Etiopi: morire di mare o di Italia

di Daniela Pia

Settanta migranti etiopi sono annegati nel naufragio di un’imbarcazione al largo delle coste dello Yemen, all’ingresso del Mar Rosso. La barca che trasportava i “clandestini” del Corno d’Africa pare si sia capovolta al largo di Al Makha, città portuale: gli scafisti, raccontano i superstiti, hanno gettato in mare la “merce” temendo di essere intercettati.

Cosa volete che siano 70 vite di etiopi.

Noi, quando c’era Lui, eravamo capaci di ben altro.

Pochi sono coloro che uscendo dagli slogan di “feissbuch” sapranno rispolverare la memoria breve sollecitata invano sui banchi di scuola. Qualcuno forse ricorderà di aver studiato di quel tempo in cui, fra il 9 e l’ 11 aprile 1939, lo Stato maggiore dell’Esercito italiano, attraverso un manoscritto privo di credenziali, si occupava della zona di Debra Brehan, circa 100 km a Nord di Addis Abeba, nell’alto Scioa. L’ordine: reprimere i partigiani di Abebè Aregai, capo del movimento di liberazione etiope, il quale rifiutava di arrendersi nonostante la “magnifica” preponderanza delle forze di occupazione italiane. La resistenza etiope fatta di vecchi, donne e bambini diede il suo bel daffare al supponente esercito italiano. Ma noi avevamo Lui,  LUI sì, che con la sua roboante retorica intimava ai suoi sottoposti di stroncare la ribellione su quelle montagne che restavano inespugnate a tre anni dall’ ingresso di Badoglio ad Addis Abeba.  Arduo, se non impossibile appariva il compito e quindi si risolsero quegli “italiani in divisa, brava gente”  a servirsi delle bombe a gas d’ arsina e iprite, armi letali, vietate dalle convenzioni internazionali. Troppi i cadaveri: esseri umani che morirono avvelenati. All’alba dell’11 aprile quasi 800 ribelli etiopi finirono fucilati su «ordine del Governo Generale», operazione facile per i lanciafiamme che sfecero uomini, donne e animali  – tanto tutti uguali erano – poi ne furono eliminati altri 62, di cui due donne; così ricorda Matteo Dominioni in “Lo sfascio dell’impero. Gli italiani in Etiopia (1936-1941).

Oggi i mass media ci parlano di questi 70 migranti che il mare si è inghiottito. Cosa potranno mai contare, rapportati a questo gioco bastardo che mette sulla bilancia vite privilegiate come la mia, come le nostre, rispetto all’eroica umanità che incurante dei marosi, dei mafiosi, della calura, di Lucifero, della politica, dell’Europa, è capace di sfidare il destino per concedersi l’opportunità di un domani? Fatico a dirlo: NON MOLTO. E mi vergogno, osservando dall’oblò protetto del mio misero giardino quello che siamo stati e che siamo. Si provo molta vergogna. Mi sento il peso dell’infamia che non è mai stata cancellata dal nostro recente passato. Che passato non è,  se i Salvini e i piddini si somigliano tanto nel blandire l’Europa e la pancia dell’italiota.

Daniela Pia
Sarda sono, fatta di pagine e di penna. Insegno e imparo. Cammino all' alba, in campagna, in compagnia di cani randagi. Ho superato le cinquanta primavere. Veglio e ora, come diceva Pavese :"In sostanza chiedo un letargo, un anestetico, la certezza di essere ben nascosto. Non chiedo la pace nel mondo, chiedo la mia".

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