Escrementi e plastica, fase finale del capitalismo

db esclama «accipicchia» e consiglia «Sulle rive di un mare di plastica» di Carlo Bellisai

Fu grande lo sconcerto di curiosi e bagnanti quando «davanti alla Pelosa di Stintino, spiaggia alquanto rinomata nell’estremo nord-ovest della Sardegna» di primo mattino arrivò una «improvvisata squadriglia di delfini» spingendo verso riva quella “cosa” che sembrava una zattera eppure aveva un’aria stranamente familiare.

«Non avete capito? Ci stanno riportando indietro la spazzatura» spiegò una donna.

Il geniale burlone, cioè il delfino Ispuz, intanto pensò che «gli umani, in qualche modo e secondo i loro filtri biologici, avevano recepito il messaggio».

Forse sei ottimista Ispuz ma grazie (da parte mia) per aver tentato.

Siamo nelle pagine di «Sulle rive di un mare di plastica» che Carlo Bellisai ha pubblicato dall’editrice cagliaritana La città degli dei (160 pagine per 15 euri) con una bella prefazione di Enrico Euli.

Si comincia con un eroe insolito: «s’aligheri» (alla sarda) cioè l’uomo che raccoglieva la spazzatura. Si prosegue con «la rana che voleva diventare una busta di plastica» e con il primo tecno-intruso (indovinato chi è?) nelle case degli umani. Poi incontreremo Giulia che non voleva aver paura, l’indio che fu stregato da un orologio, i rifiuti che decidono di “differenziarsi” da soli e altre storie fino ad arrivare al poligono mortale di Quirra e all’auto-presentazione di una bomba, «mi costruiscono qui in Sardegna alla Rwm». A inizio e fine del libro il ricordo di un mondo “prima della plastica”.

Brevi storie e piccole memorie o riflessioni che colgono sempre nel segno. Che l’autore fosse bravo con le fiabe era noto a chi avesse incrociato il suo libro precedente: «Non so come sia da voi, ma da noi è così» ovvero «Favole per un percorso alla non violenza» (*). Ma qui Bellisai alterna il registro fiabesco con ricordi d’infanzia e sguardi sul mondo e sull’immondo. Ed è altrettanto bravo. L’ironia non nasconde la drammatica situazione in cui viviamo. Le nevicate di polistirolo non accafono soltanto nei sogni/incubi.

Plastica ovunque e allora molte persone… si ri-fanno i corpi di plastica in un inconsapevole contrappasso: credono così di fermare l’invecchiamento o di essere modernelli perchè con i microchip sottocutanei possono parlare con i loro «schiavi» (o padroni?) meccanici.

Geniale quanto semplice la metafora di «Accipicchia s’appiccica» con i ragazzini che avendo «avuto e usato lo skifiltor, lo schifido, schifosus, schifanido e lo spetezzo elettronico» ora cercano «di meglio», cioè di peggio. Bambini che, forse inconsciamente, riproducono «il modello economico del consumismo nella fase finale: gli escrementi, i rifiuti».

(*) La scimmia Bommi sale in cattedra: le favole di Carlo Bellisai

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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