due lettere-recensioni a Charles Dickens e Mark Twain

di un critico che neanche ti immagini, mancato troppo presto (*)

Dickens

Caro Dickens, Sono un vescovo, che ha preso lo strano impegno di scrivere ogni mese (1) per il Messaggero di S. Antonio una lettera a qualche illustre personaggio. A corto di tempo, sotto Natale, non sapevo proprio chi scegliere. Quand’ecco, trovo su un giornale la réclame dei vostri cinque famosi Libri natalizi. Mi son subito detto: li ho letti da ragazzo, mi sono immensamente piaciuti perché tutti pervasi da un senso di amore ai poveri e di rigenerazione sociale, tutti caldi di fantasia e umanità; scriverò a lui. E son qui a disturbarvi.

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Ho ricordato dianzi il vostro amore ai poveri. L’avete sentito ed espresso magnificamente, perché tra i poveri eravate vissuto bambino. A dieci anni, col papà in prigione per debiti, al fine di aiutare la mamma ed i fratellini, andaste a lavorare in una fabbrica di vernici. Dalla mattina alla sera le vostre piccole mani imballavano scatole di lucido da scarpe sotto gli occhi di un padrone impietoso; la notte dormivate in una soffitta; la domenica, per far compagnia al padre, la trascorrevate con tutta la famiglia in prigione, dove i vostri occhi di fanciullo s’aprivano sbalorditi, commossi e attentissimi, su decine e decine di casi pietosi. Per questo tutti i vostri romanzi sono popolati da povera gente, che vive in una miseria impressionante: donne e bambini arruolati in fabbrica o in bottega indiscriminatamente anche sotto i sei anni; nessun sindacato che il difenda; nessuna proiezione contro malattie e infortuni; salari da fame; lavoro prolungato fino a quindici ore giornaliere, che, con desolante monotonia, lega fragilissime creature alla macchina potente e fragorosa, all’ambiente fisicamente e moralmente malsano e spesso spinge a cercare oblìo nell’alcool o a tentare un’evasione mediante la prostituzione. Sono gli oppressi: su di essi si riversa tutta la vostra simpatia. Di fronte, stanno gli oppressori, che Voi stigmatizzate con penna maneggiata dal genio della collera e dell’ironia capace di scolpire quasi su bronzo figure da maschera.

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Una di queste figure è l’usuraio Scrooge, protagonista del vostro Canto di Natale in prosa.   Due signori, capitati nel suo studio, notes e penna alla mano, lo interpellano: “E’ Natale, migliaia di persone mancano del necessario, signore!”. Risposta di Scrooge: “E non ci sono le prigioni? E gli ospizi di mendicità non funzionano ancora?”. “Ci sono, funzionano, ma ben poco possono fare per rallegrare spiriti e corpi in occasione del Natale. Abbiamo pensato di raccogliere fondi per offrire ai poveri cibi, bevande e combustibili. Per che cifra posso iscrivervi?”. “Per nessuna. Desidero essere lasciato in pace. Io non festeggio il Natale e non mi permetto il lusso di farlo festeggiare a dei fannulloni. Pagando la tassa sui poveri, do il mio aiuto alle carceri, agli istituti di mendicità; chi è nella miseria può rivolgersi là”. “Molti non possono andarci, e molti preferirebbero piuttosto morire?”. “Se preferiscono morire, meglio lo facciano in fretta per diminuire la sovrabbondanza della popolazione. E poi, scusatemi, queste cose non mi riguardano”. Così avete descritto l’usuraio Scrooge: preoccupato solo di soldi e di affari. Ma quando di affari parla allo spettro del suo “spirito gemello”, il defunto socio usuraio Marley, questi lamenta dolorosamente: “Gli affari! Avere umanità avrebbe dovuto essere il mio affare. Il benessere generale avrebbe dovuto essere il mio affare: carità, clemenza e benevolenza, tutto questo avrebbe dovuto essere il mio affare. Perché ho camminato tra la folla dei miei simili cogli occhi rivolti a terra, senza mai alzarli su quella stella benedetta che condusse i magi ad una capanna? Non c’erano forse altre povere case verso cui la sua luce avrebbe potuto guidarmi?”.

