Emigrati italiani: una drammatica epopea

di Antonella Rita Roscilli (*)

Nel 1892 in Italia c’erano 30 agenzie di emigrazione e 5.172 subagenti per convincere la povera gente a partire. Gli agenti erano assunti dalle società di emigrazione e molti di loro erano noti per la mancanza di onestà. Dietro all’emigrazione gli interessi degli armatori e delle compagnie italiane di navigazione responsabili delle tante morti che accadevano durante la traversata.

 

Il naufragio del piroscafo “Sirio”: la copertina della “Domenica del Corriere” del 19 agosto 1906, disegnata da Achille Beltrame (da https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang =it&id=5923)

 

Povertà e rabbia spinsero circa 9 milioni di italiani ad attraversare l’oceano tra il 1876 e il 1920. Emigravano e affrontavano l’incognita di un viaggio lungo e straziante per cercare migliori condizioni di vita. Ebbe inizio la Speranza, il grande sogno di una terra lontana, dipinta come una sorta di paradiso terrestre: l’America. Si dirigevano principalmente verso Stati Uniti, Argentina e Brasile. Per molti contadini e artigiani, l’emigrazione fu l’ultima possibilità per sconfiggere la fame e non morire di stenti. Lo storico e politico italiano Gaetano Salvemini a pagina 508 dei suoi Scritti sulla questione meridionale: 1896-1955 dichiarava: “Nel Sud sui prodotti della terra i contadini guadagnano appena il sufficiente per mangiare e pagare le tasse. Alle prime difficoltà muoiono”. Dopo l’unificazione italiana, l’esodo non veniva ostacolato dalla classe dirigente che, al contrario, veniva visto con sollievo. La libertà di emigrare fu riconosciuta dalla classe dirigente italiana con la legge del 1888 che costituì l’anno del primo intervento ufficiale. Perciò nel 1892 in Italia c’erano ben 30 agenzie di emigrazione e 5.172 subagenti che si aggiravano convincendo la povera gente a partire. Per il ministro Sidney Sonnino, economista liberale e uno dei principali promotori della libertà di emigrazione (alle Finanze  e al Tesoro dal 1893 al 1896) l’esodo costituiva una “valvola di sicurezza per la pace sociale”. Nel 1895 le filiali divennero 33 e gli agenti 7.169. Gli agenti erano assunti dalle società di emigrazione e molti di loro erano noti per la mancanza di onestà. Passavano nei villaggi durante le fiere parlando dell’America come fosse una terra mitica. La compagnia di emigrazione “La Veloce” pagava tra 5 e 25 dollari a un agente che riusciva a convincere una famiglia ad emigrare. Non possiamo dimenticare che la stampa dell’epoca paragonava gli agenti ai commercianti di schiavi. I villaggi erano inondati da opuscoli e lettere contraffatte di emigranti che erano già partiti.

Nel 1901 fu emanata un’altra legge per mettere ordine alla questione degli agenti di emigrazione. Venne creato il Commissariato dell’Emigrazione e un fondo con le tasse sulle tariffe delle compagnie di navigazione. La costruzione e la crescita economica portò al decollo industriale durante il secondo e il terzo governo di Giovanni Giolitti (novembre 1903-marzo 1905 e maggio 1096-dicembre 1909) ma, d’altro canto, diede luogo ad una crescita dell’opposizione sociale e anarchica.

Quando il conflitto politico e sociale in Italia divenne più violento, con persecuzioni, azioni penali, anni di esilio e arresto, alcuni furono costretti a lasciare il Paese come esiliati politici. “Nostra patria è il mondo intero, nostra legge la libertà” cantavano gli anarchici. E si imbarcavano per andare oltre l’oceano, incluso il Brasile, con i loro sogni e le loro utopie. Questo era stato già il caso del toscano Giovanni Rossi, creatore della Colonia Cecilia, una colonia sperimentale socialista-anarchica (1890-1895).

