Scor-date: 17 gennaio 1982

El Mozote, il massacro degli innocenti

di David Lifodi

Il 17 gennaio 1982 il New York Times fece conoscere al mondo intero il massacro di El Mozote, dipartimento di Morazán, El Salvador, avvenuto il 10 dicembre 1981, quando il battaglione dell’esercito Atlacatl, al servizio del dittatore José Napoleón Duarte, sterminò  gli abitanti di questo piccolo villaggio perché, secondo loro, offrivano appoggio e sostegno ai guerriglieri del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (Fmln).

La strage di El Mozote è paragonabile, per ferocia, alle stragi compiute dai nazisti in Italia, da Marzabotto a S.Anna di Stazzema: furono giustiziate oltre mille persone nella cosiddetta Operación Rescate. Poco più di un mese fa Mauricio Funes, il presidente del paese che, pur su posizioni molto moderate ha riportato da alcuni anni la sinistra e il Fmln alla vittoria elettorale, ha chiesto perdono ai familiari delle vittime in rappresentanza dello Stato, ma non basta. A porgere le scuse avrebbero dovuto essere i militari responsabili del massacro, alcuni dei quali ancora vivi, così come l’amministrazione statunitense: il governo Usa infatti, insieme al regime salvadoregno di allora, ha sempre negato che a El Mozote fosse stata compiuta una strage. Le denunce del New York Times, a cui seguirono quelle del Washington Post e di altri quotidiani, furono sempre misconosciute dalla Casa Bianca, guidata, in quegli anni, da Ronald Reagan. I fatti di El Mozote furono caratterizzati da una tale violenza che mette i brividi ricordare lo svolgimento della vicenda. Alle sei del pomeriggio del 10 dicembre 1981 il battaglione Atlacatl, su ordine del ministro della Difesa José Guillermo García (tuttora in vita e al sicuro, negli Stati Uniti, dove gli è stato concesso lo status di rifugiato politico), fece irruzione nel paese. I militari separarono gli uomini dalle donne, dai bambini e dagli anziani. Gli uomini furono giustiziati nella chiesa del villaggio, le donne prima furono violentate e poi uccise, i bambini bruciati vivi in una sorta di strage degli innocenti dell’età contemporanea. L’ordine del colonnello Domingo Monterrosa era chiaro: nessuno sarebbe dovuto uscire vivo da El Mozote. L’Alianza Republicana Nacionalista (Arena), il partito dell’estrema destra che aveva instaurato la dittatura nel Paese e formato dai peggiori macellai dell’America Latina, tuttora celebra Monterrosa come un eroe: su you tube girano alcuni video dove si rende onore al colonnello che giustifica la mattanza di El Mozote sostenendo che era un covo dei guerriglieri dell’Fmln, i quali riuscirono ad ucciderlo nel 1984. Il colonnello morì a causa dell’esplosione del suo elicottero in volo: il Frente finse di aver lasciato in un accampamento le apparecchiature di Radio Venceremos, la radio che serviva ai guerriglieri per fare propaganda. Durante un’irruzione dei militari le apparecchiature furono prese da Monterrosa in persona, che le avrebbe volute mostrare in una conferenza stampa, ma le finte apparecchiature contenevano esplosivo, che detonò non appena l’elicottero si alzò in volo. In ogni caso, aldilà della fine del colonnello, sulla strage di El Mozote pesa ancora l’ingerenza delle forze armate, ancora oggi legate ai fascisti di Arena e così potenti da eludere i tentativi di indagine sullo sterminio dell’intero villaggio. L’unica superstite, Rufina Amaya, che riuscì a nascondersi dietro ai cespugli e assisté, impotente, allo sterminio della sua famiglia (il marito e quattro figli, compresa una neonata di pochi mesi), è morta nel 2007. Quando i militari abbandonarono il paese, ridotto ad un villaggio fantasma, lasciarono addirittura delle scritte offensive e provocatorie sui muri delle case, tra cui questa: “Da qui è passato il battaglione Atlacatl, gli angioletti dell’inferno”. Nonostante i militari abbiano lasciato la loro firma su questa strage, e anche su quella, altrettanto feroce quanto gratuita, del 16 novembre 1989, quando il battaglione Atlacatl uccise padre Ignacio Ellacuría e altri cinque gesuiti all’Universidad Centroamericana, i responsabili non hanno mai pagato. Sul ministro della Difesa José Guillermo García, insieme al maggiore Roberto D’Aubuisson, il principale organizzatore delle squadracce di Arena, grava anche la responsabilità per la morte di monsignor Romero.

Mark Danner, il giornalista statunitense che per primo aveva raccontato sul New York Times  la strage, nel 1994 scrisse il libro The Massacre at El Mozote: a Parable of the Cold War, una delle poche testimonianze su un episodio che il suo stesso Paese, per primo, ha deciso di rimuovere e cancellare.

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