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Da quando scriveste queste parole (1843) sono passati più di centotrent’anni. Sarete curioso di sapere se e come è stato portato un rimedio alle situazioni di miseria e di ingiustizia che voi denunciaste. Ve lo dico subito. Nella vostra Inghilterra e nell’Europa industrializzata, i lavoratori hanno migliorato di molto la loro posizione. Avevano a loro disposizione come unica forza il numero. L’hanno valorizzato. Dissero i vecchi oratori socialisti: “Il cammello passava attraverso il deserto; le sue zampe calpestavano i granellini di sabbia ed egli, superbo e trionfante, diceva: “Vi schiaccio, vi schiaccio!” I granellini si lasciavano schiacciare. Ma si alzò il vento, il terribile simoun. “Su, granellini, disse, unitevi, fate corpo insieme a me, flagelleremo insieme il bestione e lo seppelliremo sotto montagne di sabbia! “. I lavoratori da granellini divisi e sparsi sono diventati nube unita nei sindacati e nei vari socialismi, che hanno il merito innegabile di essere stati quasi dappertutto la causa principale dell’avvenuta promozione dei lavoratori. Questi, dai vostri tempi in qua, hanno realizzato avanzamenti e conquiste sul piano dell’economia, della sicurezza sociale, della cultura. Oggi poi, attraverso i sindacati, riescono spesso a farsi sentire anche lassù, nelle alte sfere dello Stato, dove in realtà si decidono le loro sorti. Tutto ciò, a prezzo di gravissimi sacrifici, superando opposizioni e ostacoli. L’unione dei lavoratori per la difesa dei propri diritti, infatti, fu dapprima dichiarata illegale, poi tollerata, poi riconosciuta giuridicamente. Lo Stato dapprima fu “Stato carabiniere”, dichiarò il contratto di lavoro affare del tutto privato, proibì i contratti collettivi; il padrone teneva il coltello per il manico; imperava senza freni la “libera concorrenza”. “Due padroni corrono dietro a un operaio? Il salario dell’operaio crescerà. Due operai tirano per la giacca un padrone? Il salario calerà”. Questa è la legge, si diceva, tale, che porta automaticamente all’equilibrio delle forze! Invece portava agli abusi di un capitalismo, che fu, ed in certi casi ancora è, “sistema nefasto”. E adesso? Ahimé! Ai vostri tempi le ingiustizie sociali erano a senso unico: di operai, che dovevano puntare il dito contro i padroni. Oggi, a puntare il dito è uno sterminio di gente: i lavoratori dei campi, che lamentano di trovarsi molto peggio dei lavoratori dell’industria; qui in Italia, il Sud contro il Nord; in Africa, in Asia, in America Latina le nazioni del “Terzo Mondo” contro le nazioni del benessere. Ma pure in queste ultime nazioni ci sono numerose sacche di miseria e di insicurezza. Molti lavoratori sono disoccupati o insicuri del posto, non dappertutto sono protetti a sufficienza contro gli incidenti, spesso si sentono trattati solo da strumenti di produzione e non da protagonisti. Per di più la corsa frenetica al benessere, l’uso esagerato e pazzo di cose non necessarie ha compromesso i beni indispensabili: l’aria e l’acqua pura, il silenzio, la pace interiore, il riposo. Si credeva che i pozzi di petrolio fossero come il pozzo di san Patrizio, senza fondo; improvvisamente ci si accorge che siamo quasi agli sgoccioli. Si confidava che, esaurito in tempi lontani il petrolio, si potesse contare sull’energia nucleare, ma ci vengono a dire che nella produzione di questa esiste il pericolo di scorie radioattive dannose all’uomo e al suo ambiente. Il timore e la preoccupazione sono grandi. Per molti il bestione del deserto da aggredire e seppellire non è più soltanto il capitalismo, ma anche il “sistema” attuale, da abbattere con rivoluzione capovolgitrice. Per altri il capovolgimento sta già cominciando. Il povero Terzo Mondo di oggi, dicono, sarà presto ricco, grazie ai pozzi di petrolio, che sfrutterà solo per se; il mondo del benessere consumistico, avendo il petrolio solo col contagocce, dovrà limitare le sue industrie, i suoi consumi e sottomettersi ad una recessione. Tra questo infittirsi di problemi, di preoccupazioni e di tensioni, valgono ancora, allargati e adattati, i principi da Voi, caro Dickens, caldeggiati sia pure un po’ sentimentalmente. Amore al povero, e non tanto al povero singolo, quanto ai poveri, che respinti, sia come individui sia come popoli, si sono sentiti classe e solidarizzano tra loro. Ad essi, senza titubanza, sull’esempio di Cristo, va data la preferenza sincera e aperta del cristiani. Solidarietà: siamo un’unica barca piena di popoli ormai ravvicinati nello spazio e nel costume, ma in un mare molto mosso. Se non vogliamo andare incontro a gravi dissesti, la regola è questa: tutti per uno e uno per tutti; insistere su quello che unisce, lasciar perdere quello che divide. Fiducia in Dio: per bocca del vostro Marley, Voi auspicavate che la stella dei Magi illuminasse le case povere. Oggi casa povera è il mondo intero, che ha tanto bisogno di Dio! 
Febbraio 1974