Gli emigranti affrontavano incredibili difficoltà e sacrifici per imbarcarsi e raggiungere la “terra promessa”. Quasi sempre, dopo essere stati persuasi da agenti e subagenti dell’immigrazione, la prima sfida era arrivare al porto di imbarco. Vendevano i pochi averi per pagare i reclutatori avidi, che a volte sparivano con i soldi, e iniziavano il viaggio. Il cammino per raggiungere il porto di Genova o Napoli, ove si sarebbero imbarcati, coinvolgeva interi poveri villaggi che camminavano, a volte, come in processione, al suono delle campane che, non di rado, portavano con sé sulle navi, come accadde in un villaggio vicino a Treviso. Spesso arrivavano diversi giorni prima dell’imbarco. Si imbarcavano taglialegna, operai edili, minatori, infermieri, ma anche professionisti come maestri muratori di Carrara o di Pistoia, che si occupavano delle famose sculture e marmi; proprietari di librerie e panificatori di Lucca, imprenditori.

Leggendo le testimonianze, le lettere, le parole delle canzoni dell’epoca, si comprende quanta rabbia, amarezza essi avessero, e, allo stesso tempo, forza e speranza: “Anderemo in Merica/[…] / E qua i nostri siori / Lavorerà la terra col badil. (Andremo in America/e qui i nostri padroni lavoreranno la terra con il badile)”. Nel suo libro di memorie Città di Roma, la memorialista italo-brasiliana Zélia Gattai ricorda le storie che ascoltava da bambina sulla traversata dei nonni, zii e genitori nel 1890: “La traversata da Genova al porto di Santos è stata lunga e dolorosa. Non posso dimenticare, diceva zio Guerrando” (Gattai, 2000, p.13).

da http://www.ilsaporedelvento.it/NW/l_emigrazione.htm

I porti di Genova, Livorno e Napoli hanno svolto un ruolo molto importante per le partenze. La traversata dell’Atlantico sulle navi a vapore durava da 21 a 30 giorni, a seconda della destinazione. A volte le condizioni organizzative e igieniche erano terribili. Gli emigranti italiani viaggiavano su navi sovraffollate, autorizzate a trasportare un numero di persone tre volte inferiore di quello che trasportava. Molte volte si trattava di navi per il trasporto di carbone. I viaggiatori venivano nutriti quasi sempre con cibo avariato, la maggior parte di essi dormiva direttamente sul pavimento, erano soggetti a epidemie (principalmente il vaiolo) e c’era un’alta mortalità infantile. Guardando le onde del mare che non finivano più, nasceva una profonda nostalgia della terra natia. I versi della vecchia canzone popolare napoletana Santa Lucia lontana ricordano la tristezza nel vedere le luci della città amata allontanarsi sempre di più: “Partono ‘e bastimente / pe’ terre assai luntane / cántano a buordo: / so’ napulitane! / cantano pe’ tramente / ‘o golfo già scumpare / e ‘a luna, ‘a miezz’o mare, / nu poco ‘e Napule / lle fa vede”.

Dietro all’emigrazione si nascondevano gli interessi degli armatori e delle compagnie italiane di navigazione responsabili delle tante morti che accadevano durante la traversata. Tra i tanti casi, possiamo citare i 52 morti per fame a bordo delle navi Matteo Bruzzo e Carlo Raggio, che partirono da Genova nel 1888 per il Brasile, i 24 morti per asfissia che si erano imbarcati sulla nave Frisca. Si ricordano poi coloro che, nel 1889, dopo essersi imbarcati sulla nave Remo capirono che il proprietario aveva venduto il doppio dei biglietti rispetto ai posti disponibili, tanto che a bordo esplose il colera. I morti furono buttati in mare. Il numero dei passeggeri scendeva di 4 o 5 al giorno. E alla fine la nave non fu neppure accettata nei porti brasiliani. O ancora la tragedia della nave Sirio durante la quale morirono ben 500 emigranti.

