Evviva i Fasci!

di Luca Cumbo
C’è stato un tempo in cui fascio fu una dolce parola e significava libertà e giustizia: non era il ventennio mussoliniano, ma l’epoca dei Fasci Siciliani.
Dal 1887 l’Italia e l’Europa intera erano in grave recessione, il fallimento delle politiche economiche protezionistiche del governo aggravò il divario fra l’industria del Nord e quella del Sud provocando in breve tempo la fine delle fragili e neonate fabbriche siciliane. Tali politiche erano frutto dell’alleanza del blocco latifondista del Sud (che speculò sui dazi d’importazione dei cereali) con il blocco industriale del Nord che, esposto alla concorrenza internazionale, non voleva una concorrenza interna. In agricoltura le cose non andavano meglio.
Le leggi sabaude che abolivano diritti feudali giunsero in Sicilia con molto ritardo rispetto al resto d’Italia, furono mal applicate o non applicate affatto. Le terre, concesse in enfiteusi (nota 1), erano appannaggio quasi esclusivo dei grandi proprietari terrieri e dei gabelloti: infatti a causa della tendenza della nobiltà siciliana a trasferirsi in grandi e sfarzosi palazzi a Palermo, i grandi feudi dell’entroterra venivano concessi ad affittuari chiamati gabelloti, per lo più mafiosi, che a loro volta subaffittavano le terre ai contadini attraverso il terraggio (nota 2) . I gabelloti si servivano dei campieri, una sorta di guardiania armata nei campi, per tenere assoggettati i contadini. Infine c’erano i braccianti, la classe più numerosa e diseredata dei contadini siciliani, che non possedevano niente. Tutte le mattine, nelle piazze principali dei paesi, i braccianti si riunivano nella speranza di essere ingaggiati dai campieri: nient’altro che caporalato, così come accade ancora oggi per il lavoro degli immigrati nell’agricoltura.
Ogni aumento di costi causato dalla crisi, dai fitti alla produzione agricola, veniva scaricato in ultima analisi su chi la terra la coltivava direttamente e sui braccianti che videro i propri infimi salari diminuire ulteriormente. Da un lato la classe padrona latifondista (aristocratici e gabelloti) aumentò la propria rendita, dall’altro i contadini sui quali pesava interamente il prezzo della crisi. Come sostiene lo storico Francesco Renda – recentemente scomparso – si trattò di una vera e propria crisi capitalistica, la recessione produttiva non aveva i caratteri delle antiche carestie alimentari poichè «insieme al pane per mangiare, mancava il denaro per pagare le tasse, e non si sapeva come fare per soddisfare gli obblighi contratti coi diversi fornitori» inoltre «i contratti agrari erano organizzati in modo che gli effetti della recessione non fossero proporzionalmente distribuiti fra rendita, capitale e lavoro» (nota 3).
Gli operai delle città, i contadini nelle campagne e i minatori tentarono di organizzarsi per migliorare le proprie condizioni di vita, ma si resero conto che le Società di mutuo soccorso, cioè le più diffuse organizzazioni solidali fra lavoratori, non erano lo strumento adatto per rivendicazioni rispetto ai salari e ai diritti. Il primo Fascio siciliano nacque a Messina, il 18 marzo 1889, mentre con la nascita del Fascio di Catania, il 1° maggio 1891 sotto la guida di Giuseppe De Felice Giuffrida il fenomeno inizia ad avere una certa rilevanza. Il 29 giugno 1892 si costituì il Fascio dei lavoratori di Palermo, con a capo Rosario Garibaldi Bosco, ispirata alla Camera del lavoro di Parigi. Numerose società operaie e di mutuo soccorso confluirono nel Fascio di Palermo che in brevissimo tempo raggiunse più di 7.000 iscritti. Il 4 agosto 1892 una delegazione dei Fasci di Palermo e della Sicilia partecipò direttamente alla fondazione del Partito dei Lavoratori Italiani (poi Partito Socialista dei Lavoratori Italiani).
Il punto di forza del movimento dei Fasci Siciliani – ciò che lo rese temibile agli occhi di tutti coloro che beneficiavano del sistema economico e politico ereditato dall’unità del 1866 – fu costituito dalla reale unione, nella lotta, delle città con le campagne. La composizione dei Fasci fu infatti decisamente eterogenea: braccianti agricoli, piccoli contadini affittuari, operai, artigiani, piccoli borghesi e piccoli proprietari. Anche la situazione degli zolfatari, che si unirono ai Fasci, era simile a quella dei contadini del latifondo, anch’essi erano sfruttati dai gabelloti che prendevano in affitto le miniere dai proprietari e spremevano il più possibile i minatori e i carusi (nota 4).