 

Mark Twain

Caro Mark Twain, Ella è stato uno degli autori preferiti della mia adolescenza.Ho ancora nella mente le spassose Avventure di Tom Sawyer, che sono poi le sue avventure di infanzia, caro Twain. Ho raccontato cento volte qualcuna delle sue battute, ad esempio quella sul valore dei libri. E’ un valore inestimabile, ha Ella risposto ad una ragazzina, che l’aveva interpellata, ma vario. Un libro legato in pelle è eccellente per affilare il rasoio; un libro piccolo, conciso, come lo sanno scrivere i Francesi, serve a meraviglia per la gamba più corta di un tavolino; un libro grosso come un vocabolario è un ottimo proiettile per tirare ai gatti; e finalmente un atlante, coi fogli larghi, ha la carta più adatta per aggiustare i vetri. I miei alunni si eccitavano, quando annunciavo: Adesso ve ne racconto un’altra di Mark Twain. Temo, invece, che i miei diocesani si scandalizzino: “Un vescovo, che cita Mark Twain!”. Forse bisognerebbe prima spiegare loro che, come sono vari i libri, così sono vari i vescovi. Alcuni, infatti, rassomigliano ad aquile, che planano con documenti magistrali di alto livello; altri sono usignoli, che cantano le lodi del Signore in modo meraviglioso; altri, invece, sono poveri scriccioli, che, sull’ultima rama dell’albero ecclesiale, squittiscono soltanto, cercando di dire qualche pensiero su temi vastissimi. Io, caro Twain, appartengo all’ultima categoria. Perciò mi faccio coraggio e racconto che una volta tu hai osservato: “L’uomo è più complesso di quel che pare: ogni uomo adulto rinserra in sé non uno, ma tre uomini diversi”. “Come mai?”, ti fu chiesto. E tu: “Prendete un Sor Giovanni qualunque. In esso c’è il Giovanni Primo, cioè l’uomo che egli crede di essere; c’è il Giovanni Secondo, quello che di lui pensano gli altri; e finalmente il Giovanni Terzo, ciò ch’egli è nella realtà”.

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Quanta verità, Twain, nel tuo scherzo! Ecco, ad esempio, il Giovanni Primo. Quando ci portano la fotografia del gruppo in cui abbiamo posato, qual è la faccetta simpatica, attraente, che andiamo a cercare? Duole il dirlo, ma è la nostra. Perché noi ci vogliamo un bene sconfinato e ci preferiamo agli altri. Volendoci tanto bene, succede che siamo portati a ingrandire i nostri meriti, ad attenuare le nostre colpe, ad usare col prossimo pesi e misure diverse che con noi. Meriti ingranditi? Li descrive il tuo collega Trilussa: “La lumachella de la Vanagloria Ch’era strisciata sopra un obelisco, Guardò la bava e disse: Già capisco Che lascerò un’impronta ne la Storia”.Ecco come siamo, caro Twain, perfino un po’ di bava, se nostra e perché nostra, ci fa ringalluzzire e montare la testa! Difetti attenuati? “Bevo un bicchiere qualche rara volta”, dice lui. Gli altri assicurano, invece, ch’egli è una specie di spugna, una Gola sempre secca, un autentico devoto di Santa Bibiana, col gomito sempre alzato. Dice lei: “Sono un po’ nervosetta, qualche volta mi impressiono”. Grazie, che “impressione”! La gente asserisce che è grintosa, stizzosa e vendicativa, un carattere impossibile, un’Arpia! In Omero gli dèi girano il mondo ravvolti in una nuvola, che li nasconde agli sguardi di tutti; noi abbiamo una nuvola che ci nasconde agli occhi nostri. Francesco di Sales, vescovo come me e umorista come te, scriveva: “Accusiamo il prossimo per cose lievi, e scusiamo noi stessi in cose grandi. Vogliamo vendere a carissimo prezzo, e acquistare invece a buon mercato. Vogliamo che si faccia giustizia in casa degli altri, e che si usi misericordia in casa nostra. Vogliamo che siano prese in buona parte le nostre parole, e facciamo i delicati su quelle altrui. Se qualcuno dei nostri inferiori non ha con noi buone maniere, prendiamo in mala parte qualunque cosa faccia; invece, se qualcuno ci è simpatico lo scusiamo, qualsiasi cosa faccia. I nostri diritti li esigiamo con rigore, e invece vogliamo che gli altri siano discreti nell’esigere i loro… Quel che facciamo per gli altri ci sembra sempre molto, quel che per noi fanno gli altri ci pare nulla”.

