imperialisti europei collocarono saggiamente Israele dove poteva geograficamente dividere il mondo arabo, infiltrarsi e seminare il seme del dissenso tra i leader africani, così come  mettere gli africani contro gli asiatici.

L’occupazione israeliana della Palestina ha costretto il mondo arabo a sprecare miliardi di preziosi dollari in armamenti, rendendo impossibile per queste nazioni arabe di recente indipendenza concentrarsi sul rafforzamento delle loro economie e conseguentemente elevare il tenore di vita della loro gente.

E il basso tenore di vita nel mondo arabo è stato abilmente usato dalla propaganda sionista per far sembrare agli africani che i leader arabi non sono intellettualmente o tecnicamente qualificati per  migliorare il tenore di vita dei loro cittadini… “esortando” quindi, indirettamente, gli africani a voltare le spalle agli arabi e a rivolgersi agli israeliani per ricevere insegnanti e assistenza tecnica.

“Hanno storpiato l’ala dell’uccello, e poi lo condannano perché non vola più veloce di loro.”

Gli imperialisti si presentano sempre nel migliore dei modi, ma  solo perché sono in competizione  con Paesi  di fresca indipendenza, economicamente paralizzati e le cui economie sono in realtà bloccate dalla cospirazione capitalista- sionista. Non potrebbero resistere a una  leale concorrenza , quindi temono l’appello di Gamal Abdul Nasser all’unità socialista afro-araba.

Messia?

Se la rivendicazione “religiosa” dei sionisti è vera, ovvero che sono stati condotti nella Terra Promessa dal loro Messia, e che l’occupazione israeliana della Palestina araba è l’adempimento di quella profezia: dov’è il loro Messia, che i loro profeti dissero avrebbe avuto il merito di condurli lì? Fu Ralph Bunche (Diplomatico afro-americano  rappresentante degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, coinvolto nel piano di spartizione del 1947 e nell’accordo di cessate il fuoco tra Egitto e Israele nel 1950) a “negoziare” il possesso dei sionisti della Palestina occupata! Ralph Bunche è il messia del sionismo? Se Ralph Bunche non è il loro Messia e il loro Messia non è ancora arrivato, allora cosa stanno facendo in Palestina prima della venuta del loro  Messia?

I sionisti hanno il ​​diritto legale o morale di invadere la Palestina araba, cacciare i cittadini arabi dalle loro case e impadronirsi di tutte le proprietà arabe basandosi unicamente sull’affermazione “religiosa” che i loro antenati vi vivevano da migliaia di anni ? Solo mille anni fa i Mori (gli Arabi) vivevano in Spagna.  Forse che questo dà ai Mori di oggi il diritto legale  e morale di invadere la penisola iberica, cacciarne i cittadini spagnoli e quindi creare una nuova nazione marocchina … dove si trovava la Spagna, proprio come hanno fatto i sionisti europei ai nostro fratelli e sorelle arabi in Palestina? …

In breve, l’argomentazione sionista per giustificare l’occupazione  israeliana della Palestina non ha basi logiche o legali nella storia… e neppure nella loro religione. Dov’è il loro Messia?

(Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” – Invictapalestina.org)

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Dite ad AXA di smettere di finanziare l’apartheid israeliana

La compagnia assicurativa francese AXA terrà la sua assemblea annuale degli azionisti il ​​30 giugno. Dobbiamo assicurarci che sia messo in agenda il disinvestimento dall’apartheid israeliana. Nonostante le dichiarazioni di responsabilità sociale, AXA ha quasi triplicato i suoi investimenti in tre banche israeliane che finanziano gli insediamenti illegali di Israele.

Inoltre AXA detiene il 9,03% di Equitable Holdings, che investe in cinque banche israeliane e nella più grande compagnia di armamenti privata israeliana, la Elbit Systems, che promuove le sue armi e tecnologie di sorveglianza come “testate sul campo” sui palestinesi.

Queste banche sono state inserite nell’elenco delle Nazioni Unite delle società implicate nel finanziamento delle colonie illegali di Israele.

Con Israele che prevede di annettere ampie zone della Cisgiordania palestinese occupata, la necessità che AXA ponga fine alla sua complicità diventa ancora più urgente. Le banche israeliane finanziate da AXA finanziano gli insediamenti illegali che Israele vuole annettere. Elbit Systems partecipa alla costruzione del muro dell’apartheid israeliana che sottrae terre e diritti ai palestinesi.

La nostra campagna sta avendo successo: AXA ha già ceduto le sue partecipazioni in Elbit Systems e Bank Hapoalim e ha notevolmente ridotto la sua quota in Equitable Holdings, divenuta ora una società indipendente di cui AXA detiene il 9,03%. Ma gli investimenti di AXA in tre banche israeliane sono quasi triplicati!

Ecco tre azioni per far sì che gli azionisti di AXA ascoltino…

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Intervista a Monica Maurer

Qui lavoravo proponendo temi sulla controinformazione, sulla lotta per la casa, sui cinegiornali liberi, controcultura. In quel periodo ho avuto modo di lavorare su e con grandi del cinema italiano come Zavattini, Bertolucci, e Carmelo Bene.

Sonia Valentini, maggio 2019

Se si parla di cinema palestinese il suo nome non può non venire subito in mente. Monica Maurer è una regista e documentarista tedesca, membro del consiglio direttivo dell’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio di Roma, nonché curatrice di numerosi festival ed eventi cinematografici in giro per il mondo. Sin dagli anni ’70 ha contribuito significativamente sia alla realizzazione di film sulla Palestina che alla promozione internazionale dei prodotti cinematografici dei giovani talenti palestinesi di oggi e dei cineasti storici del passato. Ho avuto modo di intercettarla a Roma e di farle alcune domande sulla sua carriera e sui progetti ai quali sta attualmente lavorando.

 

 

Hai studiato sociologia, scienze della comunicazione passando per il giornalismo. Come sei poi arrivata al cinema?

Il cinema è arrivato quasi subito. Ho iniziato a lavorare con materiale d’archivio all’università, lavorando per un programma di cultura ed educazione. Lavoravo nell’archivio, usando i vecchi film per creare dei fillers, montavo nuovi filmati utilizzando materiale d’epoca. Mi ero già avvicinata alla cinepresa soprattutto per trattare il tema dell’immigrazione, che ho sempre considerato come il simbolo dell’incontro del terzo mondo con il primo mondo.