Pertanto cominciarono a formarsi Fasci di lavoratori anche nelle campagne e nei paesi dell’entroterra. Il Fascio di Corleone (Palermo) era stato costituito nel settembre 1892. Presidente fu eletto Bernardino Verro che si fece subito promotore della costituzione di nuovi fasci nei paesi vicini. Il Fascio di Piana dei Greci (oggi Piana degli Albanesi) sorse il 21 marzo 1893, con Nicolò Barbato. Nel maggio 1893 il numero delle organizzazioni in tutta la Sicilia era arrivato a 90 e il Fascio di Piana dei Greci contava 3.500 aderenti di cui almeno 1.000 donne.
L’evento spartiacque del movimento dei Fasci Siciliani fu la strage di Caltavuturo: il duca di Ferrandina (che possedeva 6.000 ettari di terra), dopo una lunga trattativa aveva concesso una quota dei propri terreni incolti al comune di Caltavuturo (Palermo) come liquidazione degli usi civici (nota 5). Gli amministratori però invece di distribuire queste terre ai contadini le affidarono ai gabelloti. In risposta 500 contadini all’alba del 20 gennaio 1893 occuparono simbolicamente i campi e iniziarono a lavorarli (antenato dello “sciopero al contrario” la cui invenzione viene solitamente attribuita a Danilo Dolci negli anni ’50 del secolo successivo). L’arrivo dei militari convinse i contadini a ritornare in paese per manifestare davanti la sede del Comune e incontrare il sindaco che però non si fece trovare. I manifestanti decisero allora di occupare per davvero i terreni, in risposta i carabinieri spararono sulla folla e uccidendo 13 persone.
Nonostante la strage, la decisione dei Fasci fu di seguire per il momento le vie istituzionali. Alle elezioni del 9 luglio 1893 a Catania, a Messina, a Caltanissetta, a Piana dei Greci e in altri paesi vennero presentate liste socialiste in cui furono eletti numerosi operai, contadini, artigiani. Gli iscritti alle organizzazioni dei Fasci dei lavoratori in Sicilia erano stimati in più di 70.000 nel 1893. Il 30 luglio si svolse il congresso dei Fasci a Corleone durante il quale furono precisate importanti rivendicazioni chiamate «Patti di Corleone»: abolizione del terraggio; aumenti dei salari per i braccianti; assegnazione delle terre demaniali; affitto diretto dal proprietario del terreno (eliminando la figura intermedia, parassitaria e mafiosa del gabelloto). Fu inoltre programmata un’imponente campagna di scioperi per supportare le richieste. Le astensioni dal lavoro nei campi iniziarono già ad agosto e si estesero nei comuni dell’entroterra di Palermo e Agrigento. I contadini non andavano a lavorare e convincevano tutti gli altri sottoposti, persino i pastori, ad aderire allo sciopero perchè venissero applicati i Patti. Secondo la stampa dell’epoca circa 50.000 contadini parteciparono agli scioperi (almeno il doppio secondo Francesco Renda). Per sostenere a lungo lo sciopero, alcuni Fasci costituivano scorte di frumento e raccoglievano offerte di denaro per aiutare i braccianti. I contadini, grazie alla compattezza e determinazione della protesta, fecero capitolare gran parte dei latifondisti sulle loro richieste.
In contemporanea alle agitazioni agrarie si svilupparono le lotte contro le imposte comunali. La tassa comunale sul bestiame, a esempio, prevedeva un maggior aggravio per chi possedeva animali da lavoro per i campi rispetto a chi possedeva cavalli da corsa! Nella Palermo “felicissima” di fine ‘800 e primo ‘900, corte parassitaria di tutti gli aristocratici della Sicilia, forse erano più i cavalli da corsa e da passeggio che non gli abitanti. Ma ad esasperare gli operai, gli artigiani e i contadini erano soprattutto le imposte indirette: fra le più odiate c’era senz’altro il “dazio di consumo” una sorta di Iva ante-litteram di cui erano i ceti più poveri a sopportarne il peso. In questo contesto, insieme al grande sciopero dei contadini, bastava ormai poco perchè il malcontento si trasformasse in rivolta.