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Per Giovanni Primo può bastare, veniamo a Giovanni Secondo. Qui, caro Twain, mi pare che i casi siano due: Giovanni desidera che la gente lo stimi oppure si affligge perché la gente lo ignora e disprezza. Nulla di male in ciò; cerchi solo di non esagerare nell’uno o nell’altro senso. “Guai a voi – ha detto il Signore – che ambite i primi seggi nelle sinagoghe e i salamelecchi nelle piazze…; che tutte le vostre opere le compite per farvi notare”. Oggi si direbbe: che date la scalata ai posti e ai titoli a furia di gomitate, di concessioni, di abdicazioni, che smaniate di farvi mettere sui giornali. Ma perché “Guai a voi”? Quando nel 1938 Hitler passò per Firenze, la città fu coperta di croci uncinate e di scritte osannanti. Bargellini disse a Dalla Costa: “Vede, Eminenza? Vede?”. “Non abbia paura! – rispose il Cardinale – la sorte è già segnata nel Salmo 37: “Ho veduto l’iniquo imbaldanzire e dilatarsi come albero rigoglioso. Passai di nuovo, e non era più; lo cercai e non si trovò”. A volte il “Guai” non segna punizione divina, ma soltanto ridicolo umano. Può capitare come al somaro che si coprì con la pelle di un leone e tutti dicevano: “Che leone!”. Uomini e bestie fuggivano. Ma il vento soffiò, la pelle si sollevò e tutti videro l’asino. E allora accorsero infuriati e caricarono la bestia di sacrosante legnate. Lo diceva anche Shaw: “Com’è comica la verità!”. E cioè: vien da sorridere, quando si sa quanto poca cosa c’è sotto certi titoli e certe celebrità! E se succede il contrario? Se la gente pensa male, dove c’è il bene? Qui c’è, in aiuto, un’altra parola di Cristo: “E’ venuto Giovanni, che né mangiava, né beveva, e dissero: Ha il demonio addosso. E’ venuto il Figlio dell’Uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco qua un mangione e un beone, amico di pubblicani e peccatori”. Neppure Cristo è riuscito ad accontentare tutti. Non prendiamocela troppo se non riusciamo noi.

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Giovanni Terzo faceva il cuoco. Questo non lo racconti tu, Twain, ma Tolstoj. Sulla soglia di cucina erano distesi i cani. Giovanni uccise un vitello e gettò le viscere nel cortile. I cani le presero, le mangiarono e dissero: “E’ un bravo cuoco. Cucina bene”. Qualche tempo dopo, Giovanni sbucciava i piselli, mondava le cipolle: le bucce le getto nel cortile. I cani si precipitarono sopra, ma, scostando il muso dall’altra parte, dissero: “Il cuoco s’è guastato, ora non vale più nulla”. Giovanni, però, non si commosse affatto per questo giudizio e disse: “E’ il padrone che deve mangiare e apprezzare i miei pranzi, non i cani. Mi basta essere apprezzato dal padrone”. Bravo anche Tolstoj. Ma io mi chiedo: Che gusti ha il Signore? Cosa gli piace in noi? Un giorno, mentre predicava, qualcuno gli disse: “Tua madre e i tuoi fratelli stanno di fuori, e chiedono di parlarti”. Egli protese la mano verso i suoi discepoli e rispose: “Ecco qua la madre mia e i fratelli miei. Chiunque, infatti, fa la volontà del Padre mio, che è nei Cieli, quegli mi è fratello, sorella e madre”. Ecco chi gli piace: chi fa la Sua volontà. Gli piace che lo si preghi, ma gli dispiace forte che le preghiere diventino un pretesto per scansare la fatica delle buone opere. “Perché mi chiamate Signore, Signore, e non fate quello che dico?”. Fare quello che dice! Può essere una conclusione moralizzante. Tu, umorista,non l’avresti tirata. La devo tirare io, che sono vescovo e che ai miei fedeli raccomando: Se vi capita di ripensare ai tre Giovanni, ai tre Giacomi, alle tre Francesche che sono in ciascuno di noi, tenete d’occhio specialmente il terzo:quello che piace a Dio! 
 Maggio 1971

da qui

(*) Albino Luciani fu papa con il nome di Giovanni Paolo I … ma solo per un mese e due giorni: secondo alcuni la sua morte fu misteriosa ma in ogni caso il Vaticano non si dilungò in spiegazioni sulle sue condizioni di salute. 

Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

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