E’ morto soltanto un altro Kolbar…

di Gianni Sartori

Un altro kolbar curdo, Hossein Balkhanlou, è morto in circostanze non chiare; presumibilmente assassinato dalle forze di sicurezza frontaliere di Ankara o di Teheran. E’ accaduto alla fine di gennaio nel Rojhilat, il Kurdistan sotto amministrazione iraniana.

Con il termine kolbar o kolber si indica un portatore – transfrontaliere oppure una sorta di “contrabbandiere”, fra legalità e illegalità – che trasporta mercanzie (sulla schiena o con l’aiuto di cavalli) sui confini che frantumano il Kurdistan fra Iran, Irak, Turchia e Siria. La maggior parte di questi lavoratori (si calcola oltre 20mila) vive in Iran, le cui province curde sono fra le più indigenti del Paese. Ufficialmente considerato “illegale”, il kolbar non usufruisce di assicurazioni, né di pensione e tantomeno di un sindacato. In maggioranza si tratta di giovani – talvolta diplomati – provenienti da famiglie povere che non hanno altre possibilità di sopravvivenza in un territorio dove la disoccupazione è assai diffusa.

Dunque il 24 gennaio il cadavere martoriato del ventenne Hossein Balkhanlou, originario del villaggio di Adagan, è stato rinvenuto presso il villaggio curdo, Yarm Qieh. Trasportato a Maku, il medico legale non ha potuto far altro che confermare quanto era apparso evidente fin dal ritrovamento: Hossein è stato ammazzato a botte e bastonate. Alcuni testimoni oculari hanno anche riferito di “segni evidenti di tortura”.

Gli abitanti di Yarm Qieh hanno confermato che negli ultimi anni membri delle forze di frontiera – sia turche che iraniane – hanno abbandonato in varie occasioni altri cadaveri, sia di kolbar che di semplici cittadini (ma quasi sempre curdi) lungo le zone del confine. Senza peraltro che i rispettivi governi si siano mai assunta una qualsiasi responsabilità. In genere si assiste allo scambio di accuse. Mentre i turchi accusano Teheran, gli iraniani indicano Ankara come responsabile dei brutali omicidi.

Qualche precedente fra quelli di cui si è avuta notizia.

Nel giugno 2013 le forze di sicurezza iraniane avevano assassinato un kolbar curdo (originario di Kani Miran) in prossimità di Meriwan, mentre altri gendarmi massacravano i cavalli dei kolbar a Piranshar. E il 20 giugno 2013 un altro kolbar, Meriwan Kamran, era rimasto gravemente ferito nei pressi di Bashamax, sempre per mano delle forze di sicurezza iraniane. Il giorno prima i gendarmi avevano sparato numerosi colpi di arma da fuoco contro un veicolo che trasportava civili a Serhdest provocando un morto e quattro feriti. Quasi contemporaneamente a Piranshar l’esercito turco attaccava altri kolbar, uccideva tutti i loro cavalli (almeno 12, i testimoni hanno riferito che i poveri animali erano stati bruciati vivi) e incendiava le merci che stavano trasportando.

Alla fine del 2013, in un intervento alla Nazioni Unite, Amhed Shaheed (inviato onusiano per l’Iran) denunciava «le uccisioni indiscriminate dei kobar in violazione delle leggi nazionali e degli obblighi internazionali a cui anche l’Iran è vincolato». Particolarmente disgustoso un episodio risalente al gennaio 2014. Dopo una serie di altre esecuzioni extragiudiziali di numero imprecisato, Sampan Xizri (un curdo di 26 anni, originario di Nalas) veniva ammazzato dalle forze di sicurezza iraniane in un’azione di «contrasto del contrabbando». Il suo corpo veniva legato a un’auto e trascinato per le strade. Nella stessa operazione a Marexan veniva ferito un altro kolbar, Wefa.

Il primo di gennaio (2014) i gendarmi avevano confiscato una quindicina di cavalli e le merci trasportate nella zona montuosa Dolan.

Nell’ottobre 2017 i soldati iraniani ammazzavano il kolbar Pistiwan Moin (24 anni) nei pressi del villaggio di Betusi (regione di Serdest, al confine Iran-Iraq. E un’associazione per la difesa dei diritti umani calcolava che dall’agosto 2017 (in meno di tre mesi quindi) erano stati uccisi almeno altri 13 kolbar.

Nel maggio 2018 i pasdaran (guardiani della rivoluzione, iraniani) assassinavano nei pressi della città di Kelasin – regione di Sidekan – un kolbar di 27 anni, Meysem Herim Elì, originario di Urmiye.

Qualche ora prima, un altro kolbar – Eli Hesenzade di 45 anni – era stato ferito dalle forze di sicurezza iraniane. Come per il cadavere di Meysem Herim Elì, i pasdaran ne impedivano il rientro in Iran e doveva essere trasportato all’ospedale di Soran (Basur, Kurdistan del sud nello Stato “irakeno”).

Si calcola che ogni anno decine di civili vengano uccisi in questi attacchi nelle zone di frontiera. Brutali azioni repressive (vere e proprie esecuzioni extragiudiziali) che ufficialmente dovrebbero stroncare il contrabbando e il mercato nero. In realtà la vera, redditizia e fiorente attività illegale è quella operata dai ricchi trafficanti mafiosi che però non subiscono le stesse “attenzioni” da parte delle autorità.

 

La Bottega del Barbieri

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