«E’ anche assennatezza, la follia»

Daniela Pia ricorda Marina Cvetaeva

La poesia della Cvetaeva sa raccontare un dialogo diretto con l’essenza delle cose, cercando (molto spesso riuscendoci) di afferrare lo spirito della vita, combattendo senza riuscirci «un desiderio frenetico di perdersi». Di lei Boris Pasternak scrisse: «La verità è che bisognava leggerla attentamente. Quando lo feci rimasi senza respiro per l’abisso di purezza e forza che si spalancava».

Marina Cvetaeva nacque a Mosca l’8 ottobre 1892. Visse in un ambiente traboccante di sollecitazioni culturali e sin da piccola si appassionò alla poesia. Frequentò il ginnasio e istituti privati in Svizzera e Germania per tornare dopo il 1906 a Mosca. Fu adolescente autonoma e ribelle; divorò i testi di Pushkin, Goethe e Holderin. Nel 1909 andò a Parigi per frequentare l’università Sorbona. «Album serale» – la sua prima silloge poetica – fu pubblicata nel 1910, accolta favorevolmente negli ambienti letterari della sua città, dove nel 1911 conobbe Sergej Efron, il suo futuro marito.

Nel 1917 fu testimone della rivoluzione d’ottobre e – mentre suo marito si schierò fra i sostenitori dell’armata Bianca durante la guerra civile – lei prese a frequentare attori, scrittori, pittori. Si innamorò di Boris Pasternak e di Rainer Maria Rilke. Non faceva differenze fra uomini e donne, desiderosa di tenerezza e libertà, aveva bisogno di continue prove d’amore per sentirsi viva. «E’ anche assennatezza, la follia,
Anche un onore, la vergogna. 
Di tutto ciò che porta a ragionare, ce n’è fin troppo. Con me non bisogna parlare,
ecco le labbra: date da bere». Ebbe grande cultura e sensibilità, era capace di parlare e leggere in russo, francese, tedesco e italiano. Costretta ad emigrare, nel 1922 giunse a Praga e poi a Berlino, città culturalmente stimolante. Nel frattempo il marito aveva iniziato a collaborare con la GPU (la polizia segreta) cosa di cui lei si dichiarò sempre all’oscuro. La Cvetaeva spiegò alle autorità come agli amici di non avere saputo nulla delle attività del marito che continuò ad amare per tutta la vita, rifiutandosi di credere che potesse essere un omicida, delitto di cui era stato accusato. Tornata in patria fu emarginata, soprattutto dal cenacolo degli intellettuali, considerata una traditrice per aver vissuto all’Ovest. Nel 1939 sua figlia fu arrestata e conobbe anche l’orrore del gulag. Quando il marito venne fucilato come «nemico del popolo» per lei a Mosca non ci fu più spazio. Inviata al confino in Tataria, fece la fame e conobbe la più profonda solitudine. Il 31 agosto 1941, sfinita, si legò una corda attorno al collo e morì. Il luogo della sepoltura è ancora oggi sconosciuto .

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

Daniela Pia
Sarda sono, fatta di pagine e di penna. Insegno e imparo. Cammino all' alba, in campagna, in compagnia di cani randagi. Ho superato le cinquanta primavere. Veglio e ora, come diceva Pavese :"In sostanza chiedo un letargo, un anestetico, la certezza di essere ben nascosto. Non chiedo la pace nel mondo, chiedo la mia".

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