Due buoni frutti sull’albero del fantastico

«Furland» di Tullio Avoledo e «L’arrivo delle missive» di Aliya Whiteley: più diversi di così non si può, eppure li consiglio entrambi

Nel giro di poche ore ho divorato due libretti – abbastanza piccoli per numero di pagine ma grandi nel piacere di leggerli – che si aggirano dalle parti della fantascienza.

Il primo cognome nell’ordine alfabetico è Avoledo che io sto scoprendo (*) un po’ in ritardo. «Furland» è pubblicato da Chiarelettere: 226 pagine per 16,50 euri. In copertina si riassume (senza svelare troppissimo ed è giusto): «Il Furland era diventato il parco giochi del pianeta. Era un posto in cui si poteva tornare bambini e giocare senza pericolo con la più grande serial killer di tutti i tempi: la Storia». Una sintesi efficace e sincera anche se, strada facendo, i pericoli verranno. Inutilmente incomprensibile invece la breve quarta di copertina. Ma forse fa chic essere choc e Giorgio Faletti si porta con tutto.

Mentre scrivo queste righe sento in radio che uno dei “comprimari” del libro cioè il realmente esistente Elon Musk è di nuovo (del resto capita un giorno su tre) nella bufera. Nel futuro di Tullio Avoledo lui ne uscirà benino… volando su Marte. Lo spunto storico dietro il libro è inverosimile – ma solo perchè siamo assai ignoranti in Storia – quanto vero: effettivamente nel 1944 parte del Friuli venne occupato da truppe cosacche inquadrate nell’esercito nazista; e più non vi dirò. Un altro gancio nel mondo cosiddetto reale è una conferenza di Slavoj Zizek nel 2016 «durante un festival letterario a Pordenone». Chissà se Zizek e Avoledo hanno letto «Cent’anni a Nordest. Viaggio tra i fantasmi della Guera granda» di Wu Ming 1, uscito nel 2015. E chissà, a proposito di una certa “falsa” sfida a scacchi, se Avoledo in gioventù ha letto «La scacchiera» di John Brunner (sono curioso, vero?).

Coerente con la mia abitudine di non svelare le trame, dirò solo che Avoledo gioca bene zigzagando tra vero, falso e verosimile, incrociando Ernest Hemingway ma anche il “martediano” Iain M. Banks, i tragici «costi umani» dietro i buoni affari, la «regola di Kassovitz», persino Zorro e accennando alla «crudel zobia grassa» del 27 febbraio 1511.

Merita.

Verso la fine dell’alfabeto ecco Whiteley (Aliya di nome) che avevo apprezzato assai l’estate scorsa (*). Il suo «L’arrivo delle missive» è pubblicato da Carbonio – 156 pagine per 14,50 euri – nella traduzione di Olimpia Ellero. Anche qui la quarta di copertina inutilmente esagera: «Una favola distopica tra fantascienza e realismo magico» è come dire “tutto il cucazzaio” oppure “non ho voglia di faticare, vi faccio un frappè con quel che trovo”.

Il romanzo ha un sapore antico ma buono; niente ragnatele, rimozioni o nostalgie ma parole e atmosfere ben ricreate. Quante cose – ci ricorda implicitamente Aliya Whiteley – erano innominabili (anzi impensabili) 100 anni fa, specie se si era una fanciulla “per bene” e dunque si valeva zero o al massimo zerovirgola. E quanto invece bisogna sapere: altrimenti «com’è possibile che la trama finale sia bella, se sono stati tagliati fuori tanti fili?». Nei fili che qualcuno vorrebbe tagliare bisogna cercare il sapore di nuovi/altri mondi e delle persone che li creano (o li distruggono) invece di vivere pigramente nel vecchio modo/mondo.

Non sapremo con certezza se quel che accade alla giovane Shirley è allucinazione o… fantascienza. Ma importa? Forse la passione cieca («L’amore è uno sporco lavoro» pensa lei e chissà se ci crede) resta il modo migliore per giocare con i futuri che (non?) si possono annullare. Ognuna/o di noi non è un «soggetto irrilevante» alla mercè di destini altrove decisi. «Combatterò per rendere migliore questo mondo» è il pensiero finale della protagonista». Questo conta.

Merita.

Lo scrivo di nuovo? Avoledo e Whitelay non potrebbero (evviva) essere più diversi: ma un loro romanzo al giorno toglie l’influenza di torno.

(*) Avevo un buon ricordo di «L’elenco telefonico di Atlantide» – era uscito da Sironi nel 2003 – e ne ho (rapidamente) scritto qui: Urania, Avoledo e la fantascienza mai morta.

(**) Ne ho scritto qui: «La bellezza», favola dura e necessaria

L’IMMAAGINE in apertura di post è un montaggio (trovato in rete) di 8 copertine del grande Karel Thole.

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

3 commenti

  • «Una favola distopica tra fantascienza e realismo magico» è come dire “tutto il cucazzaio” oppure “non ho voglia di faticare, vi faccio un frappè con quel che trovo”.
    MI FAI MORIRE, Barbieri!!!

  • “La scacchiera”… Letto in gioventù, e anche più di recente nella reincarnazione uraniana…
    Adoro Brunner. E’ in tutti i miei romanzi.
    Gràz!

    Tullio

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