Dalla Germania me ne sono andata presto, per la mia militanza avevo passato alcuni guai così sono andata negli USA per fare un film su New York, sul suo essere crocevia di lingue e culture. Ho poi lavorato per un editore vivendo in una stanzetta da 25 dollari a settimana e bagno in comune. Mi sentivo vicina alle posizioni di quotidiani come Rampires, che si opponevano alla guerra in Vietnam, all’azione della CIA all’interno del paese, e promuovevano i diritti civili.

Successivamente sono venuta in Italia, paese a cui ero profondamente legata fin da bambina. Qui lavoravo proponendo temi sulla controinformazione, sulla lotta per la casa, sui cinegiornali liberi, controcultura. In quel periodo ho avuto modo di lavorare su e con grandi del cinema italiano come Zavattini, Bertolucci, e Carmelo Bene. In realtà non era quello il mio mondo, io venivo da un cinema militante, da un attivismo politico lontano da questi lavori che invece potevano considerarsi più di politica culturale. Ma non nego che mi abbiano insegnato moltissimo.

Ti sei interessata anche al contesto socio politico cileno nel corso degli anni ’70. Cosa puoi dirci della tua esperienza in Cile?

Chiesi di essere mandata in Cile per fare dei reportage per la Radio sull’Untad, United nations trade and development, che avrebbe riunito per la prima volta paesi in via di sviluppo e industrializzati per trattare temi specifici. Era la prima volta che la Cina partecipava e che una conferenza del genere si svolgeva in America Latina. Sentivo l’importanza storica di essere lì. Poi decisi di trattenermi per filmare sia le grandi sollevazioni popolari e contadine in favore di Allende che le periferie di Santiago. Era lì che viveva il subproletariato, completamente abbandonato a se stesso. In questo contesto di estremo disagio e povertà, il MIR, Movimento di sinistra rivoluzionaria organizzato su più fronti, quello delle donne, dei lavoratori, dei contadini ecc, aveva richiesto al governo sostegni economici e materiali per creare e costruire infrastrutture sanitarie, culturali, educative attraverso la partecipazione. Nel contempo stava iniziando a montare la destra, con essa i sabotaggi e tutto ciò che sappiamo.

Come e quando ti sei avvicinata al mondo arabo?

Molto presto, a quattordici anni, con la guerra per l’indipendenza algerina. A quel tempo, di nascosto dai miei, seguivo un corso di arte presso un’accademia frequentata in maggior parte da esiliati, soprattutto algerini che avevano lasciato la Francia. Provavo grande solidarietà nei confronti di chi era vittima di forze occupanti, colonialiste e imperialiste. Ho capito subito che non si può stare in mezzo, si deve prendere una posizione. Da queste posizioni poi, è stato naturale per me avvicinarmi alla Palestina, soprattutto in un periodo storico in cui un’isteria pro-Israele sembrava proliferare in Germania.

Io invece vivevo in mezzo agli immigrati, agli esclusi. I palestinesi non erano molti, ma dimostravano un’incredibile coesione e organizzazione politica. Conobbi Abu Al Jabbar, responsabile dell’Unione dei lavoratori, personaggio di grande carisma, leadership e saggezza.

Fu lui ad introdurmi nella comunità palestinese locale e questo mi permise di vedere la guerra del ‘67 con gli occhi dei più vulnerabili. Poi, nel periodo successivo alle olimpiadi di Monaco, il clima divenne ancora più teso, la repressione da parte dello stato tedesco fu molto violenta, quasi fosse una caccia all’arabo.

Quando arrivò il tuo primo film sulla Palestina?

Il primo film sulla Palestina arrivò nel ’77, realizzato con i compagni dell’istituto di cinema palestinese. Ci eravamo conosciuti al festival di Lipsia, che all’epoca era la mecca di tutti i documentaristi. Mi dissero: “vai in Cile, vai nelle fabbriche, perché non vieni da noi?”.

Così partii. Inizialmente con un gruppo di Solidarietà medica ed entrai inevitabilmente in contatto con la Mezzaluna Rossa palestinese, ente che garantisce il servizio di salute pubblica di base a tutti. Avevano creato un’infrastruttura di cultura e salute incredibilmente raffinata – che neanche a Cuba! – ed era ancora più sorprendente pensare che fosse messa in atto da un movimento di liberazione nazionale.

Certo, la lotta armata era fondamentale, ma il fatto che l’OLP si concentrasse tanto sulla cultura, sul diffondere il cinema, quella era la vera rivoluzione che si estendeva al futuro. Il mezzo culturale poteva essere la chiave per un’ulteriore mobilitazione popolare. Venivano garantite scuole di formazione professionale, corsi di alfabetizzazione, centri di maternità, cliniche in tutti i campi, sanità pubblica gratuita e possibilità di accesso alla sanità anche per i libanesi poveri. Fui colpita dal sistema di tutele che il movimento di liberazione era stato in grado di creare ed ho pensato che fosse necessario parlare di questo. I mie primi documentari parlano dunque delle sofisticate infrastrutture ed istituzioni sociali, sanitarie, produttive e culturali dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) nei campi profughi in Libano. Dal punto di vista stilistico, la maggior parte dei miei film sono di breve durata così da stimolare e lasciare spazio per il successivo dibattito. La brevità di questi documentari contribuì notevolmente alla diffusione capillare che L’OLP ne fece. Ad esempio il presidente della Mezzaluna Rossa decise di portare il mio documentario all’ assemblea annuale dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e usarlo come documento ufficiale che mostrasse l’operato della Mezzaluna nei campi profughi. Il film/slogan fu inviato ad ogni sezione della Mezzaluna, venne distribuito in ogni paese arabo, in Sudamerica e in Nordamerica!

 

Hai vissuto in Libano per circa sette anni, sei stata testimone sia della guerra civile che dell’invasione israeliana. Cosa ricordi?

Ricordo quando nel 1981 gli israeliani hanno bombardato Beirut a mezzogiorno, tutte le famiglie erano a casa. Otto squadroni, ognuno con nove aerei. In mezz’ora fecero più di trecento morti e mille feriti. Come non parlarne al mondo? Interruppi ciò a cui stavo lavorando per questo. Volevo realizzare qualcosa di veloce, che fosse il più diretto possibile. Abbiamo filmato 24 ore dopo l’attacco, mentre la gente a migliaia si recava nei cimiteri a commemorare i propri martiri.

