Ecuador: cuore verde del Sudamerica

Viaggio tra vulcani, foreste e petrolio

di Stefania Sinigaglia (*)

Viaggiando tra montagne e vulcani colpisce la differenza tra il páramo della Colombia che ricordo come uno tra i più bei paesaggi montani mai visti e quello ecuadoregno. In Colombia gli altopiani ad alta quota sono costellati di strane piante chiamate frailejones : i loro brevi e tozzi tronchi, coronati da cappucci lanosi e biancastri, sembrano folletti negli immensi spazi ondulati delle Ande, montagne immani ma spesso non puntute e scabre come le nostre Alpi, e li rendono vivi, palpitanti: “I páramos sono spazi di nebbie, piogge lievi e nubi volteggianti che aderiscono alle rocce e al vento. Luoghi d’ombra, foschi e ignoti, dove gli orizzonti si moltiplicano e la totalità ci appare. Il páramo condensa attorno a sé le energie della vita e l’uomo le ha sempre associate ai suoi dei, a queste forze che non riesce a comprendere né a dominare” .

 Paramo Colombiano
Invece in Ecuador, così come in Bolivia, si attraversano soprattutto distese popolate dalla cosiddetta paja brava, un’erba a volte lunga come i capelli delle donne indie, ma giallastra e ispida, in modo da resistere alle basse temperature, un ambiente naturale quasi desolato. E appunto un paesaggio di paja brava si attraversa per scendere da Latacunga fino a Baños, dove il clima muta decisamente: siamo alle porte dell’Amazzonia, ancora tra montagne (il vulcano Tungurahua, 5000 mt, è lì di casa) ma tra una vegetazione ormai rigogliosa dove dominano cascate, fiumi e torrenti. La città deve il suo nome alle terme, bene organizzate ma delle quali non approfitto. La profusione d’acqua salta subito agli occhi: la Cascada de la Virgen sgorga dalla montagna che sovrasta l’abitato, un’insolita cascata urbana.
Cascada de la Virgen
 L’unica escursione organizzata di tutto il mio viaggio è la Ruta de las cascadas, in un pullmino in cui siamo solo tre viaggiatrici; si visitano in una sola mattinata diversi paesaggi acquatici compreso il famoso pailón del diablo, il calderone del diavolo, che consiste in un ribollire vorticoso di spume tra anguste rocce a picco al termine di una poderosa cascata incastonata nel verde. La nota dolente è il notare come la cornice naturale, così bella da non avere alcun bisogno di essere enfatizzata con artifici, sia stata violentata a scopo di lucro: inutili ponti sospesi, voli a pancia sotto sul fiume, parchi con diavolerie idiotizzanti che dovrebbero dare il brivido e invece distolgono soltanto dal godere dei panorami in santa pace. Le due giovani tedesche con me sul pullmino abboccano a tutti questi extra pseudo-avventurosi. Per fortuna il giorno seguente trovo un sentiero che dalla circonvallazione sale in montagna fino al Mirador Bellavista, sotto il Tungurahua. Lungo il cammino ripido e fangoso incontro persone che abitano lassù con i quali scambio saluti e qualche parola. Parto con il sole ma gradualmente il cielo si annera e dopo una sosta per ammirare tutta Baños ai miei piedi, molte centinaia di metri sotto, comincia a piovere e poi a diluviare.
Vista di Baños salendo a Bellavista
Spunto dal sentiero zuppa: scanso il saluto ringhiante di due cani grazie al nodoso bastone usato per l’ascesa e punto al Caffè, dove rimarrò per ore perché il maltempo imperversa e ovviamente la decantata vista sul Tungurahua è sigillata da nebbia e nubi. La salvezza è un taxi di ritorno dalla Casa del Arbol che mi riporta in albergo. Visito la Casa del Arbol il giorno dopo (ma salgo in autobus): c’è un parco cui si accede a pagamento, fiorito ma troppo ben pettinato; il piatto forte sarebbe il columpo al cielo, cioè un’altalena gigante costruita sul pizzo di una scarpata che ti scaraventa verso il brivido del vuoto. Altro specchietto per allodole ma c’è una fila d’attesa lunghissima: è domenica. Scelgo un più piacevole e avventuroso sentiero con un sentore di giungla fitto di canne, liane e fiori. Non incontro nessuno.
