Fantascienza per ragazze/i cioè adulti (dunque ragazze/i)

db riflette su come un piacevolissimo Urania – «Rito di passaggio» di Alexei Panshin – ci può portare lontano

«Sapevo costruire un quindicesimo di capanna, uccidere un trentunesimo di tigre, baciare, ricamare, fare un percorso a ostacoli e, in teoria, sapevo quasi uccidere qualcuno a mani nude. Di che cosa dovevo preoccuparmi?». Così pensa Mia Havero “abbandonata” su un pianeta sconosciuto. Non è una sbruffona ma una quattordicenne, e comunque la frase è auto-ironica.

Se da piccino (si fa per dire) avevo letto «Rito di passaggio» di Alexei Panshin non ne ho proprio conservato memoria; lo comprai probabilmente senza poi leggerlo, capita a volte. Così questa riedizione – traduzione di Alfredo Pollini: pagg 240 per 6,90 euro – che Urania ha mandato in edicola è per me una bella scoperta. Regge benissimo a 50 anni dalla pubblicazione. Un romanzo che consiglio a tutte/i. Per la storia, per lo stile, per la capacità di narrare in prima persona (è sempre Mia che racconta) mi pare adatto agli adulti come a ragazze/i; che poi queste distinzioni e il senso della vera “maturità” siano opinabili lo dirà molto bene, verso la fine, Mia Havero… il signor Panshin suppongo.

Senza troppo svelare della trama, ecco il quadro. Siamo nel 2110 circa, su un’enorme astronave poco affollata (30 mila persone: c’è un rigido controllo delle nascite) dopo la distruzione della Terra nel 2041. I più giovani dovranno affrontare la Prova cioè un pericoloso “rito di passaggio” sopravvivendo per 30 giorni su un pianeta (quasi) sconosciuto ma «per nove decimi identici alla (ex) Terra». In realtà una colonia di umani abbandonati (e qui più non posso dire). «Può sembrare disumano» ma giudicherete alla fine, come Mia. Ci sono due diverissini stili, secondo le idee di Mia-Panshin, «per affrontare la Prova»: il metodo della tartaruga e quello della tigre. Mia è indecisa, forse è «una temeraria riluttante».

La prima e la seconda parte ci introducono alla terza cioè al “rito di passaggio”, all’Avventura se preferite. Si chiude con un breve e stimolante Epilogo. In ognuna delle tre parti c’è chi racconta una storia (brevissima la terza, non per caso): la seconda è abbastanza nota, «La dama di Carlisle».

Scoprirà Mia che nei romanzi si dicono molte sciocchezze sugli eroi e sui «fantaccini». Altro? C’è un bel gioco (da ragazzi). C’è il modo di uccidere (senza armi da fuoco ma in gruppo) «una cosa viva, bella e pericolosa come una tigre». C’è molta buona filosofia: chissà se Fabrizio Melodia è d’accordo con Mia. E poi: idee, il ratto-baratto, pregiudizi, una bambola del tipo matrioska, lo schiavismo (forse), avventura, amore ben raccontato, il buon samaritano reinterpretato, vecchi libri, la politica cioè «una cosa strana», un po’ di Shakespeare (che Mia impara a memoria), il gruppo tipico degli adolescenti, il dolore, la stupidità… «Le persone non sono oggetti» ma capirlo davvero è complicato. E tanto altro.

«Il capitalismo in se stesso non è un male»: ohibò, su questa riflessione (solo questa, mi pare) non sono d’accordo con Mia-Panshin. Ma a esempio sull’imperialismo che va debellato e sui futuri migliori da conquistare sono d’accordo… ammesso che ciò vi interessi; ma ormai l’ho scritto e bonal’è.

Ha scritto pochissimo Panshin. Peccato. Da noi è stato pubblicato «Mondi interiori: storia della fantascienza», un saggio, scritto con sua moglie Cory: mi sa che vado a rileggerlo.

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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