Edgar, l’autismo e il calcio. Così in Bolivia i bambini imparano a giocare

Pedagogia nozionistica e poco spazio alle novità. È la scuola in Bolivia, ma grazie al progetto “Homo Ludens” realizzato da Apea con Girotondo e Gvc i bambini acquisiscono fiducia e imparano a esprimersi attraverso il gioco. È stato così per Edgar, che adesso è ben inserito nella squadra.

di Redattore socialeEdgar ha il disturbo dello spettro autistico. Vive a El Alto, in Bolivia. A causa dell’autismo nessuna squadra di calcio voleva accoglierlo. È la madre Rossmary a raccontare la sua storia: “Speravo di trovare per lui delle attività che fungessero da terapie di sostegno, ma veniva continuamente respinto. Lo guardavano, stavano ad ascoltarlo un po’ e poi mi dicevano: non riuscirebbe ad adattarsi. Litiga con gli altri bambini, non obbedisce, non capisce. Non può rimanere”. Poi Rossmary ed Edgar si sono fermati davanti al campo di calcio di uno dei quartieri più poveri di El Alto, dove gli animatori di “Homo Ludens”, progetto realizzato da Apea (Acción por una educación activa) con l’organizzazione di volontariato Girotondo di Trento e l’ong bolognese Gvc e il finanziamento della Regione Autonoma del Trentino Alto Adige, aiutano i bambini ad acquisire fiducia nelle proprie capacità e a esprimersi attraverso il gioco e il movimento”.

Da 4 anni Edgar fa parte della squadra, riesce a gestire i suoi sentimenti e a vivere in gruppo. “Parlare di autostima è come parlare del vento. Finché non la conosci e pratichi rimane un concetto difficile da comprendere – spiega Francesco Foglino, uno degli educatori – Il gioco invece lo traduce in carne e ossa”.
La scuola in Bolivia e in tutte le Ande ha bandito il gioco dal suo programma – continua Foglino – Il rapporto educativo è caratterizzato da una forte verticalità. Non c’è spazio per le novità nelle aule e la pedagogia è nozionistica”. C’è quindi un forte bisogno di animare spazi dedicati al movimento e al gioco.   “Il governo ha fatto uno sforzo enorme per permettere livelli di inclusione etnica nel contesto urbano, soprattutto laddove il conflitto è più evidente, gli spazi sono cresciuti ma non c’è chi sia in grado di utilizzarli al meglio e animarli – sottolinea Foglino – In questi anni di lavoro, però, grazie ai progetti che consentono di far giocare i bambini, sono arrivate grandi soddisfazioni”. Alcuni dei bambini che hanno seguito un percorso nel 2007 sono diventati a loro volta educatori e aiutano altri bambini a scoprire che il gioco è uno strumento per acquisire consapevolezza e autostima. “Ero un bimbo timido. Poi ho iniziato a parlare con altri ragazzi e mi sono aperto sempre di più, oggi insegno agli altri bambini quello che io ho imparato”, racconta Mauricio che oggi fa l’educatore. “Attraverso il gioco si possono dare lezioni di vita e si può aiutare un bambino a rafforzare il suo spirito”, dice Edwin, anche lui educatore. In termini di costo questo tipo di intervento è molto limitato. “Stiamo parlando di uno sforzo minimo – conclude Foglino – Basterebbero pochi euro al mese per dare la possibilità ai bambini boliviani di vivere esperienze di gioco e moltiplicare le opportunità di crescita”.
 
In Bolivia si stima che il 38,6 per cento della popolazione viva al di sotto della soglia di povertà. Ritardo della crescita, mortalità infantile, analfabetismo, ma anche violenza sono alcuni dei problemi che riguardano bambini e adolescenti. Sono 366 mila i minori che vivono in strada. Molti finiscono per fare uso di sostanze e alcol. L’abbandono scolastico è al 43%. Il 23% subisce discriminazioni e il 27% ha un basso rendimento a scuola. Tra i bisogni più sentiti c’è quello di creare relazioni con gli altri coetanei (dati Gvc).
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