«Easy Rider»

di Chief Joseph

Il 14 luglio 1969 uscì nelle sale statunitensi «Easy Rider». La sua produzione era costata solamente 400mila dollari, non era emanazione delle major hollywoodiane ma una produzione indipendente. La pellicola, diretta e interpretata da attori semisconosciuti, non ebbe un gran battage pubblicitario. Nonostante questo, le sale di New York e Los Angeles si riempirono di giovani grazie al passaparola soprattutto nei gruppi hippie.

Il film venne premiato a Cannes come miglior opera prima e, nel 1970, ottenne due nomination all’Oscar per la miglior sceneggiatura e per il miglior attore non protagonista (Jack Nicholson, che era praticamente sconosciuto). Il film ebbe un grosso successo di pubblico e di critica anche in Europa.

Nel 2019 l’American Film Institute collocava «Easy Rider» all’ottantaquattresimo posto nella classifica dei migliori film americani di tutti i tempi.

Il film, diretto da Dennis Hopper, è interpretato dallo stesso Hopper, da Peter Fonda e da Jack Nicholson. Ottima la scelta di brani musicali dell’epoca.

I due protagonisti Wyatt “Capitan America (Peter Fonda) e Billy (Dennis Hopper) sono spacciatori di cocaina che commerciano fra il Messico e gli Stati Uniti. Arrivati in California decidono di destinare parte del guadagno all’acquisto di due motociclette con l’intenzione di attraversare il Paese e andare a vedere il carnevale di New Orleans. Durante il viaggio incontreranno hippy fuori di testa, bordelli, brutali poliziotti, cittadini benpensanti e pieni di rancore, un avvocato delle cause perse che però li aiuterà a uscire di galera.

«Easy Rider» è un mixaggio fra una costante del cinema statunitense cioè il viaggio ed elementi della cultura alternativa degli anni sessanta ovvero la droga, il pacifismo e la crisi del modello Usa. Ed è proprio quest’ultimo aspetto che viene particolarmente sviluppato da Hopper: l’americano medio è costantemente reazionario, ipocrita e conservatore, non in grado di confrontarsi con il cambiamento dei tempi. Il camionista che quasi per gioco uccide i due protagonisti non è un individuo fuori dalla norma, un pazzo invasato ma “un cittadino medio” che non intende essere disturbato da elementi che possono mettere in discussione le sue sicurezze e quindi la sua tranquillità.

Il finale tragico non è incidentale ma la logica conseguenza dei fatti sviluppati dal film. Infatti sono costanti le sequenze nelle quali si mostra l’ostilità nei confronti dei due motociclisti.

A livello di struttura narrativa il film ricorda molto da vicino il western con l’unica differenza che il mezzo di locomozione non è il cavallo ma la moto.

Il maggior pregio sta nella radicale denuncia del sistema americano che, nel momento in cui non è in grado di assorbire le devianze – o meglio: le difformità – ricorre alla violenza generalizzata. Pregio che contiene l’embrione del sostanziale limite del film: il mondo che circonda gli hippy è cattivo, violento e abominevole, ma gli spettatori rischiano di trarre pochi elementi per una lettura critica della quotidianità capace di favorire processi di analisi e istanze di cambiamento. In pratica la spettacolarizzazione rischia di tradursi in processi di identificazione e proiezione, che appartengono alla sfera emotiva, rendendo difficile un rapporto distaccato e in grado di fornire strumenti capaci di intervenire sulla realtà: ci si sente impotenti. Tale impotenza può finire trasferendo nella quotidianità la convinzione che ci sia la necessità di un capo carismatico.

Così «Easy Rider» rischia di diventare il prototipo dei cartoni animati giapponesi nei quali la società pare un ammasso informe di rapporti, un insieme di incapaci di intendersi e di difendersi e quindi alla ricerca dell’eroe super partes.

Questo succede perché, come è stato evidenziato da molte ricerche (ad esempio in Comunicazioni di massa, tecniche audiovisive e società di Maria Angela Croce: Il Mulino, 1974) il fruitore non tende a imitare tout court lo stimolo audiovisivo ma partecipa emotivamente a seconda delle sue caratteristiche: il messaggio è letto attraverso processi di mediazione per poi essere trasferito nella vita reale.

Un significativo esempio può essere fornito dalla rappresentazione del male. È ancora illuminante ciò che è stato dimostrato nel libro Cinema e modelli di comportamento collettivo (di Giorgio Galli e Franco Rositi: Il Mulino, 1967). Quando il male è presente all’interno della società e si comprendono le ragioni del suo agire, si crea nello spettatore la convinzione (modello di comportamento) che, proprio perché è visibile e individuabile, possa essere sconfitto attraverso l’azione razionale e congiunta di tutti i membri della comunità. Quando invece è un’entità esterna, non riconducibile all’interno della società e sono nebulose le motivazioni, la comunità si sente impotente e di conseguenza si crea la necessità della presenza del super eroe.

In questa direzione, la galleria dei personaggi negativi presentati nel film di Hopper offre una rappresentazione del male che, pur essendo presente all’interno della società, sembra non avere origini precise perché la narrazione non offre alcuna spiegazione a supporto dell’agire da parte dei “cattivi” e nello spettatore si crea la convinzione che non sia affrontabile.

Quindi «Easy Rider», pur con intenzioni di denuncia, riesce nella migliore delle ipotesi a produrre una scarica emotiva, ma lascia lo spettatore alla mercé di una realtà che è in attesa di colui che risolverà i problemi.

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

L’immagine in alto è un dipinto di Silvio Minerva

La Bottega del Barbieri

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