La mattina del 12 agosto 1893 a Belmonte Mezzagno, in provincia di Palermo, un gruppo di cinquanta donne si radunò davanti al palazzo municipale per protestare contro le tasse e l’amministrazione comunale. In altri centri della Sicilia orientale le agitazioni contro le tasse incominciarono a mostrare forme insurrezionali. A Siracusa, il 10 ottobre durante una manifestazione di protesta fu saccheggiato il palazzo municipale. Con il passare dei giorni la situazione cominciò a precipitare in tutta la Sicilia. I dirigenti dei fasci non riuscivano a controllare il movimento che si allargava rapidamente e in modo disordinato; da dicembre in poi tumulti divennero sempre più numerosi, i municipi devastati, caserme di carabinieri assaltate (come a Floresta in provincia di Messina) e il movimento assunse la forma di una vera e propria rivolta popolare. Il 24 dicembre 1893 il Fascio di Corleone organizzò un’assemblea per discutere contro i metodi della distribuzione delle tasse e 4.000 persone si riversarono sulla piazza del municipio.
Nel frattempo però – nel settembre 1893 – si era svolto il congresso di Reggio Emilia, durante il quale i socialisti italiani decisero che il partito doveva essere attento «solo alle esigenze del bracciantanto agricolo di tipo capitalistico e non preoccuparsi punto né dei contadini piccoli proprietari né degli stessi mezzadri ed affittuari». Di conseguenza il movimento dei Fasci siciliani, «che era al contempo di braccianti del latifondo, di contadini senza terra, di mezzadri, coloni, piccoli affittuari, piccolo borghesi e strati di contadini piccoli proprietari, in una impostazione di tal genere non trovava posto, anzi è considerato come un corpo estraneo da guardare con diffidenza» (nota 6). A favore della protesta siciliana il congresso non espresse alcuna solidarietà. Questo fatto contribuì ad aprire la strada alla reazione violenta del governo.
Travolto dagli scandali bancari, il 28 novembre 1893 si dimetteva il governo Giolitti che fin qui aveva mantenuto un atteggiamento attendista nei confronti dei Fasci Siciliani. Ma il nuovo governo del siciliano Francesco Crispi cambiò strategia rispondendo all’appello dei latifondisti. Crispi organizzò una spaventosa repressione attraverso l’uso di 30.000 soldati, un vero e proprio esercito d’invasione con l’ordine di sparare sulle proteste dei contadini e degli operai. Il generale piemontese Roberto Morra di Lavriano fu nominato commissario straordinario con pieni poteri militari e civili. Morra dispose l’arresto per tutti quelli semplicemente sospettati di aver partecipato o simpatizzato ai Fasci. Furono sciolte tutte le associazioni di lavoratori e furono istituiti tre tribunali militari (Palermo, Messina e Caltanissetta) dove si svolsero processi sommari contro i lavoratori. Le accuse mosse agli imputati si potevano basare anche su semplici dichiarazioni senza riscontri, dei sindaci, dei carabinieri, delle guardie campestri. Gli arresti colpirono tutti i leader sindacali e dei Fasci, i contadini e tutti coloro che avevano partecipato alle dimostrazioni o semplicemente simpatizzato. In 70 paesi ci furono arresti di massa, circa 1000 persone furono inviate al confino senza processo. Un sordomuto fu imputato per aver emesso «grida sediziose» durante i tumulti di Misilmeri (nota 7)…
I massacri di Stato iniziarono il 10 dicembre 1893 a Giardinello dove una manifestazione si concluse con 11 morti e molti feriti; il 17 dicembre a Monreale si spara «allegramente»; mentre il 25 dicembre a Lercara Friddi il santo Natale è festeggiato col sangue di 12 contadini uccisi e numerosi feriti (oggi Lercara è ricordata solo per aver dato i natali al padre di Frank Sinatra). Il bollettino di guerra continua: 1 gennaio 1894 a Pietraperzia (Enna) 8 morti; 2 gennaio a Gibellina (Trapani) 20 morti; 2 gennaio, Belmonte Mezzagno (Palermo) 2 morti; 3 gennaio, Marineo (Palermo) 18 morti; 5 gennaio, Santa Caterina (Caltanisetta) 13 morti. A sparare sui lavoratori non furono soltanto i carabinieri e i militari, ma anche i campieri dei latifondisti e dei mafiosi, inaugurando un modello di repressione che i siciliani avrebbero vissuto innumerevoli altre volte fino a Portella della Ginestra nel 1947. Nel mentre, il 3 gennaio 1894, Crispi aveva proclamato lo stato d’assedio in tutta la Sicilia.