Nel 1895, su 660mila abitanti di Buenos Aires, 225mila erano italiani. In provincia di Cordoba nel 1869 c’erano 4.600 italiani. Nel 1914 divennero 240mila. Muratori, fabbri, falegnami, calzolai, sarti, fornai, meccanici, vetrai, imbianchini, cuochi, gelatai e parrucchieri: non avevano concorrenza. Fra il 1880 e il 1915 approdarono negli Stati Uniti 4 milioni di italiani.

(*) dal sito “Patria Indipendente” di ANPI Nazionale (www.patriaindipendente.it)

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

2 commenti

  • Giorgio Chelidonio

    Ho saputo di queste “agenzie” solo qualche anno fa, dopo aver letto un articolo di G.A.Stella che narrava l’odissea di un gruppo di migranti trevigiani finiti in Australia.
    Per parte mia trovo una testimonianza struggente di migranti veronesi (per fame, per debiti etc.) nella poesia intitolata “I và in Merica”, scritta nel 1896 da Berto Barbarani, sommo poeta dialettale veronese: vi si descrive non il viaggio ma le condizioni di povertà estrema che inducevano a migrare, dunque “migranti economici”. Ve la trascrivo:

    – Fulminàdi da un fràco de tempesta,
    l’erba dei prè, par ‘na metà passìa,
    brusà le vigne da la malatia
    che no lassa i vilàni mai de pèsta;
    – ipotecado tutò quel che resta,
    col formènto che val ‘na carestia,
    ogni paese el g’à la so angonìa
    e le famèie un pelagròso a testa!
    – Crepà, la vaca che dasèa el formaio,
    morta la dóna a partorir ‘na fiola,
    protestà le cambiale dal notaio,
    – ‘na festa, seràdi a l’ostaria,
    co’ un gran pugno batù sora la tòla:
    «Porca Italia» i bastièma: «andemo via!»
    – E i se conta in fra tuti.- In quanti sio?
    Apèna dièse, che pol far strapàsso;
    el resto dóne co i putìni in bràsso,
    el resto, véci e putelèti a drìo”.
    – Ma a star quà, no se magna no, par dio,
    bisognarà pur farlo sto gran passo,
    se l’inverno el ne capita col giàsso,
    pori nuàltri, el ghe ne fa un desìo!
    – Drento l’Otobre, carghi de fagóti,
    dopo aver dito mal de tuti i siòri,
    dopo aver fusilà tri quatro góti;
    – co’ la testa sbarlóta, imbriagàda,
    i se dà dù strucóni in tra de lori,
    e tontonàndo i ciàpa su la strada!

  • domenico stimolo

    Io rispondo con una poesia del sommo poeta siciliano IGNAZIO BUTTITTA.

    “Lu Trenu di lu suli” ( Il Treno del Sole).

    Una delle poesie più lunghe ed emotive di Buttitta. Viene raccontata in versi una storia drammatica di emigrazione. Turi Scordu zolfataro, di Mazzarino ( Caltanissetta), con moglie e sette figli, per fame e disperazione emigra in Belgio per lavorare nella miniera di Marcinelle ( Charleroi)……poi la tragedia. Era l’8 agosto 1956. Morirono 262 minatori, 136 erano italiani.
    Dopo la poesia in dialetto segue la versione in lingua italiana.

    Turi Scordu, surfararu,
    abitanti a Mazzarinu;
    cu lu Trenu di lu suli
    s’avvintura a lu distinu.

    Chi faceva a Mazzarinu
    si travagghiu nun ci nn’era?
    fici sciopiru na vota
    e lu misiru ngalera.

    Una tana la sò casa,
    quattru ossa la muggheri;
    e la fami lu circava
    cu li carti di l’usceri.

    Sette figghi e la muggheri,
    ottu vucchi ed ottu panzi,
    e lu cori un camiuni
    carricatu di dugghianzi.