Con la guerra anche i temi dei miei film cambiarono. Girai un primo documentario sull’invasione israeliana del 1978 e poi realizzammo ”Born out of death”, uno dei lavori dei quali vado più orgogliosa. Il film rappresenta la metafora politico-poetica sull’unità libano-palestinese: la volontà di resistere viene raccontata attraverso il bombardamento israeliano dell’area più densamente popolata di Beirut, avvenuto il 17 luglio 1981, che costò la vita a 300 civili e ferì più di mille persone.

Il cambiamento dello scenario politico ebbe effetti anche nella scelta dei soggetti cinematografici, così nel corso degli anni ’80 hai sentito l’esigenza di puntare i riflettori e le cineprese sulla realtà dei territori palestinesi occupati, sul furto di risorse idriche, sul furto di terre, sulle leggi militari, sulle punizioni collettive messe in atto dalle forze di occupazione israeliane. Puoi parlarcene?

Nel dicembre 1987 scoppiò la prima Intifada. Decisi di realizzare un documentario, “Palestina in fiamme”. Si trattava di un omaggio a René Vautier, un regista che viveva in Algeria, che realizzò l’unico documentario durante la guerra di indipendenza algerina dal titolo appunto “Algerie en flammes”. Questo mio documentario tenta di rintracciare le radici storiche, politiche della prima Intifada. Ho cercato di fare chiarezza su alcuni luoghi comuni che non erano veritieri, come il fatto che si dicesse sempre che si trattava di un’insurrezione spontanea, mentre fu il culmine di lotte che venivano portate avanti fin dagli anni ’20.

 

Negli ultimi anni, fra le altre cose, ti sei impegnata, con il contributo di Emily Jacir, a digitalizzare circa 33 bobine del documentario “Tell Al Zaatar”, che risale agli anni ’70 . Puoi parlarci del progetto originale e di come questo materiale sia finito in Italia?

Abu Ali e Jean Chamoun girarono nel 1976 all’incirca 100 ore di filmato sul campo profughi di Tell Al Zaatar. I documenti audiovisivi raccolti mostravano la quotidianità della vita nel campo, l’assedio e l’indomani del massacro ad opera delle milizie falangiste libanesi. Ma l’unico laboratorio di sviluppo e montaggio di Beirut, lo studio Baalbek, era stato distrutto nella guerra. Abu Ali attraverso un compagno del partito comunista libanese, si mise in contatto con la Unitelefilm, la casa di produzione del partito comunista italiano, chiedendole aiuto per la post produzione ed il montaggio della pellicola.

Fu un esempio di ciò che la solidarietà internazionale ed il cinema rivoluzionario erano in grado di creare insieme. Abu Ali e Chamoun rimasero a Roma per svariati mesi, portando a termine il montaggio della versione araba originale. Il Partito comunista, che aveva collaborato attivamente al progetto, lanciò l’idea di realizzarne una versione italiana da poter far circolare. L’incarico fu dato a Pino Adriano, cineasta militante, che si occupò del doppiaggio italiano. Le copie arabe furono poi rispedite in Libano, purtroppo nel 1982 tutto il materiale audiovisivo conservato nell’istituto di cinema e nell’archivio del cinema di Beirut, andò distrutto o fu trafugato dall’esercito israeliano.

Tutti i tagli finirono nell’archivio dell’Unitelefilm e nel 1979, quando il PCI volle disfarsi dell’archivio, Cesare Zavattini si oppose all’idea, decidendo di creare una Fondazione per salvare il patrimonio contenuto nell’archivio. Nacque così l’AAMOD, Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico.

 

Il materiale non montato è rimasto per circa trent’anni nel deposito. Come nasce l’idea di recuperarlo?

Cinque anni fa, quando fummo costretti a spostare del materiale dal vecchio al nuovo deposito, mi ritrovai fra le mani le trentatré bobine di Tell Al Zaatar. Per digitalizzarle però occorrevano dei fondi, così contattai Emily Jacir, un’artista palestinese molto conosciuta e molto intraprendente, grazie alla quale abbiamo raccolto il denaro sufficiente alla digitalizzazione di questo patrimonio.

L’importanza di questo recupero si comprende soprattutto alla luce del fatto che tutte le copie arabe sono andate distrutte o perse. Grazie al ritrovamento di un mix arabo siamo riuscite addirittura a ricostruire una copia il lingua originale che abbiamo fatto girare e presentato ad Amman fra gli apprezzamenti generali del pubblico e la mia personale soddisfazione. Si tratta di un esempio di recupero della memoria cultuale e storica della comunità di Tell al Zaatar, dislocata in tutto il mondo a causa del massacro. Questa comunità già da qualche anno, grazie alla potenza del web, è riuscita a ricucire legami che la guerra e lo smembramento familiare sembravano aver tagliato per sempre.

E’ in nome di questa memoria, affinché venga alimentata e viva, che voglio che tutto il mio materiale documentario sia digitalizzato e torni in Palestina, soprattutto per i giovani, che non hanno documenti audiovisivi a testimonianza di questo momento storico, incredibilmente importante nell’evoluzione della coscienza politica di un popolo intero. Questo materiale audiovisivo deve tornare nelle biblioteche, nei centri di ricerca, culturali, nei musei per essere a disposizione di tutti i palestinesi.

E la promozione del cinema palestinese in Italia?

Sono anni che portiamo avanti qui a Roma Cineforum Palestina, iniziativa che propone un film al mese. Purtroppo per motivi di salute non ho potuto seguirlo nella prima metà di quest’anno ma siamo tornati in sella proponendo due film per il 15 maggio, giornata di commemorazione della Nakba e giornata scelta da Trump per spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Il focus della serata sarà proprio sulla città santa, proietteremo un breve film di 7 minuti del regista Ali Siam, realizzato nel ’69, “Zahrat al Maydan”, che valorizza Gerusalemme ed il suo essere culla delle civiltà. L’altro film in programma è “Jerusalem est side story” di Mohammad Alatar in cui viene descritta la politica israeliana di giudaizzare la città per ottenere una maggioranza ebraica, allontanando i palestinesi dalla città. Il documentario include interviste con leader politici palestinesi e israeliani, analisti politici e attivisti per i diritti umani.

da qui

 

Pax  Christi  International  si  oppone  ai  piani  israeliani  per  l’annessione  – Pax Christi International

Pax Christi International si oppone con veemenza al piano israeliano di annettere qualsiasi area della Cisgiordania, compresa la Valle del Giordano. Riconosciamo Gerusalemme est e le alture del Golan siriane come illegalmente annesse ai sensi del diritto internazionale. Continuiamo a condannare l’occupazione israeliana della Cisgiordania da 53 anni ed il blocco di Gaza da 13 anni. Manteniamo una forte e costante solidarietà con le nostre sorelle e fratelli palestinesi la cui libertà, dignità e diritti umani sono minacciati da questa attuale proposta e dalle precedenti azioni di Israele.