Il 30 maggio 1894 il tribunale militare di Palermo condannò Giuseppe de Felice Giuffrida a 18 anni di carcere, mentre Bernardino Verro, Rosario Garibaldi Bosco, Nicola Barbato furono condannati a 12 anni. Verro riuscì a fuggire in America dove organizzò la propaganda socialista per gli emigrati; una volta tornato in Sicilia fu ucciso dalla mafia nel 1915. Gli arresti e gli invii al confino furono così numerosi che a un certo punto mancarono braccia per la coltivazione dei campi e il 14 marzo 1896 il governo Di Rudinì si vide costretto a concedere l’amnistia. Fu mantenuto però il divieto di ricostituire i Fasci del lavoratori e qualunque organizzazione dello stesso tipo.
Con questa risposta al movimento dei Fasci Siciliani dei Lavoratori, lo Stato italiano volle ribadire in maniera ancora più chiara ed esplicita al popolo isolano cosa fu in realtà l’unità d’Italia: l’annessione al nord rapace – con l’appoggio criminale delle oligarchie nobili-borghesi-massoniche (in una parola: mafiose) – del sud e della Sicilia.

Se escludiamo qualche lapide sbiadita, qualche strada o viuzza dedicati qua e là nei capoluoghi e in alcuni paesi dell’entroterra siciliano, non rimane più nulla in Sicilia di queste lotte, neanche la memoria. Qualche mese fa (sulle tracce delle testimonianze dei movimenti nella valle del Belice nel 1968 e dintorni8, un’altra memoria smarrita) mi sono imbattuto in una “Società Operaia di Mutuo Soccorso – 1887” a Santa Ninfa, minuscolo paesino dell’entroterra trapanese, che faceva la sua bella figura, orgogliosa, di fronte a un’orribile chiesa in cemento armato.
Com’è possibile che persino nei luoghi dove i Fasci sono nati, dove lotte gloriose sono state affogate in fiumi di sangue, non vi sia quasi traccia di ciò che fu, non sopravviva la memoria? Se chiedi in giro chi era Bernardino Verro, o lo stesso Danilo Dolci, nessuno sa, nessuno ricorda. Allora ho ripensato alla malinconica rassegnazione di una dolce signora delle Filippine, ormai residente a Palermo da molti anni: «nelle Filippine s’è persa ormai da tempo la memoria della propria lingua, non sappiamo più com’era, si parla solo inglese, non si studia la nostra storia, nessuno la sa più raccontare, abbiamo perso i nostri vestiti, i nostri usi, la religione è cattolica romana, ormai tutto è occidentalizzato prima per gli invasori spagnoli e poi per gli americani, non sappiamo più nulla di chi eravamo». E’ stato in quell’esatto momento che ho compreso perchè in Sicilia non c’è memoria: depredati dei nostri beni, della nostra terra, della nostra lingua e infine della nostra memoria, siamo un popolo vinto e a un popolo vinto non è concesso scrivere la propria storia.

NOTE
1 – Era una forma di concessione delle terre da parte dei proprietari ai contadini, previo versamento di canone e altri obblighi solitamente vessatori. In Sicilia fino al 1964 c’erano ancora 600.000 ettari di terre soggette all’enfiteusi.
2 – Pagamento di una quota fissa in denaro o in natura, indipendentemente dal raccolto.
3 – Francesco Renda, «I Fasci Siciliani 1892-94», Einaudi, 1978.
4 -Bambini-ragazzi dagli otto ai quindici anni con il compito di trasportare a spalla il minerale estratto. Le novelle «Ciaula scopre la luna» di Luigi Pirandello e «Rosso Malpelo» di Giovanni Verga si riferiscono a questi carusi.
5 – I cosiddetti “usi civici” erano diritti spettanti alle collettività rurali di un feudo, ai contadini, rispetto all’utilizzo della terra, dell’acuqa, della legna dei boschi. Furono aboliti con la riforma agraria sabauda dopo l’unità d’Italia senza però introdurre alternative in favore dei contadini.
6 -Francesco Renda, «I Fasci Siciliani 1892-94», cit.
7 – Gabriella Scolaro, «Il movimento antimafia in Sicilia, dai Fasci dei lavoratori all’omicidio di Carmelo Battaglia», edizione Terrelibere.org, 2007.

Luca

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