    Nni lu Belgiu, nveci,
    ora travagghiava jornu e notti;
    a la mogghi ci scriveva:
    nun manciati favi cotti.

    Cu li sordi chi ricivi
    compra roba e li linzola,
    e li scarpi pi li figghi
    pi putiri jri a scola.

    Li mineri di lu Belgiu,
    li mineri di carbuni:
    sunnu niri niri niri
    comu sangu di draguni.

    Turi Scordu, un pezzu d’omu,
    a la sira dormi sulu;
    ntra lu lettu a pedi fora
    smaniava comu un mulu.

    Cu li fimmini ntintava;
    ma essennu analfabeta,
    nun aveva pi ncantarli
    li paroli di pueta.

    . E faceva pinitenza
    Turi Scordu nni lu Belgiu:
    senza tònaca e né mitra
    ci pareva un sacrilegiu.
    Certi voti lu pinseri
    lu purtava ntra la tana,
    e lu cori ci sunava
    a martoriu la campana.

    . Ca si c’era la minestra
    di patati e di fasoli,
    nni dda tana c’era festa
    pi la mogghi e li figghioli.

    . Comu arvulu scippatu
    senza radichi e né fogghi,
    si sinteva Turi Scordu
    quannu penza figghi e mogghi.

    . Doppu un annu di patiri
    finalmenti si dicisi:
    «Mogghi mia, pigghia la roba,
    venitinni a stu paisi».

    E parteru matri e figghi,
    salutaru Mazzarinu;
    li parenti pi d’appressu
    ci facevanu fistinu.

    Na valiggia di cartuni
    cu la corda pi traversu;
    nni lu pettu lu nutricu
    chi sucava a tempu persu.

    Pi davanti la cuvata
    di li zingari camina:
    trusci e sacchi nni li manu,
    muntarozzi fini la schina.

    La cuvata cu la ciocca
    quannu fu supra lu trenu,
    nun sapeva s’era ncelu…
    si tuccavà lu tirrenu.

    Lu paisi di luntanu
    ora acchiana e ora scinni;
    e lu trenu ca vulava
    senza ali e senza pinni.

    Ogni tantu si firmava
    pi nfurnari passaggeri:
    emigranti surfarara,
    figghi, patri e li muggheri.

    Patri e matri si prisentanu,
    li fa amici la svintura:
    l’emigranti na famigghia
    fannu dintra la vittura.

    «Lu me nomu? Rosa Scordu».
    «Lu paisi? Mazzarinu».
    «Unni jiti ?». «Unni jiamu?
    Unni voli lu distinu!».

    Quantu cosi si cuntaru!
    ca li poviri, si sapi,
    hanno guai a miliuna:
    muzzicati di li lapi!

    Quannu vinni la nuttata
    doppu Villa San Giuvanni
    una radiu tascabili
    addiverti nichi e granni.

    Tutti sentinu la radiu,
    l’havi nmanu n’emigranti;
    li carusi un hannu sonnu,
    fannu l’occhi granni tanti.

    Rosa Scordu ascuta e penza,
    cu lusapi chi va a trova…
    n’àtra genti e nazioni,
    una storia tutta nova.

    E si strinci pi difisa
    lu nutricu nsunnacchiatu
    mentri l’occhi teni ncoddu
    di li figghi a lu sò latu.

    E la radiu tascabili
    sona musica di ballu;
    un discursu di ministru;
    un minutu d’intervallu.

    Poi detti li nutizii,
    era quasi menzannotti:
    sunnu l’ultimi nutizii
    li nutizii di la notti.

    La radio trasmette:
    «Ultime notizie della notte.
    Una grave sciagura si è verificata
    in Belgio nel distretto min:erario
    di Charleroi.
    Per cause non ancora note
    una esplosione ha sconvolto
    uno dei livelli della
    miniera di Marcinelle.
    Il numero delle vittime è
    assai elevato ».