Approviamo la dichiarazione del Consiglio dei Patriarchi e dei Capi delle Chiese di Terra Santa[1] che esprime grave preoccupazione per qualsiasi azione unilaterale di annessione della terra. Aggiungiamo la nostra voce alla crescente denuncia della flagrante violazione del diritto internazionale[2], della Convenzione di Ginevra[3] e delle risoluzioni concordate dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite[4] e dal Consiglio di sicurezza[5]. Stiamo con quei paesi, la società civile e le organizzazioni per i diritti umani, i movimenti, le comunità religiose e le persone di coscienza che chiedono a Israele di porre immediatamente fine ai suoi piani di annessione[6].

Come movimento cattolico globale per la pace e la nonviolenza, Pax Christi International è profondamente preoccupato che le azioni per annettere qualsiasi parte della Cisgiordania spegneranno gli ultimi barlumi di speranza per una pace giusta e duratura nella terra che chiamiamo santa e che ha il potenziale per scatenare la giusta rabbia e conseguenti disordini in tutta la regione.

Per 75 anni, Pax Christi International ha promosso la nonviolenza come strumento per rispondere alle ingiustizie, ha incoraggiato il dialogo per favorire la riconciliazione e ha negoziato accordi di pace. Riteniamo che tutte le parti coinvolte in una controversia debbano garantire il rispetto e il riconoscimento reciproco. L’annessione mina questi principi ponendo i diritti e la stessa umanità di un gruppo come irrilevanti per le aspettative di un altro.

Crediamo che ci sia un altro modo per garantire i diritti e la sicurezza di israeliani e palestinesi. Questa azione unilaterale è controproducente per creare realmente sicurezza, giustizia e pace.

La fine della Seconda guerra mondiale vide la nascita di un nuovo ordine mondiale internazionale che sanciva i diritti umani e stabiliva degli standard per il comportamento delle nazioni. Pax Christi International, fondata in quel momento di grande importanza, è profondamente preoccupata per il fatto che la decisione di Israele di perseguire l’annessione della terra con la forza militare non solo violi ma mette a repentaglio le norme e i dettami di quell’ordine mondiale, che è già gravemente minacciato.

L’annessione, cioè l’attuazione del “Deal of the Century” dell’amministrazione Trump, formalizzerà gli sforzi strategici e persistenti di Israele per creare “dati di fatto” e sarà la campana a morte per la possibilità di creare uno stato palestinese. Per decenni, una soluzione a due stati che riconosce i diritti e la sicurezza di palestinesi e israeliani come vicini uguali è stata sostenuta dal Vaticano[7], dalle Nazioni Unite e dalla comunità internazionale. Se Israele continua con i suoi piani, come dichiarato, la realizzazione di una soluzione a due stati sarà impossibile. Ciò causerà un danno irreversibile al compimento del diritto inalienabile dei palestinesi all’autodeterminazione, come garantito dall’articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite[8], e ostacolerà i loro sforzi per creare un fiorente stato palestinese.

Poiché i palestinesi hanno progressivamente perso la proprietà e l’accesso alla loro terra e alle risorse naturali attraverso la confisca dei terreni, le demolizioni delle case, le leggi sulla pianificazione discriminatoria e l’espansione sfrenata degli insediamenti, tutti strumenti per l’annessione de facto strisciante, la comunità internazionale è rimasta ad osservare e non è intervenuta per fermare queste azioni illegali.

Il 1° luglio 2020 è la data in cui il Primo Ministro Netanyahu potrà testare la determinazione della comunità internazionale a proteggere e difendere i principi sanciti a fondamento di un mondo civile. È in quella data che il governo di coalizione dovrebbe presentare i suoi piani per l’annessione unilaterale dei territori palestinesi occupati, una proposta che avrà un impatto devastante sulla vita di centinaia di migliaia di bambini, donne e uomini palestinesi. Questo è il momento Kairos del mondo di agire immediatamente e con forza o di essere complice di questo piano.

Pax Christi International invita la comunità internazionale e gli stati membri delle Nazioni Unite non solo a denunciare queste azioni illegali, ma anche ad avere il coraggio di dichiarare Israele responsabile imponendo conseguenti azioni specifiche ed efficaci.

Chiediamo a tutte le sezioni e ai gruppi membri di Pax Christi di

unirsi ai leader della Chiesa e ai membri delle comunità di fede per

  • esprimere la loro solidarietà ai palestinesi e agli israeliani che si oppongono all’annessione, all’occupazione e al blocco di Gaza;
  • esortare le diocesi a esercitare il loro diritto di effettuare investimenti finanziari e scelte di consumo sulla base di standard di responsabilità etica e sociale;
  • esprimere la propria opposizione ai piani illegali e unilaterali di annessione di Israele in questo momento cruciale;

e chiedere ai loro rappresentanti eletti di sollecitare il proprio governo a:

  • opporsi al piano di annessione di Israele;
  • delineare quali azioni specifiche intraprendere in risposta a qualsiasi tentativo di annessione, ad esempio:
  1. porre fine al commercio di armi ed alla cooperazione in materia di sicurezza militare con Israele
  2. sospendere gli aiuti militari ed altri aiuti finanziari ad Israele fintanto che continua a violare  la legge internazionale ed  umanitaria

3.attuazione di sanzioni sul commercio con insediamenti illegali, incluso il boicottaggio di prodotti provenienti da tali insediamenti e da società che beneficiano dell’attività degli insediamenti;

  • dichiarare che non riconosceranno alcuna modifica unilaterale ai confini stabiliti nel 1967;
  • ritenere Israele responsabile delle violazioni del diritto internazionale e umanitario;
  • riconoscere lo stato della Palestina.[9]

Bruxelles, 19 giugno 2020

[1]https://www.globalministries.org/a_statement_by_the_patriarchs_and_heads_of_the_holy_land_churches_on_israeli_u nilateral_annexation_plans

[2] https://www.amnesty.org/en/latest/campaigns/2019/01/chapter-3-israeli-settlements-and-international-law/

[3] https://d3n8a8pro7vhmx.cloudfront.net/cjpme/pages/2110/attachments/original/1470164694/01-En-ConventionsFactsheet.pdf?1470164694

[4] https://unispal.un.org/DPA/DPR/unispal.nsf/0/7F0AF2BD897689B785256C330061D253

[5] https://unispal.un.org/unispal.nsf/0/7D35E1F729DF491C85256EE70068613

[6] https://www.securitycouncilreport.org/un-documents/document/sres2334.php; https://www.mecc.org/mecc/2020/5/11/xob0k5pwd6udzfniax5dsy75v36532;  https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/AIDA_calls_on_international_communityto_prevent_annexation_ May2020.pdf https://cmep.salsalabs.org/ps-church-leaders-annexation; https://www.theelders.org/news/elders-call-new-middle-east-peace-plan-counter-israeli-annexation-threat; https://docs.google.com/document/d/1NUysXg67fjw3yadRNPoNuVCTBC3Ajatti7yrxpB4pW8/edit https

[7] https://www.vaticannews.va/en/vatican-city/news/2020-05/holy-see-israel-palestine-vatican-gallagher.html

[8] https://www.un.org/securitycouncil/content/purposes-and-principles-un-chapter-i-un-charter#rel1

[9] http://bibliotecanonica.net/docsaq/btcaqf.pdf https://palestineun.org/about-palestine/diplomatic-relations/

da qui

 

Il  macabro  piano  di  Israele  culmina  nell’annessione –  Richard Falk (*)

Viviamo in tempi strani. In giro per il mondo le vite sono devastate dal Covid-19 oppure da crisi sociali, economiche e politiche. In momenti così, non sorprende che emergano il peggio e il meglio dell’umanità. Eppure la geopolitica da gangster nelle sue varie manifestazioni sembra spingersi ancora oltre.

Si pensi all’inasprimento delle sanzioni statunitensi nel bel mezzo della crisi sanitaria che colpisce società già gravemente provate e popolazioni sofferenti in Iran, Venezuela, Siria e Cuba.

Un’altra pagina nera è la danza macabra di Israele intorno alla plateale illegalità dell’annessione che il premier Benjamin Netanyahu ha promesso di avviare da luglio, grazie all’assenso del rivale e alleato di governo Benny Gantz. Israele è pronta ad annettere i territori senza nemmeno cercare di giustificare la violazione del diritto internazionale, secondo il quale uno Stato sovrano non può annettere un territorio estero occupato militarmente.

QUESTA MOSSA unilaterale di Israele per riclassificare il territorio che «occupa» nella West Bank e per incorporarlo stabilmente nell’autorità sovrana israeliana viola completamente il diritto internazionale umanitario della Quarta convenzione di Ginevra.

Quella che perfino al tempo della Lega delle Nazioni era sempre stata una «norma sacra», nell’era della geopolitica post-coloniale da gangster diventa disprezzo patente per i popoli e i loro diritti.

LA MOSSA annessionista è così estrema che anche alcuni pesi massimi di Israele, fra i quali gli ex capi del Mossad e dello Shin Bet, e ufficiali in pensione delle Israel Defence Forces, lanciano l’allarme. Alcuni militanti sionisti sono contrari all’annessione in questo momento perché svelerebbe l’illusione della democrazia israeliana, e perché montano i timori che assorbire i palestinesi della West Bank minaccerebbe a tempo debito l’egemonia etnica ebraica.

Naturalmente, nessuno di questi «ripensamenti» contesta l’annessione perché viola il diritto internazionale, scavalca e mina l’autorità dell’Onu e ignora i diritti inalienabili dei palestinesi. Le preoccupazioni riguardano gli impatti negativi per il paese, in termini di sicurezza a livello interno e regionale israeliana, e di status internazionale.

I critici nell’establishment della sicurezza nazionale temono di disturbare i vicini arabi e di alienarsi ulteriormente l’opinione pubblica internazionale, soprattutto in Europa; in una certa misura si dicono preoccupati anche della reazione dei «sionisti liberal», con il conseguente indebolimento dei legami di solidarietà con Israele da parte della diaspora ebraica che vive negli Stati uniti e in Europa.

ANCHE LA PARTE pro-annessione evoca la sicurezza, specialmente rispetto alla Valle del Giordano e agli insediamenti, ma in misura molto minore. Gli annessionisti fanno riferimento alla Giudea e alla Samaria di cui parla la Bibbia (il nome noto internazionalmente è West Bank).

Il diritto verrebbe rafforzato dal riferimento alle profonde tradizioni culturali ebraiche nonché a secoli di connessioni storiche fra una piccola e stabile presenza ebraica in Palestina e questo territorio considerato sacro custode del popolo ebraico.

IN OGNI CASO, tanto gli israeliani critici sull’annessione quanto i favorevoli non sentono alcun bisogno di confrontarsi con i diritti e le istanze dei palestinesi. Come è sempre avvenuto lungo tutta la narrazione sionista, le aspirazioni e le rivendicazioni del popolo palestinese e la sua stessa esistenza non fanno parte dell’immaginario sionista: salvo quando si frappongono ostacoli o si crea una minaccia demografica alla regola della maggioranza ebraica.

Se si considera l’evoluzione della principale corrente del sionismo, l’obiettivo di lungo periodo di emarginare i palestinesi in un unico Stato ebraico dominante che comprenda tutta la «terra promessa» di Israele non è mai stato abbandonato.

In questo senso il piano di partizione messo a punto dalle Nazioni unite, benché accettato nel 1947 dalla dirigenza sionista come soluzione del momento, è da interpretarsi piuttosto come una pietra miliare per il recupero della maggiore quantità possibile di terra promessa. Nel corso degli ultimi cent’anni, dal punto di vista israeliano l’utopia è diventata una realtà, mentre da quello palestinese è diventata una distopia.

IL MODO IN CUI Israele e Stati uniti affrontano questo preludio all’annessione sconcerta quanto la conseguente «scomparsa» dei palestinesi. Israele ha già privilegiato l’annessione nell’accordo di coalizione Gantz-Netanyahu, che prevede di presentare una proposta alla Knesset (Parlamento) a partire dal 1 luglio.

L’unica precondizione accettata con l’accordo alla base del governo Gantz-Netanyahu fa coincidere l’annessione con le allocazioni territoriali incorporate nelle famose proposte unilaterali Trump-Kushher «Dalla pace alla prosperità».

COME PREVEDIBILE, gli Stati uniti di Trump non creano frizioni, né suggeriscono a Netanyahu di offrire una parvenza di giustificazione legale o di esplicitare gli effetti negativi dell’annessione sulle prospettive del processo di pace israelo-palestinese.

Finora, il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha dato luce verde all’annessione della West Bank ancora prima che Israele formalizzasse il proprio piano, dichiarando provocatoriamente che sono gli israeliani a dover decidere in materia: come se né i palestinesi né la legge internazionale avessero la minima importanza. Ecco un’altra indicazione del fatto che le relazioni israelo-statunitensi sono all’insegna di una geopolitica da gangster.

Ma forse, i segnali di possibili ripercussioni indurranno Washington a chiedere a Netanyahu di posticipare l’annessione o ridimensionarne la portata. E, anche se questa geopolitica sembra esaurire le residue speranze palestinesi di un compromesso politico e di una diplomazia basata su un genuino impegno di equità ed eguaglianza, voci di resistenza e solidarietà si levano contro quest’ultimo oltraggio.

(*) Ex relatore speciale per le Nazioni unite sulla questione palestinese

da qui

 

27 GIUGNO: L’APPELLO DI MOLTI COMITATI

ovunque batta un cuore solidale con la resistenza dei popoli oppressi, il 27/6 facciamo in modo di corrispondere alla chiamata internazionalista delle comunità palestinesi e curde : sventoliamo le bandiere della libertà e della giustizia contro i criminali regimi israeliano e turco.

Manifestazioni a Milano, Genova, Alessandria, Ivrea, Vicenza, Venezia, Parma, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Messina, Catania, Palermo, Cagliari…

La Bottega del Barbieri

Un commento

  • Francesco Masala

    LIBERTÀ E GIUSTIZIA PER LA PALESTINA

    SCENDIAMO IN PIAZZA PER CONTRASTARE L’ANNESSIONE ISRAELIANA DEI TERRITORI PALESTINESI OCCUPATI

    Il 28 gennaio scorso il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha reso noti i termini del cosiddetto “Accordo del Secolo”: in realtà un’imposizione unilaterale che prospetta la realizzazione delle mire israeliane sull’intera Palestina e prefigura la definitiva cancellazione dalla storia del popolo palestinese.

    Il piano, grottescamente chiamato “Pace verso la prosperità”, riconosce Gerusalemme unita sotto sovranità israeliana e l’annessione da parte di Israele della valle del Giordano e degli altri blocchi di insediamenti nei Territori Occupati del ’67; cancella il diritto al ritorno dei profughi del 1948; concede ai palestinesi non uno Stato, ma alcuni territori dotati di una autonomia solo nominale, pretendendo al tempo stesso la rinuncia al diritto di resistere all’occupante e il disarmo delle organizzazioni della Resistenza; infine, il piano prevede che Israele possa ‘sbarazzarsi’ di alcune centinaia di migliaia di palestinesi del ’48 trasferendoli fuori dello Stato sionista.

    La popolazione palestinese sarebbe confinata in piccole enclave collegate fra di loro da ponti o gallerie, senza controllo dello spazio aereo e marittimo né dei confini, completamente circondate dai territori che Israele si è annessi nonché esposte all’ulteriore espansione degli insediamenti coloniali. Verrebbe così a compimento la realizzazione di un sistema di apartheid, già ampiamente avviata e in atto, ma che ora condurrebbe alla definitiva segregazione dei palestinesi in qualcosa di simile a “riserve indiane”, in verità veri e propri campi di prigionia.

    Mentre sancisce il controllo già esercitato di fatto da Israele sulla Cisgiordania, il Piano Trump prospetta una nuova ondata di deportazioni e pulizia etnica, che si aggiungerebbe alla distruzione di case, sottrazione di terre, arresti arbitrari, uccisioni di giovani e giovanissime vite palestinesi, angherie e soprusi che appartengono alla quotidianità dell’occupazione sionista.

    L’“Accordo del secolo” dichiara esplicitamente nullo il diritto internazionale, peraltro sempre rimasto sulla carta, sistematicamente violato da Israele e ignorato dalle grandi potenze. Sono liquidate così in un solo colpo tutte le risoluzioni dell’ONU a salvaguardia del popolo palestinese, i trattati che condannano l’apartheid come crimine contro l’umanità (convenzione delle Nazioni Unite del 1973) così come quelli che vietano la deportazione della popolazione da parte dell’occupante e la colonizzazione dei territori occupati (articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra).

    Insieme col riconoscimento, da parte dell’amministrazione statunitense, di Gerusalemme come capitale di Israele nel maggio del 2018, e con l’approvazione, nel luglio dello stesso anno, nel parlamento israeliano, della “legge sullo Stato-nazione”, che definisce Israele “la patria storica del popolo ebraico” e incoraggia la creazione di comunità riservate agli ebrei, il piano che Trump vuole imporre rappresenta l’ennesimo atto da parte di Usa e Israele, con l’evidente complicità dei regimi arabi loro alleati (a partire da Arabia Saudita e Egitto) e dell’Unione Europea, volto a “liquidare” la questione palestinese. Ma questa “soluzione” rappresenta anche un tassello decisivo del tentativo di segno neocoloniale portato avanti dalle potenze occidentali e volto a ridefinire l’assetto nell’intero Medio Oriente, sino alla aggressione all’Iran e minacciando così una guerra globale.

    Sei mesi dopo la presentazione del “Piano Trump”, l’annessione di ampie parti della Cisgiordania allo Stato israeliano sta per diventare ufficiale. Il 1 luglio 2020, infatti, il parlamento israeliano (la Knesset) avvierà l’iter legislativo per quello che sta passando nella narrazione israeliana come la “procedura per l’estensione della sovranità di Israele”. In altre parole la procedura per la colonizzazione della Palestina de jure e non solo de facto. Il 1 luglio il governo sionista di Tel Aviv si appresterà ad un tentativo epocale di “regolarizzazione internazionale” di ciò che da decenni è già la realtà: la Palestina e il suo popolo devono scomparire per poi essere sostituiti dal progetto di una “Grande Israele”. L’“Accordo del Secolo” non è un piano di pace, è un piano per liquidare la causa palestinese. Le pagine più nere della Storia, seppure in forma diversa, sembrano rivenire a galla: così come il nazismo voleva una Germania pura e ariana, il sionismo vuole una Israele pura e ebrea.

