Due o tre cose che so dopo aver letto «Frankenstein, o del Prometeo moderno» di Mary Shelley

di Fabrizio (Astrofilosofo) Melodia

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«Frankenstein, o del Prometeo moderno» (1818) di Mary Wallstonecraft Shelley ci fa sprofondare direttamente nelle viscere del diverso, fino ai recessi più reconditi della mente, ci fa assaporare il senso del discorso dell’Altro, ci porta a riflettere sulla tracotante onnipotenza di certa scienza senza coscienza, sul ruolo dell’Umano che si sostituisce al divino.
E’ la vicenda narrata dal dottor Victor von Frankenstein al capitano di una goletta rimasta intrappolata nei ghiacci polari, dove il dottore aveva inseguito il parto della sua mente: quando ancora studiava a Ginevra, mosso da irrefrenabile passione aveva creato un essere vivente con parti di cadaveri e animato con l’elettricità. La creatura era fuggita e aveva vissuto in solitudine, scacciato da tutti per il proprio aspetto nonostante fosse di animo gentile. Al colmo della disperazione chiede al suo creatore una compagna con cui condividere la vita, gli viene però rifiutata. La sua furia sarà terribile e si concluderà tra i ghiacci.
L’impegno del “buon” dottore, il quale nutre realmente la brama di conoscenza e la volontà di andare al di là delle colonne d’Ercole, incarna la reale necessità della creatività umana e mette in luce quanto d’egoistico è insito in quest’ossessivo atteggiamento.
Egli crea veramente per un atto d’amore, amore per se stesso, per il puro piacere di gratificarsi, non rendendosi minimamente consapevole dell’egoismo insito di tale gesto.
Nella mitologia greca la figura di Prometeo, cui il dottore viene accostato, assume contorni a dir poco eroici: dona all’uomo la conoscenza del fuoco, la quale dapprima era appannaggio esclusivo delle divinità, e di Zeus in particolare; successivamente l’arrivo del fuoco nel mondo rende l’essere umano un passo più vicino agli dei.
Prometeo sarà punito in modo terribile, incatenato mani e piedi sulla montagna, dove l’aquila di Zeus ogni giorno andrà a divorargli il fegato. Non gli rimarrà che urlare il suo ineluttabile dolore.
Il ribelle si ritrova completamente sconfitto e nuovamente vittima delle costrizioni delle legge divine, che qui appaiono ingiuste ed egoistiche. Prometeo s’innalza così a metafora epocale del libero pensare e del libero agire. E’ l’emblema dell’Amore per l’Altro, svincolato da incertezza, sfiducia e superbia.
La fantascienza, attraverso la creatura di Frankenstein, l’uomo artificiale, attua un ribaltamento dell’idea che domina la coscienza primigenia della civiltà occidentale: l’Altro viene inteso come semplice mezzo, non come il fine a cui tendere. Non l’essere per l’Altro, ma l’essere per il nulla, per se stessi.
La figura di Victor von Frankenstein assurge al ruolo concettuale della filosofia nelle sue incarnazioni più tragiche, incarnando non tanto l’uomo superiore ma il nuovo Programmatore della Vita nella sua forma primordiale. Tale figura di Homo Superior diventa il nuovo principio ordinatore, tiranno dei mondi reali.
In contrasto si pone la Creatura, che in tutta la vicenda non avrà mai un nome, personificazione concettuale dell’uomo giunto oltre il tramonto, non più vestigia di antiche rovine ormai divorate dalla vegetazione e corrose dalle intemperie. E’ una creatura che impara un proprio codice etico, constatando dalla semplicità della vita quotidiana l’importanza del rispetto e dell’amore.
Dio è morto ma l’uomo l’ha resuscitato, entità che vaga affamata e priva di coscienza azzannando e divorando tutto ciò che ha sottomano, simile al gigantesco Leviatano il quale ingoia tutta l’acqua degli oceani fino all’ultima goccia.
Il modo di esprimersi per mezzo di immagini, di archetipi da tutti condivisi, è l’anima stessa del cinema. L’uomo artificiale è uno dei miti fondamentali della nostra cultura, ombra oscura che si espande a macchia d’olio sulla nostra flebile coscienza, la quale si consuma e si spegne lentamente poiché rimane soffocata da una forza maggiore, una consapevolezza diversa, che infine scalza l’illegittimo proprietario e riafferma il suo primitivo dominio sulla Terra. Alla luce del diverso, il cinema fa sua l’idea del “Frankenstein” portandola prepotentemente nella coscienza delle persone. La prima trasposizione avviene nel 1931 con l’omonimo film di James Whale, in cui però la Creatura perde la consapevolezza umana per un comportamento più primordiale ma efficace. Per arrivare poi al fedele «Frankenstein di Mary Shelley» (1994) per la regia di Kenneth Branagh, senza trascurare la bellissima parodia satirica «Frankenstein Junior» di Mel Brooks con Gene Wilder, presa per i fondelli del genere, arrivando al recente «Io, Frankenstein» (2014) scritto e diretto da Stuart Beattie e interpretato da un bravissimo Aaron Eckhart, dove si immagina la Creatura sopravvissuta fino ai giorni nostri e ultimo baluardo di difesa in uno scontro epocale fra angeli e demoni. E non vanno trascurate le trasposizioni nostrane, in cui il noto «indagatore dell’incubo» Dylan Dog (nell’episodio 60 della serie) e il quasi altrettanto conosciuto Martin Mystère (nel numero 53 con il titolo «Frankenstein 1986») ci fanno conoscere due creature solitarie e dolenti, preda della rabbia e del disgusto per il mondo. Come ad affermare che il mito di Frankenstein non muore mai.

 

L'astrofilosofo
Fabrizio Melodia,
Laureato in filosofia a Cà Foscari con una tesi di laurea su Star Trek, si dice che abbia perso qualche rotella nel teletrasporto ma non si ricorda in quale. Scrive poesie, racconti, articoli e chi più ne ha più ne metta. Ha il cervello bacato del Dottor Who e la saggezza filosofica di Spock. E' il solo, unico, brevettato, Astrofilosofo di quartiere periferico extragalattico, per gli amici... Fabry.

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