    Ci fu un lampu di spaventu
    chi siccò lu ciatu a tutti;
    Rosa Scordu sbarra l’occhi,
    focu e lacrimi s’agghiutti.
    La radio continua a trasmettere:
    «I primi cadaveri riportati
    alla superficie dalle squadre di soccorso
    appartengono a nostri connazionali
    emigrati dalla Sicilia.
    Ecco il primo elenco
    delle vittime.
    Natale Fatta, di Riesi provincia di Caltanissetta
    Francesco Tilotta, di Villarosa provincia di Enna
    Alfio Calabrò, di Agrigento
    Salvatore Scordu… ».

    Un trimotu: «Me maritu!
    me maritu!» grida e chianci,
    e li vuci sangu e focu
    dintra l’occhi comu lanci.

    Cu na manti e centu vucchi,
    addumata comu torcia,
    si lamenta e l’ugna affunna
    ntra li carni e si li scorcia.

    L’àutra manu strinci e ammacca
    1u nutricu stramurtutu,
    ca si torci mentri chianci
    affucatu e senza aiutu.

    E li figghi? cu capisci,
    cu capisci e cu un capisci,
    annigati nmenzu a l’unni
    di ddu mari senza pisci.

    Rosa Scordu, svinturata,
    nun è fimmina e né matri,
    e li figghi sunnu orfani
    di la matri e di lu patri.

    Misi attornu l’emigranti
    ca nun sannu zoccu fari;
    sunnu puru nmenzu a l’unni:
    stracinati di ddu mari.

    Va lu trenu nni la notti,
    chi nuttata longa e scura:
    non ci fu lu funirali,
    è na fossa la vittura.

    Turi Scordu a la finestra,
    a lu vitru mpiccicatu,
    senza occhi, senza vucca:
    è un schelitru abbruciatu.

    L’arba vinci senza lustru,
    Turi Scordu ddà ristava:
    Rosa Scordu lu strinceva
    nni li vrazza, e s’abbruciava.

    Turi Scordu, zolfataro,
    abitante a Mazzarino,
    con il Treno del sole
    si avventura al suo destino.

    Che faceva a Mazzarino
    se lavoro non ce n’era?
    fece sciopero una volta
    e lo misero in galera.

    Una tana la sua casa,
    sua moglie quattro ossa,
    e la fame lo cercava
    con le carte dell’usciere.

    Sette figli e la moglie,
    otto bocche e otto pance
    e un camion per cuore
    caricato di doglianze.

    Nel Belgio, invece, ora
    lavorava giorno e notte;
    alla moglie scriveva:
    non mangiate fave cotte.

    Con i soldi che ricevi
    compra roba e le lenzuola
    e le scarpe per i figli
    per potere andare a scuola.

    Nel Belgio, le miniere,
    le miniere di carbone:
    sono nere nere nere
    come sangue di dragone.

    Turi Scordu, un pezzo d’uomo,
    quand’è sera dorme solo;
    dentro il letto, e i piedi in fuori,
    smaniava come un mulo.

    Con le donne ci tentava;
    ma essendo analfabeta
    incantarle non sapeva
    con le parole di poeta.

    E faceva penitenza,
    Turi Scordu, nel Belgio:
    senza tonaca né mitra
    gli pareva un sacrilegio.

    Il pensiero, certe volte,
    lo portava nella tana,
    e il cuore gli sonava
    a mortorio la campana.

    Che se c’era la minestra
    di patate e di fagiuoli,
    nella tana c’era festa
    per la moglie e i figliuoli.

    Come albero strappato
    senza foglie né radici,
    si sentiva Turi Scordu
    quando pensa figli e moglie.

    Dopo un anno di patire
    finalmente si decise:
    «Moglie mia, piglia la roba,
    vieni tu in questo paese».

    E partirono madre e figli
    salutando Mazzarino;
    i parenti per d’appresso
    gli facevano festino.

    Di cartone la valigia
    con la corda per traverso;
    il lattante sopra il seno
    che succhiava a tempo perso.

    Lei davanti, e la covata
    degli zingari la segue:
    con fagotti e sacchi in mano,
    montarozzi sulla schiena.

    La covata con la chioccia
    quando fu sopra il treno,
    non sapeva s’era in cielo…
    e nemmeno sulla terra.

    Il paese da lontano
    ora sale ed ora scende;
    e il treno che volava
    senza ali e senza penne.

    Ogni tanto si fermava
    infornando passeggeri:
    emigranti zolfatari,
    figli e padri con le mogli.

    Padri e madri si presentano,
    li fa amici la sventura:
    gli emigranti una famiglia
    fanno dentro la vettura.

    «Il mio nome? Rosa Scordu».
    «Il paese? Mazzarino».
    «Dove andate ?». «Dove andiamo?
    Dove vuole il destino».

    Quante cose si dicevano!
    perché i poveri, si sa,
    hanno milioni di guai:
    morsicati dalle api!

    Quando venne la nottata
    dopo Villa San Giovanni
    una radio tascabile
    grandi e piccoli diverte.

    Tutti sentono la radio,
    l’ha in mano un emigrante;
    i bambini senza sonno
    fanno gli occhi grandi tanto.

    Rosa Scordu ascolta e pensa,
    arrivando; cosa trova…
    altra gente e nazione,
    una storia tutta nuoVa.

    E si stringe per difesa
    il lattante insonnolito
    non lasciando di guardare
    gli altri figli a lei accanto.

    E la radio tascabile
    suona musica da ballo;
    un discorso di ministro;
    un minuto d’intervallo.

    Poi diede le notizie,
    era quasi mezzanotte:
    sono le ultime notizie
    le notizie della notte.
    La radio trasmette:
    «Ultime notizie della notte.
    Una grave sciagura si è verificata
    in Belgio nel distretto minerario
    di Charleroi.
    Per cause non ancora note
    una esplosione ha sconvolto
    uno dei livelli della
    miniera di Marcinelle.
    Il numero delle vittime è
    assai elevato».

    Vi fu un lampo di spavento
    che seccò il fiato a tutti;
    Rosa Scordu sbarra gli occhi
    fuoco e lacrime inghiotte.
    La radio continua a trasmettere:
    «I primi cadaveri riportati
    alla superficie dalle squadre di soccorso
    appartengono a nostri
    connazionali emigrati
    dalla Sicilia.
    Ecco il primo elenco
    delle vittime.
    Natale Fatta, di Riesi provincia di Caltanissetta
    Francesco Tilotta, di Villarosa provincia di Enna
    Alfio Calabrò, di Agrigento
    Salvatore Scordu…».

    Un terremoto: «Mio marito!
    mio marito!» grida e piange,
    e le voci sangue e fuoco
    come lance dentro gli occhi.

    Una mano e cento bocche,
    mentre brucia come torcia,
    si lamenta e l’unghie affonda
    scorticandosi le carni.

    L’altra mano stringe e ammacca
    il lattante tramortito,
    che si torce mentre piange
    affogato e senza aiuto.

    E i figli? chi capisce,
    chi capisce e non capisce,
    annegati in mezzo a l’onde
    di quel mare senza pesci.

    Rosa Scordu, sventurata,
    non è donna e non è madre,
    e i figli sono orfani
    sia di madre che di padre.

    Stanno intorno gli emigranti
    e non sanno cosa fare;
    pure loro in mezzo a l’onde:
    trascinati da quel mare!

    Va il treno nella notte,
    che nottata lunga e scura:
    non ci fu il funerale,
    è una fossa la vettura.

    Turi Scordu alla finestra,
    sopra il vetro appiccicato,
    senza occhi, senza bocca
    è uno scheletro bruciato.

    L’alba venne senza luce,
    Turi Scordu là restava:
    Rosa Scordu lo stringeva
    nelle braccia, e si bruciava.

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