    Di fronte ad uno scenario così grave, scendere in piazza e protestare a gran voce contro il progetto israeliano di annessione di parti della Cisgiordania è più che mai indispensabile. Sabato 27 giugno in tante città di tutto il mondo, migliaia di uomini e donne si recheranno a ridosso dei luoghi simbolo del regime di oppressione sionista (dalle sedi istituzionali israeliane alle rappresentanze diplomatiche statunitensi) per manifestare il proprio sdegno contro la politica di Tel Aviv e dei suoi alleati – tra cui, non dimentichiamolo mai, l’Italia.

    Il momento è drammatico e capiamo bene il tentativo da parte della comunità palestinese, in Palestina quanto all’estero, di lavorare in direzione di una mobilitazione locale e internazionale quanto più partecipata possibile così da lanciare un messaggio forte ed inequivocabile ad Israele. Anche il Coordinamento Napoli Palestina sarà a Piazza della Repubblica di fronte al Consolato Americano il 27 giugno per ribadire lo stesso messaggio: NO ALL’ANNESSIONE!

    Nonostante il momento delicato, crediamo sia opportuno evidenziare degli aspetti problematici rilevati nell’appello promosso da una delle realtà palestinesi più influenti in Italia, la Comunità Palestinese di Roma e del Lazio (è possibile leggere qui il testo dell’appello https://www.facebook.com/events/2551049935156052/). L’appello, inoltre, è stato ripreso in tante città italiane dalle diverse comunità palestinesi diffuse nel paese.

    Il testo in questione inizia con un breve cappello introduttivo su quanto sta avvenendo da settimane negli Stati Uniti d’America in cui si afferma: “Noi siamo profondamente anti-razzisti e solidali con tutte le manifestazioni che pacificamente dicono: «La vita dei neri conta»”.

    Questa nota non ha certo l’obiettivo di affrontare il tema “violenza / non violenza”, ma non possiamo esimerci dall’argomentare, seppur brevemente, le motivazioni che ci portano a rifiutare l’avverbio “pacificamente”.

    Innanzitutto crediamo che se si vuole prendere posizione su quanto sta avvenendo negli USA, non si può ignorare il dato che i processi di cambiamento in corso – per certi aspetti anche radicali come ad esempio lo scioglimento di alcuni corpi di polizia in importanti città del paese e in generale una discussione mainstream sull’esistenza di una discriminazione razziale sistemica nei confronti dei neri – stanno avvenendo grazie alla capacità del movimento americano, e in particolare del Black Lives Matter, di innescare un processo di massa, fluido e attraversabile da tant*. Questo, infatti, ha incluso modalità pacifiche e non. L’utilizzo dell’espressione nell’appello “siamo solidali con le manifestazioni che pacificamente dicono etc” ci sembra quindi una formula per delegittimare chi con coraggio ha dato vita ad un processo, che seppur a piccoli passi, ha innescato un percorso di lotta e di emancipazione di quella parte della popolazione che storicamente soffre le angherie e i soprusi del sistema in cui vivono.
    Inoltre, ci sembra assai bizzarro, che proprio chi dovrebbe conoscere questo meccanismo funzionale al potere di dividere le opposizioni di turno “in buoni e cattivi” stia riproponendo le stesse dinamiche a soggetti terzi. Di questo passo, al prossimo giro, potremmo iniziare a leggere affermazione del tipo “siamo solidali alle realtà palestinesi che pacificamente si oppongono all’annessione della Cisgiordania”.

    L’appello prosegue e ci si imbatte nella seguente affermazione, “Israele, malgrado le denunce e l’opposizione delle Nazioni Unite, dell’ EU, della Lega Araba, continua imperterrita ed impunita a violare la legalità internazionale e a compiere crimini quotidianamente”.

    Ci rendiamo conto che affrontare il tema del ruolo dell’ONU rispetto alla questione palestinese, e nello specifico riguardo il tema dell’annessione israeliana della Cisgiordania, è un argomento complesso e non ci aspettiamo che sia un appello dettato dall’emergenza ad affrontare con chiarezza questi temi.

    Ciò non toglie, però, che spingersi a scrivere “l’opposizione dell’ONU, dell’UE e della Lega Araba” è davvero troppo. Ma di quale opposizione si sta parlando? Certo riferirsi all’ONU come se fosse un unico blocco monolitico è una grande – e controproducente – semplificazione. In ogni caso, se proprio dobbiamo semplificare la questione, allora dovremmo scrivere tutt’altro delle Nazioni Unite.

    Se dovessimo sintetizzare in poche righe andrebbe detto che l’organo che davvero conta, l’organo esecutivo, chi detiene il potere per intenderci, è il Consiglio di Sicurezza e questo non è altro che un Direttorio di 5 paesi (le 5 potenze vincitrici della II Guerra Mondiale) i quali tramite il diritto di veto hanno l’esclusiva per quanto riguarda l’approvazione di risoluzioni a carattere operativo. Il diritto internazionale e l’Organizzazione delle Nazioni Unite non svolgono nessuna funzione di rilievo a favore della pace internazionale e contro le guerre di aggressione. Di quale opposizione si fa riferimento dunque nell’appello della Comunità Palestinese di Roma e del Lazio? Forse alle sterili risoluzioni di condanna dell’Assemblea Generale? Quelle, nel caso non fosse chiaro dopo settant’anni di occupazione della Palestina da parte di Israele, sono utili finzioni scenografiche, peccato però che sono utili solo ad Israele nel continuare impunita nella sua opera di colonizzazione e lento etnocidio.

    Un simile discorso vale per il riferimento “all’opposizione dell’UE ad Israle”. Ma di quale opposizione si parla? L’Unione Europea in termini di accordi di cooperazione economica, politica e militare è sicuramente – dopo gli USA ovviamente – il più grande alleato di Israele. Se l’UE alzasse minimamente la testa su temi che teoricamente le sono tanto cari – ad es. i diritti umani – dovrebbe interrompere dall’oggi al domani qualsiasi rapporto di cooperazione con Israele. L’elenco delle violazioni dei diritti umani ai danni dei palestinesi è impressionante, così come denunciato da pressoché tutte le Agenzie umanitarie ONU (si pensi ai report mensili dell’UNRWA, dell’OCHA o dell’UNICEF). Come mai Israele nega al popolo palestinese l’intero ventaglio dei diritti umani e le potenze occidentali la sostengono e finanziano tramite accordi di sviluppo e cooperazione? È evidente che non è certo la tutela dei diritti umani a guidare le scelte di politica estera bensì gli specifici interessi dei poteri forti nazionali e internazionali. La guerra, non a caso, è diventata lo strumento centrale che regola il sistema delle relazioni internazionali e la democrazia e i diritti umani sono ridotti ad un esercizio di retorica funzionale al mantenimento dello status quo.