Sciamano, Museo della cattedrale di Baños
La cattedrale di Baños possiede un museo piuttosto ricco: ceramica zoomorfa (a partire dal 4000 a.C.), sciamani, una partoriente, una donna descritta “con cappello speciale”! Le culture più rappresentate e prolifiche sono la Valdivia, che forse non a caso si sviluppò nella penisola di S. Elena, una delle poche zone secche dell’Ecuador, e la Tolita: quest’ultima fu la prima a lavorare il platino sin dal 2600 a.C. Famose le Veneri Valdiviane, molte sono minuscole e rotte (forse si gettavano nei recinti sacri), alcune misteriose: parto siamese o passaggio dall’infanzia alla pubertà? dice il cartiglio. Una particolarità infine che ho visto solo a Baños: sul marciapiede della strada del mio hotel ci sono due negozi di dolci che fabbricano caramelle di zucchero con un metodo mai visto: impastano una specie di pasta elastica colorata tirandola con forza da un paletto conficcato nel muro e la manipolano a lungo fino a farne dei rotoli che poi tagliuzzano e lasciano rassodare prima d vendere le caramelle che se ne ricavano.
Museo di di Baños: partoriente
Per inoltrarsi verso l’Amazzonia bisogna andare nel cosiddetto Oriente: prendo un autobus diretto a Coca e scendo a Puyo. Qui montagne non se ne vedono più. La città è veramente brutta, ma ha giardini e parchi con una vegetazione lussureggiante e curiosità faunistiche notevoli; costituisce una comoda base per esplorare la zona circostante del Napo. L’Hotel Las Palmas è molto piacevole: ha un giardino pieno di piante e fiori, e stranamente non mi ha mai punto una zanzara neanche quando la pioggia scrosciava e leggevo sull’amaca davanti alla stanza per ore aspettando di poter uscire. Prima di tutto cerco la sede della CONAIE,la confederazione delle comunità indigene, per capire meglio le lotte per i loro diritti e le circostanze del recente durissimo sciopero generale dell’ottobre 2019. Dopo vari giri inutili trovo l’ufficio dove mi riceve senza bisogno di anticamera un funzionario molto disponibile cui pongo le mie domande.
Convegno  CONAIE dell’ottobre del 2019
 Il paro (sciopero) totale è iniziato in seguito all’aumento improvviso del prezzo della benzina del 300%, ma subito dopo sono esplose le frustrazioni e le rivendicazioni che ribollivano da tempo senza uno sfogo nella popolazione indigena, ancora oggi discriminata e svantaggiata rispetto ai criollos o agli ispano-discendenti. Il censimento del 2010 rivela un apparente 7% di popolazione indigena sui 17 milioni di Ecuadoriani, ma la CONAIE afferma che questo non è possibile, sarebbero troppo pochi. Ci sono 14 nazionalità vere e proprie riconosciute come tali, ma una molto maggiore quantità di gruppi minori sparpagliati per tutto il territorio, tra i quali i Sarayaku, dei quali ho un contatto fornitomi in Italia. Tornando alle lotte dell’ottobre del 2019, tutte le nazionalità hanno combattuto contro la politica economica del governo di Lenin Moreno: ci sono stati 13 morti vittime degli spari della polizia antisommossa. Da questa esperienza è nata la proposta di un Parlamento dei popoli indigeni, per una transizione ad una politica economica alternativa. Un’altra rivendicazione fondamentale risale al 1990, quando ci fu una sollevazione generale dei popoli indigeni e si prospettò l’idea di uno stato ufficialmente plurinazionale. Quindi con un decentramento di che tipo? Non arrivo a formulare la domanda perché arriva una coppia che poi scoprirò essere madre e figlio, i rappresentanti Sarayaku dei quali avevo il contatto, e prendo un appuntamento con loro, che sarà molto coinvolgente umanamente oltre che informativo.