    L’appello termina con una serie di richieste alla comunità internazionale. Tra queste segnaliamo (riportiamo letteralmente):

    – “l’invio di una forza ONU di interposizione che si dia carico anche della difesa dei cittadini e delle cittadine palestinesi dagli attacchi dei soldati e dei coloni israeliani”;

    – “la convocazione di una Conferenza internazionale per la pace in Medio Oriente, sotto l’egida delle Nazioni Unite e con tutte le parti interessate, sulla base dell’opzione “due stati per due popoli”, Gerusalemme condivisa, alla luce delle risoluzioni Onu e nel rispetto della legalità internazionale, a partire dalla convenzione di Ginevra”;

    A primo acchito, lo diciamo fuori dai denti, pensavamo di aver letto male. È il paradosso dei paradossi: Israele ha istituito un regime di apartheid ai danni del popolo palestinese, continua da decenni la sua opera di lenta pulizia etnica, ha reso la Striscia di Gaza un ibrido tra il carcere a cielo aperto più grande del mondo e un campo di concentramento in pieno stile nazista e ha occupato il 100% della Palestina, e il tutto avviene nel silenzio/assenso della comunità internazionale e la Comunità Palestinese di Roma e del Lazio cosa richiede nell’appello? Una missione militare di interposizione ONU e una Conferenza internazionale per la pace sotto l’egida delle Nazioni Unite! Ma siamo seri? Sono settant’anni che il mondo assiste allo sterminio dei palestinesi e il Consiglio di Sicurezza ONU, il Direttorio dei 5 paesi di cui sopra, non fa altro che legittimare tale politica di sterminio tramite il proprio silenzio/assenso. Lo Stato sionista, protetto dallo scudo indistruttibile del veto americano può tutto, consapevole che non sarà mai soggetta ad un provvedimento coercitivo da parte del Consiglio di Sicurezza. Fino a che Israele rimarrà la fedele alleata statunitense quale è, nessuna violazione del diritto internazionale, nessun regime di occupazione, per quanto violento e terrorista, né tanto meno l’istituzione di un regime di apartheid sarà mai punito. Il Consiglio di Sicurezza è corrotto dallo strumento del veto e poiché ne hanno la legittimità e il diritto gli USA schermano aprioristicamente Israele. La vera legge che regola l’ordinamento internazionale, la legge del più forte, è dalla parte di Tel Aviv.

    Le richieste fatte nell’appello della Comunità palestinese di Roma e del Lazio evidenziano un cortocircuito lampante: si sta cercando la soluzione nelle stesse mani di chi da settant’anni il problema lo ha causato e sta continuando a causarlo. L’organo esecutivo delle Nazioni Unite – a meno che non avvenga una riforma che cambi radicalmente il suo orizzonte culturale, la sua struttura e i meccanismi che ne regolano i processi decisionali – non è parte della soluzione bensì parte del problema. Su queste basi crediamo che bisogna rifiutare con forza e non dare agibilità politica a chi continua ad immaginare che la fine dell’occupazione e l’inizio di una Palestina libera possa avvenire tramite operazioni nate in seno al Consiglio di Sicurezza.
    Infine l’ennesimo aspetto problematico dell’appello. Il testo termina con un passaggio in cui viene scritto “perpetuando l’errore protrattosi per 27 anni di una trattativa in balìa di una disparità di forze che ha portato alla totale disapplicazione dell’accordo di Oslo del 1993”. Senza entrare troppo nel merito di una disputa di carattere ormai storico, da questa affermazione si evince che la Comunità palestinese di Roma non prende minimamente le distanze da Oslo e di conseguenza non ci resta che rilevare una distanza abissale rispetto alle valutazioni circa l’omonimo accordo e in generale circa l’interpretazione degli ultimi trent’anni della “questione palestinese”.

    In maniera estremamente sintetica, per noi, nella migliore delle ipotesi, gli accordi di Oslo rappresentano l’inaspettata prosecuzione del progetto di furto di terra e della politica del lento etnocidio ai danni dei palestinesi, e, nella peggiore delle ipotesi, un accordo che ha portato ad una forma di collaborazione di parte dell’establishment palestinese con la potenza occupante.

    Per tutti questi motivi riteniamo di non firmare l’appello promosso dalla Comunità palestinese di Roma e del Lazio e di non aderire alle loro richieste.

    Come scritto all’inizio di questa nota, ci rendiamo perfettamente conto che il momento è drammatico e probabilmente con questo appello la Comunità palestinese di Roma ha provato a “tirare verso di sé” parti della società civile italiana. Comprendiamo il motivo ma non ne condividiamo le modalità. A nostro avviso promuovere appelli con questi contenuti è un’azione controproducente verso l’intero e variegato mondo delle realtà che solidarizza con la causa palestinese. Promuovere appelli di questo tipo equivale a fare un regalo alla controparte sionista. A distanza di settant’anni dalla Nakba continuare a non capire quali sono le regole e le dinamiche che muovono l’ordinamento internazionale, il diritto internazionale e in particolare il Consiglio di Sicurezza, vuol dire proporre delle posizioni di forte arretramento per l’intero movimento pro-Palestina.

    Alla luce dello scenario illustrato, e comprendo l’importanza del tentativo di unità che il momento impone, crediamo sarebbe stato opportuno indicare poche ma chiare e condivisibili parole d’ordine per la manifestazione nazionale di sabato 27 giugno:

    – Sostegno alla resistenza del popolo palestinese
    – Diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi
    – Fine dell’Occupazione e dell’Apartheid
    – Libertà per i prigionieri politici palestinesi
    – Embargo militare e fine di ogni forma di cooperazione con Israele
    – Sostegno al movimento BDS
    – No all’annessione dei Territori Palestinesi

    Ci vediamo domani alle ore 16:00 in Piazza della Repubblica di fronte il Consolato Americano per gridare forte tutti insieme: PALESTINA LIBERA!!!

    COORDINAMENTO NAPOLI PALESTINA

    Qui il testo proposto da Palestina Rossa:
    https://www.palestinarossa.it/?q=it/content/event/mobilitazione-nazionale-indetta-dalle-comunit%C3%A0-palestinesi-contro-l%E2%80%99annessione-dei

    “Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità.
    Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero”
    Proverbio Arabo

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