Orchidee a Puyo
 Ci incontriamo con Fernando e la madre Caterina (non i veri nomi) in un ristorantino da poco aperto, e, evocato dalla “strana coppia” mi si rivela uno scenario concreto di lotte accanite contro le multinazionali del petrolio (e dell’acqua) nel folto della selva amazzonica ecuadoriana, distante varie ore di canoa dall’ultimo centro urbano con una strada. In particolare Caterina è ricca di particolari nel raccontare una vera e propria battaglia che li ha visti opporsi a una compagnia petrolifera argentina e vincere, in che anno non ricordo, cacciandola via dal loro territorio. Pare un caso unico più che raro e i conflitti continuano. Purtroppo il traffico di fronte al ristorante e le risate di una combriccola di statunitensi del tavolo accanto coprono parte del racconto, che non oso interrompere di fronte alla passione e la foga della donna. Fernando mi dice che dato l’isolamento fisico della loro enclave sono riusciti ultimamente ad ottenere un collegamento aereo settimanale per evacuare eventuali malati e per trasporto di derrate urgenti. La tentazione di una visita è grande ma l’aereo, ammesso e non concesso che un posto sia disponibile, è giustamente caro, e l’alternativa di un viaggio in canoa di ore andata e ritorno e un soggiorno nel nulla mi appare troppo piena di incognite e archivio l’idea. Rimane l’impressione vivida di persone che in un ambiente così difficile, insidiato dalle rapine di attori potenti, riescono a difendersi e a prevalere. Ma per quanto tempo ancora? E se vincono in un luogo, in quanti altri sono costrette a cedere? Nel centro di Puyo ci sono vari cartelli di condanna delle petroleras e dell’inquinamento di terra e acqua.
Murale: nel cartello si legge: l’acqua non si vende, l’acqua si difende
La mia esplorazione di questo margine di Amazzonia è consistita nel visitare parchi, urbano quello etno-botanico Omaere, poi il Paseo de los monos (Riserva di scimmie e vari altri animali) e il Jardin Botánico Las Orquídeas fuori città. Il parco urbano si raggiunge attraversando il fiume Puyo e consiste in un piccolo ma intricatissimo bosco ricco di varietà sia di flora che di fauna. La guida californiana, chiaramente un ex figlio dei fiori incistidato in Amazzonia, ha lunghi capelli grigi e sandali da frate e guida me e un francese di Tolosa su e giù per sentieri stretti tra tronchi e radici enormi, spiegando ad ogni passo le virtù di foglie, cortecce e radici secondo la medicina indigena, prevalentemente Achuar, una delle nazioni riconosciute ufficialmente. Ciò che mi colpisce di più sono delle formiche, lunghe pochi millimetri, dalla forza erculea: portano carichi pari a 7 volte il loro peso. Il californiano ne mostra una appesa al suo dito che erge una spessa fogliolina fresca.
Parco Omaere; la formica con la foglia appesa al dito della guida
Vedrò una fila semovente di foglioline marciare sul dorso delle forzute formiche invisibili su un marciapiede di Puerto Lopez: impressionante. Della ridda di nomi che il californiano snocciola a ogni piè sospinto per ogni pianta animale fuscello non riesco ad annotare nulla, ma pare che ogni raschiatura di corteccia, lacerto di radice, foglia o ciuffo d’erba abbia grandi proprietà medicinali. Fuori Puyo il Paseo de los monos ospita una grande quantità di scimmie ma anche piccoli animali feroci, come la guatusa del Oriente. Affascinante il parco delle orchidee, anche se la bella ragazza che mi fa da guida avverte che “non è la stagione adatta”. Il parco in sé è stupefacente se si pensa che è frutto di una solitaria operazione di rewilding , e cioè il terreno è stato riscattato dallo stato di abbandono di ex piantagione dalle cure pertinaci e competenti dell’abuelito, il nonnino che ho intravisto a casa, che ne ha fatto una quasi-giungla piena di alberi altissimi, liane, piante di ogni specie e fiori a profusione. Pare che ce ne siano altri di esperimenti simili in altre zone dell’Ecuador. Con una lente la fanciulla mostra una orchidea microscopica innestata su un albero.
Puyo, Parco delle orchidee: orchidea microscopica
 Una mattina di pre-carnevale con tanto di corteo mascherato e musica elettrizzante parto per Tena, vicino al fiume Napo, sul quale sarebbe bello fare una lunga escursione di giorni, ma quando si viaggia soli il prezzo per un individuo è proibitivo. E non ci sono altri clienti. A Tena manca l’acqua nel quartiere dove sono alloggiata (dietro la piazza principale) e l’albergo è malissimo attrezzato per queste evenienze. Dopo varie richieste mi trovo una sola brocca d’acqua fuori della stanza per lavarmi; non hanno una cisterna di riserva, nemmeno un bidone. Torno alla più confortevole Puyo e lascio il giorno dopo la bella stanza con amaca nel verde variopinto giardino per raggiungere Riobamba e le città del meridione; poi infine, il gran Pacifico.
La Bottega del